Eva Giulia P. ( Faith )

 


 

     “La scrittura è tutt’altro che un sollievo. La scrittura rievoca, precisa. Introduce un sospetto di coerenza, l’idea di un realismo. Si sguazza sempre in una caligine sanguinolenta, ma un po’ si riesce a raccapezzarsi: il caos è rinviato di qualche metro… misero successo, in verità.”

 

Michel Houellebecq,

Estensione del dominio della lotta

 

 

     La scrittura rievoca. La scrittura precisa. La scrittura introduce un sospetto di coerenza in ciò che rievoca e precisa… La scrittura allontana di qualche metro le nebbie dell’indeterminatezza, differisce di volta in volta il temuto incontro con l’incapacità di capire. Dà una parvenza d’ordine, reale o costruito non conta poi molto, in realtà, purché ci sia l’illusione di un ordine – grandi sforzi per risultati appena accettabili.

A diciott’anni scrissi sul mio diario una frase che mi era venuta in mente e che, nello slancio del momento e l’ingenuo entusiasmo di quell’età, mi parve poco meno che geniale: “Nello scrivere non c’è solo lo scrivere ma anche – e soprattutto – il ripensare, il rivivere, e l’archiviare”. Ricordo che la parola archiviare mi piacque particolarmente, mi sembrava incisiva e perfettamente adeguata a ciò che intendevo spiegare – e chiunque ci abbia provato almeno una volta sa quanto sia difficile, a tratti impossibile, trovare in qualunque lingua termini che rappresentino esattamente, con precisione e aderenza, ciò che si ha in mente.

 

     Quando cominci a scrivere ti compiaci della tua onnipotenza nei confronti del soggetto, dei personaggi, del materiale insomma; tempo due anni e ti ritrovi completamente schiavo della tua scrittura, del tuo stile, del rischio d’identificazione con qualche io narrante che ti somiglia particolarmente e che hai portato nel grembo per ben più di nove mesi- per non parlare della necessità fisiologica di scrivere, del fatto che all’alba puoi addormentarti con i muscoli stesi solo se sei soddisfatto di quello che hai concluso- allora, solo allora, l’intera giornata, a partire dalla mattina precedente, non è andata sprecata- e soddisfatto, ahimè, non lo sei quasi mai.

Ma i problemi sono anche altri- è tutta una fottuta sequenza di problemi, uno dopo l’altro. Leggi un libretto di Cerami o di chiunque altro abbia provato ad abbozzare, in una sintesi sinistra, le questioni fondamentali relative al linguaggio, compreso quello multimediale per cui cinema teatro e compagnia, e ti spaventi, e ti senti immediatamente una nullità tu e le tue paginette da quattro soldi per le quali pure hai impiegato tanta energia, e ti rendi conto di quanto avresti da imparare, capisci che nemmeno hai cominciato, tu che ci hai messo mezza adolescenza solo per cominciare a inquadrare l’opera kunderiana.

I problemi sono anche più subdoli e sono gli stereotipi mediatici che colpiscono proprio chi pensa di distaccarsene- è una certa figura, un certo ruolo da artista maledetto la cui suggestione ti viene propinata come tante altre col latte della società; il cui fascino, subìto alla prima lettura di Kerouac e di Christiane F., cola a goccioloni sul celebrato tormento adolescenziale e si rafforza quando inizi a creare e ti rendi conto che la tua creazione è in primis un rigurgito, un urlo, qualcosa che sfugge al tuo controllo… ed ecco arrivare, col miracolo di qualche amico che la sente come te, l’esigenza e la posa dell’alcol, della sigaretta, della torbida claustrofobia della vita notturna.

Tutti novelli Burroughs! Tutti Baudelaire di fine millennio! Deliri da Rimbaud e voluttà Wildiane sapientemente mescolati alle cupe atmosfere del vecchio Edgar Allan… Il peggiore degli stereotipi è quello che credi di evitare.

E i problemi sono anche, come se ciò non bastasse, pratici e snervanti- impegno e lavoro costanti, un ostacolo dopo l’altro, l’ispirazione in piena notte e un paragrafo che non sai dove inserire, e quell’aggettivo ripetuto due volte che devi cambiare ma non puoi, perché è il termine perfetto e ti sembra già tanto che sia arrivato sulla punta della tua penna; quell’aggettivo alla cui ripetizione la maggior parte delle persone non farebbe probabilmente caso ma che tu senti di dover cambiare, se possiedi il minimo sindacale di coscienza e ingegno. E li vale, tutti questi problemi, tutto questo lavorìo che richiama nevrosi sepolte, tutta questa voluttuosa fatica notturna, il desiderio di rievocare precisare archiviare? Il desiderio, l’ansia, la smania di precisare e archiviare il vissuto, o tradurlo con parole scritte nella storia di chiunque, o trasporre il tuo sentire in una pagina di geroglifici stampati?

Un desiderio e una smania di cui probabilmente non ricordi l’ansia originaria, perché ormai è assurto alla dimensione di lavoro, ma la cui necessità torna a gridare ogni qual volta non la soddisfi, alla stregua dell’amore, delle sigarette e di ogni vizio fondamentale alla tua salute psichica…

E se qualcuno ti sbattesse davanti, sul più bello, quello che volevi scrivere, quello che avresti scritto, già pronto, corretto rivisto e confezionato, se qualcuno ti scavasse dentro e dopo una settimana ti consegnasse l’esatta sintesi del tuo materiale interiore, già sgrezzato e tradotto… saresti ugualmente soddisfatto? Leggendo e trasalendo e sussurrando “Cazzo, proprio quello che volevo dire, esattamente quello, come se l’avessi scritto io anzi forse persino meglio!…”, non vivendo passo per passo l’impervia trafila creativa, spesso dolorosa ma così appagante – non negarlo! – , ti sentiresti veramente, completamente soddisfatto, e potresti addormentarti coi muscoli stesi?…

Non chiedetemi la risposta, non la so - ma, se vado avanti a fare arzigogoli sulle mie frasi, forse la risposta è vicina al no- non sono masochista fino a questo punto. Pure è vero che una situazione come quella ipotizzata è impossibile, a quello che so- ne consegue che una risposta definitiva, al momento, non può aver luogo.

E ne consegue quindi che l’aggettivo lo devi cambiare. La voglia di strafottersene comunque. La candela è finita, consumata da un’aria satura di parole senza suono. La punteggiatura sembra eseguire una danza macabra, pure un po’ beffarda, attorno ai tuoi neuroni affaticati.

Ti sembra di non sopportare più la tastiera del computer, assurde manie rallentano di molto la tua battitura un tempo rapida e sciolta. Ti nausea l’idea di dover battere ancora una cartella e mezzo, come, nei momenti peggiori, ti appare impossibile il pensiero di dover studiare le ultime due pagine che ti porterebbero alla fine del capitolo. Una cartella e mezzo!… Due pagine!… Cosa sono? Perché d’un tratto ti appaiono così insopportabili, interminabili? Accendi una sigaretta che non risolverà le cose. L’accendino è il bic rosa che tieni nel portapenne da quando M lo lasciò a casa tua. Non è il momento, proprio questo, di pensare a M. Se non finisci di battere queste bozze entro stanotte, sei la peggiore delle inette. Non ricordi di cosa si discutesse nel Congresso di Berlino; eppure oggi ti sembrava di saperlo così bene. Non sei neppure certa che si chiamasse così; ricordi bene solo la data, 1870. E domani devi fare il capitolo dopo, che è lungo il doppio, ma devi farlo tutto e ricordarlo pure perché poi non avrai tempo di tornarci su. Ce l’hai fatta le altre volte, ce la farai anche stavolta: un’inspiegabile e a volte ingiustificata buona stella protegge dagli inizi la tua carriera universitaria.

Ma perché all’improvviso non ti sembra più così importante? Hai finito la sigaretta e non ti sei soffermata morbosamente su M, né sull’importanza della laurea, ma nemmeno hai cominciato a battere la cartella e mezzo. Gli impedimenti contingenti ti sembrano alibi un po’ meschini: la paura di svegliare tuo fratello, la seccatura di non poter fumare nella stanza del pc, il fatto che domani devi studiare. Candele… Improvvisa fobia da tastiera elettronica… Paura di non riuscire a trattenere tutti i pensieri- quelli pratici, laurea Congresso di Berlino accendino di M, quelli paranoici, aggettivo ripetuto cartella e mezzo e quel paragrafo dove lo metto- perché, se anche non li trattenessi, che succederebbe?

Le nevrosi si moltiplicano con progressione geometrica. Figliano come topi- ti ricordi quando ti spiegarono per la prima volta la questione della progressione nei sessantaquattro tasselli della scacchiera?…

Grosse bolle di cera colorata si seccano sulla scrivania- avresti voglia di staccarle, come alle elementari facevi col vinavil incrostato, gommoso e seducente, che la maestra lasciava sulla cattedra.

  

     Il resto è storia, è la mia storia personale che, – magra consolazione – , con altri palcoscenici mentali e accordi differenti, ora so appartenere anche ad altre persone.

 Non è che sia più facile, ma il fatto di avere una legittimazione, di rientrare in una categoria di cui qualcuno è a conoscenza (teoria dell’Appartenenza a un fenomeno sociale), è un lieve balsamo per le controindicazioni del mio egocentrismo che mi vorrebbe unica e diversa da tutto e da tutti, ma anche qualcosa che sembra accorciare il lato meno piacevole del mio individualismo- qualcosa che somiglia a un alibi, e la mia scrivania è ancora incrostata di cera.

Ho lasciato gli studi perché volevo essere schiava della scrittura.

Accettare i miei limiti è stato difficile, ma l’istinto di sopravvivenza ha prevalso. Non è uno dei passi della propria crescita, una delle cognizioni, imparare senz’autolesionarsi ad accettare i propri limiti?... Quali sono gli altri?... Perdonare, accettare il dolore e imparare che prima o poi passa, non rinnegare il passato, non uccidere.

 (NB. Il dolore non passa, la vita umana non è sufficientemente lunga; però, si trasforma in qualcosa di sopportabile.)

Ho lasciato gli studi perché volevo essere schiava della scrittura; ho scelto di essere schiava. Perché a ben pensarci, essere schiava di qualche libro da imparare e ripetere davanti a un professore che tutto vorrebbe fare tranne che star lì a dover giudicare la mia interpretazione da ventenne di concetti ed opere tanto più elevati, era forse più facile. Essere schiava della mia coscienza che sorrideva sottile quando scrivevano “30” al termine di un’esposizione che nel corso della settimana a venire avrei senza dubbio dimenticato, non mi soddisfaceva forse completamente. O forse anche questi sono alibi e la verità è che anch’io detesto le regole, i canoni, e che preferivo la mia scrivania notturna con le candele che sporcavano tutto, il whisketto da poetessa maledetta e soprattutto addormentarmi coi muscoli stesi, anche se questo fosse potuto accadere una notte su sette.

 Sì, forse anche questi sono alibi che propino ai miei sensi di colpa. Nietzsche, col suo Superuomo, ha solo dato voce (e che voce) all’istinto frustrato di noi piccoli omini, adepti mediocri della sua grande utopia. Mai fallire! Mai lasciare (qualcosa di valido)!

Non ce lo ripetono forse anche i nostri genitori, non fosse altro che coi loro sguardi colmi di amorevole aspettativa, fin da quando nella culla ci nutrono e ci baciano?

Aspettano, aspettano.

Ma questo è un altro discorso. Il fatto è che ora dovrò andare a battere al computer queste tre cartelle, ma forse

forse

forse ora la cosa non mi spaventa più.

 

 

 febbraio ’2002

 

 

 

Eva Giulia P., nata a Roma nel 1977. Laureata in letteratura e linguistica contemporanea, scrittrice seriale, bassista mediocre, felicemente dipendente dalla musica new wave, dal mare, dal calore delle notti estive e da una folla di suoni, odori e colori che l’hanno accompagnata fino agli ultimi mesi della sua vita.

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