- Fires in the Night (1996-2000)
- L'amore ai tempi della Sip (2016)
- Stranizza d'Amuri (2001)
- Reviews
- February (2003)
- La tinozza (2001)
- Mirrors (1998-2004)
- Something they'll never have - Qualcosa che loro non avranno mai (1997-1999)
- Fatal Faith - lyrics (2017-2022)
- La mia disperata speranza (1995) info@evagiulia.it
Something they'll never have - Qualcosa che loro non avranno mai (1997-1999)
Correva l’anno 1997,
una primavera incerta,
c’era il colpo di coda della musica grunge,
si poteva ancora fumare quasi ovunque,
internet non era ancora arrivato
e i primi cellulari erano appannaggio esclusivo
di professionisti, ricconi e fighetti…
La prima volta che Camilla venne a cercarmi, nella facoltà di Lettere dove all’epoca com’era noto trascorrevo dieci ore della mia giornata a studiare, fumare pigre sigarette e parlare con i miei amici scambiandoci musica e aspettando inquieti ciò che ci riservava il futuro, confesso che pensai ad uno scherzo.
“Tu sei Eva Giulia, vero?” aveva esordito presentandosi “Mi hanno detto che ti avrei senz’altro trovata qui. Mi chiamo Camilla e sono della facoltà di Sociologia. Ho sentito parlare di te come di un’aspirante scrittrice, anzi di una scrittrice senza soggetto. Ebbene, io sono qui per offrirtene uno: voglio che tu scriva di me e dei miei amici, perché io non ne avrei la pazienza né tantomeno la capacità”.
L’avevo guardata incuriosita. Se faceva Sociologia doveva essere più o meno mia coetanea, sebbene il suo viso acqua e sapone me l’avesse fatta supporre al primo sguardo un po’ più piccola.
“Cos’è, la parodia di Sei personaggi in cerca d’autore?” avevo provato a scherzare.
“Tipica battuta da Ale. Ciò mi fa supporre che tu sia la persona adatta a ciò che ho in mente. Comunque noi siamo sette”.
“Ancora più complicato, allora”.
“Temo di sì, per questo mi sto rivolgendo a te".
Si dà il caso che in quel momento stessi da sola, seduta sul mio solito davanzale in una pausa-capitolo a meditare su qualche mio amore, sui testi delle canzoni dei Cure e su quello che avrei fatto venerdì sera. Feci per tirar fuori una delle mie inseparabili Diana Blu, ma appena estrassi il pacchetto lei m’interruppe dicendo: “Fumi le mie stesse sigarette. Te ne offro una, allora”. E così dicendo mi porse un pacchetto certamente più pieno del mio, del quale approfittai gentilmente. Del resto non eravamo molto originali, a quei tempi nelle facoltà di Lettere, Psicologia e Sociologia tutti fumavano le Diana.
“Be’, se sai che per conquistare la mia attenzione basta offrirmi una sigaretta, ti hanno proprio informata bene” dissi. “Ma è interessante, almeno, la storia tua e dei tuoi amici?”
“No. È proprio questo il punto. Non potrei proporla che a uno scrittore esordiente, e mi hanno detto che tu sei brava”.
“Chi ti ha detto tutte queste cose?”
Alzò le spalle. Andammo al Village, il mitico bar universitario di via De Lollis. Lei ordinò un cappuccino e io una birra Moretti, ma appena ebbe sentito la mia richiesta cambiò idea e decidemmo di smezzarci la Moretti.
“Non devi per forza farmi compagnia” dissi perplessa “È pomeriggio, non pretendo che tutti siano dei fattoni come me”.
“Non lo faccio per te” rispose quieta “Anch’io e i miei amici beviamo sempre la Moretti”.
Era una ragazza molto carina, con begli occhi celesti, lineamenti regolari su un viso da bambina, jeans, maglioncino e sciarpetta indiana al collo. Notai subito, durante quel primo incontro, che non doveva essere ben conscia delle proprie qualità. La sua insicurezza si vedeva lontano un miglio, ma in un certo modo originale: una lieve timidezza si fondeva spontaneamente con un caratterino e una sfrontataggine di ben altra natura. Era una persona deliziosa, e anche molto intelligente. Parlammo parecchio, mi spiegò chiaramente la sua situazione, quello che cercava dalla mia penna – una dignità letteraria alla sua vicenda – e alla fine ci raccontammo pure i nostri amori, il suo si chiamava Demian, il mio sinceramente non ricordo quale fosse all’epoca. Fu quella comunque l’unica volta in cui parlammo cose personali- lei non cercava un’amica, in me, cercava una scrittrice, e anch’io in quel periodo avevo tanta di quella gente intorno da non desiderare di intraprendere un’altra frequentazione, per quanto quella ragazzina mi piacesse e m’incuriosisse.
C’incontravamo una o due volte alla settimana, a seconda delle circostanze e degli eventi contingenti. Era sempre lei a venire da me, senza esserci accordate o aver preso appuntamento per la volta successiva – sapeva che mi avrebbe trovata lì, sul davanzale a vagheggiare, o in aula studio o al limite al Village. Mi raccontava ogni cosa molto dettagliatamente, a volte si sfogava con gran calore per permettermi di comprendere le sue emozioni ed entrare a fondo nel suo stato d’animo; io la ascoltavo attentamente prendendo qualche appunto, soppesavo le sue parole e osservavo le espressioni del suo viso, i piccoli cambiamenti di registro e di tono, i rapidi movimenti dello sguardo. Avendo deciso di adoperare l’Io narrante a suo nome era indispensabile che cogliessi ogni minima sfumatura dei suoi sentimenti, oltre a quelli di tutti gli altri “personaggi”, che pure non mi fece mai conoscere perché, desiderando che la narrazione si svolgesse secondo la sua ottica, preferiva evitare che fossi influenzata dalle opinioni e dai punti di vista dei suoi amici. Parlavamo anche molto di scrittori, di eventuali modelli e punti di riferimento, delle nostre letture preferite (che in parte coincidevano), una volta ci facemmo una canna insieme e andammo al Village a prendere il tè invece della birra. S’era offerta di darmi un compenso e lo fece, nell’arco di due mesi, con una stecca di Diana Blu, ventimila lire e un paio di birre.
L’ultima volta che la vidi fu in un torrido pomeriggio di giugno. Io avevo tutti i cazzi del mondo, cercavo di districarmi tra un impiccio sentimentale e gli esami della sessione estiva, bestemmiavo dal gran caldo e avevo quasi completamente abbandonato il lavoro assegnatomi. Camilla se n’era accorta, doveva essere arrabbiata ma non diceva nulla, non so se per timidezza o per comprensione verso di me che ero, in fondo, una ragazza come lei, con tutti gli scazzi e i problemi tipici della nostra età.
Invece che sul davanzale mi trovò sul pratino sottostante, dove in estate ci trasferivamo tutti quanti, e mi comunicò che sarebbe partita per Bergamo quella sera stessa. Ignorando volutamente la mia negligenza mi raccontò ugualmente e con gran fervore ciò che era successo la sera prima, e mi disse che al ritorno avrebbe avuto tanto di quel materiale da affidarmi che mi pregò vivamente di riprendermi, dare gli esami che dovevo e risolvere i miei guai prima del suo ritorno. Quello che avevo scritto fin lì le piaceva molto, diceva che avevo colto esattamente la personalità di ognuno di loro e lo spirito del loro piccolo gruppo, che avevo descritto con efficacia il loro mondo e il suo vissuto, per cui sperava che sarei tornata operativa il prima possibile e che non l’avrei lasciata orfana di un’autrice che desse forma alle sue vicende. Temo che in quella circostanza non le prestai la dovuta attenzione, cosa di cui in seguito mi rimproverai a lungo.
Non seppi mai più nulla di lei. Non tornò più a Lettere e non si fece mai più viva, e scoprii che il numero di telefono che mi aveva dato, fino a quel momento mai usato, era falso o inesatto. Mi recai in via Vincenzo Morelli a cercare la famosa casa Sartori di cui tanto avevo sentito raccontare e tanto avevo scritto, senza averla mai vista; l’appartamento c’era, esisteva, ma era disabitato. I condomini mi dissero che era appena stato venduto, che vi avevano a lungo vissuto delle ragazze che per anni avevano infastidito il vicinato con ogni sorta di rumore e viavai di amici a tutte le ore del giorno e della notte; tuttavia, aggiunsero, erano così belle e giovani e piene di vita che ora ne sentivano quasi la mancanza. Non sapevano ovviamente dove fossero andate né come poterle rintracciare. Mi mostrarono il citofono, dal quale era stata rimossa da poco – c’era ancora il segno della colla – la targhetta col nome, a me così noto, Sartori. Cristo!... Fra loro c’era Camilla, ormai perduta forse per sempre. Imprecai e mi accesi una sigaretta.
Per un anno cercai Camilla ovunque, in ogni angolo di cui mi avesse parlato, ma non trovai mai né lei né gli altri. Ovunque c’erano tracce, segni del loro passaggio, incontrai persino persone che li avevano conosciuti, ma da nessuno ebbi indicazione di dove avrei potuto trovarli. Anche la pista dei No Exit non portò a nulla, del resto Camilla me l’aveva detto che era un nome fittizio e che preferiva non rivelare quello vero della band; così come non mi aveva mai detto la via esatta della sua casa a Montesacro, nei pressi di Corso Sempione.
Rimpiansi amaramente la scarsa attenzione che avevo sempre prestato a quella ragazza sbucata dal nulla e nel nulla scomparsa, che per me era in effetti solo materia letteraria come io ero per lei unicamente la sua autrice.
E allora mi misi a scrivere, seriamente, costantemente, tutti gli arretrati che mi aveva lasciato, tutto ciò che sapevo fino al fatidico giorno della sua partenza – poi avvenuta? – per Bergamo.
Questo romanzo è il mio omaggio a lei, perché ho poi scoperto che la sua vicenda non era tanto dissimile dalla mia, e non so come abbia fatto a non capirlo prima, e se riuscirò a raccontarla come si deve sarà la più grande ricompensa, che io avrei dovuto dare a lei e non lei a me, che avrei dovuto già darle quando venne a Lettere con la sua sciarpetta indiana e il pacchetto di Diana Blu a dirmi “Tu sei Eva Giulia, vero?...”
Se c’è una cosa che non sopporto, sono tutte queste cavolo di feste stereotipate come Pasquetta, il 25 aprile, il primo maggio. Voglio dire, tutte queste feste buone solo, indipendentemente dal loro significato politico o religioso, per andare per prati a sfondarsi di canne e a infrattarsi, o sperare d’infrattarsi, con quello che ti piace. Questo può aver senso finché vai a scuola, e aneli strenuamente a un giorno di vacanza in cui puoi svegliarti alle dieci invece che alle sette e puoi guardare lo sfacciato sole di mezzogiorno dalla strada invece che attraverso i vetri sporchi della tua aula; ma quando la scuola l’hai finita, e ti svegli alle dieci tutte le mattine, e per prati a sfondarti di canne e a infrattarti con quello che ti piace ci puoi andare tutti i giorni, mi spiegate che cavolo di senso ha?... Che poi ci vada o meno, per prati, ha poca importanza; quel che conta è che sai di poterlo fare, e questo svaluta molto il desiderio iniziale.
A volte mi piacerebbe proprio avere ancora quindici anni e poter entusiasmarmi per queste cose. Sarà che per me, la novità e l’euforia dei quindici anni hanno coinciso col periodo del mio grande amore, fin qui anche l’unico che ho vissuto, ovvero Federico Altieri e la mia storia con lui che è andata avanti per quasi due anni, un’enormità per quell’età; fatto sta che passo la maggior parte del mio tempo a rimpiangere l’ingenuità e l’incoscienza di quegli anni, e invece sarebbe ora che mi decidessi a vivere quelli che ho, che ne ho diciannove suonati ormai e saranno perlomeno tre anni che vado scassando le palle a tutti con i ricordi dei bei tempi andati.
Sicché ieri, che per l’appunto era Pasquetta, non ho fatto un bel niente e sono rimasta tutto il giorno in casa a rileggermi Il valzer degli addii di Milan Kundera e a ingozzarmi con l’uovo di cioccolata che mi hanno regalato Ale e Karin, in un mix di orgoglio (per la mia età e le mie idee) e di rimpianto (per i passati quindici anni). Del resto, anche le altre non è che facessero niente: Ale la pensa come me, se non peggio, e a quel che so anche lei è rimasta a casa; Karin invece, che se ne frega delle nostre alternative teorie (e fa bene), è andata al mare con i suoi fantomatici amici universitari. Le altre, non ne ho idea.
Quel che è certo è il gran senso di sollievo che provo oggi, martedì e anche inizio di un nuovo mese, aprile, nel constatare che queste vacanze sono finalmente finite. Sollievo che ha generato in me una serie di buoni propositi tra cui quello, certamente folle, di mettermi a studiare seriamente.
Sarebbe anche ora. Ho iniziato l’università quest’anno e senza troppa convinzione, e sarebbe una cosa carina e doverosa da parte mia dare almeno un esame prima dell’estate.
Arrivo nella città universitaria a piedi, perché stamattina si è rotto il filo dell’acceleratore del mio motorino, un Sì color rosso bordeaux che ho dal secondo liceo e che mi tengo stretto, alla faccia dei trattori fluorescenti che ruggiscono ormai per le vie cittadine, e mi dirigo verso le aule di Scienze, le uniche aperte in questa giornata ibrida tra vacanze e ripresa, fumando svogliatamente. Il cielo è grigiolino e apatico, del resto anche ieri non è che facesse un tempo sensazionale, voglio dire, una di quelle giornate di sole che le vedi e ti viene immediatamente voglia di uscire e fare cose pazzesche, per cui non ho nemmeno il rimpianto di non essere andata per prati a sfondarmi di canne eccetera. È un po’ una sfiga quando Pasqua capita a marzo. Fa ancora molto freddo e l’unica nota positiva è l’ora legale, che per i prossimi sette mesi ci regalerà il miracolo di un’ora di luce in più.
Entro nell’aula di Scienze e ancor prima di tirar fuori il manuale di Introduzione alla Sociologia, una sottile depressione si è già impossessata di me. Occupo un posto qualunque e apro stoicamente l’ottimo manuale, matita alla mano. Coraggio, non sarà la fine del mondo. Leggi, sottolinei e cerchi di memorizzare. Pensa alla noia devastante che hai subìto ieri, a stare tutto il giorno a casa, e cosa avresti dato per trovarti in qualsiasi altro posto, fosse esso l’aula di Scienze o la vetta del più alto colle per rimuginare in solitudine sulla tua insoddisfazione. A dire il vero, a metà pomeriggio avevo maturato l’idea di andare da Ale, ma poi ci ho ripensato: non ero dello stato d’animo adatto per stare seduta al tavolo della cucina a guardarmi in faccia con Ale. Per carità, io ad Ale voglio un bene dell’anima, anzi la adoro; ma considerando che passo metà della mia vita a quel tavolo a guardarmi in faccia con Ale e Karin, e l’altra metà buttata con loro sul lurido pavimento di qualche centro sociale, apparirà comprensibile come ogni tanto possa non aver voglia di vederle.
Mi guardo intorno con la matita in bocca, piccola e raggomitolata nel mio maglioncino bianco, alla ricerca di escamotage dai doveri che ho stabilito per la giornata. L’aula è piena di aspiranti avvocati ed economisti impeccabili nei loro stereotipi, con occhiali spessi la riga da una parte e la camicetta stirata, chinati a tracciare rette sui loro incomprensibili grafici di guadagno-profitto-rendita.
Ma entrando non avevo fatto caso a un dettaglio che rompe lo schema, che stride col silenzio di questa statica compostezza: dietro di me c’è una persona che dorme della grossa, sul banco, con tutti i capelli davanti alla faccia. Non riesco neanche a capire se sia un uomo o una donna – se è un uomo, ha i capelli più belli che un essere di sesso maschile abbia mai posseduto: folti, mossi, lunghissimi. Sì, è un uomo: le sue braccia magre e pelose, che intravedo appena, denunciano inequivocabilmente che si tratta di un ragazzo. Ha mani ossute e bellissime, con dita lunghe e affusolate e una fascetta d’argento al pollice sinistro. Dev’essere bello. Jeans strappati e camicia a quadri aperta su una t-shirt color verde militare. Mi fisso a guardarlo e non riesco più a scollargli gli occhi di dosso. Dorme con la testa poggiata sulle braccia conserte.
Va be’, mi rimprovero mentalmente, cosa voglio fare?... Sono venuta per studiare o che?
Torno a voltarmi verso il mio triste manuale, leggo una frase e la sottolineo. Ma non c’è niente da fare, dopo due righe e mezza sono di nuovo voltata a contemplare il Bell’Addormentato. Sono troppo curiosa di vedere che faccia abbia – sempre che si svegli prima di stasera, magari. Ti immagini, penso sorridendo di me stessa, magari è bruttino o insignificante, ed io sono qui a guardarlo crogiolandomi in una curiosità motivata solo dalla mia indolenza; ma è irrilevante, in fondo, il suo aspetto esteriore, magari è simpatico e comunque un buon diversivo a questa giornata di piombo, magari posso parlarci e chissà, anche farci amicizia.
Non faccio in tempo a ultimare questo pensiero che lo vedo muoversi impercettibilmente, emettere un suono, tirarsi indietro i capelli e, finalmente, sollevare la testa.
Cazzo. È bellissimo. Due occhi scuri e lunghi mi guardano da una fessura assonnata, profonda, tagliente come la lama di un coltello affilato. Resto come paralizzata a guardargli la bocca, il naso perfetto, le orecchie piccole punteggiate di orecchini di tipi e forme diverse. Lui strizza gli occhi, si passa le mani nella barbetta incolta che gli copre irregolarmente le guance magre. Ha un che di delicato, armonioso nelle dimensioni minute dei lineamenti, del taglio d’occhi, eppure è anche molto virile, forte, una bellezza selvaggia e naturale. Mi prende un che di stupore, una sorta d’incanto ma anche di sgomento indefinito, quasi una lacerazione interna. Lui ha quell’aria classica, tenera e disorientata, di chi sta cercando di capire dove si trovi. Si guarda intorno, poi guarda me – forse perché sono l’unico esemplare, tra i pochi presenti, di sesso femminile e under 25; o forse, più probabilmente, perché sono la più vicina e lo sto guardando anch’io, in equilibrio precario fra l’ammirato e l’inquieto.
“Scusa, sai che ore sono?” mi chiede a bassa voce. Domanda classica di chi si è appena svegliato, dovuta alla naturale incapacità umana di quantificare il tempo durante il quale si è dormito.
Be’, comunque casca male. Oggi è il primo giorno in tutta la mia vita che ho dimenticato di mettermi l’orologio, e questo mi sta già creando notevoli difficoltà nonostante sia appena un’ora che sono uscita di casa.
“Guarda, veramente non lo so. Però, se vuoi, m’informo subito”.
E così dicendo mi sporgo nervosamente verso il banco davanti, con una certa ansia di fretta, come se temessi che il tipo possa scomparire da un momento all’altro, come per paura di voltarmi di nuovo e scoprire che non è mai esistito – o, forse, per la smania urgente di tornare a guardarlo, di non distrarmi a lungo dal suo viso appena scoperto.
Il banco davanti è occupato da un aspirante commercialista che ha appena finito di srotolare davanti a sé una fila interminabile di dispense piene zeppe di grafici e concetti a me incomprensibili, come qualunque cosa che riguardi la materia, e gli domando a mia volta l’ora. Le quattro e un quarto, risponde lui, e quasi mi stupisco che non abbia risposto, con gelida compostezza, le sedici e quindici. Sembrava più presto, colpa dell’ora legale, ovviamente.
“Le quattro e un quarto” riferisco all’ex dormiente. Ringrazia e accenna a stirarsi, scuote un po’ le ossa e i tendini e anche qualche muscolo che non riesco a scorgere, poi torna a guardarsi intorno. Io continuo a fissarlo come una perfetta idiota, ormai completamente dimentica della mia Introduzione alla Sociologia.
Nel suo viso c’è un’irriducibile parvenza di dolcezza, ombre tenui ai lati dello sguardo, smorfia accattivante malgrado qualche ingenuità. M’ero sbagliata, non è precisamente la bellezza maschile per definizione, ha un che di effeminato che è proprio ciò che mi ha sempre affascinata in un ragazzo. Per un attimo avverto un senso di pericolo, una sorta di presagio, come se questi pochi minuti contenessero quella che potrebbe diventare una vicenda più ampia; probabilmente sono solo suggestionata da questo bizzarro incontro e consapevole di quanto la mia sensibilità potrebbe essere coinvolta da un simile tipo di bellezza. Ma sono anche esasperata dalla frustrante staticità degli ultimi mesi, per cui una sorta di masochismo sentimentale e una cieca spericolatezza mettono a tacere ogni inquietudine, e prima ancora di aver riflettuto sono già rivolta verso di lui a chiedergli se ha dormito bene. Ma sì, mettiamola a tacere, l’inquietudine, ignoriamolo il sentore di pericolo, se questo può servire a dare un senso a una giornata grigia come questa.
Lui si apre in un sorriso luminoso – uno dei più folgoranti che abbia mai visto, ne sono certa – e ciancica una risposta che non capisco. Parla così piano che quasi non lo sento. Ha un accento strano, anche, sembrerebbe del nord ma non saprei collocarlo in un’area precisa, la mia ignoranza dialettale è universalmente riconosciuta. Poi mi dice, così di punto in bianco, che non sa dove andare.
“In che senso non sai dove andare?” ripeto come un’ebete “Perché, non hai una casa?...”
“Lontana” risponde brevemente.
Finalmente capisco. “Di dove sei?”
“Bergamo” risponde sempre stringatamente. Eppure non lo fa con scortesia, anzi. C’è qualcosa, qualcosa nella sua breve parlata, che denota cordialità ed estroversione, non saprei dire cosa. Bergamo. Vicino Milano, se non erro. Un nordico, ragazzi, uno strano animale esotico in questa landa popolata da studenti calabresi e campani.
“Cosa fai qui?” domando ancora.
Così non va, comunque. Sembra che gli stia facendo il terzo grado. Ma lui non è seccato, anzi, come avevo intuito aspettava solo un’occasione per mettersi a chiacchierare. Mi spiega che sono dieci giorni che è in giro per la penisola, così, perché era stufo della routine del bergamasco e oppresso dal senso del dovere e dalle aspettative che il contesto borghese nutre verso di lui, ma dopo sei giorni a Bologna, uno a Urbino e i restanti in una sperduta località della Bassa Padana, ha finito quasi tutti i soldi e ha deciso di raggiungere la Capitale, certo che qui avrebbe trovato maggiori stimoli, gente interessante e, perché no, anche la possibilità di guadagnare qualche lira.
È arrivato stamattina dopo una notte di autostop, ma ora è solo molto stanco e due giorni fa due bastardi gli han ciulato la chitarra mentre si stava alcolizzando nell’unico pub della zona, così che, senza soldi e senza chitarra e con tutto lo sbattimento del viaggio, ora non sa proprio cosa fare. E qui tace e mi guarda speranzoso, aspettando forse che la simpatica fricchettona che è di fronte a lui lo inviti a casa sua e gli offra un letto in cui dormire per dodici ore di seguito.
La simpatica fricchettona che è di fronte a lui, che poi non è una fricchettona anche se nutre simpatia per il genere e non disdegna frequentazioni e letture inerenti allo stereotipo, lo inviterebbe volentieri a casa sua e gli offrirebbe vitto e alloggio da qui all’eternità, nonché un letto che, esaurite le dodici ore di sonno, potrebbe tornare utile per altri scopi. Ma diversi ostacoli falciano sul nascere la realizzazione di questo bel progetto, ovvero: la presenza di una coppia di coniugi, garbati conservatori, proprietari della casa in cui vivo nonché miei genitori, geneticamente ostili ad ogni parvenza di capello lungo, orecchino e jeans strappato su ogni essere di sesso maschile; la presenza di un tredicenne che, forte della sua età puberale, può permettersi di rompere le scatole a tutti e prodursi in bieche battute sulla sorella maggiore; il sacro orrore, pari ai tabù delle popolazioni tribali, che i suddetti soggetti provano di fronte agli estranei che si intrufolino nella quiete domestica di una famiglia tecnologica, e che fin dalla più tenera età hanno cercato – con scarso successo, c’è da dire – di inculcare anche a me sotto forma dei vari Non dare confidenza agli estranei, Non accettare caramelle dagli sconosciuti, eccetera eccetera.
Osservo la meraviglia della natura che è davanti a me, inviatami sicuramente dal dio delle occasioni e dal demone delle frustrazioni, mentre il mio cervello, ormai del tutto dimentico dell’Introduzione alla Sociologia, lavora a mille per farsi venire a breve una brillante idea. Che non arriva, ovviamente. La meravigliosa creatura continua a guardarmi in attesa, la tensione sta giungendo al culmine, mi rendo conto, a questo punto, di dover dire almeno qualcosa.
“Come ti chiami?” gli chiedo, un po’ per guadagnare tempo un po’ perché, in effetti, non conosco ancora il suo nome.
Demian. Si chiama Demian. Nome irreale degno della sua irreale bellezza. Ma proprio Demian, gli chiedo?
“Veramente il mio nome è Damiano, ma sia a casa che nella band mi chiamano tutti Demian, e così…”
Ha pure una band, ci avrei giurato visto il tipo – suonerà certamente la chitarra elettrica o acustica, sarà un cantautore come Eddie Vedder o Jeff Buckley.
“Piacere, io sono Camilla” dico, e non so perché la frase che ho ripetuto mille volte nella vita d’un tratto mi appare goffa, il mio nome puerile, il tono stonato.
“Che bel nome” replica invece lui, dandomi la mano e aprendosi in un altro splendido sorriso.
Contatto, penso stringendo appena la sua mano.
“Senti, Demian, io ti farei venire a casa mia, ma non posso perché ci sono i miei. Comunque, guarda, ora una soluzione la troviamo” dico cercando di apparire più convincente possibile. “Vuoi una sigaretta?” gli chiedo, come per dargli un momentaneo contentino.
Risponde di sì, manco a dirlo, non ha i soldi per comprarle e me ne stava giusto per chiedere una. Gli do una delle mie Diana blu e usciamo dall’aula, lo faccio accendere ed è una bella sensazione.
Cosa cavolo posso fare ora, mi chiedo, mentre Demian mi parla della sua carriera universitaria mai realmente iniziata. Si era iscritto a Filosofia, sperando di trovare una forma più definita ai suoi dubbi verso la società e la vera sostanza delle cose, ma poi aveva capito che l’indottrinamento passivo e unilaterale non poteva aggiungere nulla alle sue domande, semmai togliere e questo era ciò che lui voleva evitare, che gli togliessero anche un briciolo di coscienza critica.
Dice proprio così, lo giuro, con il suo tono basso e interrotto e la cadenza musicale del nord, come se stesse parlando del tempo o della plastica sbreccata dei banchi. Mi sforzo di immedesimarmi nelle mie amiche e penso a cosa farebbero al mio posto. Chiara, certo, un’idea se la farebbe venire. Ma ho idea che se adesso chiamassi Chiara e le dicessi “Chiara, aiuto, devo trovare alloggio per un tipo alto moro e bellissimo che è venuto a Roma in autostop e non sa dove dormire stanotte”, Chiara mi risponderebbe di provare ad affrontare i miei, e dopo il mio diniego direbbe “Okay tranquilla, non muoverti”, in capo a mezz’ora sarebbe qui e non li vedrei più per un mese, lei e il tipo. È ormai lontana l’epoca della sua relazione unisex con Cristina, che al liceo fece tanto discutere. Ora Chiara si è convertita ai punkettoni che cascano a pezzi, ed è finita da poco la sua tresca con Massimino, un punkabbestia del Forte Prenestino che accompagnava ogni settimana al Sert col piglio e la precisione che da sempre l’hanno contraddistinta.
Le uniche che potrebbero aiutarmi sono Ale e Karin. Sono le uniche, privilegiate da un dio maggiore incarnato da due genitori serafici e progressisti, che hanno l’inquantificabile fortuna di vivere da sole. Ma anche qui… Beh, Ale sarebbe tranquilla in questo senso, lei fa parte di quella ristretta categoria di ragazze troppo prese dalla loro eccessiva profondità, da un imprecisato talento che determina una sorta di emarginazione, un esilio spontaneo dagli eventi contingenti, e dubito che nella sua vita attuale ci sia posto per qualcosa oltre a Cesare, il suo basso e l’esame di biologia che non riesce a superare. Ma Karin… Sì, proprio a casa di Karin lo vado a portare! Karin è bella come il sole, di una bellezza sfacciata che le piace ma di cui forse non è cosciente fino in fondo. Non che Ale sia brutta, anzi è stupenda: ma è un tipo di bellezza diversa, trattenuta, interiorizzata che si riflette soprattutto nel suo sguardo e nel suo splendore mentale. Invece la bellezza di Karin è, a parer mio che non possiedo né l’una né l’altra, molto più pericolosa, perché immediata e invadente come uno schiaffo sulla faccia, come qualcosa che non puoi non notare e ti travolge al primo sguardo, ed è proprio questo che frega gli uomini e al contempo non rende giustizia, secondo me, al suo cervello pari a quello di Ale.
La verità è che non voglio far entrare nessuno in questa storia, voglio cavarmela da sola, voglio avere una cosa solo mia. Ma non posso, ahimè, penso facendo un dolente confronto tra i miei genitori e quelli di Ale e Karin. Non c’è niente che possa fare, non mi resta che continuare a intrattenere Demian e contare le lire nel portafoglio sperando che possa almeno offrirgli un caffè, e nel frattempo bluffare sul fatto che non ho la più pallida idea di dove fargli passare la notte e sperare che non mi molli giustamente per andare a cercare miglior fortuna altrove.
Ma per ora non ha tanta voglia di mollarmi, anzi. Dopo la sigaretta raccattiamo le nostre cose, lui una giacca militare, un borsone nero e uno zaino Invicta pieno fino a scoppiare, e lo porto al bar di via De Lollis, dove prendiamo un caffè sul pratino in mezzo ad ex studenti che ciondolano accanto alle birre Peroni di un pomeriggio finito.
Demian sembra essersi molto rianimato. Parla a voce più alta, persino – e questo è un bene perché ho passato un quarto d’ora, prima, ad annuire con aria di circostanza fingendo di capire ciò che stava dicendo, tra dialettalismi e toni bassi, mentre in realtà non sentivo una parola – , dice che Roma gli piace tanto e che la vera meta del suo viaggio era questa, che c’è sempre un bel sole e ricorda quando la scorsa estate è andato al Villaggio Globale dove suonavano i 99 Posse e si è tanto divertito, sfondandosi di canne con l’amico con cui stava – il batterista del suo gruppo, i Panic in London – e poi sono andati a farsi la pasta a casa di certe tipe che avevano casa in quel quartiere vicino a dove siam ora, San, San… San Lorenzo, giusto, brava; che la volta precedente era stato sempre l’anno prima in questa stagione, cioè un anno fa, a vedere il concerto dei Green Day; e che ora era un po’ che non veniva più, perché aveva tanto da fare finalmente avevano inciso il demo e poi, figa, il treno costava troppo e tutti i soldi che prendevano suonando in giro bastavano appena per finire di pagare l’attrezzatura di studio e aveva pure un debito di trecentomila lire con sua sorella, anche se sicuramente non le avrebbe rivolute; e glielo aveva detto al Gianluca, vieni con me che andiamo giù in autostop, ma il Gianluca ormai s’era sistemato con una tipa che era gelosa pure di lui e degli altri tre componenti della band e aveva detto Non posso Demian, vai tu, e forse aveva anche ragione perché a fare l’autostop potevi anche imbatterti in certe situazioni come quella in cui gli avevan rubato la chitarra e adesso aveva anche quella spesa da risanare.
Chiacchiera parecchio, il tipo. È simpatico. Del resto, per affrontare un viaggio in queste condizioni dev’esserlo per forza, sennò come farebbe a rapportarsi con decine di persone diverse, farsi prendere in macchina, scollettare per giorni, ottenere ospitalità eccetera?...
Mentre parla si versa un po’ di zucchero nel caffè, mescola a lungo e lo beve lentamente. Si è legato i capelli dietro al collo e le ciocche più corte, rimaste libere, gli ricadono sulle orecchie e sugli occhi dal bel taglio lungo; al collo ha una catenina d’argento con un ciondolo di pietra rossa che spicca sul verde militare della maglietta. Sorride, finisce il caffè, mi guarda con aria eloquente. Cristo, se mi guarda così potrei regalargliene un’intera stecca, di sigarette, ad avercela; ma una gli basta, per ora. Ne estraggo due, lo faccio accendere, accendo la mia e resto a guardarlo con un’espressione rapita a cui tento – invano – di conferire una parvenza di spontaneità.
Siamo seduti vicino a un’apertura della siepe, il tacito ingresso nel prato. Entrano due tipe fighette e modaiole, calze e stivali, e interrompono un attimo la conversazione per rivolgere a Demian un’occhiata esclamativa, la stessa che anch’io rivolgo a tipi del genere quando li vedo con le altre, cioè sempre: quel misto di sorpresa, ammirazione e feroce invidia per la fortunata. Qui l’occhiata esclamativa è doppia, perché le tipe sono due, e l’interruzione del loro discorso è simultanea, il mix di ammirazione e invidia all’unisono - e anche la nuova battuta, l’incipit col quale riprendono a parlare fingendo noncuranza, salvo poi commentare più avanti. Di solito, quando mi trovo con uno splendore simile, che o è solo un amico – da parte sua, ovviamente – , o è innamorato di una delle mie amiche, o entrambe le cose, sono così estasiata dalla sua presenza che il più delle volte non mi accorgo degli sguardi altrui. Ma in questo caso la scena è stata così palese, anche per la sua duplice impronta, che non solo me ne sono accorta io, ma non può essere sfuggita neanche a lui. Che non batte ciglio, proprio come se niente fosse. Sarà abituato, penso. Ovunque andrà ci saranno donne che lo guardando in quel modo, e una modesta nonchalance penso sia l’unica, in fondo, la stessa che Karin possiede da sempre.
“Le sette e venti” mi risponde cortesemente l’anziano signore al quale ho appena chiesto l’ora. L’avremo chiesta a dieci persone diverse, nelle ultime due ore. Demian l’orologio l’aveva, ma l’ha perso durante una partita a poker, e non gliene è importato granché, tanto non valeva una lira e lui non lo guardava mai. Strepitosa, la noncuranza con cui me lo dice. A me, poi, che senza orologio non posso vivere.
Sono ormai ore che stiamo vagando nei quartieri adiacenti all’università. Dopo il caffè l’ho portato a San Lorenzo per vedere se c’erano ancora quelle tipe dell’estate scorsa, contro ogni mio interesse, ma non siamo riusciti a trovare la strada: Demian non la ricordava. Dovevo immaginarlo. Mi ci perdo io, a San Lorenzo, in quel groviglio di stradine tutte uguali, figuriamoci uno che viene da fuori e che c’è stato una volta, in piena notte, stordito dal fumo e dalla musica.
Poi abbiamo preso il 19 e siamo andati al Forte Prenestino, a vedere se c’era qualche posto in cui passare la notte. Che ci sarebbe sicuramente stato, ma in quel momento era chiuso e, dopo qualche insistenza, ci è presa male a chiamare oltre, mi sono chiesta se ciò fosse dovuto al desiderio di tenerlo con me o alla mia timidezza di fondo.
Siamo tornati a San Lorenzo e siamo entrati al Tiffany’s bar, squallido ma carino, in un angolo da cui potevo vedere il crepuscolo aperto e chiaro sui tetti vecchi di San Lorenzo. Io avevo duemilatrecento lire, lui cinquemila, abbiamo preso due caffè, due tramezzini e una birra Moretti. Il barista è venuto a portarci il resto e a tagliare i tramezzini, ha messo sul tavolo un vasetto di patatine e un sospetto shottino di qualcosa – abbiamo ringraziato, eravamo contenti.
Venti minuti fa, mentre lui mescolava caffè a patatine e seguitava a parlare, gli ho confessato che non so dove fargli passare la notte. Lui ha sorriso come al solito.
“Non fa niente” ha risposto tranquillo, “Troverò una panchina da qualche parte”.
Notando il mio sguardo apprensivo ha aggiunto “Non preoccuparti. L’ho fatto altre volte, ho lasciato il sacco a pelo a casa di una persona a Urbino perché mi ero stufato di portarmelo appresso, ma ormai fa caldo, posso arrangiarmi anche senza”.
Nooo, non capisci! stavo per urlare, Lo so che l’hai fatto altre volte e non succederà niente, ma succederà qualcosa a me se ti lascio andar via così, ora!
A quel punto, ormai disperata, dopo avere fumato le ultime sigarette del mio pacchetto di Diana, sono andata a telefonare a mia madre per avvertirla che avrei tardato. Le ho detto che sarei rimasta a cena da qualcuna, forse Ale, forse Chiara, forse Giulia. Ma la sua sequela di recriminazioni e minacce ha acuito ancora di più il divario tra i miei genitori e quelli di Ale e Karin, ho attaccato il telefono esasperata.
Sono tornata da Demian provata mentre lui, che non dormiva da due giorni e se ne andava in giro per la penisola con una borsa e uno zaino Invicta, stava bene, un po’ affaticato ma ancora pronto a nuove esperienze. Avevamo camminato tutto il giorno, mi facevano male i piedi, rimpiangevo il mio motorino e pensavo a come avrei potuto portarlo da una parte all’altra senza fatica, come avremmo potuto scherzare e muoverci agevolmente ridendo, chiacchierando nel vento e nel naturale contatto, con le distanze che si accorciavano a ogni curva.
Ora siamo nei giardinetti di San Lorenzo. Sta facendo buio e il mio senso d’impotenza ha ormai raggiunto vette che non potrei più osservare nemmeno con un telescopio d’ultima generazione.
Lui mi dice la frase tanto temuta: “Se tu devi andare vai, che stai a fare qui…”
“Se non ti dà fastidio, rimango ancora un po’”.
“No, mi fa molto piacere. Dicevo per te” risponde quieto.
Ho deciso. Vado a chiamare Ale e Karin. Non me frega niente, rischierò, cos’altro posso fare. Non mi va di lasciarlo, e poi figurati se lo lascio qui, su una panchina di San Lorenzo, col freddo che farà tra un po’. Mi concedo ancora qualche minuto per ripensarci, forse spero ancora in un miracolo divino, e scrocco una sigaretta a un passante.
“Tieni” dico, lui la accende e me la passa, poi si allunga sulla panchina. Che poi non è nemmeno una delle classiche panchine di legno incrostate di residui di vernice verde che una volta dovevano costituire il colore originario, ma una panca di cemento, fredda e senza schienale, su cui i ragazzini hanno già fatto in tempo a scrivere t.v.b. e date passate.
E dire che era cominciata come tante altre, questa giornata, anzi peggio di tante altre a causa del motorino e dell’orologio, penso osservando le fitte macchie scure del cielo che s’addensano fino a formare un’unica e compatta cortina. E adesso, guarda qui: sono qui con uno dei più bei ragazzi che abbia mai visto, su una solitaria panchina dei giardini di San Lorenzo, ed è come se lo conoscessi da sempre. E invece, incredibile ma vero, sono appena poche ore.
Insospettita da un silenzio più lungo degli altri, mi giro a guardarlo: dorme. Si è addormentato così, con la testa sullo zaino, tutto storto.
Sono le otto, ha fatto buio e fa freddo. Che devo fare? Ho un maglione nello zaino, glielo stendo sopra, poi non sapendo da che parte tirarlo mi decido a sollevare Demian, il suo busto esile e il suo buon odore. Lui non si sveglia, mi decido a infilargli il maglione toccando attentamente ogni osso, ogni singolo muscolo e nervo. È talmente magro che gli va quasi bene, guardo l’incavo del collo, il ciondolo rosso accanto a una ciocca di capelli.
Nel silenzio dell’ora di cena, nel buio svelto d’inizio aprile, io e Demian siamo su una panchina del parco di San Lorenzo. Lo guardo e la sua bellezza ancora mi imbarazza, penso ad Ale e Karin e m’incazzo sull’ottusità dei miei genitori, infine mi sdraio stretta a lui e guardo il cielo blu scuro.
Questa persona è mia, penso perdendo lo sguardo. Ovunque passerò la notte, con chiunque la passerò, so già che non riuscirò a dormire per l’emozione.
Il suono impietoso e metodico della sveglia mi fa gradualmente riemergere dalla catalessi in cui mi trovo, in cui sono caduta, mi pare, da non più di due ore, perché mi sembra di aver appena posato la testa sul cuscino.
Invece è mattina, e i bagliori dorati che entrano dalle fessure della serranda mostrano aggressivi che non dev’essere nemmeno tanto presto. Mi sembra un tempo interminabile che la sveglia sta suonando, si mescolava intermittente con un sogno che stavo facendo, ecco, ora ha smesso. Se avesse smesso un po’ prima non mi sarei neanche svegliata. Ma la differenza tra questo risveglio e la maggior parte degli altri è che nonostante il torpore so esattamente dove mi trovo, ricordo bene cosa è successo e perché sono qui, forse perché non ho smesso di pensarci nemmeno nel sonno!... Sono a casa di Ale e Karin.
Erano quasi le dieci ieri sera quando mi sono finalmente decisa a chiamarle, apprendendo con sollievo che Karin, andata a passare le vacanze di Pasqua a casa di amici al mare, s’era trovata così bene da decidere di trattenersi ancora qualche giorno, e sarebbe tornata giusto l’indomani, cioè, oggi. A quel punto sono andata a svegliare Demian, che da circa un’ora giaceva sulla panca di marmo senza essersi mosso di una virgola, e ci siamo buttati sul primo autobus che è passato. Tirava un vento freddo che mi lacerava i pensieri e ricordo il tenue senso di sollievo quando siamo saliti sul 309 e le porte si sono chiuse lasciando fuori buona parte dell’aria notturna. Dopo poche fermate eravamo a casa di Alessia e Karin Sartori, all’incrocio fra la Tiburtina e via Vincenzo Morello.
A casa di Ale l’ho portato in camera di Karin, dove è crollato sul letto, e lì è rimasto. Lì è tutt’ora. Io sono andata in cucina da Ale che aveva appena terminato una burrascosa conversazione telefonica con Cesare e stava fumando una Diana blu con aria assente.
“Allora, dove l’hai raccattato ’sto senzatetto?” mi ha chiesto, dolce e gentile come solo Ale dopo una discussione con Cesare sa essere.
“All’università… Non sapeva dove andare ed era così stanco e indifeso che mi dispiaceva lasciarlo lì” ho spiegato con ammirevole noncuranza, come stessi dicendo: Sai, mi annoiavo e sono passata a trovarti.
Ale fumava a strappi ciccando sul tavolo e gettando sguardi storti su tutta la cucina. Poi s’è messa a ridere di brutto, così, da sola, mentre io mi sforzavo di rimanere seria.
“Ti piace, eh?” mi ha chiesto fumandomi in faccia.
“Perché, a te no?” ho replicato.
Poi ci siamo fatte una camomilla – Ale ha versato nella sua le consuete quindici gocce serali di Clordemetildiazepam 1 mg. – e non abbiamo più detto una parola. Lei mi ha solo chiesto se rimanevo anch’io a dormire qui e quando le ho risposto di sì, che avevo già avvertito i miei, mi ha guardata sarcasticamente e ha commentato “Me lui è senza tetto, tesoro mio, non tu. Tu una casa ce l’hai. Perché non torni a dormire a casa tua, allora?”
Il suono impietoso e metodico della sveglia mi fa gradualmente riemergere dalla catalessi in cui mi trovo, in cui sono caduta, mi pare, da non più di due ore, perché mi sembra di aver appena posato la testa sul cuscino.
Invece è mattina, e i bagliori dorati che entrano dalle fessure della serranda dichiarano aggressivi che non dev’essere nemmeno molto presto. Mi sembra un tempo interminabile che la sveglia sta suonando, si mescolava intermittente con un sogno che stavo facendo, ecco, ora ha smesso. Se avesse smesso un po’ prima non mi sarei neanche svegliata. Ma la differenza tra questo risveglio e la maggior parte degli altri è che nonostante il torpore so esattamente dove mi trovo, ricordo bene cosa è successo e perché sono qui, forse perché non ho smesso di pensarci nemmeno nel sonno!... Sono a casa di Ale e Karin.
Erano quasi le dieci ieri sera quando mi sono finalmente decisa a chiamarle, apprendendo con sollievo che Karin, andata a passare le vacanze di Pasqua a casa di amici al mare, s’era trovata così bene da decidere di trattenersi ancora qualche giorno, e sarebbe tornata giusto l’indomani, cioè, oggi. A quel punto sono andata a svegliare Demian, che da circa un’ora giaceva sulla panca di marmo senza essersi mosso di una virgola, e ci siamo buttati sul primo autobus che è passato. Tirava un vento freddo che mi lacerava i pensieri e ricordo il tenue senso di sollievo quando siamo saliti sul 309 e le porte si sono chiuse lasciando fuori buona parte dell’aria notturna. Dopo poche fermate eravamo a casa di Alessia e Karin Sartori, all’incrocio fra la Tiburtina e via Vincenzo Morello.
A casa di Ale l’ho portato in camera di Karin, dove è crollato sul letto, e lì è rimasto. Lì è tutt’ora. Io sono andata in cucina da Ale che aveva appena terminato una burrascosa conversazione telefonica con Cesare e stava fumando una Diana blu con aria assente.
“Allora, dove l’hai raccattato ’sto senzatetto?” mi ha chiesto, dolce e gentile come solo Ale dopo una discussione con Cesare sa essere.
“All’università… Non sapeva dove andare ed era così stanco e indifeso che mi dispiaceva lasciarlo lì” ho spiegato con ammirevole noncuranza, come stessi dicendo: Sai, mi annoiavo e sono passata a trovarti.
Ale fumava a strappi ciccando sul tavolo e gettando sguardi storti su tutta la cucina. Poi s’è messa a ridere di brutto, così, da sola, mentre io mi sforzavo di rimanere seria.
“Ti piace, eh?” mi ha chiesto fumandomi in faccia.
“Perché, a te no?” ho replicato.
Poi ci siamo fatte una camomilla – Ale ha versato nella sua le consuete quindici gocce serali di Clordemetildiazepam 1 mg. – e non abbiamo più detto una parola. Lei mi ha solo chiesto se rimanevo anch’io a dormire qui e quando le ho risposto di sì, che avevo già avvertito i miei, mi ha guardata sarcasticamente e ha commentato “Me lui è senza tetto, tesoro mio, non tu. Tu una casa ce l’hai. Perché non torni a dormire a casa tua, allora?”
Avrà riso per un minuto buono, ripensando alla discussione con Cesare e al tipo che le avevo portato in casa. Poi mi ha dato un bacio, mi ha chiesto se mi serviva una maglietta e si è ritirata.
Io sono andata in camera di Karin e sarò stata un’ora a guardare Demian dormire, in una nube di pensieri incerti e astratti che mi aleggiava informe nella testa. Poi mi sono messa a dormire anch’io, nel letto a due piazze di Karin, o meglio in uno dei due letti singoli accostati a causa delle frequenti visite che la mia amica riceve, e l’ho fatta finita.
Il suono della sveglia torna prepotentemente a farsi sentire, sposto a fatica la testa sul cuscino e mi rendo conto che, a forza di ripercorrere gli avvenimenti della sera prima, m’ero quasi riaddormentata. Ma com’è possibile che suoni di nuovo, mi chiedo. E poi chi cavolo l’ha messa, questa fottutissima sveglia? D’improvviso realizzo; non è la sveglia, è il telefono! Mi capita spesso di confonderli nel sonno, anche a casa mia. Vado a rispondere mezza rincoglionita.
“Pronto” ciancico, dando a chi è dall’altra parte del filo l’impressione di aver fatto una chiamata nel Regno dei Più.
Attimo incerto di silenzio.
“Camilla, sei tu?” chiede poi la voce morbida di Karin.
“Ohi, Karin… Sì, sono io…” Ho giusto indosso il suo pigiama, trafugato ieri sera da un armadio.
“Scusa, ti ho svegliata?” chiede, come se fossi io la proprietaria di casa e lei un’amica che telefona troppo presto.
“Sì, ma non ti preoccupare, dovevo svegliarmi comunque… Dove sei?”
“Ancora a Marina. Ale è in casa?”
“Non lo so, ma penso di no sennò avrebbe risposto, se aspetti un attimo guardo…”
“No, non fa niente, sto in una cabina e ho poche monete. Ascolta, volevo solo dirle che rimango qui fino a domani, o dopodomani, non so, il tempo oggi è bello e si sta da paura”.
“Okay, ma Marina dove?”
“Marina di San Nicola, non te l’ha detto?” risponde, già lontana mentre parla con qualcuno lì accanto.
“Ah, sì”.
“Glielo puoi dire tu. Ciao, salutamela” dice, e attacca.
Domani o dopodomani. Grande Karin.
L’estatico sollievo per la notizia appena ricevuta mi ha fatto passare il sonno del tutto. Ho qualcosa di urgente da fare, tipo preparare una buona colazione per tutti, ma prima ancora togliermi questo coso di dosso prima che Demian si svegli. Il pigiama di Karin è qualcosa di agghiacciante: rosa e grigio, stampato a ibridi animali che non si capisce se siano topi, porcelli o cos’altro. Dubito che Karin riceva i suoi amici notturni con quest’obbrobrio addosso, o forse sì, del resto lei è talmente bella e luminosa che solo un pignolo o un pariolino represso potrebbero far caso al pigiama che indossa, o forse ne sarebbero eccitati, o forse non sono affari miei e non è il caso di pensarci.
Il fatto che Demian non si sia accorto di nulla, né del telefono-sveglia, né della conversazione e dei miei spostamenti per la stanza, lascia supporre che potrebbe tranquillamente dormire per altre tre o quattro ore prima di tornare a uno stato di coscienza accettabile. Tuttavia mi affretto a fare tutto quello che devo, mi sento piena di isterica e frenetica energia.
Quando Ale rientra, con un litro di latte e il Manifesto sottobraccio, ho di nuovo i miei panni del giorno prima, jeans e maglioncino sbrillentato. Le riferisco la telefonata di Karin e il suo commento è “Guarda caso. Questo vuol dire che la sua stanza sarà disponibile per un altro giorno o due, no?”
Tesoro, Ale. Sembra più rilassata della sera precedente. Forse è riuscita a dormire. L’atavica insonnia di Ale è un fenomeno che ci preoccupa sempre di più e per noi argomento tabù, al pari di Cesare e peggiore dell’esame di biologia.
“Hai fatto il caffè” constata, guardandosi intorno e guardando le tazze “Ah-ha, quindi è una cosa seria”.
“La telefonata di Karin mi ha svegliata, non sapevo che fare nel frattempo”.
Ale mi guarda storta e trattiene un sorriso, o una risata.
“Dorme?” chiede posando il latte e il giornale.
Annuisco.
“A parte gli scherzi” fa lei “È molto bello. Ma chi è, esattamente?”
Le riferisco le poche cose che so sul conto di Demian, sbagliando la mira e sgocciolando il caffè sul tavolo.
È una bella mattinata. Il sole entra a larghi raggi dai vetri della portafinestra, dissolve nel mio ricordo l’ansia e il freddo di ieri sera e illumina le mattonelle sbeccate, color giallo pallido, che recano ancora vistose macchie di caffè e alcolici scuri della scorsa settimana, nel frangente di una specie di festino che c’è stato e di cui la metà dei partecipanti ci erano ignoti. Ale s’era rintanata nella sua stanza per uscire ogni tanto con aria circospetta, Karin incantava gli ospiti, Chiara faceva le pubbliche relazioni offrendo shot e coinvolgendo tutti i presenti in improbabili sondaggi generazionali. È ancora sporchina, la cucina, e allegramente disordinata. Le pulizie le fa sempre Ale, quando non è troppo di cattivo umore, e l’andamento della sua storia con Cesare è direttamente proporzionale alle condizioni igieniche della casa.
Questo mi riporta alla mente la loro discussione telefonica di ieri sera.
“Con Cesare come va?” domando cautamente, pulendo il caffè con una spugna e cercando i piattini.
“Boh” risponde lei “Non lo so. È una situazione precaria, non si può neanche definire una storia. Con i miei problemi non posso legarmi realmente a nessuno, non riesco neanche a dormire con qualcuno, quindi facciamo conto d’essere solo amici, dice lui” alza la voce via via “E poi: cerchiamo di non legarci troppo, Ale, visto che tu sei la prima che non si espone. Capito? Io non mi espongo, ma allora mi vuoi dire con chi stavo a letto l’altra notte?!”
È proprio da lei. Ale può andare avanti per quarti d’ora a frasi e tono monocordi con lentezza assassina e poi infiammarsi così, all’improvviso e con la massima naturalezza.
“Non lo so, con chi stavi? Sicura che non fosse suo fratello?” dico ridacchiando e cercando di sdrammatizzare.
“Sì, come no” risponde torva.
Noi tutte la prendiamo per il culo dalla mattina alla sera perché Cesare ha un fratello gemello che gli somiglia come una goccia d’acqua, anch’egli musicista, solo fidanzato da anni, studente modello e ben lontano dallo stereotipo di cantante maledetto nel quale Cesare si crogiola gloriosamente da anni.
“Comunque non te la prendere, credo che tu e Cesare abbiate un legame ben più saldo delle parole, lo dimostra il fatto che nel frattempo noi abbiamo cambiato dieci fidanzati e tu e lui siete ancora insieme” dico. Dieci fidanzati equamente distribuiti tra Karin, Chiara e Giulia, penso, comprensivi di una mia pomiciata fuori dal Club con un tizio che cadeva a pezzi. “E poi lo sai, dicono tutti così. L’importante è che in un modo o nell’altro la cosa vada avanti” continuo, sperando che non si ricordi del mio breve e discutibile cameo nella ripartizione.
“L’hai definita bene: cosa” risponde disgustata per altri motivi, bevendo un sorso di caffè e guardandomi mentre dispongo istericamente i cucchiaini.
“Cami, senti” mi dice a un tratto “Guarda che ovviamente lui può rimanere finché vuole, o finché vuoi tu. Non so cos’hai detto a tua madre”.
“Ancora niente” confesso preoccupata.
“Eh, lo immagino” dice, e un rivolo di fastidio verso gli ingiustificati dogmi dei miei genitori risale, invade la bella mattinata e mi sembra sul punto di disarginare.
“Comunque, anche se torna Karin potete restare comunque, che ci importa? A me farebbe piacere, e ci sono un sacco di letti”.
“Forse è proprio questo il problema…” bofonchio.
Ale termina il caffè e non tocca un biscotto, anche stavolta non mangia nulla. “Cioè?” chiede, col suo spettacolare sarcasmo.
Mi schiarisco la voce in una sigaretta e non cado nel gioco.
“Ehm. Beh, certo, se gli va, ovviamente. Ora glielo chiediamo, a Demian, cioè, al tipo”. Poi mi ricordo della sera prima e la mia aria sostenuta va a farsi fottere, mando a puttane anche il nostro gioco. “Oh, Ale, grazie. Non sapevo come fare, ma per me è importante poterglielo proporre, Sicura, sicura che non ti secca? E ai tuoi che diciamo?”
Ale si stringe nella maglietta nera. “Poi ci pensiamo. Io mi preoccuperei di più dei tuoi. Come può seccarmi? È un tale tesoro, e siamo tutte così morte di noia, che non mi dispiacerebbe proprio avere qualcuno per casa che ci dia una scossa. Soprattutto se è moro, alto un metro e ottantacinque e bello come il sole”.
La fisso senza dire una parola e devo essere impallidita, perché lei finalmente scoppia a ridere, cosa che fa al massimo due volte l’anno.
“Cogliona! Stavo scherzando, te lo lascio” dice, e guardo il suo sorriso impreciso e inconsueto. “Io ho, o almeno spero d’avere, quel bastardo fotocopiato. Ma dimmi, già a questo punto stai? Ma tu non eri l’inconsolabile vedova di Federico Altieri, quel pariolino frustrato?”
“Non sto a nessun punto. Pensa al tuo xerox. Da Federico sono passati tanti di quegli anni che probabilmente persino Karin era ancora vergine. Ti ricordo che anch’io ero una pariolina e se ti piace Demian non ho nulla da ridire, basta che me lo dici subito” rispondo come una macchinetta.
Ale si gratta un labbro, cicca per terra, annuisce come se osservasse il risultato di uno studio sociologico – poi si scuote, fa finta di raccogliere la cenere, sorride e torna seria.
“Scherzavo, scema” dice abbassando la voce “Com’è che ora sei così permalosa? Sono già gli effetti del nostro affascinante milanese? Oh scusa, del tuo” continua, sempre peggio. “E comunque, mi sa che Karin non era già più vergine quando siamo nate noi”.
Decido di lasciar perdere sennò non la finiamo più. Oh, quanto amo Ale durante i suoi attacchi di simpatia isterica.
A mezzogiorno vado a svegliare Demian. Dischiude appena gli occhi, sbadiglia e sorride dolce come un bambino. Non chiede dov’è e perché, mi saluta stiracchiandosi.
“Ciao, Camilla” dice ancora sonnacchioso, come se mi conoscesse da sempre. “Posso farmi una doccia?”
“Certo” rispondo imbambolata.
Lo accompagno in bagno, prendo un asciugamano dal loro armadio, torno in cucina stupita e innamorata.
“Cami, stai prendendo una brutta piega, ma non infierirò” dice Ale, masticando una sigaretta spenta e aprendo il Manifesto all’ultima pagina, quella degli eventi nei Centri Sociali.
“Brava, non farlo” dico sedendomi e bevendo il caffelatte come un neonato dal biberon. “Che c’è in giro stasera?”
“Non molto. È mercoledì… Concertini di gruppi pseudo punk che non hanno fatto un soundcheck adeguato e si trovano allo sbaraglio, con gli alti che gracchiano i microfoni che fischiano e i bassi inesistenti”. Mi fa un paio di nomi. “Li conosci?”
“No, ma nemmeno i No Exit li conosceva nessuno” dico, riferendomi alla band di Cesare.
“Infatti, ti ricordi che ai primi concerti c’eravamo solo noi e le tipe che gli andavano appresso?”
“Tu eri una di quelle” osservo.
“Appunto. Mica ci andavo per le loro splendide canzoni, la musica gracchiava, non si capiva un cazzo” dice senza astio per nessuno, come puro dato di fatto. “Non avevano un fonico decente nemmeno per assicurargli una serata”.
“Parli come Cesare”.
“Non mi offendere, ti prego” dice chiudendo il giornale. “Comunque pensavo di fare qualcosa di sensazionale per dare il benvenuto al tuo nordico, ma probabilmente saremo costretti a buttarci in qualche pub, magari al centro, per fargli vedere un po’ di Roma e mostrargli quant’è bella. Sai, uno di quei pub in cui i pariolini si recano, festanti e chiassosi, il venerdì dopo ben quaranta ore di duro ufficio o duro studio alla Facoltà di Ingegneria o di Giurisprudenza, che in futuro li porterà a lavorare per altrettante quaranta ore guadagnando in un giorno quanto io e te guadagneremo in un mese facendo le gelataie come abbiamo fatto da piccole”.
“Eravamo piccole, appunto”.
“Non tanto. Eravamo già al liceo. Pensi che se in futuro facessimo le gelataie guadagneremmo di più? Pensi che se lo facessimo a quarant’anni guadagneremmo di più? O forse che con la laurea sarà diverso?”
“Ale, hai mai pensato di fare del cabaret?” le chiedo, sinceramente rapita dal suo cinico e isterico humour.
“No. Però ho pensato di mandare a fanculo tutta quella gente”.
“Lo fai già. Forse potresti partecipare a un talk show…”
“Ah! Quanto mi piacerebbe” risponde estasiata ripiegando con cura il Manifesto, “Accendere la miccia e far scannare tutti mentre io resto lì tranquilla e imperturbabile a fumare la mia Diana Blu gettando ogni tanto qualche frasetta intelligente che basti a giustificare la mia presenza… Comunque, riguardo al discorso di cui sopra, proporrei di assegnare un punto all’intelligenza dei pariolini: almeno hanno capito che le loro parioline non sono persone bensì puro oggetto di sfoggio. Vedi che a qualche elementare nozione ci arrivano anche loro”.
“Sei cattivissima” dico, ammirando la sua verve e la sua mancanza d’ipocrisia. “Comunque a Demian non importa nulla dei pariolini, non sa cosa siano, a lui piacciono quelli come noi”.
“Sei sicura?” chiede lei, speranzosa e già stanca.
“Ma certo. Ale, ma l’hai visto?” chiedo a bassa voce.
Lei sorride, si rilassa e la tensione le si sgonfia come un palloncino. “Meno male, vado in camera, venite quando volete”.
Fa per alzarsi, ma in quella Demian appare sulla porta. Hai i capelli umidi e una maglietta dei Ramones. Sorride. Ale gli chiede come ha dormito e lui risponde benissimo, eran quindici giorni che non dormiva così, e ci ringrazia tanto, non sa come avrebbe fatto senza di noi.
Facciamo colazione tutti e tre nel prepotente sole di mezzogiorno. Io e Ale gli offriamo ospitalità a tempo indeterminato. Interessante il fatto che gliela offriamo io e Ale, nonostante la casa sia di Ale ed io in teoria non c’entri niente. Demian ci guarda da sotto in su mentre beve il suo caffelatte e si dimostra entusiasta della cosa, promette di dare meno fastidio possibile, può pure dormire per terra se crediamo, poi non sa più che dire e resta a guardarci col suo eterno sorriso.
Ha accettato, Cristo. Ha accettato subito e ben felice. Non sapevo se sperarci. Da oggi questa meraviglia della natura vivrà qui. E anch’io, ovviamente.
“Ale, hai ancora una sigaretta?” le chiedo.
“Ci dovrebbero essere quelle di Karin. S’è portata via tutti i soldi, ma ha avuto il buonsenso di lasciare le sigarette. Ovviamente le ha dimenticate, ma la mia incrollabile fede nelle segreta, molto segreta, bontà di Karin fingerà di credere che le abbia lasciate per farsi perdonare” risponde proseguendo l’Alessia Sartori Show.
Demian ride. Vado in camera a prenderle e gli occhi mi cadono sullo zaino di Demian mezzo rovesciato sul tappeto, tra gli anfibi e un asciugamano. La tentazione di farmi gli affari suoi sarebbe forte, ma è meglio rimandare a un’occasione più opportuna. Guardo gli anfibi, massicci e consunti, mezzi sfondati, testimoni di decine di viaggi, decine di storie. Se potessero parlare. Demian si sta aggirando per casa in calzini, e ciò non sarebbe consigliabile considerato l’andamento della storia tra Ale e Cesare che, come ho spiegato, è direttamente proporzionale a…
Porto le Diana Blu in cucina. “Cami, senti cosa stava dicendo Demian” mi fa Ale. “Diceva di andare a suonare sotto la metro, oggi, per alzare un po’ di soldi. Lui lo fa spesso, su, e se lo inculano peggio che qui da noi, fa finta di andarsene, fa un giro e poi torna. Però gli hanno fregato la chitarra, in un paese in cui è stato, e non sa come fare. Chi conosciamo noi, che gliela può prestare?”
La guardo con condiscendenza estrema. “Mah, non saprei! Tu che dici?!” le chiedo sarcasticamente. Cesare suona da quando era in fasce, ed è pure il cantante dei No Exit, una delle innumerevoli band che cercano di farsi strada nel circuito underground romano e gravitano attorno ai locali che frequentiamo noi.
“So cosa stai pensando, accanna l’idea. Io, Cesare, dopo quello che mi ha detto ieri, non lo chiamerò mai!” il che, tradotto significa: non vorrei chiamarlo, ma così ho un buon pretesto per farlo, però insisti un altro po’ sennò non mi schiodo.
O, almeno, in genere è così. Dico in genere, perché stavolta Ale sembra irremovibile. Dopo dieci minuti di discussioni sulla pigra sigaretta del dopo-colazione, tocca a me chiamare Cesare.
“Ciao, Cesare, sono Camilla” dico, e giù chiacchiere di circostanza e bene, grazie, no, non sono uscita ieri, sì, sto a casa di Ale. Poi la butto lì, c’è un nostro amico, musicista bravissimo che vorrebbe fare questo e quello e non sa come fare, non è che per caso potresti prestargli una chitarra? Ci saremmo anche noi, ovvero io e Ale, e puoi venire anche tu, ovviamente.
Attimo di silenzio. Poi: “Ma è mancino, l’amico vostro?”
Ahia, a questo proprio non avevo pensato. Cesare è mancino. Da sempre si vanta d’essere mancino come Kurt Cobain, un certo cantante dei Bauhaus e non so quali altri illustri front-man, e, come tale, ha la chitarra con le corde montate al contrario. Non penso proprio che anche Demian lo sia, sarebbe una coincidenza troppo fortunata. Non lo è, infatti. Panico.
“Vabbè, se per voi è molto importante, posso chiedere a Cristiano la sua, che poi era la mia. Lui ha imparato da destrimano, come me del resto, e ci è rimasto. Ci è rimasto nel senso che non suona più, il bastardo, e la sua giace inutilizzata da tempo immemore”.
Perfetto. Io, Ale e Demian ci guardiamo sollevati, ci diamo punta con Cesare per il pomeriggio e riattacco il telefono.
“Ovviamente non ti ha chiesto di passarmelo” comincia Ale appena ho chiuso la comunicazione.
“Be’, il minimo. Tu hai fatto chiamare me nonostante stessi qua accanto”.
“Io ho degli eccellenti motivi, lui lo sa e avrebbe potuto cogliere l’occasione per chiarire”.
E ti pareva che potessero non esserci problemi. No, lei non viene, dice. Assolutamente. Dopo quello che le ha detto ieri. No, Camilla, non insistere, è inutile. Andiamo avanti così per altre due sigarette. Poi io ci rinuncio, spero che cambi idea da qui alle cinque. Lei alza scontenta e va a farsi la doccia. Rimaniamo io e Demian.
“È il suo tipo?” mi chiede.
“Più o meno, sai come succede…”
Annuisce. Sa tutto, capisce sempre tutto.
Com’è irrealmente naturale questo ragazzo, penso, e chissà da dove è uscito fuori, e che strano pensare che c’è sempre stato e noi non lo conoscevamo fino ad ora. Cosa c’è di più ovvio in fondo, è la basilare legge della vita, delle vite. Per ogni persona che incontri ce ne sono centinaia, migliaia che rimarranno nascoste dietro alla misura di un passo o a un autobus perso o a una banale scelta sulla strada da fare quel giorno. È inquietante, se ci si ferma a pensare. È terribile. Ma è bellissimo sapere, a maggior ragione per questo, quale miracolo, quale dono del cielo sia stata la sequenza di coincidenze che mi ha fatto incontrare questa persona, proprio questa e non un’altra. Non mi piace solo perché è bello. Mi piace proprio tutto, di lui, dai suoi lineamenti liquidi alla parlata bassa, nordica, che ieri quasi non sentivo e a cui mi sono già abituata. Quando sorride, una deliziosa fossetta gli si apre sul lato destro. Stamattina ha un sottile profumo di dopobarba che addosso a lui assume una freschezza innocente che potrebbe mandarmi ai matti se mi soffermassi ad annusarlo per più di un minuto.
“Bella, questa maglietta” gli dico indicando la logora e sbiadita t-shirt che indossa “Anche se i Ramones non mi piacciono molto”.
“Ti piace? Anche a me ormai non dicon più molto, ma erano un mio mito giovanile. Ce l’ho dai tempi del liceo” sorride accennando al colore nero molto sbiadito e alle macchie che tradiscono vecchiaia piuttosto che sporcizia. “Ne ho anche una dei Pearl Jam, qua appresso, più nuova”.
I Pearl Jam! E lo dice così. Il mio amore per questa band è ormai una leggenda metropolitana pari alla storia di xerox, il fratello di Cesare, e tutte loro mi prendono per il culo sapendo bene che fino a poco tempo fa dormivo con la foto di Eddie Vedder, il cantante, accanto al cuscino, quasi più di quanto prendiamo per il culo Ale con la storia del fratello gemello.
“Vieni”, mi fa Demian.
Andiamo in camera e si mette a frugare nello zaino. È incredibile la quantità di roba che contiene, tutte gettate alla rinfusa, dai calzini sporchi al walkman a flaconi vari. Dopo qualche secondo ne estrae una bellissima maglietta col nome dei Pearl Jam stampato in azzurro e il viso di Eddie, personalità introversa e tormentata, che troneggia, col microfono in mano, in tutta la sua intensità.
“Ti piace?” mi chiede Demian notando la mia espressione rapita “Te la regalo, se vuoi. A Bergamo ne ho un’altra, un po’ diversa”.
Non ci posso credere. In uno slancio gli salto al collo e lo bacio sulla fossetta. Lui mi abbraccia. Dio, ho una maglietta stupenda e l’uomo della mia vita fra le braccia.
Il suono del citofono interrompe i cinque minuti d’estasi che mi sono concessa dopo quest’episodio, dopo l’attimo di fugace e felice abbandono che ho passato nell’abbraccio di Demian, inebriandomi del profumo del dopobarba e di quello suo naturale, non meno buono. Ce la farò? Mi domando mentre lui è di là a sfidare la legge dell’impenetrabilità dei corpi, in questo caso del suo zaino. Riuscirò a concludere qualcosa con lui, siano anche solo altri abbracci, altri respiri, il suo affetto e la sua stima, se non il suo amore? È la prima volta che me lo chiedo seriamente, come se questa domanda, e la risposta che temo, fosse esplosa in tutta la sua urgenza dopo il suo abbraccio, scatenata dall’emozione del contatto fisico.
Dovrò rimandare la riflessione e andare a rispondere al citofono che suona per la seconda volta, forse è provvidenziale, o forse dissolverà irrimediabilmente il benessere di questo momento e il ricordo del contatto.
“Sì?”
“Ale? Sono Giulia”.
“Sono Camilla, sali” preciso aprendole.
“Ale è sotto la doccia” la informo quando l’ho davanti, richiudendo la porta alle sue spalle “E Karin è ancora fuori per Pasqua”.
“Ah. Ero passata a salutarle, è un po’ che non le vedo. Tu che hai fatto?”
Non mi va di parlare di questo, di queste banalità. Del resto, i giorni di Pasqua sono così lontani nel mio ricordo, nonostante siano passati appena un paio di giorni.
“Le solite cose” rispondo lasciando cadere il discorso.
Non mi è antipatica, Giulia. Sebbene sia amica mia e di Chiara solo di riflesso, tramite Ale e Karin, da un po’ di tempo esce sempre con tutte noi e abbiamo stretto abbastanza, nel sottile gioco di equilibri che si crea in una compagnia allargata. Ma non so se ci frequenteremmo altrimenti, mi danno fastidio le sue pose, gli atteggiamenti da giovane donna per bene, e tutti i discorsi sugli uomini che devono provarci loro e le critiche sul fatto che secondo lei noi non ci facciamo rispettare abbastanza eccetera – tutto un ottuso e ipocrita retaggio da viziata figlia unica di altolocati genitori divorziati, che da sempre la colmano di costosi regali e attenzioni gratuite. La solita vecchia storia insomma, del resto saranno un paio d’anni che qualunque cosa penso o dico mi sembra rovinare verso una triste e trita retorica che più cerco di evitare più risucchia le mie parole corrodendone il midollo e lo spessore, gettando un’ombra grigiognola anche sui concetti che sul principio mi sembrano più autentici e originali.
O forse è che Giulia proviene da un lungo rapporto di coppia inteso nel senso più tradizionale, un rapporto senza mai dubbi o domande e senza alcun ribaltamento dei ruoli – il classico fidanzamento in casa, avallato e foraggiato dalle rispettive famiglie, durato quasi tre anni e finito a causa delle diversità tra i due, ovvero grazie al fatto che lei è probabilmente rinsavita. Sì, perché al di là delle sue pose e del retaggio indotto, Giulia è come noi, e Ale e Karin l’hanno vista diventare via via sempre più insofferente alla mentalità del suo uomo, un avvocato di dieci anni più grande di lei. Per questo, nonostante le esperienze molto differenti dalle nostre, alla fine si è ritrovata con noi e ben felice di esserci. Lei e Chiara non si sopportano, ma sarebbe oggettivamente troppo pretendere che Chiara, col vissuto e la testa che ha, possa sopportare gli atteggiamenti di Giulia o cercare di giustificarli e spiegarli come sto facendo io; convive civilmente con lei all’interno della nostra bella famiglia allargata, e nessuna di noi si sogna di aspettarsi di più. Tra le sorelle Sartori, Giulia ha legato soprattutto con Karin, e probabilmente lei è l’unica di noi che la conosce realmente.
“Vuoi il caffè?” le domando.
“Sì, grazie”.
“Si sarà freddato”.
“Non importa”.
“Prima vieni, ti presento un nostro amico”.
La porto in camera e le presento Demian, ormai sepolto sotto rivoli di magliette e biancheria uscite dallo zaino. Gli propongo di usufruire della lavatrice, visto che, immagino, dopo tanti giorni che è in giro avrà qualche piccolo problema tecnico. Ride e ringrazia con calore, non appena Ale uscirà dal bagno (nel quale sta probabilmente svernando) si metterà all’opera.
Lo lasciamo al suo inventario e torniamo in cucina.
“Carino!” mi bisbiglia Giulia colpita. “Ma chi è? Perché sta qui?”
Ahi. Il suo tono è troppo concitato e le domande troppo dirette e interessate. Sta’ a vedere che la gran donna che non striscia ai piedi di nessuno (a differenza nostra, non dimentichiamolo) sta per fare uno strappo alla regola. Cosa posso risponderle? Opto per la verità, che tanto prima o poi verrebbe fuori comunque. In due parole le traccio il quadro della situazione, che lei ascolta interessatissima e quasi dimentica del caffè che ha davanti. Insomma, è chiaro che Demian deve piacerle e neanche poco, del resto sarebbe stato assurdo pensare il contrario.
“Non posso crederci, Giulia!” strilla Ale piombando in cucina, senza traccia apparente del malumore di poco prima. “È un bel po’ che non ci si vede. Cos’hai fatto in tutti questi giorni?”
Attaccano a parlare fitto, finché il discorso cade inevitabilmente sul nuovo inquilino di casa Sartori. Giulia si produce in bisbigli entusiasti sul suo conto. Io mi rabbuio immediatamente. Ale è imbarazzata. La comparsa dell’oggetto dei nostri discorsi dà un felice taglio alla situazione.
In pochi minuti facciamo il punto della situazione e stabiliamo come passeremo il resto della giornata. Decidiamo di uscire subito, fare un giro e mangiare qualcosa in attesa della punta con Cesare.
Ale, contrariamente alle sfuriate di poco prima, non solleva alcuna obiezione su quest’ultimo punto e io e Demian ci guardiamo bene dal tornare sull’argomento. Giulia dichiara senza indugio che verrà con noi. Ale mi rivolge uno sguardo di circostanza mentre prendiamo le giacche e usciamo di casa. Va bene, è inutile prendermela – avrei dovuto nasconderlo sotto una campana di vetro se avessi voluto evitare che qualcun’altra rimanesse abbagliata dal suo fascino. E lo devono ancora vedere Chiara e Karin, penso sconsolata.
Ce ne andiamo in giro tutti e quattro, c’è una bella aria che sa di mattine londinesi e vecchie canzoni country cantate sui tavoli di legno dei pub irlandesi; ho in mente Londra, non so perché, e infatti ce ne andiamo in giro a braccetto come facevamo la scorsa estate a Londra io e le ragazze, durante il viaggio-premio che i nostri genitori ci hanno regalato per gli esami di maturità, in certe giornate così lievi e spensierate in cui l’unica cosa che sembrava aver importanza era la torta al cioccolato che solo gli inglesi sanno fare in quel modo, e le ore passate per mercatini raccogliendo polvere, vestiti e storie altrui, beandoci di quel tempo pigro e lento come d’un qualcosa che dovesse durare per sempre. Scherziamo e ridiamo tutti e quattro, spingendoci e tirandoci da tutte le parti, attirando la curiosità dei passanti che per una volta tanto sorridono con benevolenza pensando qualcosa che sicuramente deve suonare come un dolce ricordo dei bei tempi andati. Persino Giulia sembra più rilassata, umana e finalmente libera dalle pose che m’infastidiscono tanto; mi ero seccata quando ha annunciato che sarebbe venuta anche lei, mi sembrava che non c’entrasse granché, invece adesso sono contenta, è come se in questo momento ci fosse un filo magico che ci unisce e crea tra noi una nuova armonia, armonia di cui è partecipe anche Demian che pure ci conosce da poche ore e non conosce i nostri rapporti e i nostri trascorsi.
Demian è incredibilmente alto e incredibilmente bello, con la maglietta dei Ramones i capelli sciolti e la camminata ciondolante, e per strada si voltano tutti a guardarlo, uomini e donne indistintamente, catturati dal suo eterno sorriso che emette luce propria e sembra proprio farlo provenire da un’altra dimensione. Quando incrociamo un gruppo di ragazze che si fermano a guardarlo impressionate e si danno gomitate bisbigliando tra loro, è proprio Giulia a saltar su e a urlare “Vi piace, sì, vi piace??!”, prendendolo sottobraccio mentre noi ci pieghiamo a ridere (e il sorriso di Demian è pieno di divertita modestia) e quelle diventano paonazze e abbassano lo sguardo. Giulia si è scatenata, non c’è che dire!
Siamo del tutto sprovvisti di sigarette. Io, poi, non ho proprio una lira dopo le numerose soste di ieri nei bar di San Lorenzo, nei quali ho sostentato e intrattenuto Demian mentre cercavo di decidere il da farsi; Ale è in lieve rotta coi suoi e Karin è scappata a Santa Marinella con il fondo cassa per le spese di casa; l’unica è Giulia, il cui portafogli è sempre abbastanza fornito, e non può certo tirarsi indietro. Difatti accetta subito, entriamo in una tabaccheria e lei ci concede il lusso di un Marlboro Lights da dieci ciascuno. Non solo, ci porta nel bar attiguo proponendoci di brindare a questo felice incontro. Non ci sembra il caso di cominciare ad alcolizzarci a quest’ora, abbiamo grandi progetti per la serata (per la realizzazione dei quali dovrò passare almeno un paio d’ore a casa mia, giusto per tenere buoni i miei), quindi optiamo per un brindisi analcolico a base di succo di frutta. Quando Ale e Giulia propongono di brindare “a Camilla, che ci ha portato questa felice novità”, e Demian approva sostenendo che senza di me non avrebbe saputo cosa fare, mi sento così felice che quasi mi commuovo, mi nasconderei dietro al bancone del bar per quanto mi vergogno.
Le ore seguenti scivolano pigre e allegre in un immutato stato d’animo corale, fra risate, sigarette e i sorrisi liquidi di Demian. Alle cinque abbiamo la punta con Cesare davanti all’università. Io e Ale abbiamo già avvertito Chiara di trovarsi lì alla medesima ora, poiché avevamo una novità da presentarle. Li troviamo entrambi già ad aspettarci, uno alto, piazzato e capellone e l’altra piccolina, irrequieta e con una breve capigliatura blu, evidentemente infastiditi dalla loro – seppur breve, immagino – compresenza ad aspettare noialtri, facendo i vaghi e guardando altrove per evitare che i loro sguardi s’incrocino casualmente.
Ale vedendo Cesare ridiventa palesemente nervosa. Ci salutiamo tutti, Cesare dà ad Ale un bacino sulle labbra che lei subisce infastidita, poi presentiamo Demian a Chiara e a Cesare. È strano, è come se tutti già si conoscessero. Chiara e Demian si stringono la mano sorridenti al cubo con una familiarità che m’inquieta quasi, lui e Cesare si stringono la mano alla romana, pollice contro pollice, si sorridono con calore, Demian dice “Ueh, fratello, mi han parlato tanto di te” e Cesare risponde “Bella, come stai!...” senza accennare a lasciargli la mano. Li immortalerei, in questo momento, tanto sono bellini tutti e due. Intesa epidermica perfetta. Io e le ragazze ci scambiamo uno sguardo complice, mentre Chiara guarda Demian incuriosita.
Prendiamo le due chitarre dalla macchina di Cesare e ci andiamo a buttare in un giardinetto lì vicino, o meglio, in un triangolo di prato sporco vicino a Castro Pretorio. Splendida collocazione, sei metri quadri di sterpi tra l’università, la stazione Termini e la caserma di Castro Pretorio, ma siamo così esaltati che non ci facciamo granché caso. Demian accorda la chitarra, tocca le corde con delicatezza e fa qualche accordo, assorto e intenso. Poi inizia a suonare tutto quello che gli sgorga dalla punta delle dita. Comincia coi Nirvana, poi Soundgarden, poi con un sorprendente aggancio i Genesis, poi si ricorda evidentemente del mio amore per i Pearl Jam e si scatena in un medley sul quale Eddie stesso non avrebbe da ridire.
Impossibile descrivere la nostra reazione. Ci guardiamo ad occhi sgranati: Ale canticchia, io sento il viso in fiamme dall’eccitazione, Giulia è entusiasta, non penso di averla mai vista così euforica da quando la conosco; Chiara sembra l’unica non particolarmente colpita, ma questo era prevedibile lei è una donna di mondo, è solo contenta e convinta e segue il ritmo rollando tabacco; Cesare lo guarda con simpatia e accenna qualche accordo, prova fraseggi che riempiono le pause o chiudono mirabilmente battute e agganciano le prossime, dando continuità e colore anche alle strofe più ingenue, ai brani più noti.
Io sono senza parole. Questo ragazzo ultraterreno non è solo bello, non è solo simpatico, non è solo umile nonostante potrebbe darsi grandi arie – come fanno molti ragazzi che hanno la metà delle sue doti, della sua bellezza e del suo talento, e noi ne conosciamo diversi – ma è anche tanto carismatico da bucare la scena, cosa di cui non mi ero accorta nella precarietà del nostro incontro e i disagi delle ore seguenti. Suona da Dio, canta ancora meglio, la sua voce bassa si arrochisce quando è il caso ma sale poi su toni che non immaginavamo, e il tutto con un tale candore, con una tale spontaneità, come la sua discreta modestia, che ho l’impressione che da un momento all’altro Ale deciderà di lasciare Cesare per innamorarsi di lui. Sì, perché si vede che non sono pose, le sue, che non sono espressioni studiate a tavolino come quelle di Cesare, che, per quanto bravo, per quanto carino, per quanto cantante dei No Exit, stando a quello che ci dice Ale è pure un gran figlio di puttana. Vorrei comunicare i miei pensieri alle altre, ma le occhiate d’intesa che mi rivolgono mi fanno capire che non ce n’è bisogno, che stanno provando il mio stesso stupore e la mia stessa ammirazione.
Poi Demian e Cesare decollano proprio: trafficano con le meccaniche, scambiandosi direttive su questioni a me ignote, e iniziano a esibirsi in una serie di classici che vanno dai Led Zeppelin ai Doors ai Rolling Stones, autentici pilastri della storia musicale, canzoni che tutti conosciamo e cantiamo da sempre, spesso senza neanche conoscerne il titolo. Nel frattempo un po’ di gente si è fermata, richiamata dal casino, e ci guarda dal marciapiedi attiguo. Questo fomenta ancor di più i nostri splendidi musicisti che cantano in coro, ora, o fanno l’uno il controcanto dell’altro, in perfetto accordo come se lo facessero da sempre, come se l’avessero provato decine di volte – dev’essere questo il vero talento, immagino. A questo punto siamo tutti così entusiasti che persino io e Giulia iniziamo a cantare senza ritegno, storpiando l’inglese e dando sfoggio delle nostre voci tutt’altro che intonate, mentre Ale che se la cava nettamente meglio si cimenta nei cori.
Andiamo avanti su questa scia per un bel po’, mentre sul marciapiedi si è ormai formata una folla abbastanza consistente che ci guarda e si produce in commenti che creano un indistinto brusio di fondo che giunge fino a noi nonostante il baccano che stiamo facendo
A questo punto Demian ha un’idea: “Ma perché dobbiamo andare sotto la metro? Fratello, tira fuori qualcosa!”
“Qui vicino c’è la caserma” osserva Cesare incerto.
“Hai paura?” strilla Demian al di sopra della musica, sorridendo senza provocazione.
“Macché” risponde Cesare ridendo, e guarda intorno a sé. “Non ho nulla!”
Per fortuna c’è il berretto di Chiara, perfetto per lo scopo. Io e Giulia ci guardiamo perplesse, forse stiamo esagerando. Ma, in fondo?... Tanto prima o poi ci cacceranno comunque, tanto vale sfruttare l’occasione finché c’è. Mi rendo conto che la scena è vagamente cinematografica, e l’unica cosa che mi trattiene da qualche strana reazione, uno scoppio di riso isterico o un attacco di timidezza, è l’immagine di Chiara che viene verso di noi con due Peroni in mano. Non mi ero neanche accorta che si fosse allontanata.
Mi impongo di guardare la variegata folla che continua a osservarci, sempre più coinvolta, da pochi metri di distanza. Sono per lo più studenti, ma anche qualche impiegato, signore e signori di mezza età, un paio di anziani. I più giovani si stanno palesemente divertendo un mondo, sorridono e si muovono a tempo, finché rompendo gli indugi, durante un pezzo di Jimi Hendrix si inoltrano nel pratino e vuotano le proprie tasche nel berretto di Chiara. A quel punto, dopo aver tentennato per qualche secondo, anche casalinghe e impiegati prendono esempio e, nonostante qualche perplessità sui giovani d’oggi, si avvicinano incerti per offrirci il loro obolo. Demian ringrazia con un gran sorriso, il cui effetto sulle ragazze presenti è più che prevedibile; i ragazzi, invece, sono divisi tra l’ammirazione per i musicisti e qualche sguardo languido che gettano a noi fanciulle. Saranno passati un paio di minuti quando una ragazza, molto carina per altro, allunga un braccio e consegna a Demian un biglietto, prima di allontanarsi con disinvoltura. Demian aspetta che la tipa abbia svoltato l’angolo, termina la canzone e apre il foglietto piegato in quattro, lasciando a Cesare il compito di decidere il prossimo brano. Io, che ovviamente gli sono accanto, lo leggo senza difficoltà oltre che senza discrezione. C’è scritto: “Adoro la tua musica! Chiamami. Silvia”, segue il numero di telefono. Demian ripiega accuratamente il foglietto e se lo infila con discrezione nella tasca posteriore dei jeans, vedo che le altre mi stanno guardando e non vedono l’ora di saperne di più. Anch’io vorrei saperne di più sulla reazione di Demian, che imperturbabile come sempre ci sorride e riprende a suonare. Okay, okay, dev’essere abituato. Eppure darei un braccio per sapere cosa ne pensa e che effetto gli fa questa ammirazione perenne, che effetto gli fa sapere di fare quest’effetto sulle donne – poi mi torna in mente il parallelo con Karin e mi rendo conto che il mio arrovellarmi insistere tanto sulla questione è dovuto unicamente alla mia gelosia. Eppure prima che riparta glielo voglio chiedere, mi riprometto.
In quella, una volante dei Carabinieri si arresta al ciglio della strada e ci osserva al di là della folla che, appena se ne accorge, comincia istantaneamente a diradarsi. Vedere la volante e decidere di eclissarci è tutt’uno. “Fate le vaghe, niente movimenti bruschi o nervosi” ci ammonisce Cesare – con Demian ovviamente non ce n’è bisogno. Raccogliamo le nostre cose, che nel frattempo sembrano essersi moltiplicate sul pratino, e ce la squagliamo, con chitarre, bottiglie di Peroni semivuote e il berretto tintinnante che Chiara stringe soddisfatta con tutte e due le mani.
“Sono ancora lì?” chiede Giulia mentre svoltiamo l’angolo, sottilmente soddisfatta nel trovarsi in una situazione così eccitante.
“Niente panico, era solo un gesto ammonitore. Camminiamo normalmente, senza correre” ordina Cesare.
“Sì sì” rispondiamo, tra chiacchiere, commenti e inventari.
Tuttavia, in un batter d’occhio siamo già a piazzale Aldo Moro.
“Figa!” esclama Demian soddisfatto “È solo un giorno che son qui e già mi sto divertendo un casino. Roma è stupenda, e i romani sono fantastici”.
“Vedi, fratello? Voi avete capito molto più di noi” dice Cesare guardandolo strano.
“In che senso?” chiede Demian sorridendo.
“Voi dite figa, noi diciamo cazzo. Vedi? È una questione etimologica, voi siete certamente più avanti. Ale?...” si volta a cercare conferme, o approvazione all’arguta osservazione, o semplicemente interesse dalla sua bella che continua a ignorarlo.
“Io studio psicologia, non linguistica” replica la sua bella, per nulla impressionata.
“Certo, ma Freud che ne penserebbe? Freud è psicologia, o sbaglio?...”
Ale non risponde e aiuta Demian a riporre la chitarra nel bagagliaio.
“Raga, che ore sono?” chiede Demian interrompendo la diatriba.
“Le sette e trentacinque” risponde Giulia. Io l’orologio non lo ho da ieri, così come i soldi e vestiti di ricambio, e prima o poi dovrò almeno passare da casa. I miei saranno furiosi, penso con un brivido.
“Allora possiamo prendere il bus e tornare dalle vostre parti” seguita Demian, accennando a me e Ale. “Tu, Cesare che fai?” chiede voltandosi verso di lui. Sono alti pressoché uguali, sfiorano entrambi il metro e novanta (e quando parlano tra loro fatico a sentirli) e hanno entrambi capelli lunghi, lineamenti diversi e uguale bellezza, ma Demian ha un certo fascino in più.
“Ma quale bus” esclama Cesare, “Vi porto io a tutti e resto con voi! Tutti a cena da Alessia. Mega pasta e birra a volontà, ci fermiamo a comprarle. A proposito, Ale, che fine ha fatto Karin?”
“Non è ancora tornata” risponde Ale stringatamente.
“Peccato. Vabbè, andiamo”.
Approviamo all’unanimità, in preda a un’euforia che dilaga sempre più. Ci dirigiamo verso la Uno bianca di Cesare. In macchina Chiara, in braccio a me – siamo in sei! – conta gli spiccioli.
“Ventunomila e rotti” dichiara “Beh, poteva andare meglio, ma non mi lamento, non ci hanno dato il tempo materiale, quei rottinculo di merda”.
“Il progetto iniziale era un altro” dico. Con Chiara non ho remore, non ho vergogna a esprimermi né timore delle risposte.
“Ogni progetto va bene, se ti lasciano il tempo di portarlo a termine”.
“Fondo cassa per stasera” propone Cesare guidando, e siamo già sulla Tiburstreet, ovvero quel tratto di Tiburtina che ci appartiene e che abbiamo così affettuosamente rinominato dopo il viaggio a Londra. “Che facciamo?”
Come prima cosa ci fermiamo in un bar tabacchi dove Demian compra una scheda telefonica per chiamare casa. Io e Ale lo accompagniamo alla cabina lì fuori.
Poche significative parole. “Mamma!... Tesoro” scandisce a voce alta nella cornetta “Tutto a posto. Sono a Roma. In casa di ragazze stupende. Ti richiamo poi con più calma, ora sono a un telefono pubblico. Sì sì, va tutto bene, l’altro giorno mi hanno rubato la chitarra, ma qui lavorerò così la ricompro. Loro?... Poi te ne parlo, sono fantastiche, hanno vent’anni, studiano qui all’università di Roma”. S’interrompe e si volta verso di noi, copre il ricevitore con la mano. “Scusate, posso darle il numero? Non chiamerà, è solo per sicurezza…”
Le mamme son mamme, per dirla come lui.
“Non c’è problema” dice Ale. “43, 59…”
Demian ripete nella cornetta, premettendo un significativo zerosei.
Poi tocca anche a me chiamare casa, e la mia telefonata ha ovviamente un tenore ben diverso da quella di Demian. Nonostante rassicuri mia madre che sono da Ale e Karin, che stiamo studiando e che va tutto bene, rimbrotti e ricatti emotivi si sprecano.
“Camilla” dice, e già c’è da preoccuparsi poiché normalmente mi chiama Cami “Lo sai che siamo contenti se voi ragazze state insieme, è la cosa più ovvia vista la vostra età e la vostra amicizia. Ma sai anche, con tutto il rispetto e la stima che abbiamo per Alice e Luciano, che noi abbiamo un’idea di famiglia un po’ diversa dalla loro, della quotidianità, insomma la tua famiglia è questa e non è proprio il caso che tu per star sempre con loro manchi da casa per giorni, poi senza cambiarti, a proposito ce li hai i soldi?... Ce li hai i libri?”
“Sì ma’, non preoccuparti, i libri sono sempre gli stessi, i soldi ce li ho e se mi manca qualcosa me lo prestano loro”.
Mugugni.
“Tuo fratello ha chiesto di te. Cosa dovrei dirgli secondo te?”
“Ma’, a Francesco non gliene frega niente di me, ha ben altro per la testa. Ha tredici anni”.
“A Chicco importa molto di te, a differenza tua. Ma già, da quando Alice e Luciano hanno comprato quella casa alle figlie, io non so più dove hai la testa…”
La ho lì, penso, nella mia vera casa in cui ho tutto quello che mi serve, in cui io Ale e Karin ci scambiamo vestiti, biancheria e cosmetici senza neanche accorgercene – in un appartamento bianco e scalcinato in cui sono accolta senza giudizi, aspettative e regole… regole che paradossalmente rispetto di più laddove non ve ne sono ed è solo il mio buon senso a suggerirmi i comportamenti.
Allontano la cornetta sconsolata mentre mia madre continua a blaterare. Più passano gli anni meno riesco a farmi una ragione della severità dei miei e delle loro ipocrite regole, che subisco dalle scuole medie e che non hanno avuto altro risultato se non quello di rendermi una persona insicura e fragile, soprattutto continuano a farmi fuggire dalla famiglia che mia madre ha appena appellato come mia e che invece io sento estranea e ostile.
Impossibile spiegarle ora ciò che non sono riuscita in dieci anni e che comunque non capirebbe, non voglio rovinarmi questa splendida giornata e lo splendido mood che mi accomuna agli altri – quindi le prometto che stanotte tornerò, attacco in fretta, trattengo lacrime e fastidio ed esco dalla cabina.
“Hanno fatto storie, ve’?” chiede Ale mentre torniamo alla macchina.
“Sì, lasciamo stare”.
Ale sospira lunga, li conosce i miei, prende una sigaretta e non se l’accende.
Poi torniamo in via Morelli, e io ho deciso. Non porterò più l’orologio. Voglio che tutto il tempo che Demian rimarrà qui, e tutto il seguente se ce ne sarà, non sia scandito da alcunché di rigido e convenzionale, da un algoritmo infallibile e senza scampo – voglio che fluisca libero e liquido, scandito solo dai suoi sguardi, dal suo legame tra noi ragazze e del suo, già forte, con noi.
Parcheggiamo sotto casa con fortuna inedita e una sporta di birre, pomodori e pancetta. Prendiamo le chitarre dal portabagagli e ci spartiamo le buste, chiacchierando e facendo progetti per la serata che ci aspetta – perfetto.
Gli anfibi di Demian scolpiscono orme invisibili sul consunto asfalto della Tiburtina, strada che stanotte, pur nel suo ampio e desolato squallore metropolitano, richiama veramente una qualsiasi di alcuni suburbi londinesi. Io ricalco le sue impronte come seguendole, continuando a pensare che quest’incredibile ragazzo sbucato dal nulla è qui, è con noi, è come se stasera fosse stato sancito il suo ingresso e la sua futura permanenza nel nostro microcosmo.
Luminosissima serata in un pub vecchio stile di Campo de’ Fiori. Demian, magro e sorridente, ci seguiva cercando di entrare nel nostro mondo e noi cercavamo di penetrare nel suo ad un tempo, facendoci spazio a vicenda con affetto, attenzione, rispetto di chi si vuole bene pur conoscendosi da poche ore. Davanti a bicchieri e bottiglie vuote che si andavano via via accumulando davanti a noi, coperti da sottili strati di polvere e calore come le nostre coscienze dolcemente attutite dall’alcol e dalla stanchezza, abbiamo parlato di Kafka, della teoria dell’Eterno Ritorno di Nietzsche, dei primi dischi di David Bowie e del passaggio dal punk di fine anni ’70 alla new wave dei primi anni ’80, delle differenze fra le metropoli del nord Europa e città come Roma o Milano (e Chiara ha addirittura tirato in mezzo la polis ateniese!). Il tutto senza disparità, senza prevaricazioni, senza l’ansia di far emergere il proprio pensiero e la propria opinione sugli argomenti – tipo quello musicale su cui Cesare e Demian hanno tenuto banco con gran competenza e perfetta armonia – nei quali ognuno era più o meno ferrato. Cesare e Demian hanno scoperto di avere non solo la stessa età, ma d’essere nati a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro: Demian in ottobre, Cesare a novembre del ’73. All’una eravamo quasi completamente sbronzi e siamo andati dietro al Biscione a farci una canna che Cesare aveva portato – una sola in sei, giusto per mettere la ciliegina sulla torta di una sublime serata.
Demian è un po’ come noi, confuso sognatore e malinconico realista al tempo stesso, con un suo mondo-bagaglio di vagheggiamenti, passioni e citazioni, pensavo mentre tornavamo stanchi e soddisfatti verso la macchina di Cesare e al mio motorino al quale stasera dopo cena Cesare e Demian hanno montato un nuovo filo dell’acceleratore. E d’un tratto mi sono messa a cantare una vecchia e allegrotta canzone dei Cure, probabilmente l’unica che hanno fatto, inventandomi buona parte delle parole con Chiaretta che mi ballava davanti, Cesare che fingeva di suonare fendendo l’aria con le dita e Demian che mi guardava con dolcezza. Giulia chiedeva ad Ale notizie sul soggiorno al mare di Karin. Ale le ha risposto quello che sappiamo, ovvero del suo rientro previsto per domani o dopodomani, e non mi è sfuggita l’occhiata ambigua che mi ha lanciato – per quanto mi sembri assurdo che Karin non sappia ancora nulla di tutto questo, che non conosca Demian e anzi non abbia idea che esista.
Li ho comunque seguiti col motorino fino alla Tiburstreet, fumerò con loro l’ultima sigaretta della serata, dopodiché tornerò infine a casa mia. Poche manciate di passi dal parcheggio al portone, seguendo ipnotizzata i passi di Demian. Ascensore? – no, è un piano solo! Tonfi di anfibi per le scale, risa, qualche inquilino mugugna da dietro la sua porta, evidentemente offeso dalla nostra chiassosa beata gioventù.
Qualcosa di nuovo, imprevedibile, dolciastro e inquietante insieme si sta aprendo per me, stanotte ne ho la piena certezza, penso in quest’ora di mezzo, con un freddo limpido fuori e la mia sigaretta appena accesa a inquinare l’aria che respiriamo tutti insieme, che nei prossimi giorni continueremo a respirare all’unisono.
Ho conosciuto Demian martedì nell’aula di scienze.
La giornata appena narrata è stata quella di mercoledì.
Alle undici di giovedì mattina Karin è tornata a Roma e ha trovato Demian che dormiva nel suo letto.
A mezzogiorno a casa mia è squillato il telefono.
“…Insomma entra in camera e tutta tranquilla mia fa: Ale, tu certamente sai chi è il simpatico capellone che si trova in piena fase rem nel mio letto”.
“E tu?”
“Niente, le ho detto: È un amico di Camilla, non so altro. E mi sono girata dall’altra parte”.
“E lei?”
“Ovviamente non ci cha creduto, che non sapessi altro, intendo. Ma io mi sono chiusa nel più ostinato mutismo e Karin sa che quando decido di non dirle una cosa non c’è verso di farmi parlare”.
Già. Lo so anch’io, lo sappiamo tutti.
“E allora che ha fatto?”
“S’è andata a informare direttamente da lui, e non so cosa le abbia detto di preciso. Io ho aspettato un po’ e poi sono venuta a telefonarti”.
“Dove sono ora?”
“Di là, a parlare da circa mezz’ora”.
“Oh, Ale, questa proprio non ci voleva” mi lagno.
“Che vuoi dire?”
“Ale, ho paura di Karin” confesso.
Ale tace per un attimo.
“Questo era chiaro, per questo io non le ho detto niente. Comunque, Cami, tu sopravvaluti Karin, a parte il fatto che tu nella tua maledetta insicurezza sopravvaluti tutti. Guarda che non è mica detto che tutti i ragazzi di questo mondo debbano innamorarsi di mia sorella”.
“Già, perché non dovrebbero?! In fondo è stata solo chiamata alle selezioni per Miss Italia!”
“Ma che c’entra, quello era uno scherzo, perché Rodolfo aveva mandato le sue foto di nascosto…”
“Sì, ma lei è stata chiamata per davvero, anche se poi ha avuto la decenza di non andarci! E a parte questo, non è necessario che venga incoronata miss per accorgersi che è bellissima. Se ne accorgono tutti, bisognerebbe essere ciechi per non notarlo”.
“Comunque, Cami, se hai portato qui Demian non potevi sperare che prima o poi non si incontrassero. Sai com’è? In fondo questa è casa di Karin!” ironizza lei.
“Sì, ma magari in un altro momento, quando eravamo tutti insieme tipo ieri sera, non tornando a quest’ora e trovandolo in un letto, nel suo letto”.
“Va bene, ma la sostanza non cambia poi tanto”.
“Ale, c’è una cosa che non ti ho detto” comincio, e le confesso le mie paranoie del giorno in cui ho conosciuto Demian, la mia strenua resistenza dal portarlo a casa loro e l’inutile ricerca di soluzioni alternative, solo per paura che conoscesse Karin.a
“Se è così, non so che dirti. Anche perché ora c’è un altro problema. Dove lo mettiamo a dormire? Ci sarebbe il divano letto in sala, ma non posso impedirgli di rimanere nel letto di Karin, insomma, quel letto. Voglio dire, se lei dice che va bene e non le crea fastidi, come faccio io a dirgli No, devi dormire nel divano letto della sala?”
Ovviamente, nel mio sacro terrore avevo pensato anche a questo, sebbene abbia evitato di imparanoiarmi sulla questione prima del tempo.
“E comunque” prosegue lei “Io non posso fare nulla. Tutto quello che posso consigliarti ora che ti ho avvertita è di venire qui immediatamente. Tutti insieme, o io e te, o io te e Karin, troveremo una soluzione. Mia sorella è una persona accomodante… almeno spero”.
Già, il problema è che lo è troppo – ce li ha tutti, i pregi, penso sconsolata.
“Io per adesso faccio la vaga e torno a leggere il Manifesto, la cui lettura ho interrotto solo per concederti l’inestimabile beneficio della consapevolezza” conclude Ale facendo la buffona come al solito.
Stavo intingendo beatamente gli ottimi plumcake del discount nella mia quotidiana tazzona di latte, tazza dei Simpson per la cronaca. Mi stavo pigramente ciondolando nel mio pigiamino verde acqua col mio fermaglio indiano in testa, davanti alle commerciali e colorate puttanate che MTV manda in onda a quell’ora.
Ho ingollato il contenuto della mia quotidiana tazzona di latte in due secondi e mezzo, mi sono vestita senza passare dalla doccia e sono corsa a casa Sartori in motorino, con il sole dell’una che si rifrangeva largo e abbagliante sull’asfalto del Ponte delle Valli.
Citofono e mi viene aperto senza chiedere chi è. Inghiotto i gradini due alla volta ed entro in casa Sartori junior come una furia. Mi blocco solo un istante in corridoio, di fronte alla cucina. Ale seduta al tavolo sta leggendo il Manifesto con una sigaretta in bocca e solleva appena lo sguardo.
“Oh, Camilla” esclama come se fossi l’ultima persona al mondo che si aspettasse di vedere “Qual buon vento! Che fai da queste parti? Forse vuoi conoscere le ultime dichiarazioni di D’Alema a un anno dalla vittoria dell’Ulivo?” sghignazza.
Non le rispondo neppure e mi dirigo senza indugio verso l’ultima stanza a sinistra, dalla quale provengono voci e risate. La porta è accostata. Vaffanculo!
Entro cautamente, senza degnarmi di bussare. Demian e Karin sono seduti vicini sul letto ed è chiaro che hanno già fatto amicizia, fin troppa.
“Cami!” strilla Karin entusiasta appena mi vede “Sono un sacco di giorni che non ci vediamo! Vieni qui, Demian mi stava giusto raccontando come vi siete conosciuti. Ma è proprio vero?” prosegue con la voce di un’ottava più alta rispetto a quella che ha normalmente “Lui dormiva come un sasso nell’auletta di scienze e tu stavi lì davanti a studiare?”
Mi avvicino sorridendo istericamente. Demian da seduto mi passa un braccio intorno alla vita, mi sento svenire ma non accenno a calmarmi
“Il mio angelo” dichiara sorridendo “Ti rendi conto Karin di come mi ha raccolto in mezzo alla strada?”
“Esagerato” rispondo seccata “Ora non mi dire che sennò non avresti saputo come fare. Chissà quanti ti avrebbero raccolto, per non parlare delle infinite risorse che sicuramente avresti avuto tu”.
“Ma non ne avevo, è vero che non avrei saputo come fare” protesta “E poi vuoi mettere, piccola mia, stare qui con voi o chissà dove altro? Non pensate che stia facendo il ruffiano, lo penso sul serio”.
Dovrei essere lusingata, invece ho voglia di urlare. Ci credo che è così entusiasta, venendo qui ha conosciuto questo splendore biondo, anche vagamente abbronzato dopo i giorni passati al mare, che risponde al nome di Karin! penso vittima di una dolorosissima gelosia che mi impedisce d’essere obiettiva. Loro continuano a parlare della fortunata coincidenza, apparentemente ignari della mio malumore.
Non so come entrare nell’argomento che mi sta a cuore, non ne ho idea, ed è evidente che loro non ci pensano, del resto perché dovrebbero? Guardo una sfumatura dorata tra i capelli legati di Karin, fisso lo stacco tra il pomello bianco del comodino accanto al letto, indugio su un orecchino – a forma di serpente, mi pare – di Demian, e non so risolvermi.
Poi però mi scuoto. Il ricordo della corsa fatta per venire qui e l’ansia delle ore che ci separano dalla prossima notte mi fanno rilevare la questione in tutta la sua urgenza.
“Allora, per stanotte come ci sistemiamo?...” domando all’improvviso simulando una spontaneità che è ben lungi dall’appartenermi. Loro mi guardano come se fossi un’aliena, è evidente che la notte gli sembra lontanissima – del resto non sono nemmeno le due del pomeriggio.
“Organizziamoci subito, che poi torniamo sbronzi e a tutto avremo voglia di pensare tranne che a fare i letti!... Qui, in genere ci dormo io…” dico toccando il letto di Karin, ed è la pura verità “E penso che stanotte ne usufruirò”. Colpo basso, forse, giustificato dall’emergenza.
Demian si adombra, evidentemente preoccupato dall’assenza di un altro letto. Ma Karin, del tutto ignara delle mie manovre, risponde tranquillamente. “Be’, certo. Ma che problema c’è? Demian può andare in salotto, nel divano letto”.
Il sottile sguardo di Demian si rasserena immediatamente e un gran sollievo mi invade, non gli importa, non gli interessa dormire con lei!...
“Anzi” continua Karin colta da folgorazione “Invece di relegare Demian in salotto possiamo fare una cosa migliore, possiamo prendere il lettino apribile in camera di Ale e metterlo qui accanto, che ne dite? È così grande, questa stanza, e almeno così stiamo tutti insieme. Certo, magari per te è un po’ corto” osserva guardandolo.
“Macché, va benissimo, non immaginate dove ho dormito negli ultimi giorni” ridacchia Demian felice “Anch’io sono contento di stare in camera con voi. Me ne starò buono buono nel mio lettino e non vi darò alcun fastidio, lo giuro”.
“Andiamo a prenderlo subito, ha ragione Cami, dobbiamo mettere le lenzuola e tutto il resto. Ora ci acchittiamo una stanzetta da paura” dice Karin alzandosi.
Confermo, Karin ce li ha tutti, i pregi – dev’essere per questo che le donne la temono ma non la odiano, me compresa ovviamente.
Mi sembriamo tutti pazzi. Io che ho tessuto trame paranoiche per evitare che loro due dormissero insieme, Karin ovviamente ignara di tutto, Demian convinto di essere un peso per noi, e Ale che dalla cucina sta certamente divorando ogni sillaba della nostra conversazione. Chissà di quale contorto futuro sono il preludio, queste bizzarie, mi domando mentre immagino la faccia di Ale che ride di noi, lei che paradossalmente è l’unica che sembra aver preso questa storia con la massima calma.
Ma per ora Karin sorride con entusiasmo mentre va a comunicare alla sorella la nostra decisione. E anch’io, mentre cerco una cassetta dei Pearl Jam nel caotico cesto accanto al letto, posso finalmente sospirare di sollievo.
Ore venti e qualcosa, tenue contenuta euforia nell’aria e infantile calda aspettativa di una serata qualsiasi, ma illuminata da una nuova presenza – proprio come ieri sera, ma stasera siamo al completo.
Demian, col suo passo dinoccolato e le ciocche di capelli ondulati accanto agli occhi, è appena sceso a comprare pizza a taglio per tutti. Io, Ale, Karin e Chiara ci ciondoliamo in cucina sotto la luce artificiale della lampadina che pende dal soffitto, davanti alla tv accesa che snocciola pubblicità di cibo per gatti.
“Gatti!” esclamo io seduta sul tavolo, dondolando le gambe nel vuoto “Ad avere un gatto. Ci pensi mai, Ale?”
A Chiara non lo chiedo neppure perché so che non ama molto gli animali, e Karin è di là a disfare i bagagli.
“Come no? Risponde con lo sguardo alto e fiero e il fumo della Diana che le esce dalla bocca “Sai che li adoro. Ma se non riesco a prendermi cura nemmeno di me stessa e dei miei nervi sconnessi, come potrei prendermi cura di un micio?...” È seduta sulla sedia e indossa un gigantesco maglione blu le cui maniche le arrivano agli anelli d’argento che porta alle dita e, se non ci sta attenta, anche al filtro della sigaretta. “Già non riesco a ricordarmi quali e quanti sonniferi devo prendere alla tale ora, come pensi che potrei ricordarmi di dargli da mangiare, e quanto e quando?... Lo farei morire di fame o lo ridurrei un ciccione pieno di malattie”.
Io e Chiara sorridiamo al pensiero corale dell’immaginario gatto di Ale sul punto di morire di stenti o, al contrario, obeso che tenta invano di richiamare la sua attenzione mentre lei continua imperterrita a suonare il suo basso.
In quella squilla il telefono.
“Cami, o Chiara, voi che state sicuramente più in piedi di me” ci prega Ale, accennando all’apparecchio e a Chiara che, piccola e agile, zompetta per la cucina appunto come un gatto. Scendo giù dalla formica del tavolo e vado a rispondere.
“Pronto?”
“Buonasera, parlo con casa Sartori?” domanda una voce femminile con uno squisito accento del nord. Capisco all’istante.
“Sì” rispondo tuttavia.
“Salve, sono la signora De Martino, la mamma di Damiano” prosegue la voce, con una gran gentilezza.
La voce mi si alza di un’ottava. “Buonasera signora, io sono Camilla, Damiano non c’è in questo momento, è sceso a comprare la pizza” rispondo con spontaneità, e sento Ale e Chiara che si dicono qualcosa ridendo. “Appena torna gli diciamo che ha chiamato” continuo imperterrita.
“Grazie, lei è molto gentile, ma non vorrete certo che mi chiami da lì. Sta già approfittando troppo, ma Damiano è fatto così, si attacca alle persone e non si rende conto che può essere inopportuno...”
Una madre come tante, come pensavo ieri. Una madre che si preoccupa per il figlio che ha smarrito nei meandri della penisola, chissà dove e con chi. Tocca a me profondermi in rassicurazioni, No, signora, ma quale inopportuno, ma quale disturbo, Damiano è una persona stupenda e ci siamo già affezionate a lui, non si preoccupi per questo, veramente…
“Facciamo così” propone lei col medesimo garbo “Lo richiamo fra una mezz’ora, pensa che sarà tornato?”
“Penso proprio di sì, dovrebbe tornare a momenti. Richiami pure quando vuole”.
“A dopo, allora. Grazie, e buonasera… Camilla”.
“Buonasera” rispondo felice. Non sono già più un’estranea per lei, sono Camilla.
Torno in cucina tra un coro di risate e sfottò.
“Damiano è una persona stupenda, ci siamo già affezionate!... Richiami quando vuole!” mi scimmiottano senza pietà Ale e Chiara, mentre Karin è tornata col suo eterno sorriso.
“Però, ti sei calata bene nel ruolo della nuora, eh?...” osserva Ale, e Chiara le fa seguito “E hai sentito che tono!... Si rivolgesse mai a noi in quel modo!” dice rotolandosi dalle risate.
“Che ne pensi, Cami?” mi chiede Karin appoggiata al lavello “Che tipa è? Pensi di riuscire a sopportarla come suocera?”
Ah, anche Karin non è del tutto all’oscuro, quindi.
“Se riesco a sopportare tutto il giorno tre mezze cretine come voi, a maggior ragione riuscirò a sopportare l’adorabile donna che ha messo al mondo quella sublime creatura che risponde al nome di Demian, anzi, di Damiano” ribatto senza più filtri. Ale mi scruta con occhi fiammeggianti. Il citofono suona e vado ad aprire.
Informo Demian della telefonata prendendogli dalle mani l’enorme pacco di pizza ancora calda.
“Mi dispiace, le avevo detto di non telefonare qui” risponde.
“Ma che dici? Ha fatto bene. Fra un po’ richiama”.
Infatti è così. Abbiamo quasi finito di divorare la pizza, bevendo birra Moretti in tristi bicchieri di plastica, quando allo scadere di un tempo che è probabilmente una mezz’ora il telefono squilla di nuovo.
“Demian, vai tu” dice Ale col bicchiere in mano “Sicuramente è lei”,
“Pronto?” interroga lui col suo tono basso “Ma’!... Come stai?...”
Attaccano a parlare fitto, rivelando una certo affetto tra madre e figlio, e lui la informa di tutto, di Camilla, la dolcissima ragazza che l’ha portato qui, di Alessia e Karin, le bellissime padrone di casa, di Cesare, amico di Alessia e musicista anche lui, e via dicendo, raccontando e tranquillizzando ad un tempo.
Io sorrido lievemente, immersa in vagheggiamenti lontani. Ale mi guarda con un affetto che solo io so decifrare nel suo sguardo duro. È rimasto un angolo di pizza coi funghi, sopra al tovagliolo di Demian.
Conosco Ale e Karin praticamente da quando sono nata.
Abitavano nel palazzo davanti al mio, a Montesacro, dove i loro genitori vivono tuttora, e le nostre famiglie si conoscono fin da quando Alice era incinta di Karin. Io e Ale abbiamo pochi mesi di differenza e abbiamo fatto le elementari insieme. Karin, maggiore di noi di due anni, è sempre stata quella più grande, sempre un gradino avanti a noi, bellissima fin da bambina, che io e Ale guardavamo con ammirazione, invidia e smania di crescere. Fu ovviamente la prima ad andare alle feste delle Medie, la prima a truccarsi, la prima ad avere il ragazzo, e ricordo come io e Ale seguivamo le sue vicende con interesse capillare, provavamo i suoi trucchi di nascosto, cercavamo di imitarla nel modo di vestire e di comportarsi.
Ero più che altro io, ovviamente – Ale possedeva già allora una forte personalità, notevolmente spiccata per una bambina, era fiera e orgogliosa e spesso mi faceva notare come fosse ridicola l’ammirazione che nutrivamo nei confronti di una persona il cui unico pregio era quello di avere qualche anno in più. Era restia a ricalcare look e atteggiamenti che non le appartenevano, solo Ale poteva essere in grado di fare discorsi del genere a undici anni. Tuttavia, molto umanamente, stravedeva per la sorella e quest’ultima ricambiava appieno e se la portava dietro ovunque poteva, spesso di nascosto dai genitori, il che era un’ottima occasione anche per me che ovviamente mi accodavo quasi sempre.
Tutta la mia infanzia fu segnata dal rapporto con loro – grazie a loro ebbi quel minimo di libertà che i miei non mi permettevano, perché tanto stavo da Ale e Karin e loro erano tranquilli. Ci perdemmo un po’ di vista alle scuole medie, quando io e Ale finimmo in classi diverse e il travaglio degli anni critici ci fece momentaneamente allontanare. A quattordici anni, con l’inizio ufficiale dell’adolescenza, eravamo di nuovo insieme e unite, anche se diverse.
Sono quasi tre anni che Karin vive da sola. I genitori possedevano da sempre quella casa sulla Tiburtina e, una volta sfitta, le hanno offerto di andarci a vivere dopo il diploma. Ale ha avuto il permesso di raggiungerla l’anno scorso, anche lei dopo gli esami di maturità, sebbene già da prima stesse quasi sempre lì.
I coniugi Sartori sono di vedute ampie e liberali e in casa loro si è sempre respirata una spiccata atmosfera sinistroide che hanno trasmesso anche alle figlie. Ricordo interminabili diatribe politiche che inevitabilmente nascevano nel corso delle cene in cui le nostre famiglie si riunivano, mentre noi tre giocavamo sul tappeto ignare del significato di quei discorsi e mio fratello era in braccio a mia madre coi suoi pupazzetti. I miei, come si sarà intuito, sono sempre stati di tutt’altro orientamento, e hanno criticato spesso la libertà che Alice e Luciano Sartori hanno concesso alle figlie fin da piccole, ma ciò non ha impedito che la loro amicizia continuasse nel corso degli anni e si consolidasse in una profonda stima reciproca. Con mio grande stupore, mia madre ha evitato finora di opporsi apertamente ai genitori di Ale e Karin, nonostante la loro influenza e il loro liberalismo abbiano coinvolto (e beneficato!) ampiamente anche me, cosa ai miei sempre più sgradita vista la mia perenne assenza da casa e permanenza in quella delle figlie.
Chiara l’ho conosciuta al liceo.
Aveva un anno più di noi perché s’era iscritta un anno dopo. Era figlia di ragazza madre e sul conto di entrambe circolavano innumerevoli voci – che la madre si prostituiva, che lei frequentava persone molto più grandi con cui andava in posti equivoci, che si drogava eccetera – le solite stronzate dovute al suo status familiare e al suo innato anticonformismo. Ora so che parte di quelle voci avevano un fondo di verità (vedi le droghe, anche se leggere), ma la madre si è sempre fatta un culo così per mantenere al meglio sé e la figlia, e Chiara iniziò il liceo un anno dopo perché dovette andare a lavorare, a soli quattordici anni, quando sua mamma ebbe un grave esaurimento nervoso. Chiara e sua madre non hanno il classico rapporto figlio-genitore, sono più che altro due amiche e questo spiega in parte la vita libera e fuori dagli schemi che lei ha sempre potuto condurre.
Chiara era lesbica. Non la definiva una scelta irreversibile, anzi non la definiva proprio, ma noi tutte lo pensavamo. Stava con Cristina da anni e la loro era una relazione tormentata e passionale. Nonostante in pubblico non dessero certo occasione di scandalo, i professori lo sapevano e si accanivano contro di lei, continuavano a chiamare sua madre che continuava rendersi irreperibile. Tutta la scuola, del resto, lo sapeva.
Ancora non riesco a capire perché Chiara mostrasse tanto interesse nei miei confronti – io ero insignificante, perbenina e fidanzata, portavo i Closed con la ridicola scritta push here e il sabato sera andavo in pizzeria con i compagni di classe o con Federico. Probabilmente perché ero l’unica che non la temeva – avevano tutti paura di Chiara, motivo per cui non incappò mai in vessazioni o minacce. Ricordo scene di reverenziale e ipocrita rispetto da parte dei nostri compagni, e persino da un paio di prof, nonostante la blanda ostilità dovuta più alla forma che a reali contenuti. Forse in un certo senso la stimavano – possedeva un’intelligenza acuta e critica, ed era scevra da gratuiti e ridondanti atteggiamenti di rottura, a parte il look stravagante e le canne sotto scuola. Non fu mai bocciata né rimandata, nonostante le numerose assenze e la condotta sui generis.
Cristina, una mezza punk incosciente e incoerente che a differenza di Chiara si divertiva a provocare ad ogni occasione, era una classe avanti alla nostra ma fu bocciata due volte e non so se si sia mai diplomata. Non finì mai in classe nostra perché era in un’altra sezione – mi sono chiesta spesso se altrimenti i prof l’avrebbero ugualmente bocciata, facendola finire a cuor leggero nella stessa classe di Chiara.
Io, pur studiando, ero mediocre nel rendimento scolastico come nell’infantile puntualità con cui ogni mese scrivevo sul diario di Lupo Alberto ‘7 mesi con Fede, 11 mesi con Fede, 1 anno e 3 mesi con Fede’. Eppure Chiara dimostrò subito una spiccata simpatia per me, veniva spesso a parlarmi e addirittura a chiedermi consigli, proprio lei così esperta e avanti in tutto, per non parlare dei compiti in classe di matematica che regolarmente mi passava dal lato opposto dell’aula, con espedienti fantasiosi ed efficaci. Per me lei era una specie di mito, io che non possedevo né il suo genio, né il carisma di Alessia, né la bellezza di Karin ed ero, oltretutto, limitata e confinata nella gabbia borghese che i miei genitori continuavano a cucirmi intorno.
Comunque ormai chiacchieravamo spesso, nel cesso della scuola, mentre io mi accendevo una timida sigaretta e lei seduta sul davanzale, coi vetri crepati spalancati, squagliava il fumo, ciondolando le gambette all’esterno e consigliandomi i poeti russi. A quanto pare c’era una sorta di empatia. Ero felice e lusingata, ma non avevo fretta né speranza di stringere il rapporto – mi sembrava normale e già troppo così.
All’inizio del quarto liceo Federico mi lasciò per un’altra, una sua coetanea che aveva conosciuto durante l’estate. Per me fu il crollo totale. Tutte le mie ingenue certezze traballarono, si mantennero un po’ per forza d’inerzia e rifiuto della realtà, infine semplicemente si schiantarono come meteore a contatto con la terra, con la vita fuori dalle fiabe e dal mio diario e da ogni logica razionale a cui, mi rendevo conto, avevo creduto fin da bambina. Cominciai a fumare, a leggere Milan Kundera e le ultime poesie di Cesare Pavese, cominciai a farmi domande e più non trovavo risposte più fumavo, disegnavo e leggevo. Chiara cominciò a cercarmi più spesso, mi portò un romanzo di Dostoevskij e mi diede alcune specifiche. Mi portò a prendere un caffè e poi una birra in pieno pomeriggio, spiegandomi che c’erano ingiustizie più grandi di quella che avevo subito io e che tutto il mondo odierno purtroppo era basato su di esse e che noi nel nostro piccolo avremmo potuto fare qualcosa per evitare che continuassero a ripercuotersi su più ampia scala, bla bla bla. Alla terza birra non riuscivo più a seguirla, ma capivo intimamente che quello che diceva era giusto, e che di certo Ale e Karin la pensavano come lei.
Durante quell’anno diventammo inseparabili. Lei e Cristina ruppero fra scenate inenarrabili e Chiara finì in ospedale per tre settimane, a causa di una misteriosa intossicazione che non abbiamo mai voluto approfondire. I medici assicurarono me e Ale che non si trattava di overdose, nonostante non glielo avessimo chiesto. Erano uscite le materie e dovevamo metterci sotto, soprattutto io che con tutta la buona volontà zoppicavo – sono sempre stata poco dotata, l’ho detto.
Karin abitava già in via Morelli mentre io e Ale studiavamo italiano e latino sul balcone dei coniugi Sartori, quell’anno il caldo era assassino, per cui iniziavamo alle nove del mattino come ci eravamo imposte. Chiara era uscita dall’ospedale ed era sempre più una leggenda, il suo mito veniva alimentato ora dalle cause della sua intossicazione ora dalla sua prolungata assenza.
Ma il giorno dei miei orali lei era lì, nonostante i suoi fossero tre giorni dopo per via del cognome. Io ero isterica, assonnata e sfinita, ansiosa solo di concludere quell’insensato capitolo della mia vita, quando la vidi accucciata in corridoio a chiacchierare con un ragazzino, il fratello minore di un nostro compagno di classe.
“Tutto a posto?” mi aveva chiesto senza chiamarmi per nome, con un sorriso ampio e forte “Tu li spacchi a questi”.
Non l’avevo ringraziata, aveva l’aria sciupata e una grande energia. Poi qualcuno aveva detto “Crociani”, ero entrata e i ricordi si fermano lì.
Non ne ho nemmeno dei giorni seguenti, in effetti. So solo che dovemmo aspettare un’altra settimana per gli orali di Ale, ho ricordi intermittenti di citofoni, del balcone di casa Sartori e delle mie braccia stese sul letto che si domandavano milioni di cose su Ale, su Chiara, su Federico, su tutto. Gli orali andarono bene a tutte e, nell’attesa dei quadri, Chiara propose di andare una sera al Forte Prenestino, a sfondarci – disse proprio così – di canne e parlare un po’.
Io avevo fumato una volta sola nella vita, proprio con Federico. Solo a Chiara poteva venire in mente di proporre una cosa del genere a una ragazza acqua e sapone e apparentemente timorata come me, e solo lei poteva non stupirsi nel sentirmi accettare calorosamente l’idea!... Mi piaceva per questo, tra le altre cose – era una che non si fermava all’apparenza, o semplicemente in quei lunghi mesi mi aveva inquadrata più di quanto io riuscissi a fare con me stessa.
Qualche sera dopo io, Alessia e Karin prendemmo il 19 e approdammo sulla Prenestina, che non era troppo diversa dalla sua cugina Tiburtina, soprattutto in certe zone di buio rarefatto, squarciato qua e là dalla luce stonata dei lampioni. Ci buttammo in una pizzeria a taglio e parlammo di cose pratiche, i quadri, le date, l’aereo per Londra – io non avevo mai volato in vita mia e mi cagavo sotto, non avevo idea di come fare un bagaglio. Da lontano arrivava musica alta, eco del mio ristretto presente o speranza di altre vite ed emozioni che non avevo ancora vissuto. Una birra, tre sigarette e ci alzammo, andammo.
Chiara ci raggiunse al Forte. Prendemmo ventimila lire di fumo da un tipo tranquillo che ce lo diede senza problemi, nonostante fossimo delle ragazzine e mai viste prima per giunta. Pochi mesi dopo Ale avrebbe raggiunto Karin nel loro appartamento, ma in quel periodo usciva con un pariolino del quale in seguito non sapemmo più nulla, ed era più tesa e insoddisfatta di adesso.
Quel sabato sera io, Ale, Chiara e Karin ci trovammo per la prima volta insieme al Forte Prenestino. Era l’8 aprile del ’95, e da allora sono passati due anni esatti.
I genitori di Ale e Karin ci hanno messo pochi giorni a scoprire la presenza di Demian in casa delle figlie. Insospettiti dal fatto che una volta abbia risposto al telefono, che la mia presenza in quella casa sia più assidua e costante di prima e che le risposte di Karin siano diventate più evasive del solito, ieri mattina si sono presentati qui alle dieci e ci hanno svegliati a tutti.
In camera di Karin dormivamo come stabilito io, Karin e Demian, io e Karin nel suo letto e Demian nella brandina che abbiamo aperto lì accanto. Ale era nella sua stanza. I coniugi Sartori, pur possedendo una copia delle chiavi dell’appartamento, hanno educatamente suonato più volte, ma nessuno di noi li ha sentiti, per cui alla fine hanno aperto e sono saliti. Ad un tratto io, che sono quella che ha il sonno più leggero di tutti, ho sentito dall’altra stanza la voce di Alice Sartori, per l’occasione seria e inquisitrice, alternarsi alla parlata ciancicata di Alessia, impastata dal sonno e dal clordemetildiazepam. Sono scattata su come una molla e ho provato a svegliare Karin, raggomitolata quieta e dormiente nel suo orrido pigiamino.
“Karin! Cazzo, svegliati. È un casino” ho borbottato, ancora mezza addormentata.
“Mmh… Che c’è, Cami?” ha mormorato lei, luminosa e perfetta come le protagoniste delle telenovelas che, anche quando si svegliano dopo una notte di alcol e baldoria, sono sempre impeccabili come se avessero dormito dieci ore di seguito. Nessuno di noi era andato a dormire prima delle quattro.
“C’è tua madre di là”.
Karin ha spalancato gli occhi e ha teso le orecchie, siamo rimaste per qualche secondo in ascolto col fiato sospeso.
“Ma’, che c’è di strano” La voce di Ale, strappata al profondo sonno dei tranquillanti, cominciava a riacquistare diplomazia e prontezza “C’è Camilla, e anche un nostro amico che stanotte è rimasto a dormire”.
“Quale amico?” Alice l’Inquisitrice.
“Non lo conosci, si chiama Demian, è uno di Milano che abbiamo conosciuto l’estate scorsa a Londra”.
Grande Ale. Io non avrei saputo inventare una balla migliore, così sui due piedi.
“E che fa qui?”
“Ma niente, che vuoi che faccia, è venuto a Roma e ci ha chiamate…”
“Alessia, lo sai che non ti avremmo mai svegliata, se non avessimo reputato il caso. Ma qui ci sono alcune cose che…”
“Che succede?” la voce bassa e assonnata di Demian ha interrotto bruscamente il nostro immobile ascolto. Karin è scattata in piedi ed è andata di là.
“Ci sono i loro genitori” ho detto, stringendo il piumone.
“Minchia” ha borbottato lui dopo qualche secondo “Prevedi casini?”
“Non lo so, non penso conoscendoli, ma non si sa mai…”
“Buongiorno ragazzi” ha esclamato la voce di Alice Sartori spalancando la porta della nostra stanza “Camilla e… Demian, se non erro. O forse c’è anche Chiara da qualche parte? Non alzo la serranda per non traumatizzarvi, ma immagino che ormai siate svegli ed io e mio marito vorremo parlarvi, soprattutto a te, Cami. Mica per altro, sapete, questa casa è intestata a Karin e Alessia ma gliela abbiamo comprata noi”.
“Veniamo subito” ho mormorato.
Per farla breve, i coniugi Sartori, dopo aver fatto un breve giro per casa e aver rilevato il dopobarba, il rasoio e l’asciugamano di Demian in bagno, le sue mutande e i calzettoni sullo stendino, un post-it sulla porta della cucina che recitava ‘Tesori, sono andato a fare un po’ di spesa, ci vediamo dopo. smack’, hanno concluso che la permanenza del fanciullo non si limitava certo ad un’unica notte. Senza darci nemmeno il tempo di lavarci la faccia, hanno iniziato una sorta di interrogatorio tra i pochi che la storia della famiglia Sartori ricordi. O meglio l’ha iniziato Alice, perché Luciano, da intellettuale svagato qual è, ascoltava sua moglie in silenzio, guardandosi intorno e annuendo ogni tanto senza troppa attenzione.
Ovviamente, di tutto abbiamo dovuto rispondere io e Ale. Karin sedeva da una parte con la sua consueta aria indolente, estranea a ogni contingenza, e tutto ispirava fuorché polemici interrogatori. Del resto aveva un senso, lei era arrivata a cose già fatte. Demian, in maglietta, calzini e capelli legati, ascoltava in rispettoso silenzio la conversazione e le ragioni di Alice, probabilmente di nuovo preoccupato per il suo posto letto. Ale, come sempre in questi casi, aveva assunto la sua aria sostenuta e preparava il caffè dando le spalle ai genitori.
Il dono naturale di Demian di piacere alle persone si è rivelato in questo caso davvero provvidenziale. Durante una pausa di silenzio imbarazzato e più lungo del solito, abbiamo sentito la sua parlata bassa e nordica elevarsi dall’angolino in cui sostava.
“Mi scusi, signora, ma… Lei ha perfettamente ragione in tutto quello che sta dicendo, i miei genitori avrebbero reagito allo stesso modo. Ma in realtà è colpa mia, sono stato io a telefonare ad Alessia e a chiederle di venir qui. L’amico che doveva ospitarmi si è ammalato, e non avevo molti soldi, e ho insistito talmente tanto che non se la sono sentita di dirmi di no, se non altro per educazione…”
“Sì, lo immagino” ha detto Alice col suo splendido sorriso ironico, lo stesso di Ale. “Le mie figlie sono molto educate. Come ti chiami… Demian?”
“Damiano, signora. Damiano De Martino, se crede posso darle il numero dei miei a Bergamo”.
La signora Sartori si è rasserenata impercettibilmente.
“Bene, Damiano, non penso che per Alessia e Karin sia stato un gran sacrificio ospitarti” ha commentato sorridendo “Né, a quanto pare, per Camilla e le altre loro amiche che, a quanto sostiene la mamma di Camilla, negli ultimi giorni si sono trasferite qui quasi in pianta stabile, disertando le proprie case più di quanto già facciano di solito” ha concluso, ridendo proprio di gusto. Ahia, dovevo immaginarlo che dietro a questa sortita ci fosse mia madre.
Anche il padre di Ale e Karin, che fino a quel momento era rimasto in un angolo lasciando alla moglie l’ennesima matassa da sbrogliare, ha riso discretamente sotto ai baffi biondi. “E non è difficile immaginare perché…” ha bisbigliato maliziosamente.
Luciano Sartori è uno dei padri più assurdi che abbia mai conosciuto: intellettuale indolente come ho detto, cinquant’anni portati benissimo, capelli biondo-grigi raccolti in un minuscolo codino, occhi azzurri e aria apparentemente greve pronta a sgretolarsi ad ogni istante in uno dei suoi imperscrutabili sorrisi. Karin gli somiglia come una goccia d’acqua.
A quell’uscita, la tensione si è improvvisamente spezzata. Siamo scoppiati tutti a ridere, Demian compreso, e anche Ale ha deposto la sua aria incazzata per trattenere a stento una risata.
Di Alice Sartori si può dir tutto tranne che sia una madre severa. Cerca solo di evitare che l’educazione liberale che hanno impartito alle figlie degenerino in effetti di pericolosa anarchia. Nonostante la libertà che hanno concesso alle figlie, le seguono da lontano con discrezione e hanno imposto loro determinate condizioni. Alice sa che i pericoli da cui deve maggiormente guardarsi sono la pigrizia di Karin e l’interesse di Ale per il suo basso, e si regola di conseguenza. La sola cosa che l’ha turbata nel trovare Demian in casa delle figlie, oltre all’imbeccata di mia madre, è stata il non esserne al corrente, e ha dovuto fare un po’ di scena per ristabilire la propria autorità. Ho sempre pensato che il ruolo di genitore-amico sia il più difficile da sostenere, molto più del controllo assoluto che i miei genitori esercitano ciecamente – bisogna mantenersi in costante equilibrio tra il rispetto delle idee dei figli e l’affermazione delle proprie, capire le loro ragioni senza venir meno alle proprie, in un continuo altalenarsi di confidenze e imposizioni. È una posizione in bilico per la quale occorrono decisione e nervi saldi, e personalmente non so se fra vent’anni sarei in grado di sostenerlo. Eppure Alice e Luciano ci riescono egregiamente e con apparente spontaneità, grazie anche alla complicità che c’è tra loro.
“Non ho niente in contrario se Karin e Alessia ospitano i loro amici” ha detto infatti Alice. “Non potrei mai, anche perché Karin ne ospita uno un notte sì e due no… forse” ha proseguito lanciando un’occhiata ironica alla sua bionda figlia, che non si è scomposta minimamente.
Che mito, ho pensato. Alice è al corrente anche della frequenza con cui i visitatori notturni di Karin entrano ed escono da quella casa, e non batte ciglio pur dimostrando che sa.
“…Ma tu sei qui, mi pare d’aver capito, già da qualche giorno” ha continuato rivolta a Demian “Non voglio sapere quanti, ma avrei voluto almeno esserne informata. Hai intenzione di trattenerti a lungo?”
Attimo di muto panico. Demian non ha saputo rispondere e l’ha guardata inespressivo, noi eravamo più perplesse di lui visto che, dal nostro punto di vista, questo era appena l’inizio, relativo all’assestamento degli equilibri e alle decisioni logistiche, dopo il quale ci aspettavamo una lunga e felice continuità – io per prima, ovviamente.
Ma, dopo la prima incertezza, è stato ancora una volta Demian a tirar se stesso e noi tutte fuori dai guai.
“Be’, Alessia mi ha detto che in teoria avrei potuto, ma che ovviamente doveva chiedere il permesso a voi. Proprio ieri sera ha detto che oggi ve ne avrebbe parlato”.
Zac, ennesimo colpo da maestro! Geniale nella sua semplicità, semplicità apparentemente spontanea, tanto che ci avrei creduto anch’io se non avessi saputo la verità. E anche Alice, infatti, ha finto di crederci.
“Va bene” ha detto, “Allora mi rivolgo direttamente alle mie ragazze. Io e vostro padre vi abbiamo dato questa casa per permettervi di essere autonome, ma anche per sviluppare il vostro senso di responsabilità: un’autogestione, diciamo, non limitata agli scarsi mezzi e al disincantato contesto che c’è adesso nelle scuole, ma che deve iniziare, appunto, a casa”.
Io la ascoltavo incantata, ovviamente, domandandomi ancora una volta come lei e mia madre potessero essere amiche.
“Per questo vi abbiamo dato alcuni obiettivi, almeno per il primo periodo, li ricordate? Per te, Alessia, almeno due esami prima dell’estate. Finora il primo non c’è stato, non lo dico per metterti ansia, ma per ricordarti che puoi provarci, e ora che hai l’affetto di un’ulteriore persona ci riuscirai ancora meglio. Tu, Karin, che sei già al terzo anno… mi auguro che continui con questo ritmo, ma mi piacerebbe che fossi più presente nella casa e più attenta a tua sorella. Abitiamo a due chilometri da qui e vi stiamo mantenendo come se foste delle fuorisede, senza pretendere che lavoriate per non distogliervi dallo studio. Dimostrateci di aver ben riposto la nostra fiducia e mantenete al meglio la vostra casetta, se non volete ritrovarvi di colpo a casa di mamma e papà” Alice ha rivolto un’occhiata affettuosa al marito “Il che, fra l’altro, non era neanche tanto male ammettetelo… Insomma, questa per adesso è casa vostra e qui siete libere di comportarvi come meglio credete, ma cercate di ricordare i vostri doveri e di non farvi distrarre…” e qui si è voltata verso Demian sorridendo ironicamente “…dagli amici che ospitate…”
A quel punto siamo scoppiati tutti a ridere, chi più chi meno, Ale e Luciano compresi. Io ero un po’ stupita dalla bugia di Demian, mi ha inquietata scoprire che anche lui sa mentire – a fin di bene, per carità, ma comunque mentire, e nel modo più insospettabile. Ma mi sono subito rasserenata pensando che l’aveva fatto per noi e che soprattutto, in questo modo, la lunga continuità in cui speravamo poteva finalmente iniziare, ratificata dal beneplacito di un genitore.
“Allora, cosa prendete per colazione?” ha chiesto Ale alla madre, interrompendo il suo prolungato e ostinato silenzio.
“Grazie, cara, ma sono le undici passate, e noi l’abbiamo già fatta”.
“E allora? La rifate” ha ingiunto Ale con uno sguardo che non ammetteva repliche.
“Be’, quand’è così non abbiamo scelta” ha sorriso Alice, e ha comunicato alla figlia che lei e il marito avrebbero volentieri preso un tè.
Io la guardavo con attenzione. Mi è sempre sembrato di scorgere nella signora Sartori quella che sarà Alessia tra vent’anni – sono uguali, secondo me, non solo fisicamente (almeno quanto Karin e suo padre) ma anche negli atteggiamenti e nell’indole di fondo. Le loro idee sono le medesime, la sottile ironia anche, e sono certa che nel corso degli anni la silenziosa fermezza di Ale somiglierà sempre più alla logica e al buonsenso della madre, se riuscirà a controllare l’ansia che la affligge.
Il solito raggio di sole andava a sbattere sulle mattonelle gialline della cucina, illuminando le sbeccature e le misteriose macchie di caffè che non riusciremo mai a cancellare completamente. O forse sì, forse ci riusciremo solo il giorno in cui Demian non sarà più con noi.
Abbiamo fatto colazione tutti insieme stretti al piccolo tavolo della cucina di casa Sartori junior, Demian in maglietta calzini e crocchia di capelli, Karin nel suo orrido pigiamino, io col maglioncino bianco e i capelli – color castano chiaro – arruffati, Ale scura e sicura in fuseaux e maglietta dei Cure. I coniugi Sartori, vestiti di tutto punto, bevevano il tè e chiedevano a Demian come si trovasse nella Capitale e in quella disordinata casa piena di luce e di matte da legare.
“Meravigliosamente” ha risposto lui con lo sguardo stretto nel raggio di sole.
La visita dei coniugi Sartori, nonostante si sia conclusa nel migliore dei modi, ha scatenato una micidiale ondata di sensi di colpa nei confronti dei nostri doveri e, nella fattispecie, delle nostre carriere universitarie. Abbiamo studiato tutto il giorno e Demian ha pulito tutta la casa, era difficile concentrarsi sentendolo ciabattare per casa, tenere gli occhi sui libri senza cedere alla tentazione di seguire i suoi movimenti. Come quel giorno nell’aula di scienze, ho pensato.
Quando alle sei è passata Giulia, che è quella che studia un po’ di più e praticamente tutti i giorni, per poco non le è preso un colpo a trovare me, Ale e Karin sui nostri rispettivi manuali di Introduzione alla Sociologia, Psicologia dell’Età Evolutiva e Chimica Inorganica. Demian stava passando l’aspirapolvere in camera di Karin.
“Che cavolo state facendo?” ha strillato.
Demian ha evitato l’ipocrisia di dire cose tipo Forse è meglio che mi cerchi un’altra sistemazione, eccetera. Anche questo mi piace di lui. Anche il primo giorno, quando io e Ale gli abbiamo proposto di restare qui, non ha fatto ipocriti complimenti né ha finto di doverci pensar su – ha semplicemente detto di sì e ci ha ringraziate fino allo sfinimento.
Sono tornata a casa mia per cena ed è toccato a me sentire mia madre, ovviamente informata da Alice dell’esito della spedizione in casa delle figlie.
“E così, ora si spiega perché ultimamente ti si vede meno del solito” ha commentato mia madre, molto meno benevola di Alice Sartori. “Forse dovrei ricordarti qual è la tua casa, poiché mi sembra che tu stia facendo un pochino di confusione. E inoltre adesso viene fuori che c’è di mezzo un ragazzo, uscito da chissà dove. Non capisco come possa Alice permettere che le figlie si tengano in casa un uomo, uno sconosciuto. Ma del resto, io non ho mai condiviso nemmeno la loro idea di permettere ad Alessia e Karin di andar via di casa a nemmeno vent’anni, senza motivo, quando avrebbero potuto benissimo stare in casa coi genitori. Insomma, le figlie sono le loro, quindi affari loro. Ma tu sei figlia nostra, e sei ci vai di mezzo anche tu… Con questo tipo, poi, questo Damiano, questo Demian come lo chiamate voi… Almeno è una brava persona?”
“Alice non te ne ha parlato?” ho chiesto io secca, sconcertata dall’aggressività di mia madre.
“Sì, ma figurati se mi posso fidare di quello che dice Alice, visto l’atteggiamento irresponsabile che a mio avviso sta tenendo con le figlie. Quanti anni ha?...”
“Demian? Ventitré” ho arrotondato per difetto.
“Pure questo, a ventitré anni sta a centinaia di chilometri lontano da casa, senza soldi, senza fissa dimora!... Ma i genitori lo sanno?”
“Ma’, certo che lo sanno!...” ho sbottato “Ci telefonano sempre! Guarda che non è mica detto che tutti quelli che non la pensano come te siano genitori degenere con i figli sbandati!... Anzi, a volte ottengono anche risultati migliori” ho precisato, esasperata.
La discussione è andata avanti per una buona mezz’ora, tutto il tempo della cena, facendomi rimpiangere ancor di più d’essere tornata, lasciando i miei amici, il loro affetto e la calda allegria che immagino nella loro cucina. Mia madre, esaurita finalmente la polemica sulle diverse tipologie genitoriali, è tornata a ricordarmi i miei doveri e il corretto comportamento che non sto tenendo. Per esempio il fatto che io non sia mai a casa – evidente tormentone degli ultimi giorni – , e che in questo modo non solo manchi di rispetto a loro, ma non dia neanche un buon esempio a mio fratello, che quando avrà la mia età si sentirà autorizzato a fare altrettanto. Così non si può mica andare avanti, eh. E l’università? Che sto combinando all’università? È stata una mia scelta, eh, loro non mi hanno mica costretta. Eppure ci fosse una volta che mi vedono con un libro davanti, un libro di studio, eh, perché degli altri ne leggo fin troppi. Ma anche questo non possono saperlo, perché ci fosse una volta che mi vedono a casa, proprio. Ma del resto, cosa aspettarsi?... Con le mie amiche libere di fare quello che gli pare, per non parlare di Chiara che, per carità, è una ragazza in gamba e non è certo colpa sua della situazione famigliare che si è ritrovata, ma è chiaro che frequentando persone senza controllo rischio di diventarlo anch’io. Ormai si contano sulla punta delle dita le notti che dormo a casa mia, malaugurata quella casa di Alessia e Karin e il giorno in cui i genitori gli hanno permesso di andarci; e che ci sta poi, a casa degli altri, il miele, eh?... Ah già, ma ora c’è questo Demian di mezzo!... E dire che quando ero al liceo era così contenta, che stavo con Federico e uscivo solo con lui, e lei era tranquilla perché sapeva che stavo con lui che era pure di buona famiglia, e sperava che anche a vent’anni sarei stata fidanzata con un bravo ragazzo e invece eccomi, sempre sbattuta in strada con chissà chi a fare cosa, coi tempi che corrono…
Quest’interminabile monologo ha avuto effetti deleteri sul mio sistema nervoso, già provato dalla lunga giornata. Innanzitutto non ho potuto fare a meno di constatare, per l’ennesima volta, quanto il modo di mia madre di richiamarmi ai miei doveri sia diverso da quello di Alice Sartori di ricordare alle figlie i loro, nonostante i concetti di fondo siano gli stessi. Secondo, perché non è vero che mia madre era contenta quando stavo con Federico: ero troppo piccola, secondo lei, e ricordo le scenate quando lo scoprì, le prediche sulla mia giovane età e sui ragazzi più grandi, e le battaglie infinite per uscire da sola con lui… Terzo, forse più importante, cosa che mi ferisce e alimenta le mie insicurezze, trovo alquanto offensivo questo farmi notare sempre e continuamente che non sia fidanzata, il rimarcarlo di continuo come se fosse una colpa, come se dipendesse solo da me! Che poi, ovviamente, un bravo ragazzo che risponda ai suoi canoni, come a posteriori dice di Federico, io ormai non lo vorrei più… Dio, se mi mettessi con Demian, allora sai che soddisfazione, che gioia sarebbe per me e che schiaffo morale per lei, la figlia con un capellone, musicista, un senza fissa dimora che a ventitré anni sta a centinaia di chilometri lontano da casa!...
Anch’io non rispondo mai a mia madre, o lo faccio il meno possibile, per motivi differenti da quelli di Ale e Karin: semplicemente perché a me non piace discutere, cerco sempre di essere il più accomodante possibile, e in un caso come questo, poi, trovo che sia un’inutile spreco d’energia ribadire le mie idee e il mio punto di vista a una persona che ne ha di diametralmente opposti e non è minimamente disposta ad ascoltare i miei.
Ma da quando c’è Demian è diverso. Non so, è come se il suo pensiero accendesse in me coraggio e voglia di discutere, anche a oltranza se ne vale la pena, come se lui avesse risvegliato ciò che ho dentro da sempre, che penso e sento dai tempi della storia con Fede ma per cui che non avevo mai sentito il bisogno di lottare – lottare per affermare le mie idee, in nome di un ideale più alto e imprescindibile che porta il suo nome, che altro non è che l’amore che già provo per lui. E il fatto che mia madre si sia espressa così duramente con Demian senza neanche conoscerlo, sia pure in nome di un’apprensione materna a cui non credo, mi ha reso più insopportabili del solito i suoi preconcetti e i suoi anacronistici retaggi sociali.
Ieri sera ho litigato con mia madre di brutto, per la prima volta dopo anni, mettendo da parte la rassegnazione e l’accondiscendenza che le mie amiche non sempre approvano. Le ho urlato cose irripetibili, sui suoi fottuti dogmi assimilati da riviste di terz’ordine, sulla mentalità ristretta derivante da mancanza di cultura e dal rifiuto del confronto, senza risparmiarle avvilenti confronti con i coniugi Sartori. Con l’ovvio risultato che si è convinta ancor di più che dentro quella casa mi stiano facendo il lavaggio del cervello, facendomi perdere di vista i veri valori, e che se continuo così sarà costretta a fare un serio discorso ad Alice sugli effetti che il suo cattivo esempio sta avendo su di me; ha inoltre ribadito che quel Damiano, pardon, ‘quel Demian’ mi sta plagiando e mi sta mettendo contro la mia famiglia e ora capisce perché negli ultimi giorni sono così cambiata, in peggio.
Per Demian posso lottare e lo farò fino alla morte, ma il pensiero che mia madre e Alice possano arrivare a una rottura, nonostante lo stupore che ciò non sia ancora avvenuto, ha fatto riemergere la mia rassegnazione, con buona pace delle mie amiche – ricatti morali, unico modo che mia madre conosce quando non ha più argomenti né autorità.
“Non hai capito veramente un cazzo delle nostre esistenze” ho sibilato aprendo la porta e sbattendomela alle spalle, in tempo per sentire la sua acida risposta: “Già, avete capito tutto voi, poveri illusi!”
Questa giornata di merda si è poi conclusa in un modo sublime.
Sono arrivata sconvolta a casa di Ale e ho raccontato fedelmente quanto era accaduto. Ale e Karin sono rimaste sorprese perché sanno quanto sia inusuale che io risponda a mia madre, e l’hanno spiegato anche a Demian che ha ascoltato il resoconto con aria assorta e preoccupata. Vedevo gli avanzi della cena e delle birre, mi veniva da piangere e Karin mi ha chiesto di scegliere una cassetta da ascoltare.
Demian è stato un tesoro. Mi ha portata in camera di Karin, mi ha passato un braccio attorno alle spalle e mi ha fatto un lungo discorso dicendo che non dovevo prendermela, che tutti i genitori hanno difetti e che anche i suoi, pur essendo simili a quelli di Ale e Karin, quando gli aveva detto che sarebbe partito avevano fatto storie e che a sua sorella Laura, che ha solo un anno in meno, le rompon le balle e se non ci fosse lui che le regge il gioco, a volte sarebbero ancora da capo a dodici; che se volevo ci sarebbe venuto lui, l’indomani a parlare con mia madre, così lo avrebbe conosciuto e si sarebbe forse tranquillizzata…
Alle undici è arrivata Chiara con una cassa di Du Demon da venticinque centilitri l’una. Ne abbiamo bevuta una buona parte ma senza inciuccarci, e poi, visto che era ancora un sabato vuoto di proposte, siamo andati al Circolo degli Artisti. Demian è voluto venire in motorino con me, sentivo le sue mani sulla giacca, facevo le curve immaginando cercando di sondare il loro contatto sulla vita, il possibile modo in cui mi avrebbe stretta. Al Circolo abbiamo finito di bere e abbiamo ballato tutti insieme, ci siamo ammazzati dalle risate. Karin ha conosciuto uno e se l’è portato a casa. Chiara ha incontrato certi suoi amici scocciatissimi ed è sparita con loro per un po’. Cesare non si è fatto vedere per tutto il giorno, ma stranamente Ale non ha sembrato farci caso.
Io e Demian siamo rimasti fuori un sacco di tempo a parlare, lui mi coccolava e mi chiamava ‘bambina’. Mi ha convinta a tornare a casa, nonostante io ne volessi sapere, e mi ha persino proposto di venire con me in motorino e tornare poi a piedi.
“Non dire cazzate” gli ho detto “Semmai a casa ci torni col mio motorino e vengo a prenderlo domani”.
Faceva un freddo cane. È incredibile il tempo che sta facendo quest’anno, nonostante siamo ad aprile la temperatura non accenna ad alzarsi e la sera moriamo di freddo nei nostri giacconi consunti. Demian mi ha registrato tutto Mellon Collie and the Infinite Sadness degli Smashing Pumpkins. Semplicemente stupendo: forte, struggente, completo. Col mio walkman abbiamo ascoltato Tonight, tonight cinque o sei volte di seguito, soffermandoci lui sugli accordi io sul testo, e insieme su ogni variazione e cambio di registro.
Sul resto della serata non potrei dire altro che poche, evocative immagini che ne rappresentino la magia: il cielo grigio e nebbioso, la sfumatura rosa sopra i tetti color ocra di via La Marmora, la luce calda dei lampioni, il sorriso obliquo di Ale, un’indefinibile musica rock che proveniva ovattata da dentro.
- BELIEVE IN ME AS I BELIEVE IN YOU -
È una di quelle mattinate pseudo-primaverili in cui il sole si rifrange sui marciapiedi e sulle mura chiare dei palazzi scalcinati e, pur nella buona disposizione che senti vagheggiando una giornata in cui potrebbe finalmente accaderti qualcosa degno di nota (pur sapendo che anche oggi non accadrà niente), ti dà un indefinito senso di benessere, di benevolenza estesa anche solo il guardare le mamme che vanno in giro con le carrozzine e le buste della spesa, i macellai paffuti che aspettano sulle soglie dei loro negozi, e due signori col cappotto e il cappello che passeggiano chiacchierando, fumando non sigari ma sigarette estere di marche sconosciute e potrebbero benissimo, nella tua dilagante fantasia, essere due lord inglesi.
Nella realtà, la Tiburtina altezza Verano ha distrutto le gomme del mio motorino ed io non mi trovo per strada a osservare i suddetti personaggi, sto ciabattando per casa rimandando il più possibile l’incontro col mio famigerato Ferrarotti, e il sole lo sto guardando dalla finestra giusto per perder tempo. E poi, sorrido in un pensiero vivo che dà luce al mio sguardo, quello che doveva succedermi finalmente è successo: in un’ora pigra e grigia ho conosciuto Demian, ora con noi c’è lui per cui, in questo (breve?) spaccato dei miei diciannove anni, non ho bisogno di ulteriori sorprese.
La sorpresa più prevedibile ma meno banale è appunto Demian che mi citofona, nel quadro delle undici meridiane, e la sua voce bassa e già familiare riempie la cornetta di splendide tinte che mi scottano la mano.
“Ti ho riportato il motorino” dice la voce, quieta e fiammeggiante.
“Legalo e sali” gli ordino.
Sono vestita, potevo scendere anch’io, è solo un modo per fargli finalmente vedere casa mia, entrare in me, nel mio mondo che io stessa frequento così poco. Sono un po’ gelosa della sua permanenza da Ale e del fatto che viva lì, in una casa che di fatto non mi appartiene e che è quella che ricorderà una volta tornato a Bergamo, e da ieri ho sentito, più acuta del solito, la mancanza di una mia abitazione che possa sostituirsi alla sorta di ‘quartier generale’ che per forza di cose abbiamo stabilito in casa Sartori. Purtroppo non posso ovviare a questa mancanza, ma già il mostrargli uno spazio mio, personale e scevro da quello delle ragazze, renderebbe più sopportabile la mia frustrazione.
“Terzo piano” aggiungo dopo un po’.
Mi guardo intorno e vedo un arredamento che suppongo moderno eppure penso che, se mai mi fermassi ad ascoltarlo, rivelerebbe una quantità di cose che non ricordo più, voci remote, episodi della mia infanzia, ma adesso non c’è tempo per farlo, è sempre il presente che chiama, Demian sta salendo le scale, o avrà preso l’ascensore?, e il presente ha dimenticato le mani orgogliose di un’Alessia bambina che chissà quante volte avrà toccato questi spigoli e magari ci si sarà fatta anche male, il presente sono tutt’al più le orme che Chiara ha lasciato in corridoio quando in quinto veniva a far finta di studiare da me e calpestava in fretta questo tappeto per arrivare nella mia stanza più in fretta possibile. Demian lascerà delle impronte seppur vaghe, le impronte del suo entusiasmo e dei suoi anfibi slacciati? Chissà se troverò qualche sua traccia sul mio scrittoio di legno antico, lasciatomi da mia nonna e di cui vado tanto fiera, tutto inciso con le firme delle amiche che hanno dormito da me e le scritte delle ore e dei giorni più importanti degli anni passati.
Passi pesanti sull’ultimo gradino, è salito a piedi.
“Ohi” gli sorrido “Vieni”.
Punta di piedi, bacetti e affetto, il calore mi entra in circolo e mi scorre dappertutto.
A mia madre, che arriva in fretta dalla cucina, non sembra vero di poter finalmente conoscere quel Demian che sta turbando la quiete delle sue notti e l’assetto già instabile che stava cercando di mantenere, preoccupata per la sorte della sua figliola plagiata da uno straniero senza fissa dimora. Appena lo vede, ovviamente, lo sguardo le cade sugli anfibi pesanti e sale via via verso i capelli legati e i ciondoli al collo, ma quando arriva al suo viso si apre infine in un sorriso disteso, specchio di quello di Demian. Ennesima conferma dell’effetto che questo ragazzo, pur capellone stracciato, farà sempre a qualunque madre del mondo – quando glielo dicevo io, alla mia, mica mi credeva.
Ma ciò che mi sorprende non sono le reazioni di mia madre, ampiamente previste, quanto la faccia di Demian. Lui sì, che sorride radioso e in un modo diverso, da come sorrideva agli splendidi coniugi Sartori, o è una mia impressione? Forse perché, memore delle sfuriate precedenti e conoscendo la fama dei miei, sa di dover fare per forza una bella figura, oppure… Oppure? Non so, sono folgorata da ipotesi concrete e da speranze senza nome.
Guarda mia madre rapito e sorridente al cubo, le tende la mano e dice senza ipocrisia: “Piacere di conoscerla. Ero proprio curioso di Non vedevo l’ora di conoscere la mamma di Camilla. Sono Damiano”.
“Anch’io ero curiosa di conoscerti” risponde mia madre, senza apparente malignità “Da quando sei a Roma vedo mia figlia ancor meno di quanto la vedessi prima… Che, ti assicuro, era già poco per una madre, almeno per una madre come me, perché pare che i genitori di Alessia e Karin possano sopravvivere anche vedendo le figlie una sola volta a settimana. Li ammiro, ma io non sono come loro” dice, dimostrando come in un’unica frase sia possibile sputtanare la condotta della propria figlia e sputar veleno sui propri migliori amici, sostituendo il verbo invidiare con ammirare.
Eppure, anche nel tono di mia madre, mi sembra di cogliere qualcosa di smussato, di meno acido rispetto al solito. Trascina Demian in cucina, dove lei è affaccendata. Lui la segue alto e dinoccolato, io lo accompagno adorante.
“Damiano, cosa ti posso offrire a quest’ora? Ti faccio un caffè?”
“Sì, grazie”.
Mia madre prende la caffettiera, lo invita a sedersi e comincia a blaterare. Tutto da secolare copione degli incontri genitori-amici o fidanzati dei figli: guardinga cortesia da parte degli uni, educazione e timore da parte degli altri, trattenuta euforia nel poter entrare un po’ nell’ignota vita dei figli, blandi commenti sul nostro stile di vita… sul fatto che facciamo tardi la sera e chissà poi che faremo fino a quelle ore e loro stanno in pensiero ed inoltre sarebbe ora che decidessimo, se vogliamo studiare dobbiamo farlo sennò non ha senso non è mica più la scuola dell’obbligo e loro non ci hanno costretti glielo dice sempre ad Alice ma lei probabilmente si sa far rispettare più di me almeno da Karin che gli esami li dà e tu pure non vorrei impicciarmi ma sai una mamma – risatina isterica e ruffiana – si preoccupa anche degli amici dei figli e quindi raccontami se ti va perché sei qui così lontano dalla tua famiglia a fare cosa e cosa fai a Bergamo cosa vorresti fare nella vita quanti anni hai che Camilla me l’ha detto ma non ricordo e cosa ne pensano i tuoi ma sei figlio unico ah no e tua sorella cosa fa e ora dove andate tu e Cami ma perché non rimani a pranzo ah devi andare a lavorare ma pure questi lavoretti saltuari che non portano a nulla non voglio impicciarmi ma anche Camilla farebbe come te se non la tenessi d’occhio la conosco è mia figlia e secondo me in questo modo sprecate tempo prezioso che con le vostre capacità (?) potreste impiegare molto meglio ma cosa credete che avrete sempre vent’anni lo so che ora vi sembra così e non ci pensate ma poi gli anni passano svelti e se non fate qualcosa di costruttivo adesso poi vi ritroverete a quarant’anni con una famiglia e non saprete come fare vabbè mi rendo conto che questo è prematuro ora però tenetene conto ma lo vuoi un biscotto Demian li ha fatti mia madre la nonna di Camilla sono buonissimi Cami diglielo secondo me sta facendo i complimenti dài assaggiane uno…
Il fermaglio indiano mi scivola dai capelli sotto questa valanga di luoghi comuni alla quale Demian risponde brevemente, con educazione e assertività. Il bello è che non sembra infastidito né che faccia buon viso a cattivo gioco – mi stupisce sempre più questo ragazzo, temo solo che d’ora in poi si guarderà bene dal venire a casa mia.
Nella mia stanza possiamo respirare. Mi scuso per mia madre e lui mi guarda interdetto.
“Di che?” mi chiede sinceramente stupito.
“Dell’assillo che ti ha dato e del cumulo di cazzate che ha detto” rispondo con un gesto vago e sconsolato.
Lui mi tocca una mano. “Cami, sono mamme. È preoccupata per te. Credi che la mia sia tanto diversa? Solo perché mi lascia star qui senza stressarmi eccessivamente? Non vedi che ci dobbiamo sentire quasi tutti i giorni?”
Lo amo.
“Forse hai ragione” ammetto, leggermente sollevata. Poi scoppiamo a ridere, e fine della questione.
Gli piace, la mia stanza, e da come lo dice capisco che è vero. Inizia a guardarsi intorno con aria attenta e curiosa. Ammira il copriletto indiano, apprezza il poster dei Pearl Jam, sorride al disegno flashato (tutto rosso, giallo e nero) che mi ha fatto Chiara. Fissa assorto e indecifrabile una foto ingrandita, stirata sotto un picoglass, primi piani ridenti – ubriachi – di me e Ale. Gli piace immensamente lo scrittoio in legno antico, lo osserva per più minuti, legge qualche scritta ma non vi lascia tracce, né io posso chiederglielo. I suoi anfibi calpestano con leggerezza il tappeto blu su cui sono accoccolata, si guarda intorno con gli occhi strizzati e la concentrazione di un bambino – la fossetta è impercettibile, i capelli immobili, i passi brevi e il profilo delicato vagamente inquisitore. Mi guarda per un attimo, come se cercasse di capire chi sono realmente. Le mie dita tese stringono una sigaretta di cui non riesco a sentire il sapore – solo uno scarabocchio che mi incide la gola – e lo osservo ansiosa, come in attesa di un giudizio.
Che arriva col suo sorriso, largo e luminoso come al solito. Non dice nulla, ennesima cortina di silenzio che divide i miei pensieri, ma il suo sguardo è dolce e più che eloquente. Decido di uscire perché voglio passare un po’ di tempo con lui, fuori dal raggio d’azione di mie madre, prima che vada al lavoro.
Sul mio Sì rosso sgangherato la Nomentana è una cascata di sole che incendia l’asfalto, oltre che un covo di sampietrini sconnessi che ci fanno saltare all’unisono e mi danno il pretesto per aggrapparmi alla sua vita. Già, perché guida lui, coi capelli legati per non darmi fastidio, e canta melodie a me ignote di cui non ho il coraggio di chiedergli la provenienza, siano esse dei suoi Panic in London o di qualche importante band che non conosco per mia ignoranza.
“Ci possiam fermare un attimo a piazza Bologna?” chiede a voce alta nel vento “È un buon punto di mezzo per me”.
“Certo” rispondo.
Si ferma alla fine di viale XXI Aprile e leghiamo il motorino. Lui si stira in tutta la sua altezza, la giacca militare gli trema nell’aria fresca dell’ombra.
“Ho fame” dice toccandosi la pancia inesistente “Solo caffè e biscotti secchi stamane. Facevano schifo” dichiara con una smorfia, esprimendo per una volta un dissenso “Ale nega d’averli comprati lei, se scopro chi di voi è stato lo costringo a finirsi tutta la scatola così poi ci compriamo un pacco di tossicissimi frollini al cioccolato, sai quelli che proprio ti fan male, che li senti sciogliersi in bocca insieme a tutte le scorie…”
“Possiamo comprarli anche senza aver finito quelli di prima”.
“Sì, Ale stava andando a comprare il latte e volevo dirglielo, ma ero in ritardo e sono uscito prima. Lei dice che senza latte non vive. Ma allora perché non ne tiene una scorta a casa?” domanda curioso, senza polemica.
“Perché il latte fresco scade subito, e quello a lunga conservazione fa schifo. Pensa al latte che c’è su… a Londra… L’ho bevuto per un’estate e quando sono tornata giù mi sembrava anche a me di non poter viver senza. Era panna, non latte. Al confronto, il nostro sembra acqua”.
“Vero” conviene “Ma per il caffè loro hanno le walky-cup, come in America del resto. Hai presente i film americani? Latte e zucchero? ti chiedono. Da piccolo mi ci scervellavo, per capire cosa intendevano”.
“Infatti a Londra le questioni sono due” dico legandomi i capelli col fermaglio indiano “O prendi il bicchierone di caffè acquoso e ti ci metteranno, diciamo, anche cinque centilitri di latte se capisci quello che ti chiedono, oppure ti compri al market due pinte di latte puro, quello nel bottiglione che sembra quello della varecchina. Io e Ale facevamo così, e ce lo sturavamo in un quarto d’ora sui gradini di Trafalgar Square, mentre Karin andava per vetrine tirandosi dietro Giulia. Io prendevo anche i biscotti al cioccolato, quelli da pochi pences, ed era meglio”.
“I Digestive?”
“Sì” sorrido “Ale ha sempre mangiato poco, beveva latte e fumava guardando le comitive di giapponesi che scattavano foto ai leoni di Trafalgar e parlavano tutte le lingue ed erano a loro agio in qualunque contesto del mondo. Ma il latte non ce lo toglieva nessuno”.
“Facevate bene” ridacchia “Anch’io ogni tanto mi attaccavo al bottiglione e non finivo più. Quello sì che è grasso, altro che i frollini tossici”.
“Quindi potremmo convenire che la colazione più tossica è il latte di Londra coi frollini che dicevi prima” dico incamminandomi e prendendolo sottobraccio.
“Sì. E quella più schifosa è il latte a lunga conservazione coi biscotti di Ale e Karin!” conviene, e scoppiamo a ridere.
Cinque minuti dopo siamo seduti in un fighettissimo bar di piazza Bologna, tutto vetrate e moine, a prendere appunto un cappuccino chiaro con servizio al tavolo che sicuramente costerà più del cappuccino stesso.
“A questo punto possiamo prendere anche qualche biscotto, ci costerà sicuramente meno” dico.
“Naaa. A furia di parlarne mi è passata la voglia, aspetto il pranzo che farò sicuramente alle cinque quando avrò finito di volantinare” risponde tranquillo, con la fessura degli occhi che vaga da me alla vetrata a chissà quale suo pensiero.
Beviamo il cappuccino sorridendoci con gli occhi sopra alle tazze dipinte, spuma tiepida e accogliente che ti si appiccica al palato, ceramica liscia e fredda che ti accarezza le labbra.
“Altro che i bottiglioni di varecchina” dico, e di nuovo scoppiamo a ridere mentre le parioline in tacchi e camicetta sfilano al di là della vetrina.
Poi altre chiacchiere, sublime graffio di tabacco nella gola, e poco dopo siamo di nuovo in strada, senza che ci sia stato richiesto l’extra per il servizio al tavolo.
“Vedi? Sei fortunato” dico.
“Questo già lo sapevo, sennò non vi avrei incontrate” ribadisce ancora una volta.
“Demian!” esclamo colta da folgorazione “Senti, invece di aspettare le cinque del pomeriggio, ho un’idea. Hai ancora qualche soldo?”
“Sì, ho diecimila lire mie, più dieci di Ale. Cosa vuoi, io ho una famiglia da mantenere, tutti voi, e ora lavoro pure!” scherza.
“Perfetto. Là dietro c’è il forno Gentilini, hanno delle cose squisite, pane, pizzette, e costano certo meno che in questo covo di snob. C’è un profumo che tutte le volte che ci passo davanti mi viene voglia di entrarci… Andiamo a comprarci qualcosa, così poi tu vai a distribuire i tuoi ignobili volantini a stomaco pieno, e io ne porto un po’ da loro” propongo.
Approva con calore. Attraversiamo tutta la piazza senza rispettare nemmeno un semaforo, schivando macchine dalle lamiere che s’infiammano al sole e attraversando i giardinetti mal curati, a quest’ora affollati da nugoli di bambini e adolescenti appena usciti da scuola. Dopo una breve fila compriamo pizzette, biscotti e un filone di pane freschissimo. Riattraversiamo la strada con la medesima incoscienza e ci dirigiamo verso il giardinetto.
Ci sediamo su una panchina immersa in un bagno di sole, apriamo i cartocci e iniziamo a mangiare pizza bianca ancora calda. A quest’ora si sta benissimo, l’aria è tiepida e impalpabile, Dio volesse che la primavera arrivi finalmente come si deve. Orde di pargoli multicolori si rincorrono davanti a noi fra allegri schiamazzi; Demian li guarda con il bel viso sciolto in una smorfia tenera.
“Sai, Demian” dico, masticando lentamente un pasticcino alle mandorle “Io adoro i forni, questi posto in cui entri e senti l’odore del pane e vedi tutte cose genuine dietro al bancone, questi posti che ti fanno pensare alle cose semplici… Poi vabbè, devi sapere che io sono fissata con questo fatto delle cose semplici, come se facessero parte di un mondo innocente e perduto che contrasta con quello dissoluto e un po’ torbido nel quale viviamo noi adesso… Mi fa pensare, che so, a quei paesini in pietra dove la mattina ti svegli e sei contento già solo per quello e perché c’è il sole che illumina la campagna e i viottoli lastricati” dico, riprendendo il leit-motiv che mi accompagna da stamattina, “e le vecchie vanno a comprare il pane, ma non le vecchie acide e pettegole, le vecchiette spiritose e maliziose e ancora così piene di vita… Vanno a fare la spesa ed entrano dal fornaio che è un anziano bottegaio simpatico e cordiale e parlano per luoghi comuni, mentre lui maneggia filoni profumatissimi e bianchi di farina… E i ragazzi e le ragazze non hanno bisogno di discoteche né di musica techno e sono felici anche solo perché sanno che alle sei si incontreranno tutti in piazza, mentre gli anziani andranno alla funzione passeggiando a braccetto, e vedranno il tipo o la tipa che gli piace e forse si metteranno d’accordo per vedersi la sera alla festa del paese, e si vestiranno con cura davanti allo specchio del loro armadio di legno antico al piano di sopra della loro casetta come quelle di una volta e poi scenderanno in salotto a dire ai genitori che vanno alla festa…”
Che film. Sono proprio partita per la tangente, penso interrompendomi di colpo. Chissà perché, questo ragazzo m’ispira questo genere di discorsi, l’incanto delle cose semplici, la magia di bellezze perdute. Chissà perché, quando sono con lui mi sento libera, e proprio desiderosa, di fare questo genere di discorsi. Non potrei starmene zitta? A volte mi viene da pensare che finga di assecondarmi mentre in realtà pensa, forse a ragione, che sono una cretina integrale, e la mia coda di paglia brucia insieme alla mia sigaretta. Per esempio chissà ora cosa penserà, mi chiedo, del mio sproloquio su questo fantomatico paese delle meraviglie.
È così spontaneo, eppure, il nostro rapporto, fatto già di chiacchiere pigre e gesti automatici, che riempiono una quotidianità nuova come se durasse da sempre, inedita nello splendore ma collaudata nell’affetto, come quella con Ale e Karin – con Federico non era così, non è mai stato così nemmeno dopo un po’ che stavamo insieme, c’era sempre qualcosa di artefatto e di forzato, forse perché eravamo giovani o perché lui era di buona famiglia, come l’avvocato di Giulia, tutti attaccati a modi e convenzioni privi del midollo – penso alla semplicità dei modi tra me e Demian che ci conosciamo da meno di una settimana e ci teniamo su un motorino scassato e lo leghiamo insieme con lui che mi regge il lucchetto e canta, mentre io col pretesto lo abbraccio e poi parliamo del latte di Londra e dei forni di paese e di altre stronzate vere e leggere.
Il suo sguardo diventa la solita fessura dilatata nell’aria calda dell’una. Dà calore all’aria o è l’aria che riscalda il suo?
“Quand’ero piccolo andavo in un paese, lì dalle parti mie, che è proprio come tu lo descrivi, anche se forse sembrava a me così perché ero un bimbo” dice “C’era una casetta come quelle che dici tu che prendevamo in affitto ogni estate, vecchia e decrepita, coi soffitti alti, le pareti d’intonaco ingiallito e i mobili antichi tutti tarlati… E le sedie di paglia, le ricordo bene, coi fili che uscivano fuori e io e la Laura ci divertivamo a tirarli e la mamma diceva Demi, smettila che poi non ci possiamo più sedere… Io e la Laura stavamo sempre a giocare con gli altri bambini ai giochi più semplici tipo acchiapparella e moscacieca, e andavamo a chiedere l’acqua al barista, il signor Nando, che ogni tanto ci dava pure qualche caramella… La mattina ci svegliavamo contenti perché eravamo in vacanza e in un posto diverso, facevamo colazione nel cucinino inondato di sole e poi aspettavamo con ansia il pomeriggio pensando ai nuovi giochi che avremmo inventato con i nostri amici… È vero, pensandoci ora non era nulla di che eppure era tutto bello e semplice, ricordo come se fosse ieri quel senso di felicità”. Alza le spalle e sorride, deliziato dai quei ricordi.
E anche stavolta, non solo non mi ha presa per matta ma ha anche partecipato con entusiasmo ai miei infantili e ingenui vagheggiamenti. Sono incantata da quello che ha detto e dall’espressione rapita che ha, il dolce abbandono con cui è seduto accanto a me, strizzando gli occhi per il sole senza alcun segno di fastidio.
Lo scooterino parcheggiato a due metri da noi è di un giallo così fiammante e aggressivo da ferirmi gli occhi, lo sgradevole striscione di Meridiano Zero è scritto a mostruosi caratteri fascisti, e c’è un diciottenne piantato in piedi con aria arrogante, in bomberino, Ray-Ban e sigaretta in mano. Torno bruscamente alla realtà provando un gran senso di disagio.
“Non esiste, Demian” dico cupa “Un paese del genere non esiste, o come hai giustamente rilevato tu, esiste tutt’al più nell’immaginario di un bambino”. E nelle fantasie di un’idiota come me, aggiungo mentalmente. “Oggi nei paesi i ragazzi sono così disadattati, più di noi perché a differenza nostra non hanno palliativi per le loro turbe psichiche di fine anni novanta, che iniziano a farsi le canne a dodici anni, a calarsi a quattordici e a bucarsi a diciotto, oppure emigrano a Londra, e non certo per bere il latte sui gradini di Trafalgar Square. Per non parlare dell’alcolismo imperante fin dalle suddette età, roba che farebbe impallidire le birre Moretti che ci beviamo noi con tanti sensi di colpa… La noia li corrode e se li inghiotte. Già ce l’abbiamo noi, questo tipo di paranoia esistenziale e psicotica, e possiamo cercare di arginarla andando al Forte e fare i nostri giri stupidi a San Lorenzo, con le luci della sera la metropoli la musica a palla tutti insieme nei locali bui e fumosi o per le strade illuminate e affollate di disagiati come noi. Loro, come la arginano? Sono venticinque under 30 in tutto il paese, anzi ventitré perché due sono fidanzati da quando stavano alle Medie e questi problemi noi non ce li hanno, sai, la classica coppietta inconsapevole che probabilmente rimarrà insieme per tutta la vita. Non hanno locali, non hanno strade solo vicoli che di notte sono freddi deserti e poco accoglienti, quando una cassetta dei Cure comprata con fatica nel capoluogo più vicino fa il giro del paese è una festa, non possono nemmeno conoscere gente nuova perché conoscono già i coetanei di tutti i paesi nel raggio di dieci chilometri, e gli spacciatori locali li tengono d’occhio non meno di quanto la polizia tiene d’occhio loro… Altro che festa del paese” concludo sconsolata.
“Già, le feste di paese sono in realtà orribili sagre del kitsch piene di dolciumi vomitevoli e di vecchie comari che non sono né spiritose né simpatiche ma solo pettegole e invidiose, e stanno sempre a parlare della figlia della Gianna che è una scostumata e ai miei tempi queste cose non succedevano e ti chiedon sempre perché hai i capelli lunghi, sarai mica come il figlio della Rosina che poveretta, i dolori che ha dato alla madre, uno fa tanti sacrifici e poi, e i piercing e tutte queste mode di adesso e chissà dove andremo a finire” continua lui, e restiamo in silenzio sospirando scoraggiati.
Vedo che ha capito perfettamente la questione. Parliamo la stessa lingua, io e lui. La stessa lingua oscillante tra entusiastico idealismo e rassegnato cinismo – è una gioia constatare che lui mi capisce, che non mi prende per pazza, che dietro alla sua abbagliante bellezza c’è un cervello analogo al mio. Se non avessi quel manifesto fascista davanti agli occhi, sarei proprio felice. È che mi sembra che quei caratteri mi aggrediscano proprio- che scendano dalla carta e mi vengano addosso, incombenti e minacciosi. È che sono fastidiosi, squadrati, di una precisione innaturale e mostruosa. Chissà perché i fascisti scrivono in quel modo? Avranno degli stencil? O magari fanno dei corsi, vengono indottrinati nella grafia oltre che nella loro vergognosa ideologia?
Sto per domandarlo a Demian, e sto per chiedergli se anche su si usi quel tipo di carattere, ma lui ha fermato un passante e si sta informando sull’ora.
“Le due meno dieci” risponde quello. È abbastanza tardi.
“Devo andare” fa Demian.
Oggi è il suo primo giorno di volantinaggio, unico lavoro che poteva trovare così su due piedi fra le sgualcite pagine di PortaPortese, alla ricerca del quale ieri ci siamo applicati fin dal mattino. L’hanno preso subito, ovviamente, per un ristorante nei pressi di Fontana di Trevi. Paga: diecimila lire l’ora fisse, più che buono di questi tempi e per un lavoro del genere. In questi giorni gli ho quasi sempre lasciato il motorino, nonostante nelle ultime sere non siamo quasi mai usciti. È sempre venuto a riportarmelo, puntualissimo, la mattina dopo.
“Oggi faccio dalle due e mezza alle cinque e mezza, in via del Corso” m’informa “È bella come dicono?”
“Altroché! La più alta concentrazione di fighettaggine a cui tu abbia mai assistito, pariolini e snobboni come se piovesse. Il bar di prima al confronto è uno squallido buco di periferia” dico, omettendo che durante il liceo anch’io ci andavo a passeggiare il sabato pomeriggio con Federico Altieri.
Sorride. “Ci vediamo a casa verso le sei e mezza”.
Bene, almeno potrò andare all’università e cercare di studiare per qualche ora. Magari ci riuscirò, già sapendo che alle sei e mezza lo rivedrò e che prima di quell’ora non avrò distrazioni.
Però non mi va di lasciarlo andar via così, mi sembra che stiamo interrompendo discorsi belli e importanti, una sorta di intimità che si è creata solo fra me e lui lasciando tutti gli altri fuori. Ma i doveri ancora una volta chiamano.
“Ti ci porto io, a via del Corso. Oppure tieni ancora il mio motorino. L’università è qui vicino, non mi costa niente andarci a piedi o col 310” dico di slancio, per rimandare un altro po’ la separazione.
“Macché, te l’ho riportato apposta” ribatte lui scuotendo energicamente la testa “Al limite ti porterei io all’università e poi proseguirei per il centro. Ma non ce n’è bisogno, perché prendo il 61 e arrivo in un attimo. In motorino mi perderei!”
Chissà perché, questa risposta, pur pronunciata col consueto affetto, mi fa rimanere male.
“Se te ne rimane un po’, portala a loro” dice mettendomi in mano l’enorme busta ancora mezza piena di pizza. Io gli lascio due sigarette. Mi dà un bacio forte e rapido su una guancia e si dirige, col suo passo scanzonato e la chioma al vento, verso la fermata degli autobus. Mezza voltata, lo guardo per qualche secondo allontanarsi fino a confondersi e sparire tra i colori di piazza Bologna. Poi mi scuoto, mi avvio verso il motorino parcheggiato poco distante e mi accorgo, guardandomi nello specchietto, che il mio sguardo celeste è diventato triste.
Che succede?
Entro in un appartamento di via Tiburtina nel pomeriggio declinante di un qualsiasi martedì saturo di doveri e di routine, e già mentre passo davanti alla cucina giallina impregnata dell’ultimo tenace sole pomeridiano sento risate e musica provenire dall’ultima stanza a sinistra.
Ale e Demian ballano tra il letto e lo stereo, e Chiara saltella sul materasso del letto di Karin mentre quest’ultima la guarda benevola – e bellissima come sempre – aspirando lente boccate da una Marlboro Light. Una musica allegra e travolgente proviene a tutto volume dallo stereo che Demian finirà per calpestare se continua a sgambettare in quel modo. Mi sembrano gli Smiths, iconico gruppo pop anni ’80 velato di un ironico e decadente intellettualismo grazie all’indiscusso leader, il cantante Morrissey, del quale so poco e niente se non che è dotato della voce più angelica e sublime di quegli anni.
“Che piacere vedervi così allegri. Cosa si festeggia, senza di me?” domando dalla porta con un tono innocente che tradisce appena una punta di risentimento.
“Cami, ti stavamo aspettando” dice, o meglio urla Ale rossa e concitata, fermandosi e facendo spontaneamente fermare tutti quelli che sono intorno a lei.
“Che succede?” chiedo, formulando a voce alta il mio interrogativo mentale.
“Niente. Demian sta in fissa per gli Smiths e ce li sta facendo ascoltare. Li conosci, no?” Afferra una bottiglia che è accanto al letto e beve un sorso lungo un chilometro. “Da una loro canzone ha preso nome la sua band, i Panic in London. Ora te la facciamo sentire, è fichissima” dice chinandosi sullo stereo a riavvolgere il nastro.
“Li conosco poco, a dire il vero” confesso “Quasi solo di nome. Non mi è mai capitata l’occasione di ascoltarli come si deve”.
Demian, in anonima t-shirt bianca, capelli legati e anfibi slacciati, mi viene incontro. “Perfetto. Ora non puoi più sfuggire. Vieni qui che ti faccio fare una cultura” dichiara prendendomi per mano.
Mezz’ora dopo sono innamorata degli Smiths quasi quanto di Demian e sto con loro a sgambettare nei ritagli della stanza di Karin con una bottiglia di Bud – Budweiser per gli anglosassoni – in mano. Non è un granché, una birra da pomeriggio.
“Abbiamo comprato dei colori per i capelli” mi spiega Chiara dalla sua inesausta postazione sopra il letto “Sono da paura. Qui in Italia non si trovano, li ho presi da una tipa che è tornata da Berlino e li ha portati apposta per rivenderli sottobanco. Penso che sui capelli nostri non prenderanno granché, non sono coprenti, giusto sui capelli di Karin sortiranno un qualche effetto. Forse, però, pure sui tuoi. Comunque, ora li proviamo tutti quanti: aspettavamo solo te”.
“Wow! Che figata” esclamo, con un occhio a Demian ed uno alla bustina che Chiara stringe come un trofeo.
Non ci degniamo nemmeno di spostarci in bagno. Stendiamo un paio di giornali (Il Manifesto di Ale) sul letto, apriamo un paio di bottiglie di Bud con gli accendini e cominciamo a trafficare sulla testa di Demian.
“Che colore vuoi?” gli chiede Chiara.
“Cos’abbiamo?”
“Fucsia, viola e rosso papavero. Poppy red” risponde Chiaretta esaminando i flaconi.
“Io voglio il viola!” strilla Ale in disparte.
“Su di te li proviamo tutti, li hai troppo scuri”.
“Per lui decido io” dichiaro allegramente, e lui non si oppone.
“Fammi queste due ciocche, le ho bagnate, va bene no?” dice.
“Con cosa le hai bagnate, con la birra?” sghignazza Chiara “Meglio, decolora. Legati gli altri”.
Demian si lega bene il resto della chioma, lei afferra una Bud e si fa da parte rotolandosi sul letto. “Camilla, pensaci tu” ordina.
Le rivolgo uno sguardo colmo di gratitudine, che si accentua ulteriormente quando dopo un sorso dei suoi mi passa la bottiglia.
“Sarebbe meglio con un pennello” osserva Karin porgendo la testa a Chiara “Ce n’è uno in bagno, lo prendo?”
“Sì, per te che sei bionda forse è meglio sennò facciamo un casino” risponde Chiara concentrata come se stesse eseguendo un intervento chirurgico.
Ho una birra in mano e un flacone di dubbio colore per capelli nell’altra – viva la futilità, ragazzi. Siamo qui a vent’anni a sentire gli Smiths, idolatrare una Bud ed escogitare metodi (peraltro sputtanatissimi!) per apparire più alternativi possibile, e siamo contenti così.
“Cami, tu come li vuoi?” mi chiede Ale con gli altri due flaconi in mano.
“Morrissey è un grande. Morrissey sdrammatizza ed esorcizza. A sedici anni era bruttino, sfigato ed emarginato e mentre i suoi compagni andavano alle feste dell’High School lui, probabilmente non invitato, se ne stava nella sua stanza a leggere e a sentire dischi. Ha pensato che l’unico modo per esprimersi e costringere tutti ad ascoltare quello che aveva in testa fosse formare una band e diventare famoso- e lo fece. Ma nei suoi brani non piagnucola: ironizza, canta le peggior cose su musichette allegre, a volte isteriche, a volte lente ma senza mai commiserarsi, tutt’al più prendendosi benevolmente in giro”.
Demian parla a bassa voce, concentrato come se le parole gli venissero da dentro, e il suo delizioso profilo si staglia sulla penombra luccicante di Campo de’ Fiori.
“Musicalmente Johnny Marr, il chitarrista e autore delle musiche, non ha inventato niente di nuovo, ma ha saputo sfruttare al meglio quel che c’era di buono nel pop e nella new wave di quegli anni. Avevano anche un bassista che era un fenomeno, Andy Rourke”.
“Conosco” dice Ale brevemente, e aggiunge: “Il giorno che saprò fare il giro di Barbarism begins at home senza inciampare ogni due strofe, allora capirò di avere imparato. Quel giorno è ancora lontano” conclude aspirando una lunga boccata.
Demian la guarda e sorride. “Quanto ai testi… Cami, hai presente There is a light that never goes out?” continua “È quella che ti ho fatto ascoltare in religioso silenzio mentre tenevamo la tinta nei capelli”.
“Sì, hai voglia. È il testo che mi hai fatto leggere, no?”
Annuisce.
“È il testo più semplice e significativo, autentico che abbia mai letto” dichiaro con assoluta sincerità.
“Vero” sorride, e la ciocca rossa gli cade sulla fossetta “Lo sapevo che ti sarebbe piaciuto. Morire al fianco della persona che ami, capisci? Ed è un privilegio e un onore… Riuscite a immaginare una forma d’amore più elevata?”
“Morire per l’altra persona, non con l’altra persona” replica Giulia.
“Sì, anche. Ma di testi di quel tipo ne hanno scritti a migliaia. Qui invece c’è la vera originalità ed anche la provocazione rispetto a quello che dici tu… Morire accanto a lei/lui, e sarebbe giusto così, sarebbe bello così, in modo che quel momento venga congelato e rimanga l’ultimo e, quindi, durevole per l’eternità, o comunque l’ultimo che ricorderai se ti sarà concesso avere una memoria dopo la morte…”
Ho conosciuto pochi ventitreenni capaci d’infervorarsi in un modo così ingenuo, sentito e quasi infantile per il testo di una canzone, per una band, per qualcosa di decadente e romantico e non, che so, i Red Hot Chili Peppers o i Rage Against the Machine, gruppi più aggressivi (cattivi, li definisce Giulia!) che nel suo immaginario vedrei benissimo ma che sarebbero certamente meno condivisibili dal mio.
“Non puoi capire quanto sono d’accordo” rispondo incantata.
“Ma dove sono Karin e Chiara?” chiede lui guardandosi intorno, scuotendosi dal morrisseyano rapimento.
“Hanno detto che andavano a prendere una birra lì dentro e tornavano, ma è già un po’che sono andate. Più che altro mi sto domandando che fine abbia fatto Cesare, aveva detto che ci avrebbe raggiunti immediatamente ma è passata più di un’ora” dico, guardando Ale con la coda dell’occhio.
“Figa! Per una sera che potevamo essere tutti quanti” commenta lui “Inoltre non possiamo nemmeno ingannare il tempo suonando perché la mia chitarra ce l’ha lui, gliela ho lasciata in macchina ieri”.
Notte ampia, fresca e patinata sotto alla statua di Giordano Bruno. Intere comitive di pariolini – tacchi e telefonini ambulanti – si aggirano intorno a noi domandandosi dove andare per una sera che hanno la libera uscita, tra fidanzati gelosi e lezioni di Diritto, ma senza far tardi per carità perché non sia mai che per una volta possano presentarsi in ufficio o a lezione con le occhiaie o, orrore, con due capelli fuori posto e un look un po’ meno curato del solito. In questa stagione il freddo fa ancora desistere persino i gruppi di punkabbestia-bucatini-senzatetto che d’estate proliferano sotto questa statua sporchi, scollettanti e chiassosi, dotati di cani e Peroni, e così siamo proprio soli qua sotto. Ci guardiamo intorno in silenzio, vagamente infreddoliti, stringendoci nei nostri giacconi con aria annoiata. Tornano Chiara e Karin, parlando animatamente tra loro, con una bottiglia di Tennent’s ciascuna.
“Ah! Avete deciso di farvi male” commenta Ale. Karin porge la bottiglia.
“Cesare” dice Chiara fissando un punto impreciso verso via dei Baullari. Ci voltiamo tutti nella direzione indicata dal suo sguardo e dopo pochi secondi cesare si materializza davanti a noi, col suo sorriso largo e la chitarra in spalla.
“Ciao” saluta “È tanto che state qua?”
“Il tempo di ibernarci, di osservare tre mezze dozzine di pariolini ambulanti e per Karin e Chiara, di raccontarsi le loro vite probabilmente” risponde Ale col suo solito tono. Lui la ignora e si rivolge a Demian.
“Capellone” gli fa tirandogli la ciocca rossa “Capellone cyber. Che dovemo fa’? Si suona ovviamente. No? La tua è in macchina. La macchina è in Corso Vittorio Emanuele, piazzola sulla sinistra venendo qui. Altre domande? Quand’è che mi fate un po’ di meches da puffo pure a me?” domanda osservando le ciocche blu di Karin. Creano un bello stacco sui suoi capelli e richiamano il colore dei suoi occhi- ancora più bella, Cristo.
“Vabbè, decidiamo” dico io insofferente “Dove andiamo? Restiamo qui? È piuttosto triste, di lunedì e con questo gelo”.
Demian è imperturbabile quieto col suo eterno sorriso, gli occhi sottili e una sigaretta gualcita in mano. Cesare lo guarda, gli fa una smorfia e scoppia a ridere senza dire una parola. That’s amore, ragazzi.
Aria fredda notturna e brevi e pungenti sorsi di Ceres in bottiglia. Demian e Cesare stanno suonando, a cavalcioni su una panca di marmo, il classico dei classici Knocking on Heaven’s door, l’uno di fronte all’altro con le loro chitarre speculari a causa del mancinismo di Cesare. Piazza Navona ore 23:20 circa. Alessia stasera è bellissima, o almeno così mi sembra. Il suo look sobrio e duro e il suo sguardo fiero attirano l’attenzione e l’occhiata di tutti i ragazzi, anche accoppiati, che passano. Svetta in piedi con aria apparentemente insofferente, dietro la quale solo io so riconoscere l’animo di una ragazza innamorata che lancia infatti brevi e svelte occhiate al suo uomo. Io sono nervosa ma ugualmente cauta: mi ciondolo in piedi con la Ceres in mano e anche per me ogni occasione è buona per guardare rapidamente e intensamente il mio non uomo. Del tutto svagate, senza vincoli emotivi, sono invece Karin e Giulia che chiacchierano e ridono, accoccolate sul marciapiedi una bionda e appariscente, l’altra piccola e bruna, mentre Chiara va girando per tutta la piazza a scollettare nel buon nome della musica.
Chissà perché Cesare e Demian non hanno voluto metter fuori il berretto stasera, avremmo fatto i miliardi. Hanno detto che volevano solo divertirsi senza preoccuparsi di contare gli spicci, ma a me e Ale, che stiamo osservando l’andazzo e l’attenzione riservata alla nostra intera combriccola, sembra tanto una stronzata. Si poteva unire l’utile al dilettevole, ma del resto ci sta pensando Chiara per tutti, come sempre.
“Cami” dice Demian, la sua voce bassa porta ancora il riverbero dell’ultima strofa cantata, è sonora e diversa da quella che conosco nel privato. Gli porto la bottiglia e beve un lungo sorso.
“Demian per piacere cacciate fuori qualcosa. Non fate gli scemi. Faremmo proprio i soldi, ora qui. È pieno di turisti, vi guardano tutti. Pensa a quante birre potremmo prendere e a quanta spesa potremmo fare domani” gli dico.
Lui assume un’aria tra lo stupito e l’interdetto. “Non pensavo fosse così importante” mormora, facendomi sentire all’istante una venale, bieca materialista, lontana anni luce dalla magia del brano degli Smiths e di tutto ciò che ho avallato con calore solo poche mezz’ore fa.
“Ha ragione” irrompe Cesare perentorio, senza smettere di pizzicare le corde.
“Hai qualcosa da mettere fuori?” gli domanda Demian un po’ malvolentieri.
Cesare si guarda intorno. “No” risponde.
“Allora si fa col metodo classico” intervengo io, “La custodia delle chitarre”.
“Le ho lasciate in macchina” dice Cesare.
Io e Ale voliamo a prenderle. La macchina di Cesare è lontanuccia, in una traversa di Corso Vittorio Emanuele. Corriamo per la strada come due bambine con le Ceres in mano. “E vai, stasera si beve” ci strilliamo euforicamente a vicenda.
Torniamo abbastanza presto con le custodie in mano, Demian ne adagia una lì davanti e lui e Cesare attaccano a suonare i Doors; subito le monete, a volte persino le banconote iniziano a piovere.
“Non ci posso credere!” esclamo io, tra il marciapiedi sul quale sono seduta e il cielo notturno del centro di Roma. Bevo l’ultimo sorso. Io e Ale ci guardiamo, anche lei ha finito la sua da un pezzo e anche la bottiglia comune di Karin e Giulia giace a terra davanti ai loro discorsi. Torna Chiara correndo.
“Guardate qui!” esclama con una mano su una bottiglia di Tennent’s e l’altra sulla tasca tintinnante dei suoi militari grigi “Quindici carte in mezz’ora. Stanno fuori! Sono impaccati di soldi da queste parti, altro che metropolitana! Ma già lo sapevo, e sono scema a non venirci più spesso. Più una birra gentilmente offerta da un gruppo di pseudo-pariolini incantati dai miei capelli!”
Le scippo la bottiglia. Lei tira fuori un pacchetto di Camel da dieci e ce le offre.
“E questo è niente” la informa Ale stretta nella sua giacca di pelle “Guarda lì. Camilla li ha convinti a sfruttare la situazione. Fra un po’ saremo ricchi!”
Comitive di tutte le età ci passano davanti, osservano per qualche minuto i due affascinanti musicisti e quasi sempre lasciano il loro obolo. Le fontane regalano vitali e suggestivi scrosci d’acqua a getto continuo. Mi sembra che faccia meno freddo. Demian e Cesare, nella loro scolpita specularità cantano con eguale armonia un vecchio, bellissimo e commercialissimo brano dei R.E.M. Io e Ale fumiamo spiegandoci a vicenda per quali motivi adoriamo i Cure, poi ci guardiamo intorno, guardiamo il cielo e decidiamo che è venuto il momento di comprarci altre due Ceres.
“Chiara!” strillo alla figura in militari grigi e ciuffo blu che si aggira infaticabile davanti a noi “Ceres per tutti per favore. Vai tu che magari riesci a fartene dare una in più”.
Demian mi ha sentita. Senza smettere di suonare si gira, mi guarda e mi regala uno dei suoi indimenticabili sorrisi.
Stanotte ho dormito a casa mia.
Ultimamente, ogni volta che torno a dormire a casa avverto una sensazione particolare, come di chi spenga il videoregistratore dopo aver assistito a un’altra mezz’ora di un film bellissimo e interminabile, completamente assorto in esso, e per un po’ debba tornare suo malgrado alla realtà, promettendosi di riprendere quanto prima la visione e non vedendo l’ora di farlo. È curioso, è come se casa mia, mia madre, mio padre, mio fratello costituissero una specie di deviazione, di mondo a parte rispetto a casa di Ale e alla vita parallela che conduco lì, come se casa mia fosse la realtà, piuttosto squallida come spesso è la realtà, alla quale sono puntualmente richiamata, e ciò che sto vivendo a casa di Ale da quando c’è Demian fosse un lunghissimo, irreale e splendido sogno che non ha nulla da spartire con la banalità delle giornate di noia e studio che passo a casa dei miei. Sogno che probabilmente non ha futuro, che svanirà, come una sorta di mondo onirico che scorre parallelo, ma non subordinato, alla grigia quotidianità, anzi preponderante, come se fosse quello la vita che sento veramente mia.
Ogni volta che richiudo alle mie spalle la porta di casa Sartori avverto un pesante senso di vuoto, mai provato prima. Come facevo, quando Demian non c’era?, mi domando. Come facevo a uscire da casa di Ale con noncuranza, a rientrare a casa mia senza sentirmi così incompleta? E, cosa più importante, come farò quando Demian se ne andrà?
Quando Demian se ne andrà. Sono ormai dieci giorni che Demian è da noi, e quasi un mese che manca da casa. A parte il mio caso, gli si sono tutte attaccate così tanto, anche Alessia nonostante le sue manie d’indipendenza, anche Chiara che, mi sono accorta, sta disertando il suo giro di punkettoni sempre più spesso, che viviamo ormai nel costante timore che se ne vada da un giorno all’altro.
Potrebbe farlo. Quando gli abbiamo offerto ospitalità a tempo indeterminato, il giorno dopo il suo arrivo, ha accettato con tanta spontaneità che ci è apparso scontato che ne avrebbe approfittato per un bel po’. Ma questo bel po’che ci siamo figurate senza riscontri, fino a quando va quantificato?... Dieci giorni non sono pochi, e a noi, e sono certa anche a lui, sembrano già una vita. Ricordo i primi tre, vissuti nella candida incoscienza di chi non si pone domande, ricordo il definirsi della situazione quando i genitori di Ale e Karin hanno scoperto tutto e ci hanno fatto il cazziatone, penso a Demian che ha trovato lavoro e mi chiedo se s’è stancato, se l’ha fatto per obbligo o perché realmente vede in questo la garanzia della sua permanenza qui, questo vorrebbe dire che intende rimanere e il più a lungo possibile, che sta lavorando per questo, che non ha al momento la minima intenzione di lasciarci.
Non osiamo domandarglielo perché abbiamo tutte, chi più chi meno, il terrore della risposta, non ne parliamo neanche tra di noi. Eppure l’interrogativo è implicito, palese. La paura che decida di andarsene è un’ombra cupa e costante nei nostri sguardi, quando ogni tanto in cucina ci guardiamo senza osare dar voce ai nostri timori e al contempo sappiamo benissimo cosa stiamo pensando tutte. Allora tratteniamo il respiro e distogliamo gli sguardi. L’altro giorno stavo facendo il caffè e in cucina c’era solo Ale. Io ero in paranoia perché era dal pomeriggio precedente che non vedevo Demian, e avvitando la caffettiera sono quasi stata fulminata dalla coscienza della pericolosa dipendenza che ho instaurato nei suoi confronti. Ale stava fumando con gli occhi chiusi e la testa appoggiata al muro, visibilmente assorta. Mi sono girata verso di lei e lei ha immediatamente aperto gli occhi.
“Non dire niente, lo so, non credere che per me sia tanto diverso” ha detto con i suoi grandi occhi colmi della mia stessa ansia. Ci eravamo già capite.
A volte vorrei chiederglielo, a Demian. Lui non ne parla mai, come se non ci pensasse. Vorrei, che so, chiedergli: Cos’hai intenzione di fare? Per sapere, così, quanto tempo mi resta. Per esempio, lui mi dice: per un’altra settimana rimango sicuro, e così io so di avere una settimana di autonomia, so che per sette giorni potrò stare tranquilla e smettere di farmi domande. Non sopporto quest’attesa, è snervante, e mi vergogno della mia vigliaccheria, è puerile, ma la paura è come sempre più forte di tutto e spegne sul nascere ogni iniziativa.
Stamattina comunque le nostre inquietudini sono venute allo scoperto. Ho fatto colazione a casa mia e poi sono subito corsa da loro, in cucina c’erano Ale, Karin e Chiara. Tutte e tre. Mancava solo Giulia. Che bel quadretto, ho pensato, innervosita dall’ombra greve di un presentimento. Non sorridevano: erano tutte e tre calcificate come statue, al punto da farmi temere che la tanto attesa brutta notizia fosse già nell’aria e loro non sapessero come comunicarmela: mi fissavano e poi si guardavano l’un l’altra, quindi tornavano a fissarmi.
“Demian non c’è” ha esordito Alessia “È andato a suonare con Cesare”.
“E perché me lo dici così? Mica sono venuta per lui” ho risposto, sulla difensiva “Sono anni che vengo da voi appena sveglia. No?”
Nessuna risposta da parte delle tre statue.
“E voi, perché non siete andate con loro?”
“Mica possiamo stare sempre tra i piedi. Dovevano parlare fra loro. Sai, cosa da ragazzi, come noi abbiamo le nostre” ha risposto Ale con tono incolore. Io non ci stavo capendo un cazzo.
“Ha litigato con Cesare” ha tagliato corto Chiara, visibilmente annoiata, beccandosi la celebre occhiata storta di Ale. Va bene, almeno avevo capito che Ale era di umore nero, così mi potevo regolare e sperare ancora che si trattasse solo di questo. Ma non capivo cosa avessero anche le altre, perché se ne stessero così impalate e mi fissassero a quel modo. Le ho guardate interrogativamente.
Ale ha lanciato un’occhiata a Karin e poi ha esordito: “Camilla, dobbiamo parlarti”.
Giusto Ale poteva imbastire una sceneggiata del genere, e darle l’incipit. A dispetto della sua apparente indifferenza, ha sempre avuto un debole per le scene madri. Comunque: ahia. A quel punto non mi sono più trattenuta.
“Che è successo? Demian se ne va?” ho chiesto d’impulso, scoprendo goffamente le mie carte.
“No, no” ha risposto lei con aria di superiorità, espressione che ad Ale riesce particolarmente bene “Però è proprio di questo che vogliamo parlarti. Vedi, noi sappiamo quanto tu tieni a Demian. E ci teniamo tutte, come credo si sarà ampiamente capito” ha proseguito cercando la tacita approvazione dello sguardo di Karin, mentre l’espressione di Chiara tradiva un malcelato fastidio. “Però, vedi, dobbiamo pure mettere in conto che lui prima o poi se ne andrà”. Aveva lo stesso tono di un adulto che stesse spiegando a un bambino l’ineluttabilità della morte. Io avvertivo una vaga rabbia salirmi alla testa. Al contrario di Ale ho sempre detestato le scene impostate, e quella sapeva di preparato lontano un miglio. Ha poi passato la palla a sua sorella la quale, pronta, ha continuato: “È vero. Noi tendiamo sempre a considerare Demian un ragazzo venuto dal nulla, sbucato all’improvviso da chissà dove. Ma non è così. Lui viene da un posto, da una città ben precisa, e lì ha una sua vita sicuramente pienissima, che noi possiamo a malapena immaginare vedendo com’è qui, con noi che conosce da pochi giorni, figurati su, dove ha una famiglia, degli amici e chissà quanti, e delle amiche” (non mi è sfuggita la maligna sottolineatura), “È quello il suo posto, non questo”.
“Già” ha ripreso Ale perfettamente sincronizzata “Quello è il suo posto e lì tornerà, e noi dobbiamo essere preparate, mi capisci?”
Un forte senso di nausea si è fatto strada dentro di me. Mai sentita una tale sequela di banalità uscire dalla bocca di Ale, travestite da buone intenzioni per di più. E poi facevano ridere. Mi ricordavano i Qui Quo Qua, che in certi vecchi fumetti si passavano la parola e componevano una frase in tre, un pezzetto ciascuno. Di sicuro saranno rimaste sveglie stanotte per preparare ’sto teatrino, ho pensato. Chiara era l’unica a non partecipare alla sceneggiata, stava in disparte con quella sfumata espressione di noia sul viso. Chiara non si presta mai a queste cose e parla sempre e unicamente per sua bocca, non con parole offerte e prese in prestito da qualcun altro. Per questo a volte con lei mi sento meglio, più libera e spontanea. Perché lei è sempre stata un po’ super partes rispetto ai nostri casini, si è sempre fatta gli affari suoi… e campa cent’anni, direbbe mia madre che, in questo caso, non avrebbe tutti i torti.
Ma il meglio doveva ancora arrivare: mentre le guardavo interdetta, cercando una ribattuta efficace e scevra da un veleno che desse loro soddisfazione, Ale si è affrettata ad aggiungere: “Camilla, siamo preoccupate per te”.
Ho sempre pensato che questa sia una delle frasi più idiote che Dio ci abbia permesso di formulare dandoci il dono della parola, sicuro incipit di moralismi a buon prezzo. A quel punto sono sbottata. Mi sono accesa una sigaretta isterica.
“E vi ci siete pure messe d’accordo per farmi questo bel discorso del cazzo!” ho urlato “Ma non vi vergognate? Chi le ha scritte le battute? Perché di frasi fatte si tratta. Domanda retorica, questa è certo farina dell’inesauribile sacco di Alessia. Siete una massa di ipocrite. State speculando su di me, sulla vostra amica, pretendete di scaricare e polarizzare su di me quelle che sono le vostre ansie, le vostre paure, nel vano tentativo di esorcizzarle”.
Ora erano loro che mi stavano a sentire sbalordite, senza fiatare.
“…Già, perché è evidente che voi siete spaventate quanto me all’idea che Demian se ne vada, è evidente che come me non avete le palle per parlarne con lui, però dovete cagare il cazzo a me come se io fossi l’unica responsabile della nostra paura, capito?, nostra, come se io fossi l’unica che ci rimarrebbe male, facendomi questo discorsetto degno di tre idiote come voi che ve lo sarete certamente preparato stanotte e imparato a memoria sotto la supervisione della nostra grande regista, Alessia Sartori!” ho sparato tutto d’un fiato, comprendendo anche Chiara che non aveva aperto bocca e che non fu minimamente scalfita dalla generalizzazione.
Mi sono fermata a riprender fiato, e solo vedendo le loro facce attonite ho capito di avere probabilmente esagerato. Avrei voluto dirlo, ma non potevo perdere il punto per una volta che l’avevo ben chiarito, chi mi assicurava che non sarebbero tornate ad approfittarne ancora? Non è da me urlare, io non alzo mai la voce. Ale mi ha guardata mortificata cercando qualcosa da dire, instillandomi il dubbio che dietro al loro discorso ci fosse davvero una sincera preoccupazione per me. No, la verità è che la mia reazione non era prevista nel loro copione, ho pensato malignamente.
“Camilla, ma sei impazzita… Non ci hai mai parlato così” ha balbettato infatti Ale.
“C’è sempre una prima volta” ho ribattuto secca “Invece voi me le avete fatte spesso simili lezioncine, ed è ora che la smettiate”.
Karin invece sembrava più incazzata di me e senza curarsi della mia presenza le ha detto: “Lasciala stare, Ale. È evidente che la fissa per Demian le sta facendo pure cambiare carattere”.
Questo non lo doveva dire. Questa è precisamente la frase che non avrei voluto sentire, perché so bene che c’è un fondo di verità. Che, come dicevo giorni fa a proposito di mia madre, l’incontro con Demian ha tirato fuori un isterismo e una smania di autoaffermazione che non mi appartenevano, o che forse covavo latenti da qualche parte in attesa di un’occasione per esplodere.
“Ma lo sapete che vi dico? Andatevene a cagare tutte” ho strillato, e me ne sono andata sbattendo la porta.
Ora aspetto Demian sulle scale, improvvisamente esiliata da quella casa che fino a stamattina era anche mia.
Che meraviglia, penso. Sono diventata aggressiva e intrattabile, e litigo con le mie migliori amiche senza motivo. Ma non sopporto Ale quando fa così, non sopporto quel modo di mettersi in cattedra dall’alto del suo presunto distacco, come se lei fosse la detentrice dell’unica vera verità, dell’unica assoluta ragionevolezza, proprio lei, che senza i suoi sonniferi non riesce a dormire!... Ora sono cattiva, penso vergognandomi un po’, sto strumentalizzando le sue confidenze per ritorcergliele contro, ma non è molto diverso da quanto lei ha fatto con me.
Mi accendo un’altra sigaretta con quella che ho appena finito. È allarmante quanto sto fumando in questi giorni. Forse Karin ha ragione, mi dico continuando a cercare alibi improbabili per giustificare il loro comportamento, a causa di Demian sto inconsciamente cambiando tutto il mio modo di essere. Da quando c’è lui, fumo come una turca. Eppure anche lui non fuma tantissimo, non è quindi per spirito d’emulazione, quanto per un’anonima tensione che da dentro, da qualche fibra poco nota di me mi divora e mi spinge a compiere continuamente il compulsivo movimento aspiro, butto fuori, aspiro, butto fuori, ingoio poco per fortuna, puri muscoli della bocca, solo quelli, a quanto pare sufficienti per smussare tutto il resto. Il primato del fumo, tra noi, l’ha sempre detenuto Chiara, con le sue tossiche Marlboro rosse, seguita a breve distanza da Ale che vive pressoché incollata alle sue Diana blu. Io e Giulia siamo sempre state in fondo alla deleteria classifica, con tanti ringraziamenti dei nostri polmoni. Fino a pochi giorni fa, almeno. Karin smette e ricomincia con una frequenza impressionante.
Stilando quest’oziosa graduatoria sul nostro rapporto con la nicotina, anche questa sigaretta l’ho quasi finita quando sento una porta di sopra chiudersi pesantemente. Mi sa che è la loro. Faccio appena in tempo a buttare la cicca e a mettermi sul chi va là che vedo comparire il ciuffo blu di Chiara. Il fatto che sia lei mi solleva.
“Scema” mi fa “Che cavolo fai qui? Non potevi rimanere su con noi? Tra tutte quante, non si sa bene chi vinca l’Oscar per l’idiozia”.
“Chiara, non ci capisco più un cazzo” mi lagno con aria afflitta.
“Perché?” domanda lei sedendosi accanto a me “È tutto così chiaro. Ci stiamo tutte cagando in mano dalla strizza che l’Innominabile se ne vada, ma nessuna lo vuole ammettere e in questo clima di gioiosa spensieratezza, ognuna scarica le proprie paranoie sulle altre”.
“Ma sono state loro a farlo, hai visto come mi hanno messa in mezzo?... Sembrava tutto così studiato a tavolino, così… artefatto”.
“Sì, e tu di rimando le hai aggredite. Siete pari”.
Venti secondi di denso silenzio. C’è una cosa che vorrei chiederle, ma non ho il coraggio. Poi mi decido. Già non ho il coraggio di parlare con Demian, e tutti i casini nascono da lì; per non parlare delle altre, ultimamente; se smetto di parlare anche con Chiara, è la fine.
“Senti, ma… posso chiederti cosa provi tu, per lui?” azzardo con cautela.
Lei se la ride. “Che domande. Cosa dovrei provare? È bono, è intelligente, è musicista, non se la tira per niente come se non si rendesse conto di com’è, e dorme in casa nostra, cioè di Ale, ma tant’è. Una cosa dell’altro mondo, che mi fa rimpiangere tutti gli sfigati arroganti dietro cui abbiamo perso tempo ed energie. Tu che dici?!”
“Ti…piace?” chiedo guardandola da sotto in su.
“Cami, svegliati. Penso che Demian piaccia a qualunque essere umano, senza distinzione di sesso e orientamento, dagli zero ai cent’anni, e oltre se possibile. L’hai visto, no? Hai visto che effetto fa a chiunque, no? Lo so, che ci hai fatto caso più di tutte. Ma questo non vuol dire che ci si debba perdere la testa, e lui evidentemente lo sa sennò non starebbe qui a gingillarsi con noi, perché di ragazzi carini e carismatici, anche meno perfetti, ne esistono a migliaia. Ora, tu sei innamorata, e okay, credimi, si vede lontano un miglio. È ovvio che anche a me piaccia, ma non mi ci strappo certo i capelli, e poi state già facendo abbastanza casino voi… E poi, non è il mio tipo. Demian fondamentalmente è un bravo ragazzo. Tu lo sai, i tipi che piacciono a me”.
Già, lo so. Chiara adora i pazzi furiosi, gli strafatti che cascano a pezzi, verso i quali io ho sempre provato un sacro terrore.
“Demian a me m’intriga soprattutto come amico, mi piace la testa che ha” aggiunge inoltre.
Penso sia vero. Del resto Chiara possiede una componente spiccatamente maschile, a cui dato sfogo durante gli anni della relazione con Cristina.
È sempre lei, comunque. Con poche, razionali parole riesce a sintetizzare logicamente qualsiasi tipo di situazione, di sentimento, di rapporto, persino quelli che sembrano sfuggire tra le maglie dell’emotività, senza mai apparire superficiale né indiscreta né inopportuna. La guardo ad occhi spalancati, come fa un bimbo con sua madre o un adepto con la sua guida spirituale. Perché, perché sono così stupida, ingenua, limitata? Perché non ci arrivo da sola, alle cose? Ho sempre bisogno di lei, resto impigliata in qualche punto nodale che solo lei può sciogliermi, nonostante basterebbe alla fin fine guardare le cose un po’ più in prospettiva. Adoro Chiara, perché dopotutto è l’unica che ha le palle per parlarmi chiaramente, senza trincerarsi dietro ipocrite cautele o fasulle frasi fatte come quelle che ho ascoltato poc’anzi dalle sorelle Sartori. E senza alcuna pretesa di superiorità, con semplicità e chiarezza, come se le venisse del tutto spontaneo.
“Chiara, io me ne vado. Tanto Demian non si vede, e non ha senso rimanere qui con te che cerchi di farmi ragionare su cose su cui dovrei imparare a ragionare da sola” dichiaro alzandomi.
Chiara scuote energicamente la testolina arruffata. “Sei sicura? Allora vengo con te” mi fa.
“E dove, scusa? Non so nemmeno dove andrò io. A casa non mi va, ho anche detto che non tornavo a pranzo”.
“Perfetto. Andiamo da me, allora. Stai in motorino?”
Demian, dove accidenti sei?
Come se l’avessi chiamato. Scatto di serratura e passi pesanti sul pavimento appena lavato. Io e Chiara ci mettiamo in stato di allerta.
“Ciao! Che ci fate qui sulle scale?” ci chiede Demian con aria interdetta e due ciocche ondulate davanti a un occhio.
“Niente” risponde Chiara prontissima “Stavo andando via, e Camilla mi ha accompagnata alla porta. Devo vedermi col Roscio e Maddalena”.
“Col Roscio e Maddalena?...” ripeto io, dubitando della sicurezza con cui Chiara ha fatto quest’affermazione. Il Roscio e Maddalena sono due suoi discutibili amici, con i quali, che io sappia, non ha fortunatamente contatti dai tempi del liceo.
Ma da come lo ribadisce, sembra la verità. “Col Roscio e Maddalena, sì. E non fare quella faccia” dice alzandosi, “Non è come pensi. Torno nel tardo pomeriggio, se ci siete”. E così dicendo scompare verso il portone e mi lascia sola con Demian.
“Saliamo?” mi fa lui, mentre mi sto ancora chiedendo se Chiara mi abbia detto la verità e se, in caso affermativo, avrebbe rinunciato a vederli per stare con me o se al contrario mi avrebbe trascinata da loro a mia insaputa, pur ben sapendo come la penso. Eccola là, penso, ho appena finito di tessere le sue lodi e mi delude anche lei, mi ricorda di colpo com’è in fondo il suo stile di vita e quali sono le sue scomode frequentazioni.
“Sì” rispondo confusa.
Ecco la cucina che ho lasciato poco fa, in cui mi vergogno a tornare così subito, vista la mia recentissima sparata e il mio poco credibile sussulto d’orgoglio. Karin non c’è più, sarà in camera sua a studiare o a sbrigare qualcuno dei suoi misteriosissimi affari. Ale sta lavando i piatti e si volta appena sente i nostri passi in corridoio. Spero solo che non ce l’abbia con me e che non si metta a far questioni, penso già pentita di ciò che ho detto. Non posso vivere stando in lite con Ale, penso vigliaccamente.
“Ciao!” le fa Demian sorridente.
Lei ricambia il sorriso e mi lancia un’occhiata. “Com’è andata?”
“Bene. Mi piace Cesare, è uno che ha le palle. E poi suona da Dio, è veramente bravo. Ci siamo trovati subito ed è finita che io suonavo i pezzi suoi e lui i miei, del resto i nostri generi non sono poi così diversi, e ci siamo divertiti da matti” racconta ridendo “Faremo qualche cosa insieme, forse, penso che ne varrebbe proprio la pena”.
“Mi fa piacere” dichiara Ale stringatamente. “Spero che ci terrete informati” aggiunge poi, con una vena di sarcasmo dovuta forse alla sua (a me ignota) lite con Cesare e al timore che i nostri ragazzi ci stiano mettendo in secondo piano, coltivando la loro passione comune e non curandosi più di noi.
Silenzio. Ognuno perso nei suoi pensieri, evidentemente. Io e Ale nel fumo della discussione di poco fa e nel timore che ci stiano escludendo, Demian nella bella mattinata che ha passato con Cesare e in chissà cos’altro. Io mi metto ad aiutare Ale, in parte come gesto distensivo in parte perché non ce a faccio a sopportare questo silenzio con le mani in mano.
È proprio Ale che, in una delle sue improvvise risoluzioni, prende infine in mano la situazione e affronta una verità che a quanto pare lei non teme, o almeno non quanto me.
“Senti Demian, ma tu… hai già un’idea di cosa farai?” chiede con una dolcezza per lei inconsueta “Voglio dire, ora stai lavorando. Quindi hai deciso di fermarti qui per un po’, o pensi di ripartire a breve?...”
Ecco. Era tanto difficile? Mi ferisce vagamente constatare la semplicità della domanda che Ale gli ha rivolto, domanda su cui io ho rimuginato per notti intere cercando di tradurla in una formulazione chiara, ma non distaccata, affettuosa, ma non accorata, lineare, ma non…
Gocce d’acqua stillano discrete dalla tazza che ho appena sciacquato, senza che mi decida a riporla nello scolapiatti. Guardo Demian aspirare un’intensa boccata di Camel e fissare per qualche interminabile secondo la fuga in cemento di due mattonelle.
“Io pensavo…” comincia, con la sua abituale voce bassa che faccio più fatica del solito a decifrare, mentre la tazza mi si è gelata tra le mani ed evito di riporla proprio adesso per non produrre alcun tipo di rumore. “Pensavo di rimanere per un po’, ma dovete esser voi a dirmelo, perché non posso accollarmi, come dite voi, e approfittare dell’ospitalità in eterno. Non è solo una scelta di comodo, io con voi sto bene, mi sembra di conoscervi da sempre… Mi piace vivere qui, Roma per me è sinonimo di questa casa, di voi ragazze e di Cesare, ormai. Ma se vi siete stufate o vi metto in difficoltà su qualcosa, i vostri impegni o i vostri genitori, ditemelo pure tranquillamente, non mi offendo anzi vi capisco. Da parte mia, ora che più o meno lavoro, posso contribuire con tutto quello che mi danno e che guadagno con la musica”.
Lo sguardo di Ale incontra il mio in uno scintillio esultante che sembra cancellare ogni traccia delle recenti divergenze. È chiaro comunque che dev’essere lei a rispondere, in quanto legittima padrona di casa. Ripongo delicatamente la tazza nello scolapiatti producendo un impercettibile scricchiolio, protesta di un bicchiere spodestato, e resto appesa alle belle labbra di Ale, la quale smette di insaponare i piatti e si asciuga le mani su uno straccio.
“Demian, noi siamo contente che tu sia qui” dichiara con un tono dolce e misurato che non le conosco – non dice contentissime, e la stimo ancor di più per questo. “E per noi puoi rimanere quanto vuoi, sul serio. Nessun impegno e nessun problema, hai visto che anche i miei non hanno nulla da ridire. Anzi, in effetti ci fa comodo qualcuno che contribuisca alle spese, quindi più rimani meglio è… A parte gli scherzi, anche noi stiamo bene con te” conclude, con uno sguardo fiero e affettuoso, uno dei suoi che siamo in pochi a conoscere e a ricevere.
Brava Ale, penso rapita dalla bellezza dei suoi gesti. Accomodante ma non smielata. Imparerò mai, io? Poi però gli rivolge un sorriso radioso, oltre l’orgoglio che conosciamo, e continua: “Rimani. Rimani tutto il tempo che vuoi, e pure di più se vuoi farci un piacere. Dico davvero e parlo a nome di tutti”.
Reazioni contrastanti a quest’inaspettata dichiarazione d’affetto. E meno male che ero io quella che ci teneva di più, penso interdetta. Per qualche istante, qualcosa d’oscuro mi turba. Ma è solo un istante, e poi sono troppo felice, troppo, per rimproverarle alcunché. Demian sorride raggiante, tira l’ultima boccata di Camel e mi interpella scherzosamente: “Camilla, tu che ne pensi? È tua la colpa della mia presenza qui. Pensi che ti perdoneranno per questo?...”
Questa volta tocca a me sorridere, mentre sciacquo un’altra tazza trattenendo a stento l’impulso di andare ad abbracciarlo.
La bianca stanza di Ale ha ben poche cose attaccate alla pareti. C’è il suo preziosissimo poster di Ian Curtis, cantante del gruppo dark dei Joy Division morto suicida diciassette anni fa, suggestiva icona in bianco e nero di un volto spettrale e alienato, c’è la locandina di un concerto che i No Exit hanno tenuto al Forte Prenestino qualche tempo fa, ci sono alcune foto fissate al muro direttamente con le puntine da disegno. Una ritrae lei e Karin da piccole, una mora con la frangetta sopra agli occhi e l’altra bionda coi capelli sulle spalle. Molti, vedendo quella foto, hanno pensato che la biondina fossi io. Effettivamente da piccole ci somigliavamo, stessa tipologia: capelli biondi, occhi chiari, sorriso ingenuo e solare. Chi l’avrebbe detto che lei sarebbe poi diventata la modella che è adesso mentre io sarei rimasta piccolina, mediocre, coi miei capelli d’un insignificante castano chiaro, il mio scarso metro e sessantacinque e un naso piccolo ma leggermente adunco. In un angolo della foto c’è scritto a pennarello indelebile: 1983. Ma quella che mi piace più di tutte è un’immagine rubata a chissà quale momento, scattata forse da Chiara: lo sfondo è buio, dovevamo stare all’aperto, ci siamo io e Cesare che chiacchieriamo con espressioni indecifrabili e Ale che, da un angolo della foto, ci osserva col suo sguardo fiero. Chissà perché si tiene proprio quella, Ale, di foto attaccata alla parete – le volte che ho chiacchierato con Cesare, per altro, si contano sulle dita di una mano. Non c’è invece traccia di un bellissimo primo piano che scattai proprio io, con la macchinetta di Chiara, a lei e Cesare. C’è poi una mia pessima fototessera che tante volte le ho chiesto di togliere, ed una molto carina di Giulia. Un’altra ritrae Chiara ubriaca che balla in cucina, un’altra ancora è una splendida alba sul mare – alba, non tramonto, dev’essere quindi stata fatta sulla riviera adriatica, poiché il sole emerge dorato e assoluto dalle acque ancora scure e misteriose.
È Ale che mi ha permesso di stare qui, nei quattro metri per tre di sua esclusiva proprietà, per starmene un po’ tranquilla e pensare ai fatti miei, mentre lei e Demian sono di là a preparare la cena e Karin è in camera sua a finire di studiare. Forse ho voluto restare sola per assaporare meglio la gioia della notizia che Demian ci ha dato oggi pomeriggio.
Torno a guardare la foto che mi ritrae mentre parlo con Cesare, fissandola quasi ossessivamente per cercare di cogliere ogni particolare, ogni latente sfumatura degli sguardi, ogni minimo dettaglio che può essere sfuggito all’occhio istantaneo della macchinetta.
Abbiamo conosciuto Cesare quando i No Exit hanno suonato al Branka, un giorno dello scorso gennaio. Io, Ale e Chiara eravamo lì per caso, in una delle innumerevoli serate invernali in cui la noia sembrava un mostro troppo grande da sconfiggere.
Cesare era diverso da tutti gli altri cantanti e chitarristi. In genere, anche il front-man di un gruppo segue delle tipologie ben precise. C’è quello timido e impacciato, che non s’è ancora abituato alle gratificazioni del suo ruolo e suona composto con lo sguardo fisso a terra, cercando di dare al suo imbarazzo qualche connotazione impegnata o vagamente intellettuale; c’è quello che si sente investito della propria missione e suona come in uno stato di trance, perso nell’ispirazione e del tutto noncurante del pubblico che ha davanti; c’è quello carismatico che fa un casino della madonna e spesso è proprio quello che non possiede grandi basi tecniche, alla cui mancanza supplisce egregiamente con la forte presenza scenica.
Cesare non ricalcava nessuno di questi stereotipi, o forse aveva un po’ di ognuno. Semplicemente andava per conto suo, folle e assorto senza esibizionismo, come se non gliene fregasse un cazzo di nulla, delle pretese intellettuali né della presenza scenica né dell’elezione del suo mondo incantato. Pareva che persino gli altri componenti della band faticassero a stargli dietro e a interpretare i suoi cambiamenti di tono e d’umore. Ma non ignorava il pubblico: sapeva che la sua presenza dipendeva dalla gente che era lì a sentirlo, dimostrava d’esserne consapevole, ma aveva le palle proprio perché se ne fregava lo stesso, e ripeto, non per un’artefatta regola da artista maledetto, ma semplicemente per un’inclinazione musicale del tutto scevra da compromessi. Produceva un effetto straniante e coinvolgente insieme. Sembrava che dicesse, nell’atto stesso di toccare le corde o di dosare la voce nel microfono: Lo so che non sono un cazzo senza di voi, ma non potrei fare di meglio. La sua espressione e la sua esibizione erano un altalenarsi di genuina modestia e controllata spavalderia, sempre in bilico fra i due estremi senza cedere mai a nessuno di essi. Abbiamo avuto tutte questa medesima impressione, ma non riuscivamo a esprimerla. Poi abbiamo letto la recensione che un tizio ha scritto su una delle fanzine riservate ai gruppi emergenti. Parlava di Cesare Lalli come di una delle personalità più carismatiche, nonché tecnicamente preparate della scena musicale underground, e diceva: “C’è qualcosa di umile nella sua naturale spavalderia da front-man”.
Era anche carino da matti. Castano, capellone, con alcune ciocche – simili a quelle di Demian – che, dorate dalla luce dei neon, continuavano a cadergli davanti agli occhi e lui si scostava di continuo. Alto, forte, tatuato. Ale è andata a parlargli subito dopo l’esibizione, con la scusa di chiedergli consigli sul basso da acquistare. Mi sembra ancora di vedere l’attimo in cui, col suo sguardo scuro e altero, ha lasciato la sua birra e s’è alzata dal tavolo, allontanandosi da noi senza dire una parola. La stessa fermezza con cui oggi ha parlato a Demian all’improvviso, senza averci consultate, senza forse averlo deciso prima.
Aveva semplicemente visto qualcosa senza cui d’un tratto non se la sentiva di stare, non c’era da perder tempo in chiacchiere. Solo Ale poteva. Fuori dalla scena, Cesare aveva proprio l’aria dello stronzetto circondato da donne che se la tira una cifra; anch’io ero rimasta colpita, ma non avrei mai osato avvicinarmi a meno di tre metri. Cesare e Ale rimasero un sacco a parlare. Noi ignoravamo dove fossero. Alla fine Cesare le diede una punta virtuale per uno dei giorni seguenti al Forte, dove loro dovevano andare a prendere accordi per un prossimo concerto.
Ci andammo tutte, una delle poche volte in cui eravamo tutte e cinque. Karin e Giulia erano troppo curiose di vedere questo tipo col quale gli avevamo fatto una capoccia così. O meglio, io e Chiara gliela avevamo fatta, perché Ale era stata per tutti i giorni che mancavano apparentemente imperturbabile, con un perenne sorrisetto tra l’enigmatico e il trionfante. Eravamo state io e Chiara, il giorno dopo, ad irrompere in casa strillando alle altre “Non potete capire chi s’è rimorchiata Ale ieri sera: il cantante dei No Exit!”, mentre lei ci guardava immersa nel suo solito ironico silenzio.
Al Forte s’incontrarono subito e, dopo che Cesare finì di parlare con gli addetti ai lavori, sparirono per un’ora. Ale tornò un attimo e ci diede le chiavi di casa senza dire una parola. Anche Karin era scomparsa nel nulla. Noi altre andammo a dormire a casa loro, con la strana sensazione di aver perso pezzi importanti, praticamente le padrone di casa.
Alessia, al contrario di sua sorella, non porta mai gli uomini nell’appartamento. Non mi risulta che in un anno l’abbia mai fatto. Sarà per la sua storica insonnia, sarà per le sue pretese di riservatezza e indipendenza, fatto sta che i suoi affari preferisce comunque gestirseli fuori. Quella notte tornò alle sei del mattino. Io ero nel suo letto, ma sveglia, in una strana attesa fra dormiveglia e speranze impastate. Lei era felice. Una delle pochissime volte in cui si mostrava palesemente scossa da qualcosa e qualcuno senza curarsi di nasconderlo. Non è che si lasciasse andare a manifestazioni sguaiate di gioia o cose del genere, intendiamoci; sorrideva solo, ma in un modo inequivocabile. Mentre si spogliava disse: “Finalmente l’ho trovato”.
Nonostante siano ormai tre mesi che Cesare esce con noi con una certa regolarità, la sua presenza continua ad esser vista con sospetto e lui continua ad essere considerato una stronzo. Ha legato soprattutto con me, probabilmente perché sono l’unica che non lo sospetta e non lo giudica. All’inizio ero così intimidita dalla sua presenza che non osavo quasi rivolgergli la parola; poi me l’ha rivolta lui e abbiamo fatto amicizia, se amicizia si può definire una tacita e spontanea simpatia. Se c’è da dirgli qualcosa, è praticamente certo che la delegata sarò io. Con Karin ha un rapporto ambiguo, apparentemente amichevole ma che non convince nessuna di noi. Ale non accetta opinioni in merito. Giulia è più o meno com’ero io i primi tempi, così in soggezione che non si azzarda a rivolgergli la parola. Ma lui non sembra farci caso; il loro non-rapporto si è ormai cristallizzato nell’indifferenza reciproca, forse irreversibile.
Chiara lo detesta. Se ne va quando arriva e si gira dall’altra parte se per caso lui le rivolge la parola. Nessuna di noi, né tantomeno Cesare che appare comunque colpito dalla cosa, si è mai saputo spiegare un’antipatia del genere. Chiara dice che ne conosce a dozzine, di tipi molto più in gamba di lui e anche musicalmente più preparati, che se la tirano la metà della metà di lui. Ma questa mi sembra una presa di posizione gratuita e irragionevole, nonché ingiusta nei confronti di Cesare contro il quale, personalmente, non trovo niente da ridire. Non posso trovare nulla da ridire nei suoi confronti: nonostante la sua parlata da ordinario borgataro romano, le arie che a volte si dà e l’apparente incapacità di affrontare discorsi seri, Cesare rimane una delle persone più talentuose, intelligenti e generose che abbia incontrato nella mia vita. Spesso mi chiedo se anche il suo fratello gemello abbia le stesse qualità, pur avendo scelto uno stile di vita differente. Sono dello Scorpione: Cesare e suo fratello Cristiano sono nati il 2 novembre 1973.
Quando guardo Demian suonare, quando siamo soli sul tappeto della stanza di Karin nella sfumatura tenue di un pomeriggio declinante, penso con candore che la vita è tutta qui, concentrata in momenti come questo, e che niente al mondo può avere più importanza dell’ascoltare il ragazzo che ami suonare per te, nella luce irreale di un giorno di aprile.
“Cosa vuoi che suoni, hai qualche preferenza?” mi chiede lui sollevando lo sguardo dalle corde, attento e morbido come sempre, intenso e soffuso ogni volta che lo guardo.
“Mah...” vagheggio raggomitolata addosso al letto, con le ginocchia fra le braccia “Conosci l’ultimo dei R.E.M.?”
“Sì” fa lui accennando qualche accordo “Quasi tutto. Quale ti piace?”
“Il singolo, E-bow the letter. È stupendo. Lo sai fare?”
Senza rispondermi inizia a suonare e riconosco subito la melodia che amo tanto, va via via in crescendo fino a irrompere in una musica completa che rispecchia le intenzioni dei R.E.M., ammorbidendo la sua voce straordinariamente duttile fino a raggiungere toni d’insospettabile dolcezza. Vorrei cantare anch’io, ma mi vergogno. Suona assorto e trainante ad un tempo, più assorto che trainante, vista la natura del brano – è evidente in tutto il coinvolgente contesto che sta suonando per me, e non solo perché sono l’unica ad ascoltarlo.
Segue, senza domandarmelo, una bellissima versione di Footsteps, singolo poco conosciuto dei Pearl Jam. Mi chiedo se proverei la stessa forte emozione, se a suonare una canzone che amo fosse una qualsiasi altra persona, per esempio Cesare, che pur essendo tecnicamente bravo, a quanto entrambi sostengono, più di Demian, non riesco a immaginare capace di vertici di suggestione simili; non so se io riuscirei a coglierli con la stessa struggente intensità.
Io penso d’essere innamorata di Demian. Da quando c’è lui ogni giornata sembra aver recuperato il suo senso primario, la sua pienezza, il suo significato preciso in un quadro più ampio, in un continuum delimitato solo dai suoi sorrisi- ogni giornata sembra aver recuperato una completezza che non aveva da anni, che mi mancava dai primi anni adolescenziali, da quando ogni cosa era nuova e tutto sembrava incredibile, prima che la routine degli anni pigri e apparentemente uguali spezzasse la candida magia dei quindici anni.
È ascoltando la voce di Demian librarsi profonda in meandri che mi sembra di non conoscere che mi sento finalmente completa, e a casa, come canta Robert Smith con i Cure in un’indimenticabile canzone.
Demian è stato per due anni con una biondina molto bella amante degli Alice In Chains e dei recenti Korn, ed è stata la sua unica storia seria. Ne tiene ancora la fototessera nel portafogli sdrucito, non senza qualche rimpianto perché, dice, “ci siamo amati tanto e poi d’un tratto puff!, la nostra grande armonia è stata dissolta, nemmeno così gradualmente, dalla quotidianità e dall’abitudine, ed io ancora non sono riuscito bene a capire com’è successo”. Infatti si sono lasciati di comune accordo senza scenate e grande dolore, al punto che dopo il primo periodo di scazzo e di amarezza sono rimasti molto amici e vanno spesso insieme a sentire i concerti dei gruppicoli rock che affollano, come ovunque, anche Milano e dintorni. “Ha due anni meno di me, è una persona forte anche se a vederla non le si darebbero cento lire. Ci siamo conosciuti al Rolling Stones di Milano una sera che io e i miei amici eravamo in trasferta nel capoluogo per festeggiare il compleanno di uno di noi. Ci siam conosciuti per una maglietta, una dei Metallica pressoché introvabile che lei indossava quella sera. Mai vista una ragazza che non fosse una punkettina o simili indossare una maglietta simile! Gliela aveva portata un amico da Berlino. Lei era fissata con le magliette dei cantanti, le portava sempre anche d’inverno sopra i fuseaux neri, così che sembrava ancor più magra e bionda. Abitava a Carnate, una delle innumerevoli frazioni di Milano. Io avevo vent’anni e lei andava ancora a scuola, era un casino per vederci. Qualche mese dopo si è diplomata e siamo partiti insieme per la Spagna, e da allora abbiamo vissuto in simbiosi per più di un anno, una simbiosi che a lungo andare ha logorato il nostro rapporto...”
Sdraiata sul letto di Karin, con la testa di Karin sulla pancia e una meditabonda Diana blu fra le dita, mentre Ale si guarda attorno inquieta e Demian seduto sul suo lettino scandisce pacatamente ogni singola sillaba, mi domando come possa essere il rapporto sentimentale di Demian con una ragazza. Ho cominciato a domandarmelo poche ore dopo averlo conosciuto, quando ho iniziato a realizzare che la sua affettuosità e la sua continua ricerca di contatto fisico erano spontanei e allora m’è venuto naturale chiedermi: che differenza c’è tra il suo comportamento con un’amica e quello che avrebbe, che ha avuto con la donna che ama e alla quale è sentimentalmente legato?
Anche ora che sta genericamente raccontando in proposito, mi riesce difficile immaginarlo. Avrà abbandonato, con la biondina di Carnate, il suo adorabile e imperturbabile contegno, che poi è il motivo dell’eccezionale simpatia che suscita in ognuno ma che a volte mi irrita proprio per il suo eccesso di diplomazia? Si sarà scoperto in qualcosa davanti a lei, qualcosa di più di quello che tutti conosciamo, avrà assistito lei a qualche rabbia, malumore, sconforto, o veramente lui è così anche nell’intimo e non c’è nient’altro da conoscere dietro l’amabile facciata che abbiamo davanti tutti i giorni? Voglio dire, non c’è alcuna differenza tra il suo modo di rapportarsi alle amiche o a sua sorella e il comportamento con la sua eventuale ragazza, a parte il sesso e ciò che magari lui prova interiormente ma che non traduce nel pratico?...
Non so perché, ma qualcosa mi dice che è proprio così. E quindi nasce immediatamente un ulteriore interrogativo: la sua ragazza non ne sarebbe seccata, non ne è stata seccata? La biondina di Carnate non è rimasta perplessa di fronte a tale mancanza di differenziazione, di specificità degli slanci di Demian verso di lei?... Questo non lo saprò mai, e suppongo che Demian non capirebbe se gli ponessi tale questione, perché lui è così e non immagina certo i dubbi che può suscitare col suo eterno sorriso. Qualunque eventuale perplessità o frustrazione, la biondina se l’è dovuta tenere per sé, questo è certo- ma non credo che le sia pesato molto, considerando il tornaconto che doveva avere nello stare con un ragazzo del genere, e anzi se è in gamba come lui dice non le sarà nemmeno pesato, almeno non razionalmente...
Demian conclude il suo racconto.
“Lei si è iscritta all’università a Milano, a Economia e Commercio perché così volevano i genitori. Quell’anno ci siam visti praticamente tutti i giorni, c’incontravamo a Milano Centrale, io avevo fatto l’abbonamento, tranne alcune volte che le facevo la sorpresa presentandomi in macchina... Lei odiava la sua Facoltà e si rifiutava a priori di studiare. Io ero iscritto a Filosofia già da un paio d’anni ma sentivo che ormai tutto mi stava stretto...”
Però, un modo per ipotizzarlo almeno in parte ce l’ho: a me, darebbe fastidio?...
“...L’estate dopo ci siamo lasciati, senza quasi bisogno di dircelo, e a settembre lei ha preso il suo coraggio che io conoscevo e s’è iscritta al DAMS di Bologna. Vive a Bologna tuttora e dà un casino d’esami. Sono andato a trovarla un sacco di volte, anche il mese scorso venendo qui, è sempre bellina, sta con un tipo di Napoli che studia con lei. La scintilla tra noi non è più scattata, ma certo per me sarà sempre una persona speciale. Ci scriviamo e lei viene spesso a sentirci quando suoniamo a Milano”.
...Sì.
“Fammela un po’ rivedere” gli dico scomodando la testa di Karin, la quale stringe gli occhi infastidita, e protendendomi in avanti.
Lui mi allunga la fototessera. È bella, non c’è che dire, se il suo visino è venuto così bene in una foto scattata da quelle orribili macchinette vuol dire che è davvero notevole, nasino e occhioni – scuri, mi sembra – e smorfia dolce ma decisa incorniciata da sottili capelli gialli.
E cosa sarà stato, al di là della bellezza, a fare innamorare lui?... La forza, la personalità, il carisma che io non ho?
Si chiama Claudia, ha detto.
Filari di nubi grigiastre su un cielo nero, mi verrebbe da definirlo nero petrolio appena stillato, ma io non ho mai visto il petrolio appena stillato. Mi sembra che il tipo si aspetti qualcosa da me, o forse è solo una mia impressione; non è brutto, porta capelli corti e pizzetto appena accennato, ha anche un nome che mi ha detto ma non ha importanza, non tanta da essere ricordato e menzionato.
È un’altra notte come tante, come ormai troppe al Circolo degli Artisti; uno strano senso d’inesorabilità che mi ha colta ieri sotto al cielo chiuso e plumbeo della Tiburtina s’è attaccata con forza ad ogni poro della mia pelle ed invano ho cercato sollievo nella compagnia di Demian, che sarà dentro da qualche parte con Ale, Chiara e Karin; e tutto quello che percepisco stasera mi sembra di percepirlo non con gli occhi, come è in ragione di noi uomini del ventesimo secolo il cui senso primario è stato superficialmente attribuito alla vista, ma con la pelle, con la mia pelle aggredita e contaminata da quell’inquietante sensazione, e tutto ciò che colgo, cielo nubi parole odor di strada non le colgo in quanto tale, elementi separati e indipendenti l’uno dall’altro bensì come componenti di un gigantesco quadro percettivo che è frutto della mia mente estenuata da quella fastidiosa impressione, e ogni cosa viene rivestita di un significato preciso e complementare che in condizione normali non avrebbe ragione d’esistere.
Forse è per questo che mi sono lasciata rimorchiare da questo tipo, e che tengo banco con lui con una sfacciataggine e una prontezza di spirito che di solito sono ben lungi dall’appartenermi e che sono proprie più dell’innato modo di fare di una Alessia, o soprattutto di una Chiara, piuttosto che della dolce e indifesa Camilla.
“I tuoi amici si staranno chiedendo dove sei finita” mi fa il tipo, palesemente compiaciuto.
Siamo usciti un po’, nonostante fuori faccia ancora molto freddo, e stiamo qui da oltre mezz’ora ad accumulare futilità e sottintesi come è scritto nel manuale dei perfetti incontri notturni – vedasi rimorchi – in un locale, persino in un posto alternativo come questo.
“Forse” replico stringatamente.
Lui mi guarda sfrontatamente; è malizioso, ma non sfacciato. È ormai una condanna per me l’impulso di paragonare qualsiasi ragazzo incontri a Demian, e così è anche stavolta, per cui rifletto che questo tipo e Demian sono probabilmente agli antipodi del pianeta maschile, due esempi opposti della virilità nelle sue infinite possibilità. Demian è alto, questo qui è di statura media; Demian ha lo sguardo puro e profondo, questo ce l’ha arrogante e vagamente torbido; Demian parla a voce bassa e svelta, questo ha un tono fin troppo alto e calca esageratamente su alcune parole.
Come spesso accade, la sequenza di futilità e sottintesi ha portato il discorso oltre ogni limite della logica e siamo arrivati a parlare di puttane e gigolò; lui mi dice che io non potrei mai fare la puttana, ho lo sguardo troppo limpido, io viceversa replico che invece, lui, come gigolò ce lo vedrei benissimo: “Potrebbe essere un’idea, pensaci, sarebbe un modo piacevole per fare un bel po’ di soldi” gli suggerisco enfaticamente. Lui mi guarda stupito cercando di decifrarmi. Sicuramente non si aspettava un’uscita del genere in una candida diciannovenne con un faccino pulito e questi occhioni celesti senz’ombra di trucco.
Mi viene da ridere quando penso a come mi vede, o meglio a come mi vuole vedere la gente: io, piccolina e ingenua, coi miei occhi chiari e le mie sciarpette indiane che fanno tanta tenerezza... proprio la ragazzina tenera e angelica per definizione. A diciott’anni, in quinto superiore c’erano delle mie compagne di scuola – non Chiara, ovviamente – che appena apprendevano che non avevo il ragazzo e non l’avevo avuto da due anni a quella parte, davano per scontato che fossi vergine e sfogavano su di me la loro frustrazione di diciottenni-ancora-vergini, certe di aver trovato l’amica ideale con cui condividere il peso della proprio, secondo loro umiliante situazione. Ancora oggi, che di anni ne ho quasi venti, chi mi conosce appena dà per scontato il medesimo assunto sul mio status psicofisico e morale. E invece non è vero un cazzo, invece io contrariamente alla maggior parte delle mie compagne e delle mie amiche ho fatto l’amore in giovane età, col mio primissimo ragazzo, con lo stesso del primo bacio, a quindici anni dopo sei mesi che stavamo insieme; ho fatto l’amore con Federico, e se proprio di amore non si trattava visto che lì per lì ci ho capito poco e niente, anche in virtù dei tabù che i miei mi avevano sempre inculcato, ecco che comunque il più grande stereotipo riguardo la mia immagine crolla miseramente sotto il peso di una realtà imprevista. Quando lo comunicavo alle suddette diciottenni, interrompendo il fiume delle loro psicoconfidenze, mi sembrava di leggere sui loro visi una tale dolorosa delusione, come se l’aver scoperto che io ero dall’altra parte fosse una sorta di tradimento, che alla fine tacevo e lasciavo credere alle altre ciò che preferivano. Ma la consapevolezza del mio reale stato di non-vergine in contrapposizione al mio aspetto esteriore mi ha sempre conferito una specie di potere, di segreto orgoglio personale di cui mi avvalevo nei momenti di maggior sconforto, quando mi sembrava che le persone volessero ferirmi e schiacciarmi approfittando del mio viso da bambina, e allora urlavo fra me e me, in una sorta di infantile e rabbiosa rivalsa: “Cosa cazzo vi credete eh, che sia nata ieri! Sto pure un passo avanti alle vostre ragazze che hanno una paura fottuta a venire a letto con voi ed è già tanto se riuscite a metter loro una mano sulla f*** il sabato sera quando sono sbronze fradicie!”.
È più o meno questa la maliziosa e contorta consapevolezza che mi anima in questo momento, con questo sconosciuto qui davanti che non sa un cazzo di me e ci giurerei che anche lui si è fatto la solita idea e sta pensando che sarebbe un modo carino di svoltare la serata sverginare questa bella ragazzina che ha di fronte; lo so, sono un po’ confusa e probabilmente cattiva e sto strapensando, la mia mente vaga in libertà per l’aere di mille possibili ragionamenti, sotto una buona spinta alcolica, avvalendosi di un esile, sottilissimo filo logico il più delle volte insufficiente a giustificare certi voli pindarici; è che abbiamo pure fumato tutti insieme, prima, ecco, altra cosa che nessuno crederebbe a vedermi così è che fumo e bevo, e per l’appunto ho anche bevuto un po’ troppo, per cercare di diluire il malessere che mi attanaglia da ieri e tentare di disperderne gli sgradevoli residui nell’alcol; in genere le mie paranoie sanno nuotare bene e restano sempre alla superficie del mio bicchiere e tutt’al più me le ringoio in una sorta d’immaginario circolo vizioso, ma in questo caso la sensazione di staticità e inesorabilità che mi tormenta ha visto la luce alle tre di ieri pomeriggio per cui spero non abbia fatto in tempo a imparare a nuotare...
“Allora, che fai?” mi fa il tipo diventando sempre più insistente, con un’occhiata che sembra confermare tutte le mie alcoliche supposizioni.
“Niente, te l’ho detto, penso che ce ne stiamo per andare a casa” replico duramente, per niente intimorita.
“Già?” fa lui senza scomporsi.
“Già: già. Sono le tre e mezza” ribatto gelida.
“Ma devi per forza andare a casa tua? Sai, io...”
“Okay” lo interrompo “Sta’ a sentire: è stata una chiacchierata molto piacevole, me fra cinque minuti io prenderò quella strada e me ne andrò a casa. Mia”, preciso.
C’è effettivamente qualcosa di torbido e irreale insieme nel mio modo di rivolgermi al tipo. Io non aggredisco mai le persone. Io cerco sempre d’essere accondiscendente. Io, si pensa, non saprei liberarmi di un tipo troppo insistente che mi si è appiccicato, e dovrei rivolgermi alla silenziosa fermezza di Ale. Ma è sempre la solita fottutissima storia: chi l’ha detto che non sono capace? Essere alta un metro e sessantaquattro e avere l’aria innocente significa necessariamente essere docile, ingenua e malleabile? Però c’è qualcosa di torbido e irreale, in questa situazione, sì, torbido e irreale proprio come il mio modo di rivolgermi al tipo, che mi attrae vagamente verso di lui. Non so, sarà proprio l’ambiguità di questa serata, delle stereotipo che mi voglio scollare di dosso, dell’antico urlo di rivalsa che stavolta ho la possibilità di esprimere in un dialogo, senza contare una maliziosa tentazione, sorta negli ultimi minuti, di vedere la reazione di Demian qualora tra me e un altro ragazzo accadesse qualcosa.
“Ma a me, mi faresti pagare?” chiedo all’improvviso, riprendendo il discorso di prima.
“Centomila” fa lui sorridendo, “Va bene?” e scoppia a ridere.
“Tu stai fuori. Fuori” scandisco enfaticamente. Quasi quanto me, aggiungo mentalmente. Poi mi volto di scatto, come interrotta da una muta presenza. C’è Ale a un metro da noi, che ci guarda con aria incerta. Si starà chiedendo se è il caso di chiamarmi o meno. Se è qui da più di sessanta secondi, sarà cercando di valutare il mio interesse per il tipo. La prevengo.
“State andando?” chiedo.
“Sì” fa lei esitante, “Ma se tu...”
“Arrivo subito” taglio corto “Aspettatemi da qualche parte. Non qui” preciso malignamente.
Ale fa per dire qualcosa, ma ci ripensa e sparisce.
“Allora devi proprio andare” mi fa il tipo.
“Esatto. Ma insomma, tu mi faresti pagare davvero?”
“Centomila” ripete lui.
“Centomila, per cosa?” chiedo avvicinandomi.
“Dipende” fa lui, scivolando verso il muro con impeto lento e cadenzato. Come fa un impeto ad essere lento e cadenzato, mi domando nell’atto stesso di pensarlo? Non lo so, ma è proprio così, c’è qualcosa di scattoso e trattenuto insieme, nel suo modo di avvicinarsi. Mi piace.
“Dipende, da cosa? Centomila, per cosa?” insisto io, sempre più fomentata.
“Per tutto quello che vuoi” conclude lui, spezzando con una resa improvvisa la tensione di questo momento portato all’estremo, e ci baciamo addosso al muro. È un bacio lungo e violento. Non mi resta che valutare cinicamente quanto sia bello e facile baciare qualcuno che non si conosce, per il quale non si prova nulla e che non si vedrà probabilmente mai più: non ci sono implicazioni sentimentali, non ci sono paranoie, non c’è l’affetto a fare da scomoda b-side all’attrazione fisica. Da una parte hanno proprio ragione tutti quelli che ho sempre disprezzato, quelli che si fanno le storie con qualcuno che poi mandano a cagare. Bisognerebbe proprio calarsi nei panni altrui e trovarsi in tutte le diverse angolazioni di un campo visivo prima di giudicare.
“Questo era gratis” fa lui staccandosi e dandomi un bacio sulla guancia.
“Grazie” rispondo mentre si allontana “Me lo ricorderò”.
Dove saranno gli altri? Mi chiedo, ma non ce n’è bisogno perché in realtà stanno tutti a pochi metri da dove stavamo noi, impalati in mezzo alla strada e mezzo nascosti tra i pochi punkabbestia che stanno esaurendo le scorte alcoliche giornaliere davanti alla porta del Circolo.
Come leggendomi nel pensiero, Ale mi dice subito “Scusa... Ma dentro non si può più stare, stanno chiudendo e ci hanno fatti uscire”.
Dovrei rispondere che non importa, ma chissà perché resto in silenzio. Loro mi fissano come se fossi una marziana.
“Che c’è?” domando aggressivamente. Ale mi prende da una parte.
“Cami, va tutto bene? Hai un’aria incazzatissima. Che ti diceva il tipo? Avevi bisogno d’aiuto?”
Eccola là. “Ma scusa, cosa cazzo ti fa pensare che avessi bisogno di aiuto?” sbotto “Mi pare che stessi facendo semplicemente quattro chiacchiere con un tizio che non è uno di voi. È un delitto questo, vero? Oppure pensavate che fosse Jack lo Squartatore in visita di cortesia in Italia?”
“Oddio, scusa... non volevo dire...” fa lei imbarazzata.
“Eppure tu mi conosci” continuo “Anche tu mi vedi come una creatura indifesa e bisognosa d’aiuto?”
“Certo che no, Camilla, scusa...”
“No, scusa tu. È che sto strafatta” confesso all’improvviso.
Torniamo dagli altri. Nessuno dice una parola. Demian cammina guardando per aria. Cesare e la sua Uno sono assenti, per cui dovremo tornare coi notturni. Io a stento mi reggo in piedi. La strada è lunga e non posso pensare di farla tutta in questo grave silenzio. Sento che mi sto imparanoiando. Il che, quando uno sta fuori è peggio, perché si crea un circolo vizioso dal quale uscire è difficilissimo: sei imparanoiato, inizi a strepitare, gli altri vedendo come stai non ti dando corda e più non ti cagano più dai di matto, eccetera. È esattamente quel che succede a me adesso.
“Cazzo! Insomma mi volete dire cosa avete! Non mi direte che voi non avete fumato! E volete far apparire me come l’unica tossica della situazione!”
Nessuno risponde. C’è solo il rumore del camion della Nettezza Urbana fermo all’angolo di piazza Vittorio, e il tenue brusìo dei sistemi di allarme dei chioschi chiusi del mercato.
“Insomma, vaffanculo! Io a casa così non ci torno! Ale, dì qualcosa” la imploro prendendola per un braccio. “Ma insomma, che cazzo di amici siete?!”
L’abbraccio di Demian giunge inatteso e mi riporta alla realtà.
“Su, vieni qui” dice a bassa voce. Sento che sto per mettermi a piangere. Non so quanti di loro e chi di loro mi abbia vista col tipo, ma a Demian non importa comunque niente se io parlo con un altro, se mi ci infratto, se me lo porto a letto. È dolce e affettuoso lo stesso, ed io col mio dispettoso ‘esperimento’ ho dimostrato a me stessa, proprio stasera a dispetto di tutti i miei deliranti sproloqui, quanto sia stupida e infantile, proprio come una bambina che punta i piedi e diventa cattiva quando non si sente abbastanza amata. Cosa mi sta succedendo?... Perché mi sono comportata così? Cos’è questo malessere silenzioso e strisciante che mi si è attaccato alla pelle da ieri pomeriggio? È forse una malattia infettiva che si prende sulla Tiburtina? Che differenza c’è tra il mio malessere e il 309? Nessuna, entrambi si prendono sulla Tiburtina. Oh Dio, sto strafatta e sto ricominciando a delirare!... Mi fermo di scatto. Sono una cogliona. Nessuno sembra essersi accorto che sono rimasta indietro, tranne Demian. Che mi è subito vicino.
“Ale! Karin, Chiara! Fermatevi, per piacere” urla.
“Che c’è?” mi chiede, dolcissimo e chinato su di me, sullo sfondo metropolitano degradato di piazza Vittorio by night. Io ho gli occhi conficcati nell’asfalto come due coltelli e non riesco più ad alzarli. Migliaia di interrogativi rimbalzano impazziti da una parete all’altra della mia scatola cranica senza che riesca a seguirne nemmeno uno, figuriamoci poi se volessi cimentarmi nel trovare risposta ad ognuno di essi. Mi siederei qui e assisterei a questa e a molte altre albe, e a innumerevoli riaperture del mercato di piazza Vittorio.
Non gli rispondo. Mi prende per mano e mi parla sottovoce: “Dai, basta che arriviamo a Termini e poi da lì prendiamo l’autobus ed è un attimo, lo sai” mi rassicura accarezzandomi i capelli, proprio come si fa con una bambina.
È così che torno sempre, puntualmente a sembrare la creatura infantile e indifesa che non mi sento assolutamente. Che non voglio sentirmi.
Cazzo, stasera nella birra sarà pure andata decimata la legione dei miei demoni neonati, ma quel che è certo è che ora mi aspetta una nottata di umiliante autoflagellazione.
E del respiro notturno cadenzato di Demian, penso.
Sapore d’alcol perennemente incollato al tuo palato che ne è intriso e te lo rinfaccia pure alle due del pomeriggio, odore di notti bruciate e ipersensibilità al clima e agli sbalzi di temperatura che gridano rochi quando entri ed esci da un locale, sottile ansia per qualcosa che non ti stai a interrogare su cos’è perché temi che dopo ne avresti ancora di più, freddo contatto col marmo screziato di un tavolino, esami e voti che da passi verso il futuro sono diventati fini ultimi e decontestualizzati che ti danno sollievo ancora per qualche mese, e paure, paure, paure, paura del rifiuto del fallimento dell’apatia di due occhi che per strada ti guardano in un certo modo... Paura di certi discorsi che non fai, di certe tematiche che non affronti, di certi libri che non leggi perché temi quello che insinuerebbero nella tua mente come in finale è successo a tutti i grandi che in qualche modo cercavano una verità e ne sono stati travolti fino a morirne o a impazzire...
“Ragazze, voglio spiegarvi perché mi chiamano Demian. Lo sanno in pochi perché il motivo tira in ballo una questione un po’ complessa che non posso affrontare come se niente fosse, ma con voi penso di poterlo fare” comincia Demian a bassa voce nel pomeriggio piovoso di una qualsiasi domenica di merda, sulla sua tazza di tè fumante, ed io, Ale e Chiara alziamo lo sguardo dalle nostre, incuriosite e lusingate dalla sua stima.
“Il fatto è che hanno iniziato i miei, proprio da quando son nato. Per loro, Demian è il mio vero nome. Mi hanno chiamato Damiano forse per non fare i... coatti, come dite voi, e perché mi sa che l’anagrafe non accettava nomi stranieri - ma l’hanno fatto semplicemente per potermi chiamare Demian. Demian è un libro di Hermann Hesse. Avete letto qualcosa di Hesse?”
“Solo il Siddharta” rispondo io cominciando già a provare un lieve senso di disagio “Classico e scontato, lo so”.
“Idem per me, più Narciso e Boccadoro” fa Ale dopo aver bevuto un sorso di tè “Credo che Chiara sia la più ferrata in materia. Tu l’hai letto parecchio, vero?” chiede voltandosi verso di lei.
“Neanche poi tanto” risponde Chiara con aria vaga “Il Siddharta, Narciso e Boccadoro, Il Vagabondaggio, Il lupo della steppa, e mi pare basta...”
Demian sorride mentre io mi sento una cretina a causa della mia grassa ignoranza in merito.
“Demian non è uno dei più noti, lo so. Mia madre l’ha letto durante la mia gravidanza. Dice d’esserne rimasta folgorata, l’ha fatto leggere al mio babbo che pare abbia reagito allo stesso modo. E così hanno deciso di chiamarmi Damiano per ribattezzarmi poi come Demian” continua “Me l’hanno fatto leggere non appena hanno ritenuto che fossi in grado di capirci qualcosa, cioè più o meno a diciott’anni. Effettivamente non so se prima l’avrei così apprezzato. Anche a voi piacerebbe moltissimo, ne sono certo”. Ci guarda in silenzio come in attesa della nostra reazione. Io inizio ad agitarmi sotto l’oscuro malessere che mi provoca sempre qualsiasi discorso dalle pretese vagamente intellettuali e la cosa dev’essere visibile, poiché mi chiede apprensivo: “Cami, tutto bene?”
“Sì, non farci caso, penso che un discorso su Hermann Hesse mi smuoverebbe da dentro un indefinibile senso d’inquietudine, ma sono io che in queste cose sono strana, vai avanti”.
“Perché ti smuoverebbe un senso di inquietudine?” mi domanda con i suoi occhi scuri curiosi puntati addosso.
“Perché sono quasi certa che se cominciamo a parlare di Hesse ci intripperemo in una marea di cavilli e nodi mentali eccetera... Fermo restando che non ho idea di cosa parli Demian e muoio dalla voglia di saperlo, e potrebbe anche essere una cosa perfettamente innocua, sono solo io che ho paura dei pensieri troppo profondi”.
Demian mi guarda perplesso con gli occhi strizzati e un lieve sorriso. “M’interessa da morire questa tua paura” mi fa “Me la potresti spiegare meglio?”.
Evito il suo sguardo un po’ imbarazzata. “È un discorso complicato”.
Lui sorride con calore. “Mi piacciono le cose complicate” dice.
Ale mi guarda con cognizione e sorride brevemente. Lei sa bene a cosa mi riferisco, ne abbiamo parlato più volte. Questo m’incoraggia, potrebbe eventualmente sostituirsi alla mia voce qualora io non riuscissi a spiegarmi.
“Vedi, l’anno scorso io e Ale c’eravamo intrippate in questi discorsi assurdi” dico “Tutto era iniziato da una riflessione che avevo fatto e che è presto diventata un’ossessione”. Fatico a proseguire, ma ormai sono in ballo. Ale mi guarda attenta e assenziente e il suo sguardo pieno d’approvazione mi spinge ad andare avanti. “È una cosa che mi fa male da morire, mi fa male solo a dirla. Pensavo: alcuni di noi si sentono chiamati ad alti ideali, aspirano alla grandezza dello spirito, alla Conoscenza, alla padronanza delle filosofie o anche solo a una carriera artistica e a una vita intellettualmente impegnata. Quasi tutti quelli come noi vivono, almeno potenzialmente, aspirazioni del genere, anche solo in un certo periodo della loro vita… Ma poi, basta che trovano, che troviamo il compagno o compagna della nostra vita, che c’innamoriamo o incontriamo un amico speciale o anche solo che passiamo sette bellissime sere di seguito sbronzandoci in perfetta armonia con le persone che amiamo, insomma basta che entriamo finalmente in una condizione di concreto benessere e la nostra vita sembra prendere un po’ di velocità, che ecco che accantoniamo tutti i nostri progetti di elevazione e ci sentiamo così felici, così materialmente appagati, che li scordiamo completamente e diventiamo persone terra-terra, attaccati alle cose tangibili e soddisfatti di esse come il pinco pallino che tanto criticavamo... Fino a che la ruota gira di nuovo e ci troviamo di nuovo nella merda e/o nella solitudine, e allora li ripeschiamo e ci aggrappiamo ad essi come se di nuovo fosse l’unica elevazione che conta... fino al prossimo momento di gloria, però. Per la maggior parte della gente, se fai caso, è così – a parte gli asceti e i veri mistici e le personalità indubbiamente superiori. Ma anche le personalità superiori, poi come fanno? Come conciliano queste due dimensioni? O vivono perfettamente appagati del loro misticismo e la loro è comunque una vita sui generis... o la trascurano e ne soffrono e prima o poi... prima o poi... Non so”. Mi confondo e mi perdo nei meandri di una riflessione che già l’anno scorso, a questo punto si ramificava pericolosamente oltre il limite del controllo e sulla soglia di un sottile malessere... Probabilmente al limite di un’entità oscura che temo e che chiamo Paranoia. Sono tutti zitti e attentissimi a ciò che sto dicendo, e questo mi fa andare ancor di più nel pallone. Ma a questo punto devo, voglio continuare.
“...Allora mi chiedo: per noi comuni mortali che non siamo né veri mistici né asceti ma abbiamo il pregio-difetto di pensare più della media delle persone normali, cos’è meglio? Anzi, cos’è giusto? Alte e grandi utopie o l’umana meschina soddisfazione degli affetti, dei bisogni più umili e primari? Quali una persona che ti ami e ti capisca, una sbronza da prenderti una sera con lei, qualcuno che ti aspetti a casa o persino cose più futili ma indispensabili alla nostra limitata natura?... E se è giusto vivere, mantenersi in equilibrio tra entrambe le dimensioni, come si fa a conciliarle? Concedendo loro equivalente, non uguale, ma equivalente tempo e cura senza che nessuna delle due prenda il sopravvento sull’altra e s’impadronisca completamente della nostra vita? E come si fa a trovare e a conservare un tale equilibrio?...”
Sento d’essere arrivata al limite della mia ansia oscura, delle ulteriori e progressive ramificazioni che la riflessione implicherebbe, per cui mi interrompo e taccio. “Niente, tutto qui” concludo dopo qualche secondo.
Ale sorride. È certamente contenta che sia riuscita a esprimere a Demian le stesse cose che ho spiegato a lei, già con fatica, un anno fa. Demian mi fissa con lo sguardo carico di una stima molto prossima all’amore, abbassa la testa e annuisce con se stesso. Non so se sia più dirompente la soddisfazione nel vedere l’effetto che gli ho fatto per una volta che sono stata me stessa, che ho avuto il coraggio di mostrargli la mia parte più autentica, o la gioia d’essere riuscita a esporgli le mie riflessioni più profonde. E questo è forse un ulteriore corollario della dicotomia temuta e posta in essere, penso.
“È vero, è una questione interessante” dichiara dopo qualche secondo “Sono due contrasti, due opposti entrambi vitali. Forse l’ideale sarebbe cercare di conciliare le due cose, no? Come quando trovi una persona che condivide i tuoi ideali, come la chiami tu la tua aspirazione di conoscenza e di grandezza. La persona che ami e con cui ti sbronzi sette sere di fila potrebbe essere la stessa con cui condividere una dimensione più elevata, in modo da non perdere di vista nulla e non dover preoccuparsi di trovare un equilibrio fra le due parti e che una escluda l’altra…”
Magari, penso guardandolo emozionata.
“Comunque voglio pensarci più approfonditamente” continua “Ci sono anche altre coppie oppositive in quello che hai detto. Tu attribuisci una valenza positiva agli alti ideali e una necessariamente negativa al materialismo delle persone terra-terra” sorride nel ricalcare le mie parole, “e dici anche: meglio, o giusto. Per te tutto ha una connotazione di pregio o difetto, o di migliore rispetto al buono. Non è una critica, eh, tutte le definizioni sono pertinenti e giustificate anche se opposte, ce ne sono infinite nella vita... quasi tutte. Comunque in Demian si parla anche di questo, vedi, ve l’ho detto che vi piacerebbe! Dell’opposizione primaria tra Bene e Male, tra purezza della cieca religiosità e istinto del male, dell’oscuro, di ciò che è proibito”.
“Della dark side insita in ognuno di noi” osserva Ale.
“Esatto. Tu ne sai qualcosa, vero?”
Ale china il capo sorridendo enigmaticamente. Non arrossisce solo perché Ale non arrossisce mai, sono certa che altrimenti lo farebbe. Centro perfetto. Quest’uomo è un genio. Come ha fatto a capire in così poco tempo ciò che io ho capito solo l’anno scorso e solo perché mi è stato spiegato chiaramente dall’interessata? La dicotomia bene/male e la dark side mi sono sempre state piuttosto estranee, a dire il vero- so che esistono ma non le ho mai sentite.
“Cami, hai mai dato qualche dolore gratuito e superfluo ai tuoi genitori, o ad altri?” mi chiede Demian. Ha capito il mio senso di estraneità a questa tematica e cerca di spiegarmela meglio, penso stupendomi ancora una volta della sua sensibilità epidermica e spontanea. “…Cose che non era assolutamente necessario né vantaggioso fare, ma che hai fatto lo stesso al puro scopo di ferire qualcuno”.
L’ho fatto l’altra sera, ma quello era un dispetto puerile, un’illogica forma di rivalsa, in realtà non potrei mai fare del male a Demian né ad Ale né a nessuna delle persone che amo.
“Questo è, diciamo, uno degli aspetti più semplici della dark side. Che però può avere sviluppi incontrollabili e pericolosissimi” dice.
Lo fisso perplessa, sembra che parli per esperienza diretta. Penso di aver capito, non l’ho mai avvertita precisamente anche se immagino che in ognuno di noi ce ne sia una parte, ma fatico a credere che una persona limpida come lui l’abbia vissuta con palese coscienza.
“In Demian, tutta la storia del protagonista è incentrata su questa dicotomia che più volte, fin dai primi anni della sua vita, si trova ad affrontare. A cominciare dall’infanzia, quando è diviso fra il puro splendore dei valori familiari e l’oscura attrazione verso personaggi inquietanti- uno di questi è appunto Demian, il mio omonimo, che però si rivelerà una presenza positiva, la sua guida spirituale... Anche se, confesso, finché questo non si chiarisce, nella seconda metà del libro, anche la sua figura assume spesso tratti sinistri, almeno per me li ha assunti” ridacchia. “Pare esistesse un Dio, nella mitologia antica, capace di assorbire tale contrapposizione. Si chiama Abraxas, e il nome ha un significato matematico simbolico nell’alfabeto greco...”
“Abraxas” riflette Ale “È vero, se ne parla spesso in Dylan Dog. Ma lì è più che altro un personaggio negativo, come se fosse, mi pare, una delle tante personalità di Satana”.
“Vero” conviene Demian “Aveva qualcosa a che fare col padre di Dylan, mi pare, e anch’io lo ricordo come una figura estremamente negativa. Chiara? Tu lo sai per caso?”
“Per quanto ne so io” risponde, chiamata in causa, Chiara che finora è stata a sentire nel perfetto silenzio della sua sigaretta “Abraxas era un Dio, presente già in certe incisioni egizie, che riassumeva in sé la dicotomia bene/male. Però ricordo anch’io Dylan Dog: Abraxas era un anagramma di Xabaras, il Demonio in persona se non ricordo male. E ti ricorderei che anche il nome Demian è stato spesso ricondotto etimologicamente al Demonio.”
Demian sgrana gli occhi come colto da folgorazione, ma tace. E brava Chiara, ancora una volta. È sempre così: ascolta tutto e tutti in perfetto silenzio – quando non è eccessivamente bevuta o fumata, sennò altro che silenzio – e aspetta tranquillamente che qualcuno la interpelli per dare impeccabile e impassibile sfoggio del suo sapere e illuminare con le sue concise osservazioni le nostre menti caotiche... vedi caos dell’ignoranza.
Comunque, il nome Demian avrebbe a che fare col Demonio? La questione si sta facendo interessante… Che sia la mia dark side, a farmi esultare malignamente di fronte a tale macabra interpretazione?
“Fermi tutti” esclama Demian scuotendosi “La cosa si fa ancora più complicata ma paradossalmente, potrebbe avere un senso. Chiara, tu l’hai letto Demian? Come fai a sapere questa cosa del nome? Perché non l’hai detta prima? A me l’ha detta una volta un barbone sotto la metro, e mi son andato a informare...” Chiara tace e Demian continua. “C’è qualcosa che coincide... Stiamo qui a interrogarci se Abraxas abbia una valenza positiva o negativa, ed ecco che la stessa questione emerge per il nome Demian, che ormai davo per scontato come una figura positiva. Forse il punto è questo... Non esiste una cosa solo positiva o solo negativa, come dicevamo prima”.
“In entrambe c’è la dicotomia bene/male” interpreto io “In Abraxas perché riassume gli estremi, e in Demian perché forse l’opposizione è proprio insita in lui, e perché come sappiamo il confine tra Bene e Male è sottilissimo, a volte impercettibile... Potrebbe essere così?”
“Sì” conferma “Forse è un’interpretazione un po’ arrangiata, ma mi pare la migliore che riusciamo a produrre al momento”.
Tace pensieroso, come noi del resto. Non chiediamo lumi a Chiara e lei, che stavolta non è né bevuta né fumata, si guarda bene dall’intromettersi.
Fisso per qualche istante la ceramica azzurra di una tazza e penso che i nostri tè si sono raffreddati senza che ce ne siamo resi conto. Bevo l’ultimo sorso del mio, il suo sapore freddo lacera il raccoglimento delle mie riflessioni.
“Anyway” riprende Demian dopo un po’ “Abbiamo quindi vari tipi di contraddizioni: quella bene/male, limpido/oscuro di Demian-Hesse e quella a cui pensavano Camilla e Alessia un anno fa, molto sottile e quanto mai problematica ai giorni nostri: quella tra grandi utopie e soddisfazione dei mediocri bisogni primari. Ce ne viene in mente qualcun’altra?”
Momenti di solido silenzio sui resti dei nostri tè.
“Cami, tu che stai tanto in fissa con Kundera, in lui c’è qualche opposizione primaria? Te ne viene in mente qualcuna?” mi chiede, e ci penso nervosamente mentre bevo un goccio di liquido torbido e ormai insapore.
“Certo, tra pesantezza e una certa qual indole leggera, questo è palese non solo ne L’insostenibile leggerezza ma pressoché in tutti i romanzi” rispondo.
“In Kundera c’è solo e sostanzialmente il discorso politico e morale tra patria/esilio, tutto il resto sono corollari e fuffa del suo brutto trauma. Legittimo, direi” interviene Chiara tendendo a liquidare la questione, ma l’argomento mi sta talmente a cuore che per una volta non accetto la sua giusta ma restrittiva interpretazione.
“Non è solo quello” protesto “Kundera scava nella psicologia umana quasi impietosamente, crea personaggi del tutto fittizi di cui lui stesso ribadisce continuamente l’inesistenza, al puro scopo di rappresentarne i complessi e imprevedibili meccanismi mentali... Forse il contrasto è tra il pensare e l’agire. Ovvero, il pensare di fare qualcosa e quello che poi si fa all’atto pratico. È una dicotomia già più terrena, più quotidiana e apparentemente scontata, forse è per questo che mi piace e mi ci ritrovo” concludo. Ho tenuto testa a Chiara, ragazzi – solo per il mio amato Milan potevo farlo.
“Di Kundera in effetti ho letto solo L’insostenibile leggerezza dell’Essere” dice Demian, mentre Chiara mi sorride, approva la mia ingerenza e si accende una sigaretta.
“Secondo me è un po’ riduttivo, come la hit più commerciale del cantante che amiamo, che non è quasi mai la migliore o quella che maggiormente lo rispecchia” osservo, compiacendomi della pertinenza del paragone e della facilità con cui ancora una volta mi viene spontaneo esprimere a Demian ciò che ho dentro.
“Vero. Me ne consiglieresti altri?”
“Certo, dopo ti scrivo un paio di titoli” rispondo felice.
“Poi? Qualche altra dicotomia?” insiste, irriducibile, guardandoci una ad una.
Mi sembra che stiamo aprendo trenta caselle, trenta file di Windows 95 tutti insieme, e so già che non riusciremo a chiuderli tutti né ad esplorarli, decentemente, uno per uno, prima di crollare stroncati. Peggio ancora, quelli che lasceremo aperti li dimenticheremo e non ne tratteremo affatto nella prossima discussione, nella quale ne apriremo invece trenta nuovi... che non chiuderemo mai, eccetera. Vedi, come la mente umana si perde facilmente in se stessa appena prova ad andare un po’ più in profondità, almeno la nostra che non siamo mistici né asceti, appunto.
“No” rispondo “Per fortuna. Già quella che ti ho detto mi crea abbastanza problemi, per non parlare delle altre che abbiamo appena eviscerato”.
Ale scuote la testa. “No” conferma “Ma quello che Cami ha detto di Kundera mi sembra pertinente e tutt’altro che irrilevante”.
“Nemmeno io” dice Chiara sempre dalla sua cortina di fumo “Però, se questo può consolare Camilla, la sua ossessione la vivono e l’hanno sempre vissuta in molti. Demian, tu certamente hai letto Il lupo della steppa”.
“Grandissimo” annuisce Demian “Forse più di Demian. Però, mi ha inquietato. Lì il significato rimane più ambiguo, non giunge a una vera risoluzione... Alla fine, non si capisce il messaggio di fondo, o perlomeno io non l’ho capito”. Prende la tazza, fa per bere un sorso ma si accorge che è vuota, la sbatte sulla tovaglietta di plastica gialla. “È vero!” esclama “È lì quello di cui parla Camilla! Cami, l’hai letto?” mi domanda ansiosamente.
“No” confesso ancora una volta.
“Allora ascolta. C’è una frase... una frase di Novalis, riportata... Dice che gli uomini hanno paura di nuotare, e Harry, il protagonista, risponde: per forza, non sono nati per l’acqua ma per la terra. E allo stesso modo hanno paura del Pensiero: non sono nati per pensare, chi pensa troppo ha scambiato l’acqua per la terra e prima o poi affogherà, qualcosa del genere. Capisci? Ma, mi chiedo io, come non sono nati per il Pensiero? Gli animali non sono nati per il Pensiero, noi sì, è l’unica cosa che ci distingue, almeno stando a quanto è dimostrato fin qui. Se secondo lui gli uomini non sono nati per questo, allora chi lo è?” domanda infervorato.
“Gli asceti” replica Chiara “Quelli a cui viene naturale, a cui dopo i primi traumi adolescenziali viene spontaneo rinunciare alle umane passioni e pulsioni, e non gli provoca travagli laceranti come a noi. Gli asceti e i mistici, di cui tu e Cami andate blaterando da un’ora. Quelli che vivono senza bisogno del sesso, senza dipendenza dal sesso come surrogato di un’attenzione, della necessità di sentirsi amati eccetera. Perché noi tutti la sentiamo questa necessità… Persino una come Ale” conclude, guardandola e lanciandole un’imprevista stoccata.
Ale rimane imperturbabile come al solito, come se non avesse sentito. Ma so che queste osservazioni non le danno fastidio perché in fondo lei non nega affatto di essere così, siamo noi che accettiamo di vederla nell’immagine che lei si ostina a propinarci. Tacito accordo fra disadattate, penso- fra amiche che si amano.
“Ma allora tu l’hai letto Demian!” esclama l’omonimo “Hai detto: primi travagli adolescenziali...”
“Si capiva dalla tua spiegazione” ribatte Chiara col suo tono altezzoso “No. Non l’ho letto, ma me ne hanno parlato”.
“Come finisce?” domando io afferrando una sigaretta che mi scricchiola, quasi, nella mano.
“Cami, non finisce, non è mica un film” sghignazzano Ale e Chiara all’unisono, e ho voglia di strozzarle per la loro complicità a mio scapito.
“È questo il punto: non finisce, almeno per me, perché io non l’ho capito fino in fondo” replica invece Demian composto e concentrato “Ci sono varie interpretazioni, c’è una figura femminile che inizia il Lupo della Steppa a un tipo di vita più concreto e scintillante, frivolo praticamente, ma poi... La postfazione scritta da Hesse stesso parla di una malattia, che però va verso una guarigione non verso la morte, e nella seconda parte del libro il protagonista assume atteggiamenti da persona superficiale. Quindi è questa, la guarigione? Rinunciare al Pensiero? Diventare superficiali? Non posso credere che proprio Hesse voglia dare una lezione di questo genere. O forse la risposta è in una specie di teatro onirico che si apre alla fine, un fottìo di porte che rappresentano le mille personalità del protagonista, come se, e qui potremmo riallacciarci al discorso di Camilla, ognuno dovesse cercare un giusto bilanciamento fra le proprie priorità, fra le componenti della sua personalità... Ma se è vero che la guarigione è questa... Preferisco restare malato, grazie. Chiara? Pensi che la risposta sia appunto nel ‘teatro delle porte’? Io non ci ho capito una sega” confessa appellandosi nuovamente a Chiara, per noi – e anche per Demian vedo – detentrice del vero sapere, delle corrette interpretazioni.
Ancora silenzio e smorfie immobili nell’attesa, nella luce piovosa del pomeriggio, impercettibilmente tese a cogliere qualche sillaba dalla bocca di Chiara. Le mattonelle gialline sbiadiscono sempre più sotto le ataviche macchie di caffè che forse nessuna di noi ha mai realmente cercato di eliminare dai nostri sguardi quotidiani.
In questo mutismo denso di aspettative culturali sentiamo la porta di casa aprirsi e in un secondo Cesare è davanti a noi, allegro e chiassoso. Le chiavi di questa casa ce le hanno tutti, ormai.
“Trucidoni!” ci aggredisce scherzosamente “Che state a fà? Che facce. Non saprei dire se state a un passo dalla tomba o se ne siete appena usciti”.
“Adesso che ci sei tu, ci siamo comunque molto vicini” è il commento di Chiara, amabile e affettuosa come al solito di fronte a Cesare.
“Siamo piuttosto vicini all’Illuminazione” rispondo io con un certo senso d’orgoglio di fronte ai pensieri che stiamo riuscendo a formulare- per una volta qualcosa di costruttivo, oltre alle canne, all’apertura delle bottiglie e all’ingresso nei centri sociali. Ale tace.
“Stavamo parlando di Hesse” spiega Demian dando forma alle nostre incomprensibili sparate.
“Hesse! Chissà che mi credevo. Ah pischelli! Io la crisi mistica l’ho avuta a diciott’anni, e mi leggevo Osho, altro che Hesse! Ma quella roba mi stava mandando il cervello in pappetta omogeneizzata e così mi sono dato al punk” dichiara.
Impossibile stabilire se debba esser preso sul serio o meno. Chiara tace con un evidente lampo di fastidio nello sguardo, che immagino si tradurrebbe in dubbi retorici sull’esistenza di un suo cervello. Gli occhi di Ale sono appena appena un po’ più aperti del solito- come sempre fa la vaga, ma scommetto che neanche lei sapeva che Cesare a diciott’anni era dedito alle letture di Osho.
“Comunque” continua Cesare con la sua parlata sonora “Vengo a interrompere il vostro profondo e mistico raccoglimento. Dobbiamo andare da qualche parte a suonare per alzare un po’ di soldi. Ci servono”.
“Per cosa?” chiede Demian. Cesare afferra l’unica sedia libera e si mette comodo.
“Ci servono se vogliamo registrare il nostro demo, fratello” gli risponde guardandolo con affetto “Che fate stasera? È domenica, è una giornata di merda e c’è un tempo di merda. L’unica è il Circolo degli Artisti. Sì, lo so che voi ci siete stati pure ieri sera. Però in giro non c’è niente, ho provato fino a adesso con quel coglione di Fabrizio che insisteva che un passaggio di Away from here andava fatto in La e ho il cervello e le mani in pappa peggio che se mi fossi sparato dieci libri di Osho”.
“Che c’è al Circolo?” ci informiamo.
“Il concerto dei Frangar No Flectar, tranquilli quanto basta per essere ascoltati dai più, e a livello di eventuali spinte, notevoli. Io voglio andarci e fare un po’ di casino, e soprattutto, se vieni tu, dobbiamo svoltare prima e dopo. Te la senti?” chiede serio rivolto a Demian.
“Certo” risponde Demian sorridendo.
“Soldi non ce ne sono nemmeno per l’entrata. Voi che avete?”
“Io ho ventimila lire dall’ultimo volantinaggio” dice Demian.
“Io nulla” rispondo sconsolata “Ieri sera ho dato fondo a tutti i miei averi e non posso chiedere subito altri soldi a mia madre” dico, ricordando l’infamante serata precedente.
“Nemmeno noi” ammette Ale a nome delle sorelle Sartori “C’è stata un’assurda bolletta della luce, e i nostri non sono più tanto prodighi, visto il modo a voi noto in cui trascorriamo le giornate”.
“Allora si va” conclude Cesare grave ma palesemente soddisfatto “Dobbiamo alzare un bel po’ di soldi, dobbiamo bere. Sono spappolato, e Cristiano voleva trascinarmi a una cena di benpensanti amici suoi.... Brrr. Devo festeggiare lo scampato pericolo, e a parte tutto, mi devo riprendere”. Esamina il contenuto ormai poco rassicurante delle tazze che ci giacciono davanti.
“Non vi chiedo un po’ di tè, vedo che è finito... Anche se voi non l’avete finito, e poi il tè non è alcolico. Finite i vostri e andiamo, che sono quasi le sei”.
“Comunque, concludendo” riprende Chiara, alla quale certamente non è garbato l’essere interrotta da Cesare “Volevo solo dire una cosa che Camilla già sa, in riferimento alla frase di Hesse che esattamente era, se ricordo bene: Gli uomini non sono nati per il Pensiero ma per la Vita”.
Demian spalanca gli occhi e si scorda di Cesare.
“Se ci pensate tutte le personalità più profonde e sofferenti, quelle che in qualche modo cercavano una verità, sono finite tragicamente, morte, impazzite, scacciate, a cominciare dal primo uomo sulla Terra, Adamo. Un po’ quello che pensa Cami. La metaforica figura di Adamo cacciato dall’Eden perché aveva voluto sapere troppo” continua “E poi? Devo citarvi i nomi più sputtanati e commercializzati? Jim Morrison, Van Gogh, Baudelaire, Cesare Pavese, Ian Curtis, la maggior parte dei quali vittima di loro stessi?... Tutte personalità, una piccola parte sicuramente, che avevano cercato di vedere più in là. E a voi che parlavate di Dylan Dog: è un fumetto geniale, c’è già tutto, ma andate a leggervi anche Il Signore del Silenzio, alias Uskebasi. Ovvero: uno può pure essere ammesso a conoscere la Verità – ammesso che poi ne esista una, una sola intendo – , ma poi deve sopportarne le conseguenze. Tutto ciò però non vuol dire che dobbiamo fermarci qui, perché noi siamo ancora così lontani anche solo dallo sforzo! Cami, se ci tieni devi continuare a provarci, ma in proporzione alle tue forze e senza abusarne, senza pretendere troppo da te stessa... Pensa che c’è gente che non lo fa mai, nemmeno una volta, in vita sua”.
“Giusto” conclude Demian alzandosi “Lo immagino che ti sembrerà di non fare abbastanza, una volta che sai di potere e volere, ma il riconoscimento e l’accettazione dei propri limiti è la prima virtù oltre che la prima regola. E sul Lupo della steppa ci torneremo”.
È impressionante. Guardi una persona che conosci bene, cogli le sue espressioni, le sue smorfie a te note e familiari, e... sai che non è lei.
“Insomma, Cri, hai visto con chi mi tocca passare le giornate?” dice Cesare divertito al suo fratello gemello, che dal canto suo commenta: “E ti lamenti. Sei costretto a passarle con quattro ragazze una più bella dell’altra. Io purtroppo non ce l’ho, una tale sfortuna!”
Dovevo immaginarlo che Chiara si sarebbe rifiutata di venire, la prima volta che mettevamo piede in casa di Cesare. Ma mi ero illusa fino all’ultimo, nonostante i suoi dinieghi iniziali.
“Sì, dici così perché non le conosci” continua Cesare chinato sull’amplificatore “Ma a starci tutto il giorno... Be’, te le raccomando. Dovresti immaginarlo, come quattro donne, e di solito sono cinque, possano metterti in mezzo”.
“Beh!... A me non dispiacerebbe” insiste Cristiano con la stessa identica voce del suo interlocutore e una ciocca di capelli che, seppur molto più corta, gli cade davanti a un occhio e lui se la scosta con lo stesso gesto insofferente e spavaldo di Cesare.
Devo dire che Ale, l’unica di noi ad aver già visto Cristiano Lalli, non esagerava affatto: sono davvero identici. Cristiano è bellissimo, quasi più del fratello nonostante il capello corto, la camicia a quadretti vagamente da pariolino e il linguaggio un po’ più forbito di quello del fratello. I suoi capelli non sono proprio corti, ma sforbiciati a ciocche morbide e irregolari, gli occhi – proprio gli stessi di Cesare – marroni e grandi, la camminata pigra ma scattosa come quella del fratello. Sta con Silvia da cinque anni, dai tempi del liceo. Un altro ragazzo, un’altra vita, un altro look e un altro modo di essere e probabilmente anche un altro pensiero rispetto a quello di Cesare, ma non posso che continuare a fissarmi sulla loro innaturale, eppur biologica somiglianza e guardo le altre per cercare di capire se loro siano colpite almeno quanto me, a parte Ale che già lo conosceva. L’unica che mi sembra particolarmente impressionata è Giulia. Faccio a Cristiano i complimenti per i capelli, che ricordano vagamente quelli di Jeff Buckley.
“Ti piacciono?” mi risponde con la medesima parlata sonora del fratello, “Me li ha tagliati così Cesare qualche anno fa, e mi sono piaciuti così tanto che adesso appena crescono un po’ prendo le forbici e zac!, me li taglio come vengono. Molto comodo e anche d’effetto, come il tuo apprezzamento conferma”.
Siamo nello scantinato che Cesare, i No Exit e all’occorrenza, Cristiano hanno adibito a sala prove per dar libero sfogo alle loro esibizioni. Noi ragazze ci siamo accoccolate sullo sfondatissimo divanetto accanto alla porta e aspettiamo che i gemelli Lalli e Demian si decidano a iniziare qualcosa. Ecco, pare che abbiano finito di collegare i cavi.
“Allora” dichiara Cesare “Di chitarre elettriche ce ne sono solo due, chi si prende quella acustica? La risposta è: io, me medesimo. Perché voglio una volta tanto farvi assistere alle performances, tutt’altro che trascurabili, di mio fratello e perché voglio dimostrarvi la mia ovvia grandezza anche con la chitarra acustica. Le abbiamo portate tutte e due, Demian, prendi quella da destrimano” gli ordina impetuoso. Demian esegue.
Noi ragazze, senza avere alcunché da ridire, ci accomodiamo meglio sul divanetto scassato. I tre musicisti confabulano un attimo fra loro. Quindi si mettono in postazione e attaccano con la classica Alive dei Pearl Jam, e capisco di cosa stavano parlando: del nostro amore per tale gruppo, evidentemente, e della conseguente decisione di cominciare da lì.
Dal canto mio non ci capisco nulla, ma mi sembrano bravissimi. La saletta è immersa in un buio polveroso squarciato solo dal suono delle chitarre, dai led degli amplificatori e da un tenue neon situato proprio sopra alla testa di Cristiano. Demian e Cristiano suonano con grande intesa, nonostante sia la prima volta che provano insieme, e Cesare con la chitarra acustica si esibisce in arpeggi che confermano la grandezza millantata poc’anzi. Canta solo Cesare e Demian fa qualche coro, Cristiano preferisce evidentemente concentrarsi sul suono, ma mi sembra bravissimo anche lui.
Eseguono con entusiasmo due pezzi dei Pearl Jam, poi passano ai Cult. Ed è lì che Cesare, proprio lui in genere tanto geloso della propria arte, si interrompe e strilla: “Ale! Tu questa la sai. Perché non vieni a suonare con noi?” le chiede. E ha ragione. C’è un basso appoggiato a una cassa, e pare che Ale ormai se la cavi bene.
Ma lei non vuole, ovviamente. Non riesco a immaginare la bolla di sentimenti contrastanti che deve averle ispirato la richiesta di Cesare, del suo uomo – folle amore per la musica e desiderio di suonare, di renderlo orgoglioso di lei, da un lato, e pudore, riservatezza e persino insicurezza tipici di Ale, dall’altro.
Infatti scuote la testa di scatto sorridendo modestamente. Ma Cesare insiste. Non suonano più se non va anche lei, sostiene. E gli sembra stupido, per un ridicolo imbarazzo, privare tutto l’uditorio – che ormai è in minoranza numerica rispetto ai suonatori, essendosi ridotto a me, Karin e Giulia – del seguito della musica. Evidentemente il suo ascendente su Ale è maggiore di quanto pensassi o forse non ho mai realmente capito l’animo dei musicisti, l’impulso irresistibile che li spinge a suonare contro ogni remora, perché alla seconda o terza insistenza, lei cede. Senza guardarci va a raccogliere il basso abbandonato, prova l’accordatura e poi, con un sorriso teso e scintillante, fa un cenno a Cesare. A Cesare, non a Demian – sì, forse sottovaluto un’intesa che deve andare più in là di quanto rendano palese e di quanto abbiamo capito.
Suona con loro, adesso, e mi sembra perfettamente all’altezza dei tre musicisti, suonano She sells sanctuary tutti insieme mentre Cesare e Demian continuano a cantare. Ale è bellissima. Tutta vestita di nero, fiera e apparentemente sicura di sé, mi spinge a domandarmi ancora una volta perché non si sia impegnata seriamente per fare della sua passione un’assoluta ragione di vita. E d’improvviso guardandola vengo trafitta da un dolore oscuro, lancinante e – già lo so prima ancora di comprenderlo – , invincibile.
Ale ha il suo basso che, se pure rimarrà un semplice hobby e uno splendido mezzo per scaricare le nevrosi, è suo, è la sua arte che nessuno le toglierà mai, in cui potrà sempre rifugiarsi e che potrà sempre dichiarare di possedere. Chiara dipinge, in un modo alquanto discutibile, eppure i suoi quadri colpiscono tutti e il proprietario di un pub qualche mese fa le ha proposto di allestire una mostra, e lei gli ha risposto di no perché non le andava di mercificare i propri stati d’animo. Karin va come un treno all’università, è l’unica di noi a non avere difficoltà, è decisa a laurearsi al più presto e ad entrare nel settore della cosmesi naturale. Giulia a quanto ne so non ha talenti particolari, ma la sua frivola passione per la moda e per tutto ciò che è fashion la appaga nei momenti di sconforto e le permette di avere riscontro in un mondo sempre più duro e indifferente.
Ed io?... Io, che sento di avere l’indole di un’Alessia o di una Chiara, cosa faccio per esprimere la mia tensione, la mia passione, i miei inesauribili cavilli mentali?... Nulla. Non faccio nulla, non ho ho hobby né inclinazioni, nonostante ci siano tantissime cose che mi sarebbe piaciuto fare, eppure non le ho mai concretizzate, non ci ho mai nemmeno provato, e pure all’università, che ho appena iniziato con i migliori propositi, sono inconcludente e demotivata. Dio, che persona inutile sono, sterile e fine a me stessa, non ho ancora vent’anni e sono già una fallita, mi compiango guardando Ale che, intensa e concentrata cerca – riuscendoci – di tener dietro a Cesare, Cristiano e Demian. Come sbagliano, tutti loro, a volermi così bene!... Sì, si potrebbe dire che la mia forza, il mio talento sia l’affetto incondizionato di queste persone così in gamba; ma anche questo finirà, prima o poi, e di mio non ho niente, e forse è anche per questo che dipendo in modo così esclusivo da loro, che mi aggrappo alla sicurezza di Ale e alla speranza dell’amore di Demian e da sola non riesco a passare neanche un giorno, perché non ho niente oltre a loro, non sono completa, non possiedo nulla al di fuori dell’affetto di queste persone che mi adorano ma che, mi rendo conto, non possono supplire alla mia inconsistenza di fondo e che prima o poi mi lasceranno sola col suo pesantissimo carico.
Mi sento male sotto il peso di questo pensiero, che nel giro di pochi minuti è diventato una nevrosi vera e propria, non sento nemmeno le note dei Simple Minds che si elevano dagli strumenti, persino dal basso di Ale che a quanto pare sta continuando, e di colpo interrompo tutto per strillare: “Birra! Ci vuole birra per tutti!”
Me ne vergogno all’istante poiché io sola conosco il motivo della mia uscita, ma loro, ignari, approvano calorosamente e mi lodano per la mia trovata. Smettono di suonare e ognuno tira fuori dalle proprie tasche quanto possiede.
Ho interrotto anche la tanto ambita esibizione tanto ambita di Ale, penso sentendomi una merda. Sono sicura che sia stato un caso?, o che un’inconscia, oscura parte di me non l’abbia fatto apposta per decretare la fine del trionfo che la mia migliore amica, mia sorella stava finalmente riscuotendo alle mie spalle? Mi sento male. Raccolgo i soldi della comitiva pensando che, quando mi lasceranno sola con la mia inconsistenza, sicuramente faranno bene.
“Però, Cami, fammi il favore” mi dice Cesare ignaro del mio travaglio interiore, come tutti gli altri del resto “Prendi qualcosa di potente a ’sto giro. Niente Peroni o Moretti, al limite Beck’s”.
Mi spingono verso la porta promettendo di aspettarmi per proseguire.
Come un automa mi dirigo verso il bar dell’isolato pensando a Cristiano Lalli, ad Alessia che suona, ai quadri di Chiara, a un sacco d’altre cose. Solo al momento di tornare nel seminterrato, invece di spingere la porta che mi hanno appositamente lasciata aperta, mi siedo sull’ultimo scalino e scoppio a piangere come una stupida.
Stavolta no, stavolta non voglio che se ne accorgano, penso, asciugandomi rabbiosamente gli occhi con un fazzoletto già usato.
Come dicevo l’altro giorno, da qualche tempo ho iniziato a riscoprire le sensazioni più semplici, quelle che la routine della quotidianità trasforma in ovvie abitudini rendendo scontata la loro bellezza.
Ho reimparato a soffermarmi sul gusto deciso del caffè, sulla carezza dolce del latte, sul contrasto fra il calore del sole e l’aria pungente dei mattini primaverili. Cosa diceva Demian l’altro giorno? “Le sensazioni sono tutto, sono la prova tangibile del nostro essere vivi. Prova a bagnarti le mani con l’acqua fredda e a passartele sul viso: cosa senti? Pensa se non sentissi niente: non sarebbe orribile? Non capisco la gente che ha paura delle sensazioni. È come se rifiutassero la vita, o comunque degli aspetti della vita quindi per me la vita intera, perché io sono d’accordo con la teoria antropologica della parte per il tutto” aveva divagato sorridendo.
Quel discorso mi aveva colpita, dimostrandomi ancora una volta come, oltre alle sensazioni che diamo per scontate, anche i discorsi più ovvi possano apparirci sorprendenti, come se contenessero chissà quali inedite verità. Il discorso di Demian era basico, eppure le sue parole mi erano apparse rivelatrici proprio perché, in quanto ovvie, nessuno aveva mai pensato mai a ribadirmele.
Ci ho pensato parecchio in questi giorni, e l’incipit proposto da lui ha suscitato in me una serie di riflessioni che mi tengono impegnata per intere mezz’ore. Come ora, che alle nove di un mattino grigio e regolare di metà aprile sono nel bar della Facoltà di Sociologia sulla via Salaria, a far colazione assieme a decine di altri studenti pigri o entusiasti, comunque coraggiosi come sono stata coraggiosa io a svegliarmi presto questa mattina dopo un secolo che non lo facevo, a riflettere sulla mia condizione di diciannovenne, sul mio essere rimasta sostanzialmente legata alla vita liceale, sul mio scarso inserimento in questa nuova realtà universitaria, sul mio attaccamento ad Ale, Karin e compagnia, alla loro casa sulla Tiburtina e al nostro piccolo compatto gruppo che è lo stesso che portiamo avanti da anni, sostanzialmente chiuso verso l’esterno pur essendone parte integrante, solo Demian poteva riuscire a entrarvi, non so, spesso penso che ci sia qualcosa di morboso in tutto questo, nella nostra coesione interna e che almeno io dovrei cambiare, provare a far nuove conoscenze, aprirmi di più verso l’esterno… Ma il fatto è che io sto bene così, a me piace stare con loro e solo con loro e quindi non mi decido a schiodarmi, e per loro è lo stesso, Chiara è l’unica che continua a svolgere una vita in parte autonoma e a noi per molti versi sconosciuta, oltre a Karin ovviamente con i suoi misteriosi e altolocati amici universitari.
A volte provo a immaginare chi sarei se non ci fossero loro, come ora che bevo in piedi il mio cappuccino e mi immagino calata in una vita completamente diversa da quella che conduco, vagheggio su una Camilla iscritta al primo anno d’università che frequenta regolarmente le lezioni e ha stretto un sacco di amicizie negli ultimi mesi e magari ha un ragazzo fisso da un paio d’anni, con cui esce la sera e che segue con allegro interesse e un po’ di apprensione i resoconti sulla sua nuova vita universitaria e i nuovi amici che ha trovato...
Magari mi piacerebbe, per un po’ mi esalto proprio in quest’inedita realtà parallela, nella consapevolezza delle strade aperte e della possibilità di poter reinventare me stessa in qualsiasi momento; ma la magia s’infrange appena mi accorgo che sto semplicemente proiettando sul presente la mia storia con Federico Altieri e la routine degli anni liceali, cioccolate calde in centro e feste da educande ogni sabato, tutte cose che ho già vissuto e che di certo non mi appagavano quanto le scalcinate serate con Ale & Co. Inoltre, mi chiedo replicando sulla routine di un numero indefinito di giornate quella che per me è in effetti un’eccezione, davvero ce la farei a stare qui tutte le mattine, a fare tutte le mattine colazione in questo bar con i miei compagni, ad andare tutti i giorni a lezione e ad uscire tutte le sere col mio ragazzo? Non è allora più bella ed emozionante, nella sua straniante imprevedibilità, la vita che conduco?...
…E allora penso che in fondo sto meglio come sto, come stiamo noi, con le sveglie storte e la depressione in agguato dietro l’angolo di ogni ora, gli scazzi continui con i genitori e le notti passate ad affogare le nostre paure nella Ceres che ci sorride scintillante da dentro i bicchieri, e so benissimo che questo bar, questa Facoltà non fanno parte della mia vita, so che è un caso che questa mattina mi sono svegliata a quest’ora per venire a lezione e che passerà sicuramente un altro mese prima che lo rifaccia, so che sono già stufa di star qui e non vedo l’ora che questa benedetta lezione sia finita per poter correre a casa di Ale, per correre da Demian.
Mi avvio verso il portone della Facoltà provando già un gran senso di noia.
La lezione è passata e mi ha lasciato la piacevole sensazione di aver fatto qualcosa di costruttivo, la parentesi sulla mia vita parallela è chiusa fino alla prossima volta. Ho pranzato a casa mia e nel pomeriggio mia madre mi ha chiesto di accompagnarla da mia nonna, anziana signora che ha la stessa austerità di mia madre ma un’innata tenerezza per la sua unica nipotina femmina. Non sono però ancora potuta andare a casa di Ale.
Ci vado adesso, alle diciannove ancora piene di luce di questo pomeriggio regolare di metà aprile, canticchiando i Pearl Jam e registrando un soddisfacente stato di pace per il modo in cui ho impiegato la giornata.
Io e Demian stiamo rileggendo, insieme, L’insostenibile leggerezza dell’essere.
Non è che io brilli particolarmente in intuito, o nel presentimento che sia accaduto qualcosa, anzi la mia ingenuità è conclamato oggetto di felici e feroci prese per il culo. Ma quando ci sono tante persone e stanno tutte sempre dentro alla stessa casa, gli stati d’animo, gli umori e le paranoie di ognuno si amplificano e paiono rimbombare nell’aria satura di settanta metri quadri, per cui sembra sempre che sia successo qualcosa. Figuriamoci per una che è innamorata come lo sono io, e vede pericoli dappertutto, e figuriamoci oggi che qualcosa è successo di sicuro, con Karin che come entro in casa va a chiudersi in camera sua, Ale che mi prende per le spalle con gli occhi lucidi (Ale, con gli occhi lucidi!) e Chiara che comincia a smaniare e cerca di trascinarmi fuori con ogni scusa possibile. Non voglio fare un’altra scenata, sono passati pochi giorni dalla precedente, ma non so, stavolta mi sembra proprio di averne motivo, ma anche l’altra volta mi sembrava, magari anche adesso non è niente, magari sono solo nervosa e paranoica, magari, magari, magari, seguito a ripetermi mentre una vocina dentro me insinua subdola che stavolta è diverso, che stavolta è successo qualcosa di grosso.
“Allora, mi ci accompagni a comprare le sigarette?” mi fa Chiara ansiosa.
“Chiara, ci sono le mie le sigarette, fumatele, poi ti accompagno” dico spingendo il pacchetto in mezzo al tavolo.
“Ah be’, grazie. Ma a parte che non posso sempre approfittarne, e poi le tue sono Diana, lo sai che io fumo le Marlboro, mi va proprio un bel pacchetto mio di Marlboro rosse, mi accompagni?” insiste imperterrita.
Ale arriva da dietro e la fulmina. “Chiara, vacci da sola a comprare le sigarette, Camilla rimane un attimo qui con me”.
“Cogliona” sibila Chiara, poi si fa da parte, ma resta accanto a noi e non va a comprarle comunque, le sigarette.
Io sono nel panico più totale, non ci sto capendo niente. Mi sento così male che non riesco neppure a mettermi a urlare cosa cazzo sta succedendo qui.
Poi tutto accade abbastanza in fretta. Ale mi prende la mani con aria disperata, poi si scosta riacquistando la sua solita faccia, poi mi fissa di nuovo con le lacrime agli occhi e attacca a parlare come una macchinetta.
“Prendilo come un gesto di lealtà, della mia incrollabile sincerità e del bene che ti voglio”. Mi riprende le mani mentre io sono ormai completamente sconvolta. “Ieri sera... Ieri sera io e Demian, io e Demian ci siamo dati un bacio, uno solo, è stata una cazzata, un attimo in cui stavamo scherzando tutti quanti, te lo giuro, a nessuno dei due importa niente dell’altro, lo sai! Però volevo dirtelo, dovevo dirtelo, non voglio tu creda che è successo perché era l’unica sera in cui non c’eri, poteva succedere in qualsiasi momento, ma... stavamo strafatti, e tu sai...” si blocca all’improvviso senza fiato e senza più sapere cos’altro dire, povera Ale. Svincolo bruscamente le mie mani dalle sue guardandola come se fosse un mostro.
Per qualche secondo la fisso attonita boccheggiando, letteralmente, cercando di aspirare a pieni polmoni l’aria che improvvisamente sembra sfuggirmi. Poi volto di scatto la testa da una parte, come avessi ricevuto uno schiaffo troppo forte. Quindi l’istinto è solo quello di fuggire, di andarmene il più lontano possibile da qui, per cui mi dirigo di corsa verso la porta inseguita da una dolorosa, insopportabile incredulità.
Per fortuna nessuna mi segue. Non so dove sia Demian e non voglio saperlo, vorrei che non esistesse. Apro la porta di casa, varco la soglia e faccio per richiudere, in tempo per sentire, dalla cucina, la voce furiosa di Chiara: “Ma perché gliel’hai detto, ma tu mi devi spiegare, ma se veramente è stata una cazzata, ma perché cazzo gliel’hai detto!!!”
Nessuna risposta.
Richiudo la porta alle mie spalle cercando di fare meno rumore possibile.
Stavolta è per sempre, lo giuro.
Cielo plumbeo pesante e sordo dietro vetri così lindi da apparire quasi invisibili. Li apro per osservarlo meglio ma, a parte il cupo abbraccio in cui mi avvolge tangibilmente, non noto alcuna differenza visiva.
Vorrei che la sigaretta che stringo con dolore fra le dita durasse per sempre, ma l’ho pensato di ognuna di quelle che ho apaticamente acceso e, così facendo, ho fumato già mezzo pacchetto, mentre un breve saggio su Kafka comprato con piena volontà di leggerlo, in nome di quell’ideale di cultura ed elevazione di cui parlavamo giorni addietro, giace sulla mia scrivania divenuto improvvisamente inutile. Domande stanche e frammentarie ronzano nella mia mente estenuata dalla sbronza solitaria di stanotte e dalle successive ore insonni, quali: che importanza può avere, in quale misura può salvare o mutare la mia esistenza conoscere la differenza tra i personaggi kunderiani e quelli kafkiani? Che differenza c’è tra questo cielo grigio pesante di piombo solido visto dalla finestra del mio terzo piano e da quella d’angolo sulla Tiburtina di casa Sartori junior?
Mia madre bussa leggermente e si dipinge sulla porta biondiccia, seria e preoccupata per la sua figliola. Mi scruta per qualche istante prima di parlare, al che io ricaccio indietro le lacrime che di nuovo hanno cominciato a inumidirmi gli occhi senza alcun bruciore.
“Hanno richiamato” annuncia con cautela. Mi distolgo appena dalla finestra.
“Grazie. Non serve che mi avverti ogni volta, a questo punto”.
“Lo so che non ti interessa” dice in fretta, per prevenire qualunque mio gesto d’insofferenza o l’improvviso, probabile scoppio di una mia crisi di nervi “Stavolta era Chiara. Ha detto che deve parlarti di qualcosa d’importantissimo, che non c’entra niente con l’accaduto... che io ignoro”, non manca di farmi notare “Vorrebbe che tu la chiamassi, stava andando a casa sua apposta per ricevere la tua telefonata. Ora, io non so niente, ma ti chiedo solo una cosa: ce l’hai con Chiara?”
La risposta teorica è no, ma l’abisso di dolore nel quale mi dibatto mi spinge puerilmente a rispondere, come una bambina ferita: “Ce l’ho con tutti”.
“Comunque” prosegue lei “Se Chiara va a casa appositamente per ricevere una tua telefonata, pur senza sapere se arriverà o no, e se non c’entra niente con... l’accaduto, pensaci, magari chiamala. Non credi, visto il messaggio particolare?”
“Sì, ci penserò” taglio corto. Lei sparisce, e il brutto dubbio di essere stata troppo gentile con chiunque, sia pure con mia madre che per una volta non c’entra niente, fa sgorgare dalle più oscure fibre di me un nuovo fiotto di dolore e di rabbia.
Ale, la divina Ale!... Sempre perfetta nonostante i suoi squilibri nervosi, misurata nei suoi silenzi impeccabili, incisiva nelle brevi uscite vocali, bella e forte più di quanto finga di non credere, perché lei lo sa, d’esser così, e lo so anch’io, la conosco solo da diciannove anni in fin dei conti, e devo dar voce a una smisurata banalità dicendo che di lei mi fidavo, che era la mia migliore amica la sorella maggiore che non ho avuto, e lei, lei...
È un attimo. Afferro la bellissima anforetta di terracotta che mi ha regalato per lo scorso Natale e la scaglio con violenza contro la parete. Tutto va in pezzi: l’anforetta, la cornice che conteneva la riproduzione de La Stanza di Van Gogh, la custodia di una cassetta su cui è caduto il vetro in frantumi. Mi blocco spaventata. Fisso gli irregolari cocci color ocra, tristissimi ormai nella loro completa inutilità, e scoppio a piangere disperata come una bambina a cui abbiano rotto la bambola preferita.
Sì, di lei mi fidavo, più che di Chiara, non mi preoccupo più di snocciolare luoghi comuni, non mi interessa esser perfetta né conoscere la natura dei personaggi kafkiani, posso dire tutte le banalità che voglio, tanto la mia presunta intelligenza a cosa mi serve?... So perfettamente che una cosa del genere tra amiche può succedere, ma nel mio solito idealismo avrei voluto dimostrare al mondo che la mia, la nostra amicizia avrebbe sfidato le leggi che regolano i rapporti umani, per questo alla fine avevo ignorato i campanelli d’allarme e avevo portato Demian a casa di Ale, se penso alle mie paure, e avevo paura di Karin, mica di Ale, perché la mia amicizia con Ale avrebbe sconfitto qualsiasi stereotipo... Ma poi che colpa ne ha Ale in fondo, Demian piuttosto, che lo sa lo deve sapere cosa provo io, e pensa a cosa è stato capace di fare a me che gli ho dato un letto, una casa, una sistemazione nel giro di poche ore, già questo dovrebbe farmi capire quanto ho idealizzato e sopravvalutato la sua persona... Okay, la casa è di Alessia, la divina Alessia, ma ce l’ho portato io e io ho fatto di tutto per farcelo restare, e lui giù a profondersi in ringraziamenti e ipocriti complimenti e tutte le sue gentilezze di merda, e tutto per arrivare evidentemente al suo vero obiettivo, poteva dirlo prima!... Ma del resto se a Demian piace lei e se lei lo ricambia, che colpa ne hanno loro in fondo, se non quella di aver agito alle mie spalle? E ti pare poco, penso in preda al più nero sconforto… E dire che Cesare per noi è sempre stato un tabù inviolabile nonostante sia un gran figo e sembrasse a tutte un irriducibile puttaniere, eppure lo abbiamo sempre visto come una sorta di intoccabile essendo l’uomo di Ale, oddio quant’ero stata contenta quando avevo scartato quest’anforetta, anche Ale era felice e le brillava lo sguardo scuro, ci eravamo abbracciate dentro a un Natale caldo di affetti, e adesso non c’è più nulla né l’anforetta né il mio affetto ed è una primavera freddissima e tutto è così cambiato nel giro di poche ore e...
Non capisco più niente, ormai piango a dirotto e le lacrime mi bruciano gli occhi per andare a cadere, gelide e silenziose, sugli inutili cocci di terracotta.
Mia madre irrompe in camera spaventata.
“Camilla! Ma che cosa succede” strilla chinandosi su di me e sui cocci, sui vetri, sulla stampa di Van Gogh.
“Scusa...” dico fra i singhiozzi “Scusa, pulisco tutto io…”
“Ma non è per me, che m’importa!... Ma questa... Quella non è, non era l’anforetta di Alessia? Allora è con Alessia che ce l’hai” esclama, e non riesce più a trattenere la sua innata curiosità “Ma perché?! Proprio tu e Alessia... Cosa è successo?”
Non la condanno di certo, sta dimostrando fin troppa comprensione, rispetto al suo solito, in una circostanza relativa ai nostri insulsi problemucci di ragazze.
“Scusa, dopo pulisco, ora voglio stare da sola” dichiaro, e lei perplessa e preoccupata sparisce.
Ma sì, la chiamo, Chiara, ogni persona è buona per dare sfogo al mio dolore inquinato. Devo comporre il numero due o tre volte prima d’essere sicura di averlo azzeccato, sono sconvolta e una spessa coltre di lacrime limita di molto la mia visibilità.
“Pronto” risponde lei ansiosa a uno squillo e mezzo.
“Pronto” le faccio eco cupamente, preparandomi alla sparata.
“Cami, grazie al cielo!... Sono tornata a casa nella speranza che mi chiamassi, ascolta, è successa una cosa che...”
“Ah sì? Che altro? No non me lo dire, lasciami indovinare, Alessia e Demian si sposano!... O si sono semplicemente fidanzati? O...” La voce mi si spezza e scoppio a piangere come un’idiota, non sono nemmeno più capace di incazzarmi.
Chiara mantiene il suo sangue freddo. “Non dire cazzate e lasciami parlare. Ti capisco, ti do ragione, capisco tutto ma non è di questo che ti devo parlare. E fammi parlare, porco d**!...” strilla, visto il mio fiato affannoso ha tradito l’intenzione di un nuovo incipit. Se ne pente immediatamente e si calma a sua volta. “Sono Chia, io, mica Alessia. Ascolta, ieri sera tornando a casa Giulia ha avuto... un incidente… È stata aggredita. Noi l’abbiamo lasciata andare sola come sempre, e lei ha voluto prendere la metro perché era presto, e chi poteva immaginare?... Sotto a Termini ha cambiato, erano appena le undici e mezza, e un rottinculo l’ha tirata da una parte e minacciata con un taglierino... Prima s’è fatto dare i soldi, lei aveva ventimila lire, poi non soddisfatto l’ha sbattuta al muro e se la voleva fare ’sto schifoso... Gli sbirri, unica mossa sensata delle loro inutili carriere, li hanno visti dalle telecamere a circuito chiuso e sono corsi a incularselo. Giulia ha persino riavuto i soldi eccetera, e il bastardo è stato arrestato immediatamente, ma lei è stata ricoverata al Policlinico in osservazione. Cristo, non vedevo l’ora di dirtelo” conclude tutto d’un fiato.
Giulia. La piccola Giulia da me sempre così bistrattata, che invece tutte le sere se la fa con i mezzi fino a Ottaviano, mentre noi abitiamo tutte più o meno dalle stesse parti... L’ennesimo moto d’odio mi sale prepotente alla bocca dello stomaco, verso l’ignoto aggressore, verso me stessa che sto così male per futili motivi, verso tutti loro che ieri sera sono usciti ugualmente incuranti del mio dolore e della sicurezza di Giulia, argomento quest’ultimo del tutto gratuito e ipocrita visto che è ciò che abbiamo sempre fatto... Ma un solo pensiero s’impone ora nella mia testa e prevale su tutti gli altri: andare da Giulia e dirle tante cose, incoraggiarla, chiederle scusa per la mia continua indifferenza nei suoi confronti, offrirle il conforto morale di cui ha bisogno e la mia più sincera amicizia da qui a tempo indeterminato.
“Chiara, devo vederla” dico quindi nel ricevitore, traducendo la simultaneità di emozioni in un’asserzione concisa e concreta.
“Certo. Noi tutti stiamo andando ora” risponde lei.
Quel noi tutti mi suona stonato. Mi riporta per un attimo, vigliaccamente, a quello che loro tutti mi hanno fatto. Resto in silenzio.
“Io vado per conto mio” dichiaro poi “Dimmi dov’è esattamente”.
Lei esita un attimo.
“Andiamo io e te, allora” propone. “Però rischi comunque di incontrare loro”.
Mi dibatto per qualche istante nel mio dolore – ma poi lo slancio affettivo vince.
“Sti cazzi. Sto sotto da te tra dieci minuti”.
“Camilla, poi dovremo parlare...” azzarda lei.
“Sì, poi” taglio corto “Ora arrivo”.
Alto tradimento. Sul marciapiedi davanti al portone di Chiara ci sono Alessia, Karin, Demian e Cesare. Li scorgo dall’imbocco della via e faccio per tornare indietro, poi ci ripenso e mi dico: tu, tu non hai nulla di cui vergognarti. Semmai loro, ce l’hanno. Sii forte e dimostragli quanto poco ti interessino di fronte alle condizioni di Giulia.
Mi avvicino lentamente e spengo il motorino sul marciapiedi, a un metro da loro.
Bel quadretto: tutti e quattro inchiodati come burattini senza vita, a fissarmi attoniti e, ne sono certa, spaventati. Chiara è in un angolo, apparentemente distaccata da loro, con espressione indecifrabile. Lo sguardo storto di Ale tradisce lacrime represse e sfinimento. Gli occhi sottili di Demian, apprensione e tristezza. Ecco, ora so che sa. Sa che lo amo, forse immagina anche quanto, ed è a conoscenza delle conseguenze che ha scatenato col suo gesto inconsulto... ma probabilmente desiderato, mi dico, per cui attenta, non lasciarti intenerire, avanti per la tua strada che non prevede più la loro presenza. La tua strada ora è correre da Giulia per vedere come sta e trasmetterle tutto il poco coraggio che ti è rimasto.
“Chiara” sibilo gelida “Grazie per la riunione non richiesta, potevi farne a meno. Io vado, se mi dici in che reparto sta”.
Chiara mi si avvicina e la sua voce è appena un bisbiglio. “Hanno fatto tutto loro, te lo giuro... Poi ti spiego”.
Ed è in quella che Demian, vedendoci confabulare e accorgendosi che sto per accendere il motorino, scatta in avanti.
“Ci vengo io in motorino con te, Camilla” dichiara apprensivo, quasi isterico, atteggiamento alquanto inconsueto per lui.
“No, vado con Chiara” rispondo ferma mentre Chiara, per fortuna, non accenna ad allontanarsi da me e dal mio motorino.
“No!” strilla lui, con la sua voce bassa che si eleva di almeno un’ottava, come quando canta, e guarda Chiara in cerca di un tacito accordo che lei, grande, finge di ignorare.
Conoscendo Chiara, non penso che questo suo atteggiamento sia dettato dalla paura di perdermi quanto piuttosto da una reale convinzione delle mie ragioni. Sì, ne dovremo parlare, mi riprometto facendo questa constatazione.
“Dai, Chiara, vado io con lei” insiste Demian imperterrito, con un’occhiata significativa sotto il peso della quale lei, stavolta, sembra vacillare e mi guarda incerta, come aspettando un segnale da parte mia. Alessia, Karin e Cesare sostano immobili come poc’anzi, gli sguardi trattenuti fissi su di me, sembra che nessuno abbia mosso neanche un muscolo, nemmeno Cesare, lui sempre così fisicamente irrequieto. Io non so più che pensare, sento la stanchezza e un’apatica rassegnazione sorgere da una non precisata parte di me e tentare subdolamente di vanificare tutto quello che ho covato finora.
“Demian, grazie, vado con Chiara” ripeto con tono incolore, non più tanto convinta né aggressiva. Anche Chiara non sembra più così sicura della mia affermazione, e si scosta lentamente dal mio motorino.
A quel punto Demian sbotta: “No. Ascolta. Vengo io con te, ti prego...” sta per aggiungere qualcosa, ne sono certa, ma si trattiene in extremis. “Ci tengo...” conclude malinconicamente.
E di colpo la mia rabbia riemerge, il ricordo della fitta che ho provato ieri alla notizia dell’accaduto, la terribile serata, le estenuanti e allucinate paranoie che mi hanno perseguitata tutta la notte sui miei amari whisky&coca da ragazzina ferita ricominciano a urlare prepotentemente, e mi fanno salire al cervello una furia cieca e incontrollabile.
“Vado con Chiara. In quale cazzo di lingua devo dirtelo?” ribadisco a voce alta, senza riuscire a nascondere una certa sfumatura di disprezzo. “Chiara, dài, andiamo” dico con un tono stridulo che, mi rendo conto, non sembra il mio.
Demian impallidisce e sembra annaspare nell’aria fresca del tardo pomeriggio, sposta lo sguardo da me a Chiara e viceversa.
“Se non mi fai venire in motorino con te, non vengo per niente” dichiara, puntando i piedi come un bambino capriccioso. Che strano quest’aspetto di lui, non l’avrei immaginato. È difficile conoscere veramente una persona, non bastano due settimane di convivenza, penso stupita, ricordando come invece Federico fosse del tutto prevedibile anche dopo due anni di fidanzamento e formale frequentazione.
Ma l’infantile e inopportuna presa di posizione di Demian, lungi dal rincuorarmi sulla sua capacità di provare umane e impulsive emozioni, sortisce al momento l’unico effetto di farmi incazzare ancora di più.
“E allora non ci venire, pezzo di merda!...” strillo “Si vede quanto t’importa di Giulia, e forse, di tutte noi!... Tutte tranne una!” sottolineo con ferocia, e d’un tratto scoppio a piangere, sfinita da una tensione troppo lunga e troppo densa.
“Cami...” si avvicina lui d’impulso, scalzando definitivamente Chiara che, del resto, non ha più fatto cenno di avvicinarsi.
“Vattene” sibilo istericamente tra le lacrime che mi sforzo invano di trattenere “Fa’ quello che cazzo ti pare. Vuoi venire in motorino con me, per chissà quale arcana ragione di cui solo tu sei a conoscenza? Vienici pure se vuoi, muoviti, sali, ma non aspettarti una parola da me”.
E così è. Muto, intimorito, Demian sale sul motorino e a me pesa, il nostro inedito silenzio che io stessa ho imposto, mi pesano i secondi lenti e pesanti ai semafori che non si decidono a scattare, mi pesa lo sforzo di tenermi il più possibile staccata dal suo corpo dietro al mio.
La sua reazione è stata comunque un balsamo per la vergogna del mio pianto e per la ferita che continua a bruciarmi dentro, come un mal di denti che, anche quando sei impegnato a fare altro, continua a dolere e a esasperarti nel sottofondo delle tue percezioni.
La sua reazione. All’improvviso una sottile speranza, probabilmente fuori luogo viste le circostanze, mi fulmina nella stessa parte infettata dal dolore: e se anche lui mi amasse? O quantomeno provasse qualcosa, se proprio adesso che rischia di perdermi si fosse accorto, come spesso accade, di non poter fare a meno di me?...
Mi affretto a scacciare questo pensiero e cerco di concentrarmi su Giulia, su quello che voglio dirle, sull’affetto che anch’io ho scoperto di provare per lei proprio nel momento peggiore, ma le due situazioni mi appaiono parallele e ognuna richiama l’altra nella mia mente estenuata. Siamo in viale del Policlinico e un’ondata di sentimenti contraddittori si agita dentro di me, mentre uno strano mix di dolore e sollievo continua a strepitare indefinito in qualche parte del mio cervello, della mia anima.
Giulia giace nel freddo letto di una stanza da sei, pallida e struccata, quasi irriconoscibile- lei è quella tra noi che si trucca di più, che non esce di casa senza un perfetto make up. Ci disponiamo tutti intorno al suo lettino e Karin, che è quella con cui ha un legame più forte, le dice affettuosamente: “Piccolina. Non ti abbiamo portato fiori ma opere di bene, ovvero le nostre squisite presenze” (Certo, c’è da ammettere, la sua sottile verve è spesso simile a quella della sorella), “Come ti senti?”
“Be’, bene” risponde lei con debole aria di circostanza “Non ho niente, solo un ematoma sulla coscia e uno stato di agitazione, dicono, per cui stanotte mi hanno imbottita di sedativi. A dire il vero ho fatto un po’ di incubi, nonostante i sonniferi. Però sto abbastanza bene, conoscendomi” continua, come per far coraggio principalmente a se stessa.
Non volevano farci entrare, non essendo esattamente l’orario di visita, ma poi si sono arresi di fronte al motivo del ricovero e alla nostra esuberanza numerica.
“E poi non sopporto di star qui” aggiunge tormentandosi nel suo pigiamino bianco come il letto “Domattina se ci riesco li convinco a farmi uscire. Mi faranno firmare dei fogli, ma tanto non ho niente. Mia madre non vorrebbe, ma io non sopporto gli ospedali, non vedo l’ora di ristare a casa con voi” dice, riferendosi ovviamente, anche lei, all’appartamento Sartori junior. Tutti le sorridiamo con affetto, Karin la abbraccia e le promette una cenetta e una cannetta per la sera successiva, rassicurandola sul fatto che certamente uscirà. Magari, magari in questo momento Giulia fosse a casa con noi, penso stanchissima, magari tutto ciò, e non penso ovviamente solo all’aggressione, non fosse mai accaduto, magari fosse ancora tutto come l’altro ieri...
Lo sguardo di Ale è sempre fermo e fiero, ma tradisce una dolcezza che la dice lunga sul suo reale stato d’animo. Demian è profondamente triste e malinconico, lo sento. Vorrei andare ad abbracciarli, mi trattengo a stento sulla parvenza asettica di questo posto di plastica.
Demian e Ale che si baciano, penso ancora una volta mentre Giulia continua a parlare senza che la ascolti più, alla faccia dei miei buoni propositi. Chissà come dovevano essere?, mi domando cercando di immaginare la scena, in un accesso di morboso masochismo.
Alessia e Cesare non si sono mai baciati in pubblico. Ale non si è mai baciata davanti a nessuno, nemmeno con Sergio, il suo primo ragazzo, non so se è una singolare coincidenza o una scelta da lei compiuta a tavolino ed imposta di volta in volta ai suoi fidanzati. E invece a quanto pare con Demian s’è fatta vedere, si saranno fatti vedere, visto che me ne hanno parlato come una notizia battuta dall’ANSA e che lei si è sentita in dovere di dirmelo. No, forse me l’avrebbe detto comunque, conosco bene la sua rigida e controversa sincerità. Probabilmente sarà successo davanti alle altre, comunque.
E come saranno stati? Il fatto di non averla mai vista in un tale atteggiamento fomenta la mia fantasia ed esaspera il mio dolore, com’erano?... Lei altera e vagamente aggressiva e lui, lui, dolce e passionale come lo immagino?... Ale e Demian che si baciano, Ale e Demian che si baciano, Ale e Demian che si baciano, Ale e Demian, mi ripeto fino al parossismo, fin quasi a sentirmi ancora male come stanotte, basta, devo smetterla, metallo freddo e lucido della spalliera del letto, mattonelle lisce e acri di disinfettante, devo smetterla, alzo la testa e spalanco gli occhi verso un soffitto vuoto come la mia attenzione a ciò che Giulia sta dicendo, mi sento svenire.
Anche se non voglio ammetterlo è vero, non sono sola, Demian si accorge del mio malessere. Subito mi è accanto e mi guarda apprensivo, Ale ci osserva, ma cosa prova lei per lui, prova qualcosa?... Non lo saprò mai, non avrò mai le palle per chiederglielo, la guardo di sbieco con gli occhi gonfi e so già che tra noi è tutto passato, che già da domani sarà come se nulla fosse successo, la conosco solo da diciannove anni in fin dei conti, ma con la stessa consapevolezza so anche che non ci diremo mai niente sull’argomento, che il suo sguardo triste di adesso è già abbastanza per me, come le ansiose insistenze di Demian di poco fa, ed io sono proprio l’ultima delle merde, vigliacca e arrendevole… La verità è che li ho già perdonati, che li amo e ho bisogno di loro come loro a quanto pare ne hanno di me, la verità è che da stasera sarà tutto come prima ma con un’ombra in più di cui non oseremo mai far parola, e questa consapevolezza mi provoca un tenue dolore che non è pari ovviamente a quello di poco fa, oppure si mescola ad esso e lo acuisce per raggiungere, insieme, un picco di ulteriore sofferenza?...
Demian mi è vicino senza sfiorarmi, ma è come se lo facesse, la sua pelle emana calore e tensione rivolti a me, lo so, lo sento anche ora, e la sua affettuosa attenzione giustifica l’arretramento dalle mie posizioni.
Intanto Giulia parla, racconta, risponde alle domande che gli altri le rivolgono; sta bene, questo è quello che conta, mi dico vergognandomi del mio travaglio interiore e della scarsa attenzione nei suoi confronti. Due sofferenze parallele, una seria e gravemente motivata, l’altra frivola e all’apparenza minore - mi sento improvvisamente unita a lei da un vincolo dolente che gli altri non possono afferrare, non concretamente. Le sorrido come non ho mai fatto, e lei, pallida nel viso incorniciato dai capelli neri, ricambia il mio sorriso come se avesse capito tutto, come se conoscesse il mio profondo e muto tormento.
Poi. Il resto sono solo frammenti di scene già viste e fin troppo note. Ale seduta al tavolo che fuma, stavolta con la testa china, Karin che sembra non guardare niente e nessuno, Chiara che non sa se andarsene o no (ma so già che non se ne andrà senza di me) e si muove come al solito elettrica per i pochi metri quadri della cucina. Demian sciacqua in silenzio un paio di tazze, gettandomi ogni tanto qualche occhiata furtiva. Cesare se n’è andato appena usciti dall’ospedale, ci ha salutati serio e corrucciato come non l’ho mai visto. Ed io, in tutto questo, sto seduta per terra a gambe incrociate, accanto al frigorifero, senza saper decidere che fare. Commenti non ne abbiamo fatti, a parte il sollievo di aver trovato Giulia in buone condizioni, opinione condivisa da tutti.
“Certo che è una bella merda quella che è successa” dice Chiara incazzata, trafficando con le pinze sulla presa di corrente che non funziona, quella accanto alla porta.
“Già, bastardo” conviene Ale a bassa voce, senza scollarsi lo sguardo dagli anelli “Meno male che l’hanno preso subito, magra consolazione”.
Chiara sta per aggiungere qualcosa, certamente sul ruolo e l’inutilità degli sbirri, ma ci ripensa e tace. “Bella merda” ripete invece, lanciandomi un’occhiata. Io e Alessia ci guardiamo stancamente.
“Porco d**” esclamo all’improvviso, suscitando la sconcertata sorpresa di tutte- io non ho mai bestemmiato in vita mia. “Ale, vieni di là” strillo, sapendo che lei mi seguirà volentieri e che gli altri alzeranno la musica per non sentire i termini della questione. Precedo Alessia nella sua intoccabile stanza, aspetto che sia entrata e sbatto con violenza la porta alle sue spalle.
“Sei contenta?...” sibilo appena l’ho davanti, dritta e danneggiata “Sarai sincera a parole ma nei fatti sei una fottuta ipocrita, e sei anche una puttana, se era quello che volevi sentirti dire per sgravarti la coscienza te lo dico subito e senza alcun problema nemmeno se ci sentono, sei contenta? Era questo che volevi? Ti piace ammantarti delle tue pretese di correttezza e rigore morale e poi fai queste merdate, ti senti meglio ora che te l’ho detto?...” inveisco a voce tuttavia abbastanza bassa “Io no, e adesso usami la cortesia, per piacere, di dirmi quello che provi tu per Demian. Potevi farlo, anzi dovevi farlo, già da molto tempo”.
Lei fa per prendermi le mani, come ieri, ma subito ci ripensa.
“Niente” si affretta a rispondere “Cioè sì, mi piace, gli voglio bene come tutti” risponde guardandomi intensamente “Ma non provo niente per lui, e lui neanche, forse è successo proprio per questo, proprio perché non ce ne frega niente, capisci? È stato un gioco, non è come fra te e lui, o tra me e Cesare. Forse, sì, forse è stata anche una mia insulsa ripicca nei confronti di Cesare, che mi sfugge sempre più mentre io... io ne sono innamorata” confessa d’un tratto.
Fra me e lui?... Ale, innamorata di Cesare?... Mi sento presa alla sprovvista. Tra me e Demian, cosa?... Cosa sa Ale che io ignoro?... Ancora una volta non ho il coraggio di chiedere come non ho il coraggio di far commenti sul suo improvviso, dichiarato amore per Cesare, che tutte avevamo intuito ma che lei si era sempre curata di nascondere e negare contro ogni evidenza.
E di nuovo ricomincio a piangere estenuata, se pur con discrezione e in silenzio assoluto. Adesso sì, adesso sì che vorrei mi prendesse le mani, ma lei non lo fa né io ritengo che sia il caso di chiederglielo. Quanti abissi di cose non dette si aprono fra due esseri umani che pure si vogliono bene, penso tristemente e con un senso di dolorosa impotenza.
“Avrò il buon senso e la maturità di non chiederti com’è stato, com’è stata la cosa che rappresenta il mio più alto desiderio” dichiaro, come a voler compensare la sua inaspettata confidenza “Ma, se è vero quello che dici, esigo non solo che la cosa non abbia un seguito, ma anche che tu, perché sto parlando con te, mi dica tutta la verità. Non quella che ripeti a te stessa per riuscire a dormire, non quella che racconti a noi per mantenere il tuo fottuto personaggio del cazzo. Io ti conosco” le ricordo, guardandola senza pietà “E voglio anche che tu ti dimentichi quello che è successo, perché solo così io potrò tentare, e non è detto che ci riesca, di fare altrettanto”.
“Cami, ma tu non sai che Demian...” fa lei agitata.
“Non lo voglio sapere” ribatto bruscamente “Non mi chiedere troppo, per stasera”.
“Ma questo lo dico per te!... Tu devi saperlo, che...”
Ecco, forse Ale sta per rispondere al mio fondamentale interrogativo di poco fa: cosa sa lei, che io ignoro?
Ma non ce la faccio. È stato troppo, in soli due giorni. Vorrei, vorrei sapere, giuro, cosa sta per dirmi, anche perché ho il vago sentore di una rivelazione per me positiva, dal tono della sua voce e dall’insistenza del suo sguardo. Ma la vigliaccheria stavolta prevale, o forse è il desiderio di cullarmi in un’illusione che compensi questi giorni di merda, di procrastinarla e crogiolarmici dentro ancora per un po’? La fermo bruscamente con un gesto della mano, al che lei, spaventata da una mia possibile reazione, si arrende. E così, realizzo solo dopo che si è bloccata, anche questo non lo saprò mai, poiché non avrò più il coraggio di chiederglielo.
È abbastanza, per stasera.
“Dobbiamo pensare a Giulia” le dico tornando a più miti consigli, come per ridimensionare la questione e mettermi in pace, ancora una volta, con la mia coscienza distratta.
“Certo” risponde Ale con le lacrime agli occhi. Ale non piange mai davanti agli altri, a differenza mia, ma erano anni che non la vedevo così sconvolta, e mi sembra un’ulteriore garanzia che legittimi il mio facile perdono.
Torniamo in cucina esauste ma sollevate. Chiara fa finta di niente, ma so che ha già capito. Non me la sento di restare a dormire da loro, non ancora. E loro hanno il buon senso di non propormelo, di aspettare che sia io a decidere. Demian però mi propone di passare da me, domattina, coi mezzi, e di andare a trovare Giulia io e lui da soli.
Io non gli rispondo. Voglio il mio letto, e una birra magari, visto che oggi è il primo giorno in cui non abbiamo affatto bevuto, per non pensare più a niente fino a domattina.
25 aprile 1997: oggi è l’anniversario della Liberazione.
Il corteo è partito questa mattina alle dieci da Porta San Paolo (dopo un promettente appuntamento al Cafè du Parc per fare colazione) ed è arrivato all’ora di pranzo a piazza Venezia. Grandioso. Era la prima volta che andavo alla manifestazione del venticinque aprile e tutto su di me ha avuto un impatto fortissimo: la gente, gli striscioni, l’entusiasmo, le proprie utopie legittimate da una dimensione di riconoscimento collettivo, la soddisfazione di trovarsi lì nel nome di un ideale comune e così via, potrei andare avanti all’infinito a elencare retoriche ma autentiche sensazioni della serie Sì, sì, bello, tutti compagni, tutti fratelli.
Torniamo a casa alle quattro del pomeriggio accaldati e fomentati; abbiamo pranzato in giro con tramezzini e succhi di frutta, parlando fitto fitto tra noi, e ora riprendiamo le nostre consuete postazioni nella Sartori’s kitchen senza che l’onda lunga dell’entusiasmo sia minimamente scemata. Ale tira fuori dal frigo Beck’s in bottiglia per tutti; le avevamo evitate finora, anche per non rincoglionirci completamente fra il caldo le canne e in previsione della lunga giornata che ci aspettava.
25 aprile 1997: oggi è anche il compleanno di Ale.
“Posso fare la mia solita retorica idiota dicendo che mi sono sentita parte di qualcosa di grande?” domando io nei miei soliti termini preventivi. Demian mi sorride con calore, anche per lui era la prima volta a Roma.
“Falla, falla” dice Ale “Ogni anno è la stessa cosa. Per me, dopo tanti anni che ci vado è sempre la medesima emozione. Figùrati poi se è la prima volta, e sì che te lo abbiamo sempre detto, ma eri troppo occupata col tuo pariolino frustrato... Quindi sì, sei ampiamente perdonata e speriamo che non sia un caso isolato”.
Cesare è irrequieto e pensieroso, si agita sulla sedia.
“Sì, però si è perso il valore, il vero significato” attacca con tono tra il polemico e il fomentato.
“Scherzi? Secondo me è proprio in occasioni come queste che si ritrova” osservo io candidamente.
Cesare scuote la testa. “Sapete cosa voglio dire. Un anno fa abbiamo votato ed è uscita fuori, come per altro era prevedibile, la vittoria dell’Ulivo. Ma, mi sapete dire che cazzo di partito è questo Ulivo? L’espressione più evidente e spudorata del compromesso dove il compromesso proprio non dovrebbe essere nemmeno contemplato nell’elenco delle possibilità. A parte che io sono proprio contrario alla delega delle proprio idee, del proprio potenziale a un organo, sia esso un partito o che altro. Nonostante ciò un anno fa anch’io ho votato, ma ho votato Rifondazione, non certo Pds”.
Sapevo che si sarebbe messa così. Cesare è famoso per le sue posizioni estremiste e per il modo in cui le sostiene.
“Io non sono d’accordo” fa Demian dopo un sorso di Beck’s “Il compromesso a volte è indispensabile per raggiungere il fine”.
“È indispensabile per retrocedere dalle proprie posizioni, fingendo di rimanerci, nel tentativo di accontentare un po’ tutti finendo invece il più delle volte proprio per scontentare tutti” ribatte Cesare incazzato “Tu pensi che al Pds gliene importi qualcosa dei lavoratori? Sai benissimo che non gliene frega un cazzo. E tutto ciò per cui ci siamo sempre battuti? Ma sì, entriamo in Europa, visto che è solo questo che conta. E freghiamocene di tutto il resto, dei diritti doveri ideali eccetera!” sbotta.
Seguono almeno dieci secondi di perplesso silenzio. Probabilmente ha ragione, io non ci capisco nulla, ma mi sembra che ci apostrofi in malo modo, manco fossimo un gruppo di Fasci. L’unica che non sembra colpita è Ale. Credo che condivida la sua ideologia, e comunque sarà abituata a questo genere di uscite- la complicità tra loro mi appare ogni giorno più evidente, e mi domando come abbia potuto non notarla prima. Chissà se Chiara se n’era già accorta, mi chiedo guardandola, ma lei è come sempre alle prese con le sue mille faccende e le sue mille risoluzioni.
“Stai esagerando” ribatte invece Demian, per nulla impressionato “Se uno vota Pds non vuol dire che ha rinunciato agli ideali, ai diritti dei lavoratori e a tutte le cose che dici tu. Significa solo che vuole tentare in un altro modo, meno estremista, di raggiungere gli stessi obiettivi. Almeno provarci, senza rimanere fossilizzato su secolari posizioni. Io ho votato Pds e ti posso assicurare che non sento assolutamente d’esser venuto meno ai miei princìpi, che credo siano gli stessi tuoi. Anzi mi reputo più sensato di chi, solo per rimanere ancorato alle sue rigide idee, ormai desuete, finisce per non schiodarsi più e non ottenere niente lo stesso” conclude con tono pacato, ma il suo sguardo pungente sembra rivelare una sottile senso di sfida.
Ahia. Qui finisce a Beck’s in faccia. È mai possibile che ci si debba scannare anche tra comunisti stessi, mi chiedo perplessa? Non lo dico solo per evitare che Cesare se la prenda anche con me strillando che esiste una bella differenza tra Comunismo e un partitucolo di centrosinistra come il Pds. Comunque, da una parte sono ansiosa di sentire la sua replica; mi ha fatto una certa impressione scorgere un lampo polemico negli occhi di una persona pacata e accomodante come Demian, anche se ormai mi è chiaro, per fortuna, che anche lui è un essere umano come noi e che la sua innata diplomazia non gli impedisce di avere le sue idee e di ribadirle con vigore.
“Smettetela, grazie” interviene Chiara togliendoci da davanti le bottiglie vuote e privandomi per sempre dell’attesa replica di Cesare “Volete la stessa cosa e fate chiacchiere a vuoto per arrivarci. Poi tu non ti regoli proprio, ma questa non è una novità” continua scagliandosi arbitrariamente contro il suo adorato Cesare “Io sono anarchica, per me non c’è modo né metodo, c’è solo il fine. Ricordati che se un principio è vero non ha bisogno d’essere urlato, anzi in generale bisognerebbe parlare di meno e agire di più. Lo sai che in certe cose la penso come te, ma non vado ad aggredire i miei amici per questo”.
“I princìpi non hanno bisogno di essere urlati, ma io lo faccio per convincere gli altri a seguirli, visto che altrimenti non lo fanno” ribatte Cesare, come sempre in vaga difficoltà di fronte agli attacchi di Chiara. Probabilmente Chiara è l’unica persona al mondo a mettere in soggezione Cesare. E, sfortunatamente per lui, è una carissima e onnipresente amica di Ale e Camilla.
“E poi non stavo aggredendo nessuno” continua, più sicuro “Cos’è? Ora non posso più scambiare le mie opinioni con Demian?”
Stavolta Chiara tace - uno a uno palla al centro. Non saprò mai se la causa del suo intervento sia stata la saggezza o il gusto di poter muovere un rimprovero a Cesare; probabilmente entrambe le cose. E così non saprò mai nemmeno con quale tono Cesare avrebbe formulato la sua replica a Demian, il quale ora sorride con aria enigmatica.
“Camilla, tu che ne pensi?” mi chiede, ignorando l’occhiata di Chiara e trascinandomi sotto i riflettori dell’attenzione generale.
Per un attimo lo detesto per questo. Dovrebbe ormai saperlo quanto mi dia fastidio essere chiamata in causa in situazioni del genere. O forse lo fa proprio per questo? Per spronarmi a superare la timidezza? Se avesse voluto conoscere la mia opinione avrebbe potuto chiedermela più tardi, in separata sede- sentimenti confusi mi si agitano davanti al suo sguardo apparentemente innocente.
“Mah” rispondo “Io ho votato Rifondazione, come tutti qua, credo”.
“No” mi smentisce Karin dal suo solito angolo “Io ho votato Pds”.
Ale la guarda strano. È evidente che non lo sapeva e che la secca non averlo saputo.
“Va bene, come quasi tutti” correggo io “Del resto, neanche Demian, a quanto pare, ha votato Rifondazione. Nessuno sarà condannato per questo” Almeno spero, penso guardando Cesare di sottecchi. “Dicevo, io ho votato Rifondazione, però sono anche d’accordo con Demian. Non mi dispiace l’Ulivo e approvo quello che ha detto riguardo al compromesso, con le dovute cautele ovviamente. L’importante è che ora abbiamo un governo di sinistra, e se l’Ulivo è servito a raggiungere la maggioranza, ben sia venuto” concludo, rischiando di attirare a mia volta le ire di Chiara.
“Centrosinistra” puntualizza ferocemente Cesare. Okay, questa me la sono cercata.
“Ma la volete smettere?!” ci riprende Chiara mentre mette su il caffè.
È appurato: qualunque cosa stia facendo, scatta come una molla appena sente la voce di Cesare. Da noi può accettare le più aberranti idee, da lui nemmeno un’opinione che avalli la sua. Mi dispiace sinceramente per Cesare, le ingiustizie mi hanno sempre causato un gran senso di malessere, seppur quando lievi e a mio favore. Ale fuma tranquillamente fissando una mattonella della parete; è l’unica a non partecipare, a parte Karin che è così di normale amministrazione. Probabilmente starà pensando al fatto che oggi ha un anno in più, e sono venti, Cristo, mica più quindici. O forse starà ascoltando gli appassionati interventi del suo uomo, che a quanto pare già conosce e condivide in pieno.
“Chiara, ma perché te la prendi tanto?” domando io, indignata dalla sua parzialità e sorpresa dal suo impeto “Si sta solo parlando, ci si sta confrontando”.
“Non si sta solo parlando. Si sta parlando di politica. È diverso. Mi danno ai nervi queste discussioni apparentemente pacifiche che degenerano come niente, anche tra amici, non appena qualcuno” (è una mia impressione, o anche qui guarda Cesare?) “alza un po’ la voce e cerca a tutti i costi di imporre le sue idee, nella foga della passione d’ideologia. Ho visto amicizie secolari finire in questo modo” conclude, conquistando la parte della ragione e lasciandomi l’impressione che abbia impapocchiato anche me.
“Okay, lasciamo stare” faccio io accondiscendente, sennò non la finiamo più “Però avete visto che sole oggi, che caldo” dico, e nonostante la frase appaia come un comico luogo comune, è vero: è stata finalmente la prima vera giornata di primavera, molto in ritardo nel freddo infame che sta facendo quest’anno, e vien voglia di andare a fare scampagnate tra i fiori e gli uccellini e tutte quelle cose sulle quali, mi ricordo, solo venti giorni fa mi esprimevo in tutt’altro modo. Si vede proprio che nel frattempo mi sono innamorata.
“Scema” mi fa Chiara, in piedi e scomposta al fornello “È che questi sono discorsi fottuti. Si finisce sempre a litigare. E anche se potrebbe essere un produttivo scambio di idee, in queste cose è difficile mantenere la calma” ripete.
“Vabbè, basta con questa pippa” fa Cesare risentito “Abbiamo capito. Chiara, c’è pure per me il caffè oppure per me no perché ho fatto il cattivo, polemizzando ai limiti della demagogia?” domanda ironicamente. Chiara non gli risponde neanche. Spero che glielo faccia, comunque, il caffè, sarebbe capacissima di no, ma in quel caso interverrei io, e che cazzo, parla tanto di liti tra amici e poi fa di tutto per innescarle. A volte esagera proprio e dà fastidio anche a me. Mi volto a guardare Alessia, imperturbabile sulla sua mattonella, la sua indifferenza non migliora l’opinione in caduta libera che ormai ho di lei.
Seguono vari minuti di spesso silenzio, come a voler compensare l’acceso dibattito di poco prima. Chiara porta il caffè a tutti, Cesare compreso, il quale prende la tazzina senza dar segni di sollievo o sorpresa, come se non solo non ne avesse dubitato ma non ci avesse più pensato affatto.
Sul caffè ci rianimiamo e ci mettiamo a far progetti per il resto della giornata.
“Sentite, potremmo fare qualcosa di diverso, per una volta” propongo io “Cazzo, è il compleanno di Ale!”
“E che vorresti fare? Andare all’Alien forse?” mi sfotte Cesare accendendosi una sigaretta – l’Alien è la classica discoteca per antonomasia, commerciale e fighetta, con le liste, il dress code e tutte quelle puttanate che noi schifiamo dal profondo.
“All’Alien no, ma al Black Out sì” risponde Karin, alludendo invece allo storico locale rock di Roma.
“Al Black Out! Sei matta” la aggredisce Chiara “Lo sai che giorno è oggi? È venerdì. Il che equivarrebbe a trovarci in mezzo a un nugolo di darkettoni che si sparano le pose mentre declamano a pappagallo versi di Baudelaire”.
“Ma dai, che ti frega! Non è mica una cattiva idea” osserva Cesare, considerando la proposta e infischiandosene degli ulteriori strali di Chiara “Lo sai che invece sarebbe una cosa fica? Saranno almeno due anni che non ci metto piede. Sì, mi piacerebbe” e, a Demian che ci guarda interrogativo, spiega: “È un locale piuttosto carino dove mettono musica rock, punk e dark. Il problema a cui si riferisce Chiara è che il venerdì c’è la serata dark, quindi è infestato da tutti i gotici della Capitale, è un po’ il loro regno poverini. Ma a noi che ci frega? Se uno di loro mi dà troppo ai nervi, vado lì e gli sgarro una calza o, peggio ancora, gli sbavo il trucco di un occhio, così vedi come corre a casa a piagnucolare e ad ascoltarsi l’intera discografia dei Bauhaus per consolarsi!... Senza nulla togliere ai Bauhaus che sono una band coi controcoglioni, eh”.
Tutti ridacchiamo pensando al modo ridicolo in cui i dark tengono al loro impeccabile e maniacale look, nonché le loro altisonanti pose e la loro assoluta mancanza di autoironia. Solo Chiara resta seria e sbuffa, agitandosi sulla sedia.
“Ma vaffanculo!” protesta accalorandosi “Io non ci tengo proprio a vedere quella gente, neppure di sfuggita. Quegli insulsi manichini le cui uniche preoccupazioni sono che il loro passo sia abbastanza ondeggiante e che non gli vada, per carità, un capello davanti agli occhi, anzi davanti a quelle ridicole righe d’asfalto che si fanno fino alle orecchie, e che sono sempre pronti a squadrarti dall’alto in basso solo perché non sprechi metà della tua vita davanti allo specchio a riempirti di catene e manette e a domandarti ansiosamente se l’effetto d’insieme sia abbastanza gothic!”
Ha detto praticamente le stesse cose di Cesare, penso divertita, ma mi guardo bene dal farlo notare. “Su questo sono perfettamente d’accordo” dico invece “Però, Chiara, ti rendi conto che così finiamo per far sempre le stesse cose? Circolo-Forte, Forte-Circolo, con qualche sporadica incursione al Villaggio quando proprio vogliamo evadere. Io ci andrei volentieri, e mi piacerebbe anche ballare un po’, sono secoli che non lo faccio”.
“Perché, al Circolo non balli?” ribatte Chiara, ma senza energia. A me non osa contraddirmi, ma si chiude in un insolito silenzio che tende a ribadire la sua posizione. È Demian, come sempre, a far prevalere il buonsenso.
“Anche per me andrebbe bene, però scusate, è la festa di Ale, mica la nostra no? Facciamo decidere lei” propone saggiamente.
Ale, che ha continuato a stare in silenzio come se la cosa non la riguardasse, ci pensa un po’ su e poi, come colta da uno slancio di improvvisa vitalità, dichiara con tono pacato ma divertito: “Ma lo sapete che vi dico? Andiamoci, dài, Camilla ha ragione, passiamo una serata diversa, ci alcolizziamo, balliamo e prendiamo per il culo i darkettoni della città intera!”
Karin e Giulia sono contente, io e Cesare ci guardiamo soddisfatti, Demian sorride e Chiara, ingoiando la sconfitta e l’ultimo sorso di Beck’s, dice: “Va bene, va bene, siete una massa d’incoscienti, poi non venite a lamentarvi eh? Soprattutto tu Cami non ti far prendere qualche strana paranoia che stavolta non ti ascolto, ma se questa è la volontà del popolo andiamoci pure! Dovrò passare alle droghe pesanti” dice, scherzando ma non troppo.
“Che ore sono?” chiede poi, voltandosi verso l’orologio appeso al muro “Le sei e venti? Ancora? Fetente d’un orologio, cammina!” Si arrampica sul piano della cucina, agile e rapida come un gatto, e con un balzo si scaglia sull’orologio. Sta proprio fuori, Chiara. Ridiamo tutti del suo sfogo verso il povero orologio, ma in quella un anfibio le va in fallo, scivola sulla fòrmica del ripiano e si schianta sul pavimento portandosi appresso l’orologio.
“Chiara!” strillo balzando in piedi “Ti sei fatta male?”
Si rialza immediatamente con l’orologio nella mano destra.
“Io? Figùrati, per così poco. Tutta colpa del Black Out. Vabbè, scendo a prendere le sigarette, voi intanto sistemate questo coso che secondo me va indietro, è impossibile che siano ancora le sei e venti” insiste mettendomi in mano la padella.
“Veramente mi sembrava che andasse bene” fa Ale prendendomela di mano “È pure il primo anno che ci ricordiamo di rimetterlo con l’ora legale. Karin, che ore sono?” Karin e Giulia sono le uniche tra noi che portano l’orologio.
“Le sei e ventitré, o ventiquattro” risponde.
Ale fissa l’orologio. “Ho detto giusto” osserva, “Andava bene”.
“Non è che è saltata la pila?” chiedo speranzosa. Lei lo gira e controlla.
“No, c’è”. Gli dà un paio di pacche, rimane a guardarlo per qualche istante, poi lo posa sul piano della cucina e commenta quietamente “E va be’. È andato”.
“Te lo ricomprerò, Ale” promette Chiara dispiaciuta.
“Oh, figùrati” risponde Ale con una smorfia di noncuranza.
Chiara se la squaglia e va a comprare le sigarette. Io scivolo in camera di Karin e, dopo aver frugato nel cesto pieno di cassette, tiro fuori un’allegrotta compilation di canzoni degli anni ’80. Porto in cucina cassetta e portatile, attacco quest’ultimo alla presa e, dopo pochi secondi, la voce di un giovane George Michael risuona tra noi.
“Che ne dite, eh?” domando alla collettività.
“Che mito!” commenta Ale ridendo “Ma sì, facciamo i cazzoni. Prendiamo per il culo i darkettoni”.
Sorridiamo compiaciuti all’ascolto di I want your sex, leggera e geniale canzone che ha scandito la nostra incosciente tarda infanzia e, nel caso di Demian e di Cesare, probabilmente la loro prima adolescenza. Demian canticchia e batte il ritmo col piede, Cesare scapoccia e si scioglie i capelli.
Verso le sette Ale e Demian si mettono a preparare la cena: per l’occasione fettuccine panna e funghi, e un enorme pacco di patatine surgelate prefritte. Non mi piace tantissimo che lo facciano proprio loro due, mi sembra di scorgere intenzioni nascoste che prima non notavo, di cogliere dettagli sotterranei in un’abitudine che c’è sempre stata e a cui prima non davo importanza. Il fatto che continuino a farlo come se niente fosse, d’altronde, rafforza l’idea che non abbiano nulla da nascondere.
“I miei ci sono rimasti un po’ male del fatto che non siamo andate a cena da loro” dice Ale aprendo la busta delle patatine “Gli anni scorsi quando tornavamo dal corteo andavamo sempre a casa, fino all’anno scorso io vivevo ancora lì, Karin stava già qui ma veniva per l’occasione, e quasi sempre Camilla anche senza manifestazione. Quest’anno gli ho promesso che ci andremo domani, non a pranzo perché non ci sveglieremo in tempo, ma a cena sì”.
“Fate bene, non c’è problema” risponde Demian sorridendo.
“Be’, se ti va puoi venire anche tu. Non ne abbiamo parlato, ma credo che lo diano per scontato” propone senza malizia.
Più tardi mangiamo, tutti ammucchiati nei pochi metri quadri della cucina. Ale, Karin, io, Giulia e Demian siamo stretti attorno al tavolo, confondendo tovaglioli e posate e rovesciando spesso i bicchieri di carta. Cesare è seduto sul ripiano della cucina circondato da una pila di pentole sporche, buste di surgelati vuote e avanzi in via di scongelamento; si abbuffa col piatto in una mano e la forchetta nell’altra, gambe penzoloni, e ogni tanto stacca un pezzo di pane dalla pagnotta che vaga nell’unto. Chiara sta come al solito per terra, con la schiena appoggiata al frigorifero e una Ceres accanto.
“Che caciara” commenta Karin con la bocca piena “Se ci vedessero i nostri, Ale! Sempre peggio”.
“Sì, altro che cena da loro” conviene brevemente. La nostra attenzione viene richiamata dalla voce di Joey Tempest che, dallo stereo sistemato sul frigo, canta una fantascientifica canzone.
“Noooo!…” esclama Demian nel suo tono più basso e profondo “Ma siete delle grandi!... Cesare, ti rendi conto?! Gli Europe, te li ricordi?”
“Come potrei dimenticarmeli?” risponde Cesare gesticolando con la forchetta “Se ripenso a quell’estate… Avevo tredici anni e mi piaceva una tipa che stava nel mio stesso stabilimento balneare, ci avevo pure parlato, al juke-box del bar mettevo sempre questa canzone perché avevo scoperto che era la sua preferita. Oh, questa era una sorca, eh?” spiega a Demian, disegnando nell’aria con le mani proporzioni e quant’altro “Per fartela breve, fratello, che succede?... Che già i miei erano straniti e andavano iniziando discorsi strani sui maschietti i bimbi eccetera eccetera, ma poi un giorno al bar lei, Caterina si chiamava e spero ancora si chiami, ha incontrato mio fratello e l’ha scambiato per me e sono spariti fino al tramonto, voi vedete Cristiano che mo’ fa tutto il santarello e pensate a come invece s’è bellamente approfittato dell’errore!... La tipa era molto carina”, insiste.
“Porca puttana! Scusa, non mi dirai che Cristiano…?” chiedo, ancora colpita dall’effetto che mi ha fatto l’incredibile somiglianza tra Cesare e suo fratello.
“No no, lui ha sempre detto che non ci ha fatto nulla, anzi che stava perorando la mia causa, come dite voi snob” risponde raccogliendo gli avanzi dal fornello.
“Ma quindi le ha detto o no che non eri tu?”
“Dopo forse sì. All’inizio, non credo. Da pischelli eravamo veramente uguali, cosa molto utile agli esami di terza media” ridacchia.
“Dai Cesare, falla finita. Cosa ti disse Cristiano esattamente? Te lo ricordi ancora, o sono le tue solite chiacchiere da bar?” interviene Karin, con la sua morbida e decisa vocina. Cesare tentenna.
“Lui dice di sì, ma dopo. È quel dopo che non mi ha mai convinto”.
“E com’era, fratello, una tipa alla Sabrina Salerno?” ride Demian, prendendolo palesemente per il culo. Ride anche Ale, che probabilmente conosceva già questo aneddoto.
Cesare ignora la provocazione e strizza gli occhi nel ricordo. “No. Più una bellezza discreta, alla Albachiara. Il tipo che poteva piacere a mio fratello più che a me, per questo non gli ho mai creduto. Ma aveva tutte le cose al posto giusto, eh, da morirci a quell’età”.
Demian non si tiene più e ride a crepapelle sulla sedia, Chiara è ovviamente al limite della sopportazione ma, in merito all’entusiasmo collettivo e a qualcosa che deve aver comprato insieme alle sigarette, si limita a tacere e a guardare storto da una parte.
“Porca troia. Ma è proprio vero?” insisto io.
“Non dargli retta, Cami” mi avverte Karin, scambiandosi occhiate eloquenti con Giulia.
“E che, scherzo?” risponde Cesare offeso “Ma che cazzo dite? Questa è stata probabilmente la storia più divertente della mia vita di fratello gemello, divertente adesso, perché all’epoca mi sono incazzato come una iena e ci mancò poco che ci prendessimo a cazzotti”.
“E com’è finita?” indaga Giulia.
“Ma niente, io ho fatto una scenata a Cristiano, mi sa che mi sono pure messo a piangere come una femminuccia, poi volevo prenderlo a pugni e s’è messo in mezzo mio padre, non ci siamo parlati per due giorni, poi la tipa è ripartita e io e Cricchio abbiamo concluso che la fratellanza è più importante delle femmine. Cosa che vale anche con te, fratello, se la smetti di ridere come un coglione” redarguisce Demian, che annuisce cercando di trattenersi e si strozza con la birra. “Poi io mi sono fatto crescere i capelli, forse anche per scongiurare il ripetersi di un fatto del genere!… Mah, cazzate” conclude laconicamente.
Siamo comunque increduli all’idea che Cesare a tredici anni si sia fatto fregare dal suo serissimo fratello; non riesco a immaginarli a quell’età, la prossima volta che andrò a casa loro dovrò assolutamente farmi mostrare qualche foto.
Segue una discussione più seria sull’apparente inconsistenza, mancanza di contenuti e di spessore della musica anni ’80.
“La gente non conosce gruppi come gli Ultravox, i Simple Minds, i Talking Heads, e degli stessi U2 o R.E.M. sono note solo le cose che sono uscite negli anni ’90, dopo che avevano raggiunto il successo commerciale con uno o due singoli spinti ad hoc. Almeno in Italia, perché all’estero è tutta un’altra storia” dice Demian.
“E come te lo spieghi?” chiedo io, colta mio malgrado in fallo.
“Marketing e case discografiche” sentenzia Cesare, e Demian annuisce recisamente. “Anche di gruppi coi controcoglioni come Duran Duran e Spandau Ballet è stato messo in luce solo l’aspetto da boy-band, compresa la presunta rivalità e chiacchiere per giornaletti, e non lo spessore musicale di alcuni brani che nessuno conosce. Gli unici che qui erano già conosciuti erano loro, e i Depeche Mode, di cui in effetti si sapeva qualcosa anche prima del botto che hanno fatto con Enjoy the silence. E i DM, guarda caso, ancora esistono nonostante il cantante stia più di là che di qua. Certo hanno dovuto cambiare un po’ stile, smussare le sonorità elettroniche, ma il cambiamento non sempre è una rinuncia o un compromesso, a volte è un’evoluzione: in certi rari ma fortunati casi non significa piegarsi alle mode bensì interpretare i tempi e reinventarsi. Tutta la musica che di volta in volta diciamo nuova è nata da un abbandono di quella che amavamo prima, o che pensavamo di preferire solo perché non conoscevamo quella che sarebbe venuta dopo”.
“Parla per te: io conosco anche quella che è venuta dopo, ma continuo a preferire quella di prima” dichiara Ale.
“È lecito, ma tu conosci appunto anche quella di dopo. La maggior parte della gente, invece, è nostalgica in maniera gratuita e non possiede orecchie e cervello ma solo abitudini incartapecorite” risponde Cesare, rivolgendole indirettamente un meritatissimo complimento.
La profondità critica di Cesare mi incanta ma non mi stupisce, lo so che sul discorso musicale possiede una competenza e una capacità di riflessione che di certo non sfoggia quando parla delle cose che la tipa aveva al posto giusto. Starei giornate intere ad ascoltarli, io sono l’esempio lampante della mancanza di cultura musicale in questo paese o almeno nella parte più esposta e fruibile di esso, come dice giustamente lui – nel mio liceo ascoltavano tutti Eros Ramazzotti, Federico compreso, compresa anche me che non conoscevo altro e alle feste non ballavo e non potevo credere che fosse tutto lì, non potevo credere di non amare la musica. Ricordo la prima volta che Chiara mi fece ascoltare un brano dei Cure, il cui intro durava oltre il ragionevole tempo della superficialità e scuoteva corde che finalmente scoprivo di avere, creava o rinnovava immagini che in fondo avevo sempre saputo di possedere.
“E tutti quelli che si sono sciolti prima, perché non hanno retto alla pressione del cambiamento o per altri motivi… Ad esempio degli Smiths, che mi dici?” chiede Demian con aperta provocazione.
“Beh, gli Smiths erano una band vera, tutti suonavano e nessuno si rifaceva le unghie stando incollato ai software, ed erano musicisti di livello a parte quel coglione di Morrissey che comunque, come vocalist nel suo genere aveva un livello anche lui” ammette Cesare a malincuore, sforzandosi di essere obiettivo “Questo, oltre al buonsenso o alla casualità che hanno avuto di sciogliersi prima di finire fuori contesto, è probabilmente il motivo del loro successo e della sopravvalutazione che continuano a farne persino individui intelligenti come voi. Loro davvero sarebbero sopravvissuti difficilmente.”
“Be’, è talento anche capire quando è meglio abbandonare, no?” ribatte Demian, scaltro e divertito.
“Non è una partita a poker, è musica, tu dovresti sapere di cosa si parla” osserva Cesare guardandolo torvo.
“Pienamente d’accordo, ma tu parlavi anche del lato commerciale”.
“Allora sì, sarà talento, ma non quello che intendo io” accondiscende Cesare al limite della sopportazione. Chiara si alza e sgattaiola via, senza fare un gesto né un rumore.
“Dai fratello, sto scherzando, anzi va’ a chiamare tuo fratello, e l’Albachiara tettona e bonona, che lo dico anche a loro!...” irrompe Demian infine, scoppiando a ridere a crepapelle.
Cesare si rasserena, gli si avvicina, finge di caricare uno schiaffo e lo abbraccia. Demian ricambia con trasporto, si abbracciano stretti, dicono cose incomprensibili e continuano. L’occhio mi cade sulle loro braccia finalmente fuori dalle mezze maniche, magre e asciutte quelle di Demian, forti e abbronzate quelle di Cesare – braccia da musicisti, piene di vita e di potenzialità. Io e Ale ci voltiamo d’istinto l’una verso l’altra, per la prima volta dopo ore o dopo giorni, e ci scambiamo uno sguardo complice e implicito.
“Comunque dài, lo sai che non li sopporto granché, ma gli Smiths nel loro contesto sono stati un gran gruppo, e Morrissey ha fatto storia checché ne dicano gli incompetenti e i sessuofobi odierni” concede Cesare al suo amico ritrovato.
“E i Cure?” interviene Ale, come rianimata dal nostro tacito sguardo “I Cure hanno dato poca importanza all’entrata nella decade leggera, se ne sono accorti solo con Japanese Whispers dell’83. Sono andati felicemente avanti per quasi vent’anni perché sì, si sono sempre saputi rinnovare come dici tu, ma nel loro caso non credo con un istinto o un interesse per le logiche commerciali, ma semplicemente in base agli instabili e folgoranti umori di Robert Smith. Tant’è che, proprio all’alba degli anni ’90, se ne sono usciti con Disintegration che è un capolavoro d’introspezione”.
“Infatti vedi che i Cure sono una band immensa, forse la migliore di tutte, ma ancora non ha il seguito che meriterebbe” risponde Cesare disincantato.
“Chissà. Ai concerti c’è sempre più gente” osserva Ale.
“Vero. A quello di quest’inverno, potevi vedere sia signori di sessant’anni che bimbi di quindici” concorda Karin.
Cesare è d’accordo e annuisce speranzoso. Seguono commenti sui gruppi citati e altri sulle cose più trash scaturite dalla discussa decade- vedi nomi come Samantha Fox, Sandy Marton e Nick Kamen.
“Eppure certe canzoni sono rimaste nel cuore di tutti, anche quelle più becere, anzi soprattutto quelle” osserva ancora Cesare “Per cui anche a me riesce difficile non farmi due domande su quale sia l’effettivo valore di un brano, al di là di quello strettamente musicale. Guarda come si stanno moltiplicando le serate anni ’80, e quanto successo hanno, ora che essendo al termine dei ’90 si è verificato questo fenomeno di ripescaggio, proprio come dieci anni fa era in auge quello degli anni ’70. Forse perché per quelli della nostra età coincidono con un periodo, l’infanzia e la prima adolescenza, incantato nel ricordo, come quello mio e di mio fratello. O forse perché un po’ di frivolezza ogni tanto è proprio una necessità”.
Il nastro vecchio e frusciante sta infatti riproducendo un adorabile motivetto di Nik Kershaw, personaggio poco noto ma secondo me apprezzabile, lo ricordo persino io che all’epoca ero una bambina, mi ricordo il fiabesco video di The Riddle. Ale concorda.
“Uno strafico quello!” esclama.
“Però era un darkettino” commento io.
“Fa niente” concorda Karin “Era proprio bono! Ti ricordi, Ale, quando cercavamo il video su Videomusic accannando persino il tanto atteso appuntamento serale con L’incantevole Creamy?”
“O quando sognavamo che Nik e Creamy si mettessero insieme” rivela Ale, con un certo sguardo strano.
Ecco, queste sono le cose che mi sono sempre mancate del non avere una sorella. Questo tenero e sbiadito ricordo appartiene anche a me, che ero sempre a casa loro e lo ero anche in quel frangente, quando io e Ale staccammo il retro dall’album di disegno e scrivemmo col vinavil e i brillantini “Nik & Creamy”, più cuori e forme a caso. Evidentemente Karin non se lo ricorda, non mi include nel loro ricordo, e la cosa mi ferisce impercettibilmente. Però Ale sì, mi guarda con un sorriso eloquente e la sua espressione di tacito legame che ci unisce da anni, dall’epoca, appunto, del videoclip di The Riddle è un balsamo che addolcisce il mio confuso presente e cancella definitivamente ciò che è accaduto negli ultimi giorni.
Al termine della cena, finalmente degna d’essere chiamata tale, Ale prende la busta vuota del supermercato e ci butta dentro indistintamente tutto ciò che ingombra il tavolo. Io e Demian salviamo al volo una bottiglia di Beck’s ancora mezza piena, il pacchetto di Diana blu e un accendino. Poi getta pentole e posate in una delle vaschette del lavandino e passa sommariamente uno straccio sul ripiano, dal quale Cesare si sbriga a scendere e a buttare il proprio piatto nella busta già stracolma. Così l’attufato abitacolo della cucina riacquista un aspetto perlomeno decente, nonostante le mattonelle gialline siano imbrattate di macchie d’ogni sorta e la tovaglia sia quasi scomparsa sotto un impasto di molliche e cenere, lagune di acqua e birra e viscide macchie d’olio, per non parlare del pavimento su cui i nostri anfibi rimangono voluttuosamente incollati ogni volta che proviamo a spostarci.
“Be’, così già va meglio” commenta Ale soddisfatta, osservando il tavolo sporco ma sostanzialmente sgombro “E ora fumiamoci una sigaretta”.
“Ci facciamo il caffè?” propone Cesare.
“Lascia perdere, siamo duecento” rispondo io “Ce lo prendiamo poi fuori”.
Fumiamo tutti quanti, sazi e appagati, lasciando i nostri stomaci a lavorare faticosamente per noi.
“Ho qualche ettolitro d’olio di semi che sta facendo la kick-box nel mio stomaco con la birra” dichiara Karin dopo un po’.
“Fumaci sopra” suggerisce Cesare “Anche perché abbiamo ancora un’altra birra da shakerare con l’olio rifritto”. Apre il frigo e prende l’ennesima Ceres di Chiara.
“Ci sta benissimo” approva Ale “Beviamoci questi altri 33 cl. di birra in sette, poi stasera faremo sul serio. Devo dimenticarmi di essere entrata nella terza decade!”
“Io ci sono entrato da un pezzo, e ti assicuro che non è niente male” ride Demian trafficando con la birra – una cosa che proprio non gli riesce è aprire le bottiglie con l’accendino, gli sottraggo ogni cosa dalle mani e lui mi sorride felice e, mi sembra e m’illudo, prossimo a un eventuale bacio.
Discorsi frivoli e pigri in queste interminabili ore di relax, in una convivenza che stiamo protraendo ormai da quasi ventiquattr’ore, coi nostri instancabili cervelli in bilico tra il ricordo della manifestazione e l’aspettativa delle ulteriori ore a venire.
Segue poi una conversazione sulle presunte affinità zodiacali, e Chiara, che è l’esperta in materia, ci istruisce sul fatto che Vergine e Bilancia (io e Demian!) sono gli unici due segni confinanti ad andare d’accordo, e sulla forte attrazione fisica che lega Toro e Scorpione (Ale e Cesare), e così via con le singole richieste che come sempre, in una discussione astrologica, si moltiplicano a velocità esponenziale, mandando a puttane il consueto scetticismo iniziale.
Mentre tiene banco col suo solito distacco, Chiara estrae dalla tasca dei suoi militari un piccolo involucro di plastica, ne tira fuori un tocco di fumo ed inizia a squagliarlo. “Finitela di fare i buffoni” ordina cercando di arginare i commenti e le feroci battute che le sue rivelazioni hanno scatenato tra noi “E fatemi un filtro, fattoni!”
Demian stacca un pezzetto di cartoncino dal pacchetto semivuoto delle Diana e si mette all’opera con minuziosa attenzione. Cesare mi passa la Ceres e la mano mi resta incollata al vetro viscido, trasudante la colla umida dell’etichetta staccata.
“Ma dobbiamo proprio sempre berci ’sta roba?” mi lamento “Va bene, è una Ceres, ma sempre birra è. Sono ventimila ore che beviamo birra. Mi andrebbe proprio un bel whisky e coca, una volta tanto...”
È il segnale convenuto. Chiara e Karin mi guardano e la prima mi fa un lieve ma deciso cenno d’assenso con la testolina blu. Demian le allunga il filtro preparato con gran cura e lei si mette a leccare il lembo della cartina. Contempla per qualche istante il suo ennesimo capolavoro, me lo porge gentilmente e si alza.
“Camilla, quando sei nata tu?...” mi chiede Cesare.
“Il 9 settembre” rispondo.
“Come Cesare Pavese” aggiunge Ale.
“Sì, sperando di fare un’altra fine magari” rispondo, alludendo al suicidio del noto scrittore neorealista.
Non mi sfugge che Chiara sta trafficando dentro al frigo, Giulia è palesemente voltata verso di lei, Karin fa finta di niente ma mi accorgo che allunga impercettibilmente l’occhio, Demian è seduto di fronte e quindi può guardare senza destar sospetti.
“Be’?…” mi fa Ale guardando la canna che continuo a tenere in mano “La accendi o resti a rimirartela nella sua perfezione? Chiara, facci un autografo su” dice voltandosi verso la piccola figura che le dà le spalle davanti al frigorifero. Ma non fa in tempo a vederla: io mi alzo di scatto e, coprendo ogni visuale, ricevo qualcosa dalle mani affollate di Chiara. Anche Karin fa per alzarsi, ma si rende conto che non ce n’è bisogno e si rimette a sedere. Ed eccoci, io e Chiaretta, con in mano rispettivamente una mega teglia di tiramisù e una bottiglia di whisky e coca.
Urla e schiamazzi generali, in perfetta armonia coi sorrisi a settantasei denti che tutti sfoggiamo: Demian getta la testa (e la folta capigliatura) all’indietro, Ale si porta una mano alla bocca nell’euforica sorpresa che si sforza invano di contenere, Karin batte le mani, Giulia e Cesare ridono osservando l’espressione della festeggiata, mentre io e Chiara portiamo trionfalmente i nostri tesori sul tavolo nuovamente ingombro. Demian si affretta ad accatastare in un angolo i bicchieri sporchi, il posacenere pieno e i resti cartacei della preparazione della canna.
“E non finisce qui” esclamo io. Karin si alza di scatto e corre in camera sua, da cui torna in un lampo con due candeline e la macchinetta fotografica.
C’è qualcosa di meraviglioso ed eccessivamente dolce in questa confusione generale, mi sforzo di registrare mentalmente mentre Chiara, instancabile, mi porge una pila di piatti di plastica. È il compleanno di Ale!.. È la festa di Ale, e io so quanto se la meriti, penso posando il pacco di piatti per correre ad abbracciarla, ma non faccio in tempo perché Karin è già stretta a lei in uno slancio affettivo a cui non assistevo da dieci anni e il cui effetto turba visibilmente Alessia, oltre a provocare in me una commozione che mi stringe la gola, mista alla suddetta gelosia dell’esclusività del loro legame.
Ma loro sono sorelle, sono cresciute insieme e dopo vent’anni di convivenza sono persino andate a vivere insieme in un’altra casa, e nessuno meglio di me sa quanto si vogliano bene anche se non lo palesano con gesti conclamati, anche se sono sempre fisicamente distanti, separate dal proprio approccio alla quotidianità e dalla straniante indole d’ognuna: Ale col suo basso, la sua insonnia, la sua apparente freddezza e il suo attaccamento a me, Karin con la sua indefinita vaghezza, la sua presenza trasognata e altrove, la brillante carriera universitaria e il futuro definito, opposta ai compulsivi schemi che scandiscono e condannano le nevrosi della sorella minore. Però si adorano, forse non più di quanto ci adoriamo io e Ale, ma loro hanno lo stesso cognome, lo stesso sangue e una convivenza antecedente alla memoria, e so che non potranno mai separarsi. Io e Ale potremo forse un giorno dividerci, come è successo durante i primi anni di liceo e come potrebbe accadere in seguito, anche se è un’ipotesi remota a cui non do credito, e sarebbe comunque un distacco momentaneo com’è stato quello adolescenziale dopo il quale siamo ancora qui, più unite ed empatiche di prima; ma loro no, ovunque andranno rimarranno sorelle e il loro legame biologico e consuetudinario avrà a priori la meglio su qualunque eventuale dissidio, qualunque eventuale rivalità, qualunque eventuale scazzo.
Vengo riportata alla realtà dal lampo accecante di un flash: Demian ha scattato una foto alle sorelle Sartori, cogliendo esattamente il loro momento più spontaneo e forse irripetibile- anche lui, come me, dev’essersi reso conto della magia di quella scena.
Il casino cresce in maniera incontrollabile: Chiara con in mano paletta e cucchiaini fa per avventarsi sul tiramisù, ma viene fermata da Karin che le porge due candeline rosse a forma di due e di zero; Demian e Cesare commentano tra loro qualcosa che si perde nelle voci circostanti e nelle loro stesse risa; Ale visibilmente confusa dice con gli occhi lucidi qualcosa tipo “Ma che avete fatto… Non l’avevate mai fatto… Di chi è opera tutto questo…”
“Che vuoi sapere?” le fa Chiara posizionando alla bell’è meglio le candeline sulla massa molliccia ricoperta di profumatissimo cacao in polvere “Il tiramisù è opera mia, di Camilla e di Giulia, ieri a casa di Cami. L’ignoto contenuto di quest’apparente bottiglia di Coca Cola è stato preparato oggi da Cami e Demian, qua sotto al portone quando prima di salire hanno detto che sarebbero andati a comprare le sigarette. La macchina fotografica è la solita mia, il rullino l’ha comprato ieri Karin. E il tutto è stato ideato da tutti i qui presenti, per festeggiare degnamente il compleanno della loro degna amica del cuore, tramando alle sue spalle mentre lei era impegnata nella quotidiana contemplazione dell’effigie di Ian Curtis!” strilla, e un coro di applausi sancisce la totale approvazione per le sue parole. Chiara, con la sua perfetta e inesauribile iperattività, le piazza davanti il tiramisù e la superalcolica bottiglia di plastica e le mette in mano la canna magistralmente preparata poco prima.
Ale sta per piangere, ne sono certa, si trattiene solo in nome del suo marmoreo orgoglio ormai divenuto ennesima mania: si gira a destra e a sinistra, trema impercettibilmente, strilla cose che non capisco e infine ripiega sul tiramisù come se volesse affogarcisi. D’un balzo le sono finalmente accanto e prima che possa sfiorarla è lei che mi afferra una mano e la stringe come se volesse stritolarla. La abbraccio e la bacio e proprio in questo istante la mia pelle sbianca, abbagliata da un altro flash: è ancora Demian, che a quanto pare ha deciso di immortalare i momenti più significativi di questa serata indimenticabile. Con l’accendino raccolto dal tavolo accendo le candeline e lei ridendo istericamente ci soffia sopra: altro flash. Poi si mette la canna in bocca, io gliela accendo e Chiara ci toglie da davanti il tiramisù per poterlo finalmente giustiziare.
Fumiamo, ridiamo, ci facciamo foto a destra e a manca ormai a casaccio, la bottiglia di plastica si svuota lentamente passando di mano in mano. Poi mangiamo l’ottimo tiramisù (ci è venuto proprio bene!) tra risa, battute e commenti sui rispettivi compleanni.
“Chi è nato più vicino a me?” domanda Demian scostandosi una ciocca di capelli, quella rossa, che rischia di finire nel piatto “Tu, Camilla? O Cesare?...”
“Forse io” risponde Cesare con la forchetta nella mano sinistra “No, però, se Camilla è nata il 9 settembre, mi sa che siamo tutti equidistanti. 9 settembre, 5 ottobre, 2 novembre... è un casino! Perché lo chiedi, fratè?”
“Perché sarebbe bello festeggiare il mio compleanno con qualcuno di voi, verrei qui, che ne dite?...” propone Demian fomentato, con gli occhi che gli splendono.
“Magari!...” rispondo felice “Ma veramente verresti? Però, visto che tu e Cesare fate gli stessi anni, potresti farlo con lui, e io potrei farlo con Chiara come abbiamo già fatto una volta al liceo. Lei è nata il 18 agosto” dico, ripensando a quell’assurdo compleanno, quando mi ero da poco lasciata con Federico e Chiara mi trascinò in una surreale e immorale serata, nel disincanto di una notte di fine estate che ricordo come uno spartiacque tra il mio passato da ragazzina romantica e la vita che avrei scelto ed eletto come mia.
“Ma Demian” s’intromette Karin con gli occhioni azzurri spalancati “Tu avrai i tuoi amici con cui festeggiare, su, che ci resterebbero male se non ci fossi… Possibile che verresti qui addirittura per fare il compleanno con uno di noi?”
La fisso seriamente, lei non se ne accorge. Molto realista, in effetti. Io mi stavo già facendo prendere la mano, il cuore, l’anima e la materia grigia da questo esaltante progetto.
“Ma no” risponde lui allegro e, probabilmente, mezzo fatto “Lì non potrei unirlo con nessuno. Gianluca, il mio famoso batterista nonché migliore amico, è nato a gennaio, figurati!... E la Laura in giugno, e anche fra gli altri, non c’è nessuno vicino a ottobre. E poi, potrei sempre festeggiare due volte, magari il giorno stesso lì con loro, e un giorno a metà con uno dei vostri, qui”.
Flash again! Stavolta sono io a immortalarlo proprio in questo momento, con la forchetta a mezz’aria, la bocca aperta in una smorfia che non deve rendergli giustizia, e la chioma disordinata sulla maglietta bianca. Ride, cerca di prendermi la macchinetta e alla fine ci riesce: mani forti eppure dolci sul mio polso che sento vibrare sotto quell’emozionante contatto. “Ora ti sistemo” minaccia con la sua consueta voce bassa. Nascondo la testa sotto al tavolo, poi la rialzo per dirgli qualcosa e proprio in quel momento mi fotografa. Ale mi porge il suo cucchiaino colmo di tiramisù ed io ne approfitto volentieri.
Sono disgustosamente, assurdamente felice. Cesare, che negli ultimi minuti è stato abbastanza in disparte, si allontana discretamente per qualche minuto. Torna poco dopo con due pacchetti-regalo, e senza dire una parola li porge ad Ale. Lei si è abbastanza calmata nel frattempo, probabilmente non è stato un caso che Cesare abbia aspettato un po’ per darglieli- da qualche giorno ho imparato a riconoscere, oltre alla loro affinità, un’attenzione da parte di lui di cui non mi ero mai accorta. Infatti lei li riceve sorridente, palesemente felice ma senza l’euforico isterismo di poco prima.
“Da parte di tutti i presenti” dichiara Cesare “Non abbiamo fatto in tempo a farti il biglietto, ma spero che ci perdonerai”. Si avvicina e le dà un rapido bacino sulle labbra, che lei accetta leggermente. Scarta i pacchetti confezionati alla meno peggio e il suo viso si apre in un radioso sorriso: sono le nuove corde per il basso e un cd di Nick Cave and the Bad Seeds.
“Così vedremo se finalmente ho imparato a montarle come si deve… Tu non mi devi aiutare, eh?” dichiara sorridendo rivolta a Cesare. “Questo me lo devo sentire subito” bisbiglia poi stringendo il cd, lo scarta e corre verso il portatile, che basta e avanza senza bisogno di scomodare il più serio ed efficiente impianto hi-fi del salotto che, ormai ho capito, sta lì solo per pura convenzione estetica. Chitarre classicheggianti e voce roca e suggestiva riempiono immediatamente i pochi sporchi metri quadri della cucina, ed io e Demian ci guardiamo sorridenti.
Fuck you, I won’t do what they told me! I Rage Against The Machine.
Siamo ormai al parossismo dell’euforia, in uno di quei pochi, eletti momenti di entusiasmo collettivo, immotivato, indipendente dalle sostanze assunte e dal posto in cui ci si trova, che sono però probabilmente amplificati dalla somma di questi elementi. Non c’è stato neanche bisogno di alcolizzarsi a oltranza, le consumazioni che ci hanno dato all’entrata, una per uno, sono bastate a mettere la ciliegina sulla torta di tutta la soddisfazione, la fattanzia e la stanchezza che avevamo già addosso quando, verso mezzanotte e mezza, siamo arrivati al famigerato Black Out di via Saturnia 18.
Ale e Karin si sono truccate per l’occasione, e sono entrambe così belle, persino più del solito, che mi domando scioccamente perché non lo facciano sempre- sebbene neanch’io mi trucchi, pur sapendo che così acquisirei decisamente un altro aspetto, se non altro in merito ai miei occhi celesti che tutti lodano da quando ero piccola.
C’è da ammettere che qui, nel venerdì che Chiara tanto disprezzava, si respira un’atmosfera così carica ed elettrica che è quasi impossibile non farsene travolgere- la classica atmosfera da discoteca, immagino, ma in chiave alternativa, rock e differente da quella delle discoteche commerciali: più autentica, sentita e dirompente, meno incentrata sulla moda e più sulla musica in se stessa, nel mo(n)do che più ci appartiene. I darkettoni in effetti ci sono, numerosi e scolpiti nei loro eccessivi e studiatissimi look, ma fortunatamente stanno tutti raggruppati a mo’ di setta nei pressi del bar e, più tardi, della consolle e non è difficile né necessario evitarli, tanto più che sono loro a evitare noi con disgustato cipiglio.
A dispetto delle premesse, Chiara è addirittura quella a cui è presa meglio, e a quanto io abbia visto non ha assunto alcuna sostanza sintetica; appena arrivati ha ingollato la consumazione e s’è messa a zompettare qua e là e a richiamare la nostra attenzione sui particolari più pittoreschi della fauna locale. Io, lei e Alessia abbiamo ballato gli Skunk Anansie, i C.C.C.P., gli Smashing Pumpkins e tanti altri, tutti di seguito, persino i Prodigy che non rientrano nelle simpatie di nessuno di noi ma che erano perfettamente in linea col contesto. Karin e Giulia se ne sono andate in giro per il locale, chiacchierando fitto sopra la musica. Anche Demian e Cesare all’inizio hanno fatto un giro per conto loro, e per qualche istante sono stata colta dalla paura che rimorchiassero qualcuna o che qualcuna se li rimorchiasse, entrambi così alti, appariscenti e capelloni, nonostante il Black Out sia pieno di tipi dello stesso standard; ma poi sono corsi a cercarci mentre io e Ale su un divanetto stavamo facendo un brindisi a questo storico mese di aprile ’97, e siamo rimasti tutti e quattro a sparare cazzate in assoluta complicità... In quella hanno messo gli Smiths e Demian è saltato su come se l’avessero chiamato per nome e noi pure, riconosciute le prime note in quelle che da molti giorni ci risuonano nelle orecchie, e ci siamo ritrovati tutti a ballare come ossessi, parole e musica e intonazioni che solo per noi, ci piace pensare, hanno un vero significato, e io passavo il bicchiere di plastica ad Ale e lei mi faceva segno di no, lasciando la voce di Morrissey a sancire e ratificare il nostro sbilenco e assoluto contatto.
Quando la serata volge al termine, solo pochi e radi gruppi di persone si aggirano ancora fra le luci stroboscopiche e le zone d’ombra della sala ormai vuota. Per lo più darkettoni alcolizzati, storditi e ormai scesi dalle loro instancabili postazioni, coppie infrattate senza inibizioni al limite della pornografia, metallari che si mettono d’accordo su dove andare a far colazione. Chiara continua a vagare infaticabile nella sala sporca mentre noi sei stiamo spalmati su un divanetto, comodissimo per cui capisco le coppiette (e faccio lievi e inediti pensieri su me e Demian), uno sopra all’altro a bere il caldo e infetto contenuto dei bicchieri che Ale ha raccolto poco fa in giro per la collettività, vale a dire noi, e a ridere di stronzate senza più filo logico. La mia stanca attenzione viene attirata da un ragazzo e una ragazza che chiacchierano in piedi davanti a noi. Lui è alto, magro e vagamente efebico, con capelli lunghi e lisci e una maglietta dei Joy Division che Ale prima ha notato e ammirato, lei ha un look personale indefinibile, è in nero dalla testa ai piedi ma non è una darkettona. Due cose mi colpiscono in questa coppia poco appariscente e per questo particolare: il sorriso di lui, insolitamente pulito che mi ricorda, pur non somigliandogli affatto, quello di Demian, e lo sguardo di lei, torvo e ironico, così simile a quello di Ale.
Effettivamente le somiglia, la tipa, è meno bella e ha un naso importante- ma c’è qualcosa, nell’armonia dei suoi tratti e nelle movenze con cui smussa la statura e i lineamenti, che mi ricorda straordinariamente Alessia e me la rende familiare. La vedo muoversi, alzare la voce con quello sguardo da sotto in su, ma forse sono io che sto troppo fatta, e la suggestione si perde quando sento un’intro a me ben noto, a noi ben noto- la Tziganata dei primi Litfiba! Qui non c’è neanche bisogno di commenti urlati o sorrisi d’intesa, senza una parola corriamo all’unisono in pista, dove Chiara ci ha preceduti, e disposti spontaneamente in circolo la balliamo euforici. Ale è splendida. Ha la musica nelle vene, un che di oscuro nell’indole e oggi, oggi ha vent’anni. Sorrido inconsapevolmente, è il suo compleanno più bello che ricordo in diciannove anni e il suo sguardo rapito pare confermarmi che lei la sente esattamente come me.
Poi vedo quella ragazza e il suo amico ballare accanto a noi, in mezzo a noi, felici ed estatici, e quando la vedo dirigersi in bagno mi viene spontaneo intercettarla e chiederle, senza alcun motivo: “Scusa, sai che ore sono?”
“No... Non porto l’orologio, mi spiace” mi risponde lei indicandosi il polso con un sorriso fiero, che m’impressiona al punto che vorrei chiamare Ale per metterle a confronto.
Poi esplode un’altra canzone degli Smiths, quella di chiusura, mentre le luci cominciano a riaccendersi. Vedo la tipa che balla col suo amico come io ballo con Demian e lo guarda come io guardo lui; istintivamente le sorrido e lei mi sorride, e tutto è talmente splendido ed estatico da avere un senso, quello più compiuto e totale.
There is a light that never goes out.
“Demian, per piacere dici ad Ale di non scolarsela tutta, di farne arrivare un goccio anche da questa parte” dico.
“Ale, dice Camilla se per piacere puoi non scolartela tutta, se puoi farne arrivare un goccio anche da quella parte” ripete Demian con meticolosa precisione.
“Da questa parte” correggo. Di lì a poco ci arriva la bottiglia.
“Demian, per piacere dici a Chiara di passare la canna, o fuma o tiene comizi sulla caduta del Muro di Berlino, non ha senso che tenti di fare contemporaneamente entrambe le cose finendo per non fare decentemente nessuna delle due e per far finire la canna, appunto, in fumo”.
“Chiara, dice Camilla se per piacere passi la canna, o fumi o tieni comizi sulla caduta del Muro di Berlino, non ha senso che…” s’interrompe e si volta verso di me. “Com’era poi?” mi chiede, e scoppiamo a ridere.
Siamo tutti così ubriachi che non ci reggiamo in piedi, e infatti stiamo seduti, o meglio sdraiati l’uno sull’altro (ed io sopra a Demian, sul quale rimarrei volentieri per tutta la notte) sul lurido pavimento del Forte Prenestino. È inconsueto vedere Demian ubriaco, è difficile che vada totalmente fuori, anche quando beve o si sfonda delle peggiori sostanze psicotrope mantiene sempre una certa lucidità, anche in virtù della sua imperturbabile calma; ma non questa sera, dopo quasi dieci ore di seguito che siamo qui a continuare i festeggiamenti per la Festa dei lavoratori, e la stanchezza l’alcol e il disagio del diluvio che si è scatenato nel primo pomeriggio cominciano a farsi sentire e ad attutire le nostre coscienze in un polveroso ristagno. Normalmente a questo punto Demian mi direbbe: “Non stai bevendo un po’ troppo, piccola?”, cosa che ha fatto spesso nelle ultime sere. Ma stavolta mi lascia fare, ed è un ulteriore dolce stordimento vederlo così, abbandonato che ride con me di tutte le cazzate che stiamo sparando.
Una tizia con capelli verdi e tenuta da punk si avvicina a noi. “Ciao, Chiara” saluta.
“Oh, salve mia cara” risponde lei alzandosi a fatica, e bacia le guance della tipa in punta di piedi. La tipa sarà alta perlomeno quanto Ale se non di più.
“Chiara!!!” strillo, alludendo alla canna che continua a fumare sola e abbandonata tra le sue dita.
“Ecco, ecco... Quante storie, manco non aveste visto un grammo di fumo in tutta la vostra vita...” risponde lei inciampando nei piedi di Cesare, e ci manca poco che me la spenga in faccia. Ridiamo. Chiara mi sembra quella che si regge in piedi meno di tutti, tant’è che non sbraita nemmeno contro Cesare per aver osato frapporre i suoi piedi tra lei e me. Raggiunge la tipa barcollando, le passa un braccio intorno alla vita e si allontana con lei. Strana coppia. Capelli schizzati verdi e blu. Chiara le arriva al seno, sempre che la tizia ce l’abbia, sotto pelle sbiadita nera pesantemente borchiata.
“Chi è?” mi chiede Ale.
“E che ne so io?” biascico.
“Non mi piace” insiste Ale pensierosa. Ale mi sembra quella che si regge in piedi più di tutte, a parte il fatto che ora sta spalmata anche lei addosso al muro graffitato.
“Ale, rilàssati, lo sai com’è Chiara” borbotto, e fumo con Demian.
“Appunto” insiste lei.
È ormai un’involontaria consuetudine che per ogni sbronza che mi prendo ci sia una track, come la traccia di un CD, che si instaura nella mia mente e mi perseguita finché lucidità non mi ricolga. Quella di stasera non è molto diversa da quella di qualche sera fa al Circolo degli Artisti, quando ero oppressa da quel senso d’inesorabilità che mi aveva colta il giorno prima in motorino; ed è quasi la stessa che è sopraggiunta adesso nel mio cervello drogato, con la differenza che ora riesco a darle connotazioni più precise, riesco a razionalizzare la riflessione, a darle contorni che l’altra volta mi sfuggivano e la cui assenza era proprio ciò che mi mandava in palla.
Ho realizzato che la sensazione d’inesorabilità non era un episodio sporadico limitato a quella sera, né un pensiero fugace che mi aveva colta d’un tratto in motorino; questa fantomatica Inesorabilità è piuttosto l’odierna regola, l’inquietante legge che ha guidato tutti gli avvenimenti di questo mese oggi compiuto, sottesa ad ogni reazione che abbiamo avuto noi ragazze sin dalla sera, nel ricordo lontanissima, in cui ho portato Demian a casa di Ale. Fin dall’inizio abbiamo fatto tutto sotto l’imperativo dell’Inesorabilità; abbiamo accolto Demian già pensando a quando se ne sarebbe andato, già in funzione della sua futura partenza; a poco o nulla è servito quando ci ha detto che per un po’ sarebbe rimasto, se non a un estemporaneo sollievo non sufficiente a coprire la lunga durata delle nostre ansie; e per tutto il mese abbiamo vissuto così, come se le nostre azioni non fossero motivate dai nostri istinti ma dominate dall’egida di una forza ostile e imperscrutabile che ci voleva già subordinate al futuro, a un futuro in cui Demian non avrebbe più fatto parte della nostra quotidianità.
Abbiamo vissuto ogni cosa come per creare dei ricordi per il dopo, pensando già a tutto il tempo che avremmo avuto poi per ricordarlo; l’assenza di Demian, quando usciva con Cesare, quando andava a lavorare o a suonare è sempre stata più importante della sua presenza; era come se sapessimo apprezzare la sua presenza e goderne appieno solo quando era assente, e allo stesso modo è come se tutt’ora aspettassimo il giorno in cui se ne andrà per poter allora gioire del fatto che sia stato con noi e apprezzare finalmente nella sua interezza, abbracciabile con un unico nostalgico colpo d’occhio, la gioia che ci ha procurato la sua presenza.
Ed ora, man mano che i giorni passano e l’eventualità della sua partenza acquista sempre maggior consistenza, diventa più tangibile e prossima nonostante non abbia ancora una data definita, non accenniamo a lasciare quest’inconscio atteggiamento ed anzi, l’Inesorabilità si è fatta più pressante e ha impresso alle nostre giornate un’accelerazione che le proietta verso il fatidico evento con velocità esponenziale. Non è solo una mia personale paranoia da diciannovenne fattona, ne sono certa. Ne parlerei domani ad Ale e a Chiara, separatamente per evitare i miei soliti impappinamenti e la loro scherzosa combutta, cercando di spiegarmi meglio possibile; e avrei la sofferta conferma che anche per loro è così, che anche per loro è l’esatta identica cosa; ma so perfettamente che come sempre anche stanotte cercherò di soffocare nella mia mente l’eco di questa pericolosa riflessione, che ora mi fa meno paura perché stemperata dal fumo e dall’alcol, e se anche domani mi tornerà in mente sarà così sfocata dall’esonerarmi da un’eccessiva attenzione.
È angosciante. Forse davvero è più importante ricordare una persona, che averla; forse davvero, come ha scritto qualcuno, si ama veramente solo nel ricordo; forse è vero, come ha scritto qualcun altro, e qui non ho bisogno di sforzarmi per ricordare che si tratta del mio ‘solito’ Kundera, che anche la gioia che dà la presenza dell’uomo amato, si prova meglio in solitudine; forse è vero che l’importante è sapere che una persona c’è, esiste, anche se non l’abbiamo con noi, e che un giorno potremo ritrovarla; forse davvero, e qui la sparo grossa, come ha detto qualcun altro, Desiderare è più importante che Avere. Ma questo lo si impara solo dopo aver avuto tutto... Mi volto verso Demian e lo guardo fumare con aria rilassata. Sento per lui un amore infinito e per l’ennesima volta un pensiero infantile quanto imprescindibile mi lacera le fibre: ma cosa farò io, quando non ci sarà più? Mi accontenterò davvero di ricordarlo? Di crogiolarmi nella soffusa dolcezza del suo ricordo, nella struggente impressione della sua esistenza, nella sospesa speranza di rivederlo?
No. Lo so che non mi basterà. E d’improvviso realizzo che è terribile il fatto che sia sottostata all’irrazionale e spietato gioco dell’Inesorabilità! Cazzo Demian, io non voglio ricordarti dopo, voglio viverti adesso! E così pensando lo abbraccio di slancio e lo stringo, lui ricambia con tranquillo calore, vorrei solo avere le palle per baciarlo, chissà perché non ce le ho? Con un altro forse ce le avrei, proprio non capisco perché con lui no, lo fanno tutte, tutte ci provano con quelli che gli piacciono e nel modo più spontaneo del mondo, perché solo io non sono capace? solo io mi blocco? Dio solo sa quanto vorrei, e invece sono proprio bloccata, come adesso che sarebbe così semplice, naturale, quasi ovvio, nel dolce stordimento della nostra alterazione, ma è come se qualcosa mi congelasse in questo pur caldissimo abbraccio e un muro impenetrabile m’impedisse di andare più in là di esso.
Vengo strappata alle mie innamorate riflessioni da una risata carica e cattiva. Davanti a noi c’è di nuovo Chiara, con la tizia dai capelli verdi ed un’altra dall’aspetto quasi più minaccioso della prima. È più alta di quella, il che vale a dire che sarà alta almeno un metro e ottanta, porta i capelli rasati e ossigenati e ha addosso più borchie che stoffa. Mi basta lanciare un’occhiata a Chiara per capire che dev’essersi calata questo mondo e quell’altro. Lì per lì la cosa non mi scuote più di tanto, ma la voce alterata di Ale mi riporta bruscamente alla realtà.
“Chiara, vieni qui” ordina con un tono che sembra non ammettere repliche.
“Mi sento male... tanto male, davvero” mormora Chiara, e fa per crollare a terra in un modo che mi spaventa. Ale scatta in avanti e la mette a sedere.
“Che ti sei presa?” le chiede incazzata. Le tipe ridono. Chiara le rivolge uno sguardo assente e non risponde.
“Scusa, che cazzo vuoi?” le si rivolge la tipa in borchie con voce strascicata. Ale alza la testa con occhi grandi e carichi che sembrano sul punto di esplodere.
“Che le avete fatto prendere?”
Le due se la ridono della grossa in un coro d’insopportabile strafottenza. “Ma senti questa! Che le abbiamo fatto prendere!... Perché, bella, credi che non sia abbastanza grande per prendersi i trip da sola?” fa la tipa borchiata e rasata.
“O forse pensi che non dovrebbe accettare caramelle dagli sconosciuti?” continua la tipa dai capelli verdi “Se è così, scusa tanto! Puoi cercare d’educarla meglio, da domattina diciamo, perché per stanotte è un po’ troppo tardi!...”
Scoppiano a ridere all’unisono. Io sono agghiacciata. Stringo la mano di Demian e guardo Ale. Sputa fuoco dagli occhi. Mi sa che non la vedevo così da quando alle medie una nostra ‘amica’ le prese di nascosto il diario dallo zaino. Si alza e adagia Chiara addosso al muro, accanto a Cesare. Il quale la guarda sorpreso, poi guarda la sua donna con aria apprensiva, poi guarda noi. Chiara giace apparentemente inerte con gli occhi a fessura, sembra indifesa e ancora più piccola. Ale fissa la tipe che continuano con le loro provocazioni.
“E stiamo parlando di Chiaretta Chia. Come se non la conoscessimo” fa quella con i capelli verdi “Pensi che si possa sentir male per così poco? Per un trip e un po’ di mescal... L’abbiamo preso tutte, mica l’abbiamo drogata. Dovevi vedere quello che si calava quando stava con Cristina, è ovvio che non lo sai se fai tutte queste storie, e fai tutta l’amica sua!... Ehi Jo, Chia è diventata santa e martire e noi non lo sapevamo” dice rivolta all’amica, e giù altre risate.
Ahia. Questo non lo dovevano dire. Anch’io ci sono rimasta male, forse per la strafottenza del tono, ma se c’è una cosa che Ale proprio non sopporta è l’ambiguo passato di Chiara, ed ogni allusione a esso la manda ai matti.
“Okay” sibila a denti stretti “Grazie per la consulenza gratuita e non richiesta. Ora potete andare” ordina incazzosa.
“Senti, bella de casa. Chi cazzo credi di essere per dire a noi quello che possiamo o non possiamo fare? Chiaretta sta con noi, stasera, e abbiamo già deciso che verrà con noi all’Illegale. Puoi chiederlo a lei se non ci credi”.
Ad Ale non passa neppure per l’anticamera del cervello di voltarsi verso Chiara per cogliere un cenno d’assenso o diniego. “Scusa?!” sbotta in faccia a Miss Borchie Rasata “Vedo che non ci siamo capite. Chiara sta con noi. Sta da noi. A casa mia, per la precisione. E torna a casa con noi. E voi fareste meglio a sparire subito, coi vostri catenacci da ferramenta di borgata dalla quale certo provenite e la cui reputazione infangate semplicemente esistendo!”
È pazzesco. Non ho mai visto Ale così, nemmeno quando alle medie la nostra compagna di classe le sottrasse il diario dallo zaino e la prese in giro per una settimana. La sua voce è alta e ferma, ma scivola a volte in certi toni bassi che sono quelli che mi fanno temere il peggio. Guardo Chiara: giace a occhi chiusi sulla spalla di Cesare- il che è tutto dire. Guardo Karin: ha il respiro talmente trattenuto che pare che stia per soffocare. Guardo Giulia: le lacrime nere di rimmel le scorrono lungo le guance, quest’ennesima scena non le ci voleva a così poco tempo dall’aggressione. Demian sembra imperturbabile come al solito, ci metto qualche secondo a cogliere i segnali freddi e taciti che si sta scambiando con Cesare, scorgo il suo sguardo a fessura tradire tensione e attenzione a quanto sta accadendo. Non mi sfugge nemmeno il lento movimento di Cesare, che scosta con delicatezza Chiara e la appoggia addosso a Karin (che la stringe meccanicamente), e si mette in un cauto stato di all’erta pronto a scattare da un momento all’altro.
“Vaffanculo” sibila una delle due punkettone “Maledetta puttana, Chiara viene con noi alla Fintek!”
È un attimo: Ale la afferra per le spalle e la strattona. Cesare scatta in piedi. Quella, che si rivela essere la tipa coi capelli verdi, le sputa in faccia. Ale rimane per un attimo esterrefatta, quasi a voler essere certa di ciò che è successo, poi la spinge in avanti con tutta la forza che ha e la sbatte al muro opposto, da cui una comitiva di pacifici fricchettoni si sbriga ad alzarsi e a svignarsela.
“Porco d**, smettetela!” urla Cesare separandole con la forza, con un palese occhio di riguardo per Alessia. La quale, svincolandosi dalla sua stretta fittizia, prende un lembo del giacchetto legato alla vita della tipa e ci si pulisce la faccia, poi ci sputa su a sua volta. Quella la afferra per i capelli, Ale strilla, si strattonano. Giulia piange disperata, Demian la abbraccia e la tiene stretta, Karin urla e si slancia in soccorso della sorella, aggredisce la tipa rasata che non se l’aspettava e non riesce a togliersela di dosso - io sono paralizzata. La gente intorno comincia a rendersi conto di ciò che succede e l’allegro chiacchiericcio diventa rapidamente un brusìo preoccupato, ci guardano tutti. Cesare ora urla, a pieni polmoni con la sua baritonale voce da cantante dei No Exit: “Comodo eh, mettersi in due contro una!” tuona, fingendo di non accorgersi che la disputa è diventata un perfetto due contro due, grazie all’imprevisto intervento della bionda ed eterea sorella maggiore “Ma vi consiglio di sparire subito, perché io sono un uomo e potrei pure farvi male”. E così dicendo le afferra ognuna per una spalla, separandole definitivamente dalle sorelle Sartori, mentre quella borchiata tenta invano di sferrargli un calcio. Bestemmiano e indietreggiano, minacciano rappresaglie urlando a squarciagola. In questo parossismo di decibel e umori distorti sento Ale che mi chiama: “Camilla! Camilla dove sei!” urla senza vedermi, poiché sono l’unica che è rimasta seduta nella confusione generale. Mi alzo in un misto di sensi di colpa, paura e la mia solita inadeguatezza- Ale non sembra farci caso e mi parla concitata.
“Camilla vieni qua. Parla a Chiara, è sveglia, solo non connette bene. Tenta di scuoterla e di farle capire che ce ne dobbiamo andare subito. Lei a te ti ascolta, diglielo tu!”
Io continuo ad essere paralizzata. La fisso ad occhi sbarrati e non riesco a tirar fuori la voce. Ale mi guarda supplichevole: “Ti prego, Camilla. Se Cesare parte in quarta è la fine”.
Ecco. Ora dovrei chinarmi su Chiara e parlarle rapidamente, con risolutezza e sangue freddo; ma non ce la faccio. Farei qualsiasi cosa per Ale, per Chiara, per tutti, a maggior ragione ora; ma non ci riesco. Non ho voce. I miei piedi sono incollati a terra. Mi vergogno terribilmente, Ale è la persona più coraggiosa che conosca ed io sono qui, immobile, mi sento una merda e la mia vigliaccheria è tanto più grande e deprecabile quanto maggiore è la fermezza di Ale che continua a restare in piedi con aria di sfida rischiando di provocare una nuova reazione delle due. La mia vigliaccheria mi rende piccola piccola, sempre più piccola e incapace di fronteggiare questa situazione persino nei suoi aspetti più elementari. Passano pochi interminabili attimi, per me rallentati dal doloroso peso della mia inadeguatezza, è finalmente è Demian a risolvere la faccenda: si scuote, prende in braccio Chiara e si dirige a lunghi passi verso l’uscita, con noi dietro che lo seguiamo senza indugio.
Fuori c’è un puttanaio di gente che continua ad arrivare nonostante l’ora ormai tarda, e il passaggio è completamente intasato. Ci fermiamo in un angolo, mescolati tra la folla.
“Meglio” osserva Cesare “Almeno non ci troveranno, nel caso le due troie abbiano deciso di scatenarci dietro una guerriglia armata. Sapete, finché si tratta di due cretine esaltate posso pure dargli un par di sveglie per una, ma se mi trovo davanti uno squadrone di punkettoni borchiati che vogliono la mia pelle la questione inizia farsi un po’ più complicata”.
“Chiara, ci sei? Ce la fai a camminare?” le chiede Demian provando a farla stare in piedi. Lei annuisce.
“Andiamo” fa Demian sostenendola.
Corriamo su per la salita sterrata cercando di schivare la gran quantità di gente che sta scendendo. Demian tiene Chiara saldamente abbracciata. S’infilano tutti nella macchina di Cesare, mentre io slego il motorino. Demian si offre di guidarlo, e per me è un vero sollievo. Torniamo a casa dietro di loro, e mai il tragitto Forte-casa mi è sembrato tanto lungo.
Come prima cosa accompagno Chiara al cesso a collassare. Vomita per cinque minuti buoni mentre io le reggo la testa, e sembra che non debba più finire. La porto sul letto di Karin, le tolgo gli anfibi e le butto il piumone addosso.
“Come stai?”
“Mmhhh... male”.
“Posso fare qualcosa? Vuoi qualcosa?”
Scuote la testa. Poco dopo sono costretta a lasciarla perché devo vomitare anch’io. Mi trascino al cesso maledicendo tra me questa serata pazzesca. Quando torno in camera, Chiara ha gli occhi chiusi e la testa piegata da un lato.
“Dormi?” le chiedo sottovoce.
“Mmmhno. Non ci riesco” borbotta “Sono troppo intrippata per dormire, ma troppo sbronza per stare completamente sveglia. E non sopporto questo maglione” si lamenta torcendosi le maniche che le arrivano alla punta delle dita.
“Ti cerco qualcosa, aspetta”.
Sulla poltrona sotto alla finestra c’è una felpa bianca appallottolata. È di Demian. Aiuto Chiara a sfilarsi il maglione, scoprendo una canottiera nera tutta strappata e il bracciale celtico che ha tatuato sul braccio sinistro. Le infilo la felpa e risistemo il piumone. Cristo, mi sembra il minimo cercare di prendermi cura di lei, dopo che per tutto il tempo non sono stata capace di muovere un dito per aiutarla. La verità è che i sensi di colpa mi uccidono, e non solo nei suoi confronti, ma soprattutto verso di Ale, che stasera ha davvero rischiato brutto per pararle il culo al posto mio.
“Chiamami, se hai bisogno di qualcosa” le raccomando.
Sì, facile fare la splendida adesso! Ora che il massimo disagio da affrontare sarebbe tutt’al più dovermi alzare stanotte per farle una camomilla! La verità è che quando c’è stato bisogno, non sono stata capace di svolgere i compiti più elementari. Peggio: sono stata chiamata in causa, e non ho saputo nemmeno aprir bocca. Non servo a nessuno. Ale avrebbe fatto lo stesso per me, e l’avrebbe fatto anche Chiara. Non posso ipotizzare altrettanto sul conto di Giulia e Karin, che si sarebbero probabilmente comportate come me, l’una per paura per paura e l’altra per pigrizia. Ma come penso che ormai sia chiaro Giulia e Karin, pur essendo mie amiche, non godono della reverenziale e a quanto pare meritatissima stima che nutro per Ale e Chiara. E per Demian, ovviamente, e da qualche tempo a questa parte anche per Cesare. E pare evidente che io non sono come loro, non lo sarò mai. Cazzo.
“Cami” mi chiama Chiara quando sono già sulla porta.
“Sì?”
“Chiedi scusa ad Ale da parte mia” fa con una vocina piccola piccola.
Scuoto la testa e sorrido. “Cerca di dormire” le dico.
In cucina c’è Ale seduta in braccio a Cesare. Lui la stringe con aria rapita e lei giace tra le sue braccia completamente inerme. È sorprendente come la loro relazione nata per gioco stia trovando il terreno di uno spessore emotivo condiviso, è logico che la loro complicità cresca di giorno in giorno, è incredibile come gli eventi quotidiani stiano collimando per (di)mostrare a entrambi la loro rispettiva e insospettata affinità.
Sarà una suggestione dovuta alla serata o un’impressione che sto covando da molti giorni, ma l’espressione di Cesare mi sembra sinceramente e assolutamente innamorata, ne sono colpita e in qualche modo sgomenta. Come perfetto – e da me condiviso – contraltare, Karin e Giulia sono sedute al tavolo con aria afflitta.
“Come sta?” s’informa Demian, il quale invece sta trafficando nello scolapiatti.
“Meglio, credo. Si è vomitata questo mondo e quell’altro”.
Nessuno fiata. Io e Demian ci mettiamo a fare il tè.
Cesare parla ad Ale a voce bassa. “Vuoi che resti qui, stanotte?”
“No” risponde lei con tono incolore.
“Dài, rimango. Non ti lascio in questo stato” insiste lui con dolcezza.
“Vai” fa lei alzandosi, “sennò non riesco a dormire”.
Cesare si arrende e si alza.
“Cesare, rimani a prendere un po’ di tè” gli dico.
“Grazie Cami, ma se devo andare” (lancia un’occhiata ad Ale), “È meglio che vada subito. Sono quasi le tre, se non mi muovo ora non mi muovo più. Vieni Giulia, ti porto a casa” aggiunge.
Giulia lo guarda con riconoscenza. Dalla sera dell’aggressione, Cesare la riaccompagna regolarmente a casa tutte le volte che usciamo. I casi sono due, penso mettendo il limone nel tè, o questo ragazzo è un tesoro, come io ho sempre sospettato, e lo è sempre stato nonostante i suoi atteggiamenti da rock star, oppure è stata la nostra compagnia, soprattutto quella di Demian, a operare il miracolo e trasformarlo da arrogante sbruffone in amico leale e attento. Insomma, a me Cesare nonostante tutto piace, mi è sempre piaciuto come persona. E basta.
“Ti chiamo domani” dice ad Ale prima di andarsene.
Rimaniamo così come sempre io, Ale, Karin e Demian. Ale prende le sue gocce e dice che proverà a dormire. Credo che voglia piangere. Ale non piange mai davanti agli altri, neppure davanti a me o a sua sorella. Io e Demian portiamo le tazze di tè in tavola e ci sediamo con Karin.
“Voglio che lo sappiate” dice lei puntandoci addosso i suoi occhi azzurri “Alessia è la sorella migliore che si possa avere ed io sono felice che sia capitata a me”.
“Lei pensa lo stesso di te, Karin” rispondo commossa.
È la prima volta che sento Karin esprimersi in questo modo e uscire dalla sua pigra impassibilità. Decisamente questa è la serata delle rivelazioni… e dei buoni sentimenti, penso, stupita dal loro retrogusto amaro e dalla sottile tristezza che aleggia nell’aria.
Beviamo il tè nel silenzio notturno. Fumiamo tutti e tre senza dire una parola. Poi andiamo in camera.
Karin decide di andare a dormire nel divano-letto della sala, visto che nel suo letto c’è Chiara. Ma Chiara, ancora insonne, la sente e dichiara che ci andrà lei, se solo la aiutiamo ad arrivarci.
“Proprio non riesci a dormire?” le fa Demian sorridendo lievemente.
“Resta qui, Chiara” fa Karin prendendo il suo orrido pigiamino “Ci vado io in sala, e Cami dorme con te”.
Demian interviene con la sua bassa voce. “Scusate, non sarebbe più logico che ci vada io, e voi rimanete qui tra ragazze?”
Chiara non è d’accordo. Con la poca voce rimastale, pianta su una grana da paura. È colpa sua di tutto quello che è successo, ha messo nei casini Ale, ha mandato a puttane la serata, ci mancherebbe pure che ora freghi il letto a uno di noi. Alla fine cediamo. Demian la prende in braccio, la porta di là e le prepara il divano-letto. Riconosce la sua felpa e scoppia a ridere.
“È la mia felpa, questa?! Ti sta bene”.
Io e Karin stiamo già sotto le coperte quando vediamo Demian tornare. Si toglie gli anfibi, si sfila i militari (scoprendo le sue gambe magre e muscolose) e si mette a letto come sempre in boxer, maglietta e calzini, con i capelli legati. Mi sorride.
Ti amo, penso guardandolo.
Poi spegne la luce.
Il primo 309 è passato. Questo vuol dire che sono le sei, e le righe di luce polverosa che entrano dalle secche della serranda me lo confermano. Le sei, cazzo! Ed io non sono ancora riuscita a chiudere occhio. Il respiro cadenzato di Demian mi dice che lui dorme da un pezzo, da un’ora almeno. Anche Karin, penso, anche se lei è sempre così silenziosa che è difficile stabilire se stia dormendo o meno.
Mi giro e mi rigiro fra le coperte senza trovar pace. Alla fine non ne posso più e mi alzo. Devo assolutamente parlare con qualcuno, sennò impazzisco. Con Chiara, stanotte non posso. Mi dirigo in punta di piedi verso la stanza di Ale.
La stanza di Ale è da sempre per noi una sorta di inviolabile tabù. Sarà per un senso di rispetto verso la sua insonnia che le impedisce di dormire con chiunque, sarà perché la stanza di Karin è un porto di mare mentre la sua è piccolina e raccolta, fatto sta che sono veramente poche le occasioni in cui ci capita di ‘violare’ il suo sacro territorio.
Apro con cautela la porta e mi affaccio timidamente. Altra prerogativa di Ale è la necessità di buio assoluto, senza il quale le sue speranze di addormentarsi calano drasticamente. Ma nonostante l’oscurità avverto un fruscio nel buio, una sorta di movimento, così mi arrischio.
“Ale” sussurro.
“Entra, Cami” mi risponde infatti perfettamente sveglia. Mi dirigo alla cieca verso il suo letto.
“Non riesco a dormire” mi previene alzandosi a sedere “Non faccio che ripensare a quello che è successo”.
“Ale, sei stata grande” dichiaro sedendomi sul letto “Sei stata meravigliosa. Non potremo mai ringraziarti abbastanza. Anche Chiara me l’ha detto, sai, mentre la mettevo a letto. Anche Karin. Devi essere fiera di te stessa”.
“Ma perché, perché? Fiera di che cosa? Di creare rogne, tensioni, e incomunicazioni irreversibili? Sono sempre la solita. Mi ci ritrovo sempre”.
“Ma che cazzo dici? Incomunicazioni irreversibili? Non c’è niente da comunicare con persone come quelle, e tu l’hai capito prima di tutti. Le tensioni le hanno create loro. Noi eravamo immobili come una gran massa di ebeti, vigliacchi e storditi. Meno male, che ci sei stata tu a farci rispettare! Solo tu potevi”.
“Ecco, altra cosa. Solo io potevo. Ma perché? Chi sono io di tanto speciale? Voi avete di me quest’immagine forte, incazzosa, con le palle, l’unica detentrice della giustizia collettiva. Io non mi ci ritrovo… Io non mi vedo così, mi vedo come una gigantesca cagacazzi che soffre di nervi e deve sempre rompere il cazzo. Io non sono come mi vedete voi, e se voi vi ostinate a vedermi così io alla fine non so più chi sono”.
“Non lo sei?” chiedo stupita, come se scoprissi ora, dopo vent’anni, di non conoscerla affatto. “Però, scusa Ale, questa è anche l’immagine su cui ha sempre un po’ giocato e che vuoi trasmettere a tutti i costi... Noi ti preferiremmo, sai, a saperti più umana”.
“Per Dio, no, non lo sono e anch’io preferirei essere più umana! È che voi mi avete affibbiato questo ruolo ed io mi sento perennemente costretta a mantenerlo per essere all’altezza delle vostre aspettative. Ma io non sono così, non mi ci riconosco”.
Sono esterrefatta all’idea che Alessia, col suo indiscusso coraggio che tutti abbiamo ammirato, possa provare la stessa frustrazione che io sto provando per la mia più indiscutibile vigliaccheria- both sides of the story, penso colpita. E ad ogni modo, oltre al mettersi finalmente a nudo, cosa che stasera abbiamo fatto un po’ tutti e che da parte sua apprezzo maggiormente, non si era mai espressa in questi termini. Non immaginavo che il ruolo che le abbiamo affibbiato, come dice lei, potesse darle fastidio, pensavo fosse stata lei a trasmettercelo e che per lei fosse motivo di vanto e d’orgoglio personale, un concreto palliativo alle sue nevrosi. Per me lo sarebbe, anzi non so cosa pagherei per essere al suo posto, in particolare stasera. Anche perché, secondo me, ci sarebbe oggettivamente da esserne fieri.
“Ale, ma...” protesto, ma lei mi interrompe.
“Tu ti sei sempre ribellata all’immagine di bambina ingenua che ti hanno cucito addosso. No?... Lo sai meglio di me, quanto può essere frustrante e limitante uno stereotipo, quando non risponde a verità e per di più viene dalle persone più care. Perché allora io dovrei trovarmi a mio agio nel mio?”
“Perché l’immagine che dai tu è molto più bella e affascinante della mia e, come abbiamo appurato stasera, anche più utile” le rispondo con assoluta sincerità.
“E certo. Utile a sbraitare e far scena, cosa che faccio anche quando non voglio. A parte che se non c’era Cesare adesso stavo spalmata sul muro del Forte, altro che utile: pensavi che quelle due si sarebbero fatte fermare da una pischella come me? Avrei armato un casino per niente, anzi per farne le spese io stessa. E comunque non mi piace questo ruolo di paladina della lealtà e della giustizia, è un esibizionismo inutile e pericoloso, nonché terribilmente teatrale”.
“Ale, o non capisci un cazzo o dici così per autocommiserarti, c’è però anche una terza possibilità: a forza di Ceres ti sei bevuta il cervello, e questa mi sembra la più probabile visto che in genere sei abbastanza obiettiva e non sei proprio tipo da confessioni lacrimevoli. Primo: tu non l’hai fatto certo per metterti in mostra, bensì perché eri preoccupata per Chiara e non ti andava giù l’arroganza di quelle due stronze. Che non andava giù a nessuno di noi, ma guarda caso, siamo stati tutti zitti e solo tu hai reagito. Secondo: proprio dal momento che tu sei stata l’unica a reagire, se non fosse stato per te a questo punto Chiara sarebbe all’Illegale con queste due strappone e chissà in che condizioni ce l’avrebbero riportata. Se ce l’avessero riportata. Chi altro di noi l’ha evitato? L’hai visto, come non ho reagito io? Mi hai chiamata direttamente in causa per una stronzata, e non sono riuscita nemmeno ad aprire la bocca. Per Chiara, poi, che adoro e che per me avrebbe preso ad anfibiate in bocca tutte le punkettone della città. Io sì che mi dovrei vergognare. Io sì che dovrei non riuscire a dormire, e infatti non ci riesco” confesso umilmente.
“È per questo, allora, che non ci riesci?”
“Certo…” esito “Non solo”.
Segue un istante di silenzio così spesso che potrei tagliarlo con il coltello- poi esplodo tutt’insieme. “La verità è che sono disperata. Ale, mi devi aiutare” dico, e mi blocco di nuovo.
Be’, complimenti a me stessa: ho appena chiesto aiuto alla ragazza che ha baciato Demian, e pugnalandomi alle spalle per di più. Un tarlo mai ucciso torna a tormentarmi. No, non posso chiedere aiuto proprio ad Ale. Ma se non lo chiedo a lei, a chi altri posso, soprattutto stanotte? A nessuno, questa è la realtà nuda e cruda, e all’improvviso scoppio a piangere, logorata dallo stress della serata e dalle paranoie delle ultime ore.
“Camilla! Che hai? Che è successo?” chiede Ale con apprensione, protendendosi in avanti. Sono soffocata dai singhiozzi e non riesco a risponderle.
“Cami, ti prego, dimmi cos’hai” mi supplica Ale.
"Ale... come faccio... Lo so che è una cazzata... Ma mi dici come cazzo farò io quando Demian se ne sarà andato?” crollo, e d’un tratto non mi vergogno più. Il dolore ha superato l’orgoglio. Ale cessa di essere la ragazza che ha baciato Demian per tornare la mia migliore amica, la mia virtuale sorella maggiore, il mio più alto punto di riferimento su questa terra. “Cosa farò nella mia vita, come passerò le mie giornate, e come farò quando avrò voglia di vederlo anche solo per un’ora, anche per un solo minuto, per un fottuto minuto aprendo la porta di questa fottutissima casa e lui, lui non ci sarà?...” chiedo piangendo a dirotto.
“Oddio, Camilla” fa lei stringendomi le spalle “Così fai piangere anche me”. Poi si scosta un po’ e mi prende le mani, le guarda, mi guarda e nel buio, a cui i miei occhi si sono nel frattempo assuefatti, scorgo lo scintillio del suo splendido sorriso. Sì, decisamente questa è la nottata dei buoni sentimenti, Make Love, Not War.
“Cami, lo so che è difficile, ed è anche scontato, ma... Suppongo che l’unica cosa da fare sia pensare a come vivevi prima. Vivevi lo stesso, no?... Passavi comunque le tue giornate in qualche modo... e Demian non c’era. La tua vita ricomincerà come prima d’incontrarlo, come prima di questa... stupenda parentesi”.
Passavi comunque le tue giornate in qualche modo. Già. Ma è una questione di qualità!, come dice Giovanni Lindo Ferretti dei C.C.C.P.
“Già, ed è proprio questo che mi terrorizza: una vita di merda!” sbotto. “Sono tre anni ormai che vivo in una grigia apatia densa di ricordi e del tutto priva di emozioni. Mi dibatto nel grigio, tentando inutilmente di sfuggirgli. C’ero riuscita grazie a Demian. Ora tornerò nel grigio, e in tutta la routine di merda. Mi sveglio la mattina e penso, che faccio? dove vado? all’università? Mah, per quello che ci vado a fare. Allora passo da Ale e Karin, va’, così ci prendiamo il caffè insieme, e ci sei tu che hai litigato con Cesare la sera prima e Karin che fa colazione con il pigiama a topi. O porcellini! E facciamo colazione tutte e tre, e poi non sappiamo che fare per il resto della giornata e siamo uccise dai sensi di colpa perché dovremmo studiare e tu compri il Manifesto per vedere cosa c’è in giro la sera...” Mi fermo, esausta, e piango più forte. “Ale, non fraintendermi... Io vi voglio bene, voi siete tutto per me, ma è che siamo sempre solo noi, e la mia vita non può continuare così... Potrei cominciare ad andarmene per fratte con Chiara e conoscere i suoi amici tossici e strafarmi anch’io di SuperMarioBros dalla mattina alla sera, ma non sarebbe quello che voglio, io voglio qualcos’altro, io voglio Demian... Non ricordo nemmeno chi ero prima di conoscerlo... O meglio, non voglio ricordarlo.”.
Classico della mia psiche deviata. Al contrario della maggior parte della popolazione mondiale, io più tiro fuori ciò che mi fa star male e più mi sento peggio. Per me la regola dello sfogo non funziona- per questo il più delle volte me ne sto zitta.
Alessia ha ascoltato il mio monologo in rispettoso e apprensivo silenzio. Poi parla con voce sommessa, ricordandomi che anch’io in effetti dovrei abbassare la voce.
“Non so che dirti. Sarà difficile, ma se ti può consolare, lo sarà per tutte, non credere che per noi la questione delle ore morte e della routine sia poi tanto diversa, non ne sfuggo neanch’io che in teoria qualcosa di simile a un ragazzo dovrei avercelo. Così come non è poi tanto minore l’affetto che nutriamo per quella creatura eccezionale che da un mese dorme in casa nostra. Tutto quello che potremo fare è far sì che la sua mancanza ci unisca ancor di più e cercare di superarla insieme, e poi telefonargli, scrivergli, mettere da parte i soldi per andarlo a trovare, rompergli le palle insomma... Non mi viene in mente nient’altro, e sarà sempre meglio di niente”. La guardo scoraggiata, lei fa una pausa e poi aggiunge: “L’alternativa, Cami, è che tu ti decida a dirgli tutto e chissà, magari anche lui prova lo stesso e potrebbe così avere un motivo per restare”.
La guardo in bilico fra incredulità e speranza, cercando di proteggermi da un’illusione il cui crollo sarebbe devastante. “Dici che sarebbe possibile?” chiedo timidamente, temendo la risposta.
“Perché no? Che ne sappiamo, in fondo, di cosa prova lui? Per me è imperscrutabile quanto per te, non ti credere. Che ti voglia molto bene è evidente, più che a tutte noi, magari ha degli scrupoli o chissà che altro”.
“Anche lui mi vede come una bambina di cristallo, è questo il problema” mormoro tirando su con il naso.
“Non credo sia un disvalore, anzi potrebbe essere quel qualcosa in più, la cifra che lo farebbe innamorare”.
Allunga una mano nel buio e afferra il pacchetto di fazzoletti che tiene sul comodino. Me lo porge, ne sfilo uno e mi soffio rumorosamente il naso. “Che ore sono?” le chiedo.
Lei gira la sveglia, che tiene voltata verso la parete, e la legge nel buio. “Le sette meno un quarto. Dovremmo provare a dormire”.
“Sì” concordo alzandomi “Grazie dell’attenzione, piccola Sartori”.
“E di che? Grazie a te per la simpatica visita notturna... anzi, mattutina. Buonanotte, Camilla, o meglio buongiorno”.
“Ciao, Ale”.
Mentre abbasso la maniglia vengo colta da un raptus e provo l’irrefrenabile desiderio di ribadirle quanto le voglio bene- ma non dura che un attimo, poi il solito tarlo mi blocca in extremis. Prendo quindi la porta ed esco laconicamente.
Dolorose fitte mi attraversano la testa, e ho pure un gran senso di nausea. Probabilmente sono ancora mezza ubriaca, e la mancanza di sonno fa il resto.
Demian sembra dormire profondamente. Scongiurato il pericolo che abbia sentito qualcosa, dunque. Resto qualche minuto seduta sul mio letto a guardarlo nella penombra. Come farò senza di te, tesoro mio. Di nuovo le lacrime mi scorrono lungo le guance, fredde e silenziose come stalattiti di cristallo. A volte mi sembra di impazzire, e negli ultimi giorni queste crisi si sono fatte sempre più frequenti, direttamente proporzionali all’incalzare dell’Inesorabilità che, qualcosa mi dice, è quasi giunta al suo punto d’arrivo.
Basta, per stanotte basta sul serio. Mi avvicino all’uomo della mia vita e faccio per sfiorargli una guancia con le labbra, ma anche stavolta qualcosa, il solito muro invalicabile, mi trattiene inflessibilmente.
Mi raggomitolo quindi sotto le coperte con un profondo senso di frustrazione, mentre i Tarli sorridono beffardi del loro ennesimo trionfo.
(and you’ll ask yourself:)
WHERE IS MY MIND?
WHERE IS MY MIND?
WHERE IS MY MIND?
The Pixies...
Struscio mollemente la faccia sul cuscino. Le mie membra sono di piombo e per riuscire ad aprire gli occhi devo deciderlo con cinque minuti di anticipo. Li schiudo leggermente con uno sforzo sovrumano. Mi fa male la testa. Allungo una mano sotto la coperta per cercare di capire se Karin sia ancora qui. Urto qualcosa di morbido e ingombrante: c’è. Giro la testa a fatica e guardo l’orologio sopra al comodino, ma le lancette sono semplici linee che la mia mente addormentata non riesce a decifrare. Scuoto la testa e mi concentro: le dodici e venti, mezzogiorno e venti. Allungo lo sguardo ancor di più, fino a raggiungere il letto di Demian: dovrebbe esserci anche lui, vedo un’ombra scura e immobile sopra il piano del materasso. Mezzogiorno e venti, Karin che dorme, Demian che dorme, le mie gambe pesanti che si beano del fresco contatto col cotone: buonanotte. Ricrollo sul cuscino con un tonfo sordo che accoglie immediatamente il mio torpore interrotto.
Quando riapro gli occhi, stavolta spontaneamente, le lancette che ora leggo senza fatica segnano le due meno dieci. Cristo! Mi alzo di scatto sul letto e scopro che né Demian né Karin sono più ai loro posti. E io non ho sentito niente! La penombra è tenue e non mi traumatizza, scivolo in calzini fuori dalla stanza senza alzare la serranda. Come prima cosa passo in sala e scorgo la piccola figura di Chiara raggomitolata nel divano-letto. Mi avvicino in punta di piedi. Dorme a bocca aperta, ha il respiro pesante, quasi affannato, ma regolare. Le sue corte ciocche di capelli azzurrini sono adagiate sul cuscino ed evocano una specie di riposo sacro. Esco dal salotto e mi dirigo verso il bagno. Dalla cucina mi arrivano le voci di Demian e Alessia che parlano di qualcosa che lì per lì non afferro. “...Bisogna pure considerare la figura di Anna Magnani nell’ambito delle parti che le furono assegnate...” Sbuffo in silenzio. Come gli va a tutti quanti di cimentarsi in discorsi sul cinema neorealista italiano a quest’ora del ‘mattino’ e del day after, mi domando. Ale poi, non era moribonda quanto me solo poche ore fa?... Sarà poi riuscita a dormire un po’? Entro in bagno assorbendo con la spugna dei miei calzini tutta la zozzeria sparsa sul pavimento.
Umore pessimo umore pessimo umore pessimo, registro mentalmente mentre davanti allo specchio mi lavo i denti e mi controllo le occhiaie. È un incipit di gonfia e stonata apatia, molto simile a quella delle giornate grigie e monocordi di quando Demian non era ancora qui, che potrebbe sfociare in una depressione pesante e rovinosa, e non so cosa potrei fare per evitarla, non riesco a immaginare qualcosa che possa scuotermi da questo stato abulico, forse nemmeno Demian (!). Chissà da cosa mi deriva, poi? Forse dalla noia e lo scazzo della domenica, anche se oggi domenica non è anzi è venerdì, ma è egualmente un giorno post-spacco, sì, forse è per questo, la consapevolezza del giorno dopo che ti sei sfondato in lungo e in largo e hai fatto casino e sai che almeno per oggi dovrai star tranquillo, non toccare un goccio d’alcol nemmeno di Bud, fumare la metà delle sigarette che ti fumi di solito e mangiare cose leggere magari in bianco, stare a riposo insomma come un convalescente, visto che ti senti il fegato gonfio e lo stomaco provato e la gola a pezzi e un sottile mal di testa, un senso di affaticamento e un sapore di merda in bocca che tenti di mandar via lavandoti i denti con più cura del solito davanti a uno specchio livido come il tuo umore. Ma sarà davvero solo questo?... In fondo c’è Demian e possiamo starcene tutto il giorno tranquilli, ché per oggi abbiamo fatto il santo proposito di non provare nemmeno a studiare che tanto non ci saremmo riuscite e avremmo solo accumulato ulteriore frustrazione, a bere tè e ciondolarci per casa chiacchierando tra noi, sperando che nessuno abbia più voglia di rievocare il pittoresco finale della serata di ieri.
Mentre ripongo il mio spazzolino nella tazza stracolma di tutti i colori i formati e le marche, molti dei quali d’ignoti proprietari, sento suonare il citofono. La voce che risponde è quella di Demian, la stessa che poco dopo annuncia agli altri: “Giulia. Sta salendo”.
Mi asciugo il viso nell’asciugamano di Ale, mi lego i capelli e vado in cucina. Non vedo Karin.
“Ciao Cami” mi fa Ale incollata alla sua solita sedia “Notizie di Chiara?”
“Dorme, sembra tranquilla. Lasciamola smaltire” rispondo mentre Giulia, vestita di tutto punto e persino truccata, fa il suo ingresso dalla porta di casa.
“Ciao” saluta collettivamente “Non ce la facevo a stare a casa a fare un cazzo dopo avervi lasciati qui stanotte nella paranoia più totale. Ho fatto presenza a pranzo, in totale catalessi, dopodiché ho pensato che tanto valeva che venissi a fare un cazzo qui, mi sono vestita e sono uscita. Come va?”
“Bene grazie, compresa Chiara che dorme il Sonno della Fattona, mentre Camilla, come puoi vedere, è appena comparsa, con due occhiaie fino alle mutande. Karin invece è emigrata poco fa in quel di Ladispoli, dove si tratterà per un paio di giorni” fa Ale, mostrando d’aver recuperato il suo cinico humour e l’immagine che, a suo recente dire, non la rispecchia e non vuole trasmettere.
“Ladispoli? Ma poco fa dormiva...” faccio io.
“Sì, ma poi ha ricevuto la telefonata di uno dei suoi fantomatici amici universitari che andava a raggiungere, in ritardo di un giorno, gli altri loro amici che erano andati a casa di qualcuno per il Ponte, e le ha chiesto se voleva andare con lui. Lei non era al top dell’umore e presumo che non le andasse molto di rimanere qua con noi piagnoni. Ha messo due cose nello zaino, si è vestita e poco dopo il tizio è passato a prenderla. Vi saluta” spiega. Poi, rivolta a Giulia, continua: “Bentornata nel refugium nullafacentorum: noi oggi abbiamo deciso a priori di non studiare, che poi non è molto differente da quello che facciamo di solito. Per cui, se hai con te testi universitari o qualcosa del genere, ti invito a disfartene subito” dice indicando la finestra, oltretutto aperta.
“Figurati, non ci penso nemmeno. Sono qui apposta per non farlo” risponde cupamente. Bene, Giulia sta di giorno in giorno diventando più simile a noi, conferma che le cattive abitudini si trasmettono più facilmente di quelle buone, e forse vale anche per gli stati d’animo, perché anche lei non mi sembra del suo umore migliore, e questo invece di consolarmi mi deprime ulteriormente. Ale e Demian sono invece come sempre identici a se stessi, persino Ale che alle sei di stamattina era tutt’altro che allegra, e torno a chiedermi se sia poi riuscita ad addormentarsi.
Arriva Chiara leggermente barcollante, con gli occhi a fessura e l’espressione stordita. Indossa ancora la felpa di Demian che le ho infilato io, ma nel corso della nottata dev’essersi tolta i jeans, poiché sta in mutandine- bianche, che s’intravedono sotto la felpa dello stesso colore e scoprono due gambe magre e ben fatte che però non incontrano un rasoio o una crema depilatoria sicuramente da un’altra vita. Chiara svestita non la vediamo mai, penso trattenendo un sorriso. A volte ci dimentichiamo persino che è una donna, sotto i suoi larghi panni e le sue corte acconciature da punk. Si appoggia allo stipite della porta aspettando e temendo un’apprensione che invece noi, conoscendola, evitiamo accuratamente.
“Ciao, piccola debosciata” le fa infatti Ale con una smorfia noncurante “Oggi è il tuo giorno fortunato: c’è pronto sia tè che caffè, e pure un paio di cornetti dell’anno scorso che Demian è sceso a comprare. Scommetto che l’hai fatto apposta ad alzarti così tardi per trovare tutto pronto. Prenditi quello che vuoi, che se aspetti che te lo prepariamo noi fai prima a tornare a dormire”.
Chiaretta sorride e guarda i pentolini. Non ha ancora detto una parola. Io mi alzo e vado ai fornelli per scaldare qualcosa.
“Cami, lascia” mi blocca lei subito “Non mi sono mai fatta fare la colazione da nessuno e non intendo cominciare ora”. Mi passa accanto col suo passo agile.
“Ma falla finita, cretina” le rispondo con aria di sufficienza “Mica lo faccio per te! Devo fare colazione anch’io”.
“Qui si stanno commettendo reati contro la pubblica decenza” continua Ale trattenendo a stento una risata “Chiara, ti sembra questo il modo di comparire in pubblico? Chi di noi si è mai presentata allo sguardo di un fanciullo in abbigliamento così discinto?”
“Tutte” rispondo io stringatamente. Gran risata generale alla mia arguta e veritiera uscita.
Ma neanch’io ho intenzione di lasciar in pace Chiara dopo quello che ci ha fatto passare stanotte. “Tesoro” le faccio notare mentre tenta di accendere il gas scottandosi più volte con l’accendino mezzo scarico “Hai mezzo chilometro di ricrescita color cacarella in testa. Che dici, ce la rifacciamo la tinta color indaco o aspettiamo che qualche punkettona borchiata te la riporti da Amburgo, o da Edimburgo o da Brandeburgo visto che qui non si trovano quelle efficaci?” recito, scimmiottando una sua tipica frase. Sottofondo di risate e commenti.
“Color sindaco” fa Giulia “Chiara ha una tinta color Rutelli in testa!”
“Chiara ha Rutelli in testa” corregge Ale.
“Chiara, potresti farti la tinta anche sui peli delle gambe, già che ci sei. Diventeresti una perfetta Puffetta” continuo io.
“Avete finito?” replica la diretta interessata, fingendo che le nostre battute non la scalfiscano minimamente. Guardo Demian che si sta spanciando dalle risate. Cazzo, un po’ d’allegria ci voleva, abbiamo passato le ultime dodici ore a piangerci addosso.
Io e Chiara mangiamo i due cornetti rimasti, dopo un maldestro tentativo di scaldarli sul fornello così, direttamente sul fuoco, col risultato di bruciacchiarli e di scatenare una nuova ondata di risate generali. Chiara beve un caffè nero senza zucchero, io perlomeno mezzo litro di tè al latte.
Poi ci ritroviamo per una volta in camera di Karin invece che in cucina, spalmati sui letti disfatti nelle posizioni più assurde e più scomode che si possano immaginare, con l’ultimo degli Skunk Anansie a basso volume, giusto per sottofondo. Giulia e Demian masticano chewing-gum, che a quanto ne so qua dentro non s’è mai visto, mentre noialtre ci stiracchiamo sui materassi e a tratti proviamo a imitare gli acuti di Skin con risultati penosi che suscitano risatine e pigre prese per il culo. Chiara s’è rimessa i jeans ed io ho quasi nostalgia delle sue gambette magre e pelose.
“Pensate che buffo” fa Demian a un certo punto attorcigliandosi una ciocca di capelli “È un mese che son qui e abbiam parlato di tutto e siamo diventati amicissimi, eppure non abbiamo mai toccato l’argomento che va per la maggiore nei talk-show e tra amici in genere, uno dei primi che di solito viene trattato...”
“Sarebbe?” faccio io, che pure ho il sentore d’aver già capito.
“Sarebbe... la prima volta!” dichiara lui sorridendo del suo sorriso apparentemente innocente ma in realtà malizioso, e Giulia ridacchia sotto i baffi che non ha.
Attimo di silenzio.
“È vero, ed è strano” fa Ale pensierosa “Però, mica tanto. Il fatto è che noi ci conosciamo più o meno da sempre, sei tu che ci conosci da poco e in quanto ragazzo non ti andava magari di essere indelicato... Però, noi l’avremmo potuto chiedere a te!” Ridacchiamo tutti, soprattutto Demian che, si vede, inizia a divertirsi un mondo. Alla faccia del santarellino, penso osservandolo. “In effetti, non ne abbiamo mai parlato nemmeno tra di noi” continua Ale “Ma è perché noi le sappiamo le nostre storie, abbiamo assistito in tempo reale quasi ad ognuna di esse, per cui non abbiamo motivo né voglia di rivangarle...”
Questa è una curiosità che ho ovviamente sempre avuto nei confronti di Demian, e avrei spesso voluto chiederglielo, ma non è mai capitato di entrare in argomento. Ora sono finalmente legittimata a informarmi, avendo tirato lui fuori la questione, da un lato non mi sembra vero anche se ho un latente e insensato timore, gelosia retrospettiva, invidia o che altro? “Appunto, quindi, visto che noi le nostre prime volte le conosciamo già, comincia tu!” gli dico nel dubbio.
Demian non si fa pregare, è lui che ha provocato la discussione e forse è un bene, penso a un tratto, un argomento leggero e divertente nel ricordo è l’unica cosa che può scuotermi dalla pericolosa abulia che sto provando da quando mi sono svegliata, e dalla pesantezza che mi sembra continui ad aleggiare tutt’intorno.
“Diciassette anni... Rimini, prima vacanza con gli amici... Ragazza timida e inesperta come me che era in vacanza coi genitori ed era un dolce miraggio che brillava di luce propria in mezzo alla folla di cubiste trasgressive e irraggiungibili che passavano sul lungomare col culo di fuori prima di recarsi nelle mega discoteche”.
Cristo, poesia pura. Non credo se la sia preparata, e la cosa mi estasia e mi fa innamorare ancor di più. Non sono stupita del fatto che abbia preferito una ragazza timida e inesperta a una strafica siliconata ed esibizionista, pur potendo lui aspirare anche ad una del genere, immagino, anche a diciassette anni. È che l’ha detto... bene, in una sola frase ha riassunto tutta la storia al punto che non saprei cos’altro chiedergli, ed anche la magia di quell’incontro e di quello che deve avergli suscitato sotto pelle.
“Quindi è stata la prima per...” dice Giulia, e lui la interrompe: “La prima volta per entrambi, sì. Tutte le donne a cui lo racconto notano questa cosa. Un mezzo disastro! Qualcuna di voi ha vissuto la prima volta con qualcuno per il quale era pure la prima?”
Chiara e Giulia si fanno pensierose, ma io salto su dicendo “Alt! Non hai ancora finito. Quanti anni aveva lei? E dove l’avete fatto?”
“Lei sedici, ed era di Reggio Emilia. Eravamo sulla spiaggia, che domande, una sera che lei aveva detto ai genitori che andava a una festa organizzata in un disco pub!...”
“E ce l’hanno lasciata andare?”
“Sì, perché aveva detto che ci andava con me, loro mi avevano conosciuto ed io all’epoca avevo anche i capelli corti, figuratevi!...”
Sì, me lo figuro. Già fa un ottimo effetto a tutte le mamme del pianeta ora, che è capellone e orecchinato e porta i jeans sdruciti e gli anfibi slacciati, figuriamoci da pischello col capello corto e l’aria timida e per bene...
“...Inutile dire che al disco pub non ci siamo andati per niente. Io ho preso una birra al bar, una Ceres, e ne ho offerta una anche a lei. Siamo andati direttamente sulla spiaggia e ci siamo messi a parlare fitto fitto per minimo un’ora. Io fumavo perché ero nervoso, avevo cominciato da poco, ma quella sera mi son fatto fuori mezzo pacchetto. C’eravamo già baciati la sera prima quando l’avevo riaccompagnata all’albergo. Stavamo in una spiaggia libera e poco distante c’erano alcuni falò e ci arrivavano gli schiamazzi e noi stavam lì, protetti dal buio e tutti emozionati... Lei era timida ma temeraria, scherzava e beveva senza problemi, ha pure provato a fumare e per orgoglio non ha tossito nonostante fosse la prima sigaretta della sua vita, era deliziosa!... Le piacevano i Depeche Mode che aveva appena scoperto, sapete, l’anno di Enjoy the Silence. Stava in fissa per quella canzone, come tutti del resto, ed io a un certo punto ho provato a cantargliela...”
Siamo tutte assolutamente rapite da quest’irreale racconto che richiama notti estive, umidità marittima e fuochi che squarciano il buio, da questo delicatissimo spaccato di vita che sembra un fotoromanzo per adolescenti e invece è vero, è un momento vissuto e a viverlo è stato proprio Demian, creatura di pari delicatezza e dolcezza, per cui la cosa non mi stupisce più di tanto. Mi infastidisce, questo sì, un insensato eppur umano sentimento di gelosia mi pervade: vorrei essere stata io la prima... Ma vista la differenza anagrafica sarebbe stato difficile, e comunque non sono sicura che baratterei la mia prima volta con Federico, peraltro simile alla sua a parte lo scenario di mare notturno e falò estivi, con una eventuale con Demian. È così che va, c’è un tempo e un luogo per ognuno, per la storia di ognuno, e le storie mie e di Demian si sono incrociate ora che il pudore – e la goffaggine! – verginale ha da tempo abbandonato i nostri occhi, pur lasciando varie tracce d’innocenza che ci accomunano in una singolare comunanza emotiva. Allungo un braccio e raccolgo da terra il pacchetto di Diana, ne estraggo una e me l’accendo sollevando il mento dal letto.
“Uno dei miei amici, per fare il cretino, quando aveva saputo che uscivo con Viola – pensate che bel nome, spettacolare – mi aveva regalato un preservativo, e io m’ero incazzato strillando menate tipo Non esco con lei per quello! Non capite un cazzo dell’amore! eccetera... E invece alla fine... l’ho usato!! Non vi dico la vergogna nello spiegare a lei che ce l’avevo ‘per caso’ e nel dover dire il giorno dopo a Fabrizio che non l’avevo più!” conclude, e scoppia a ridere.
Anche noi ridacchiamo, ma sono risate deboli e incerte. È chiaro che ognuna è presa dai propri pensieri e sta rimuginando perplessa, tra dubbi paragoni e qualche invidia, sul suo delizioso racconto. Segue infatti silenzio, un silenzio spesso come le mie riflessioni.
“Be’, non fate quelle facce” esclama Demian stupito girando la testa di qua e di là “Che ho detto? Sì lo so, è un po’ da romanzo d’appendice, ma è tutto vero! E ora tocca a voi. Chi comincia?”
Ci riscuotiamo e sorridiamo imbarazzate, evitando la banale e becera domanda sul com’è stato. Forse anche perché abbiamo paura di saperlo, penso con una punta di meschino realismo.
“Chiara” propongo io “È forse l’unica che ha qualcosa d’interessante da raccontare”.
Demian la guarda curioso. Chiara ha il viso sbattuto e il suo sorriso è molto più stanco di quello a cui siamo abituate, tuttavia si sforza di nasconderlo.
“A loro piace tanto rivangare questa storia perché sembrerebbe il primo gradino della mia vita maledetta” premette sorridendo “Ma in realtà è molto più semplice di quello che sembra. A quattordici anni, tra le medie e le superiori, nell’anno in cui mi sono rotta il culo a lavorare perché Lydia stava in esaurimento, facevo la baby-sitter di mattina e la barista saltuaria di pomeriggio, e la sera frequentavo una comitiva di bucatini di San Lorenzo la cui età media era circa vent’anni. Io ero proprio una pischella, ma mi dicevano sveglia e mi venivano tutti dietro! Stavo con uno di questi, tale Ivano Pianella, molto fico, alto e riccioluto, con un bellissimo orecchino a forma di fulmine. Lui non è che si bucava proprio, ancora sniffava e cose così. Una sera nel garage di un suo amico l’abbiamo fatto... Io ero tanto curiosa anche se non mi sentivo esattamente pronta… E infatti è stato bruttissimo, a casa ho pianto tutta la notte senza poterne parlare a Lydia che stava già male per cazzi suoi... L’idea di venire penetrata da un uomo che s’era appropriato di una mia parte intima che nessuno mi avrebbe più potuto ridare... Realizzai di colpo che era così che ero stata concepita io, con l’intromissione nel corpo di Lydia sedicenne di un uomo, un bastardo che poi se l’era pure squagliata prima della mia nascita. Vidi in me il ripetersi della vicenda di mia madre ed ebbi paura d’essere rimasta incinta... Non lo ero, ma smollai immediatamente il tipo per non dover rifarlo. Mi venne un’idiosincrasia verso la sessualità maschile, verso quel membro arrogante che mi aveva compromessa troppo presto, il prezzo dell’innocenza che io come Lydia avevo pagato troppo presto... Penso sia per questo che poi ho preferito le donne. La seconda volta infatti è stata con Cristina ed è stato molto bello, molto dolce... Ma questo è un altro discorso, che voi non potete capire e quindi non mi dilungo oltre”. Si accende una sigaretta. “Come vedete non c’è molto di maledetto nella mia prima volta, se non forse l’effetto che ha avuto su di me. Ah, per la cronaca: Ivano Pianella è morto l’anno scorso, non so esattamente di cosa. Non sono riuscita a starci male e mi sento una merda per questo”.
Tace, lasciandoci silenti e pensosi ad assorbire il peso della sua confessione, che noi ragazze conoscevamo già ma che ci fa sempre la stessa impressione. Si sente solo il rumore dei nostri muscoli orali che aspirano, con più foga del solito, il tabacco dalle Diana. Io e Ale ci scambiamo un’occhiata bassa e rapida e ricordiamo tacitamente quando un anno fa Chiara piombò a casa sconvolta, dicendo che Ivano Pianella era morto e che lei non sentiva niente, dopodiché scomparve per una settimana e non sapevamo più dove cercarla; tuttora non sappiamo dove sia stata e cosa abbia fatto in quei giorni per noi interminabili. Occorrono almeno un paio di minuti perché riusciamo a scuoterci e a tornare nell’umore frivolo e leggero che avevamo immaginato affrontando l’argomento della prima volta.
Demian è il primo a tornare in sé. “La tua esperienza è importante e interessante” dice “Davvero, molto. Mi dispiace. E non indica affatto la tua vita maledetta, bensì qualcosa di più serio, riguardo l’importanza del sesso nella vita e nella propria esperienza personale, su cui tutti dovremmo soffermarci un po’ più spesso”.
Tutte approviamo in silenzio, nicchiando e guardandoci le sigarette in punta di dita. Se fossimo parioline ci guarderemmo le unghie, penso, mentre Chiara ha aggiunto una ruga alla difficile nottata e Giulia ha le lacrime agli occhi, è diventata ipersensibile dopo quello che le è successo. Forse un po’ tutti lo siamo diventati, Ale compresa.
“Okay” ci scuote Demian sorridendo “Ora?... Di chi è il turno? Non pensate d’averla sfangata in questo modo” prosegue cercando di sdrammatizzare.
Siamo tutte un po’ refrattarie a esporci dopo una testimonianza così pesante.
Decido di togliermi subito il pensiero: “Io, invece, non ho nulla da raccontare di profondo come il racconto di Chiara o di romantico come il tuo” comincio sulla difensiva “Avevo sedici anni, stavo con Federico da un po’ di tempo, e l’ho fatto, fine”.
“E com’è stato?” indaga Demian senza remore.
Esito. “Abbastanza bello da lasciarmi un ricordo piacevole, mi pare” rispondo “Non tanto nel senso prettamente fisico quanto in senso complessivo. Era il mio ragazzo, ero innamorata e sono stata felice che fosse successo con lui. Per lui non era la prima volta”. Tralascio il resto, cioè che dopo esserci lasciati non l’ho mai fatto con nessun altro e che adesso, a distanza di anni non ricordo quasi più cosa si provi, cosa significhi fare l’amore.
“Idem per me” dichiara Giulia cogliendo l’occasione “Stavo insieme a un tipo che aveva dieci anni più di me, come loro sanno, ovviamente lui pressava un po’, ma anche a me andava. Io ero perlomeno la sua ventesima donna e lui il mio primo uomo, ma anche per me è stato abbastanza bello da ricordarlo con piacere, anche se è successo in macchina. Avevo diciott’anni”.
Si direbbe che siamo state sverginate in circostanze analoghe, io e Giulia, penso sorridendo e guardandola con una strana complicità che lei ricambia.
“Okay, rifiatiamo” propone Demian constatando l’impressione che ci ha lasciato il racconto di Chiara e la malinconia che ci provocano i ricordi in generale. Mi sembra che questo ‘sondaggio’ ci stia ulteriormente intristendo, invece di tirarci su.
Demian sembra leggermi nel pensiero. “Peccato che non c’è Cesare, ci avrebbe tirati su con qualche simpatico aneddoto dei suoi. Sarei pronto a sentirlo giurare che la prima volta l’ha fatto a undici anni con la baby-sitter!”
“O a tredici con quella che si scopava anche il fratello” osserva Giulia con un certo insospettato acume, e tutti scoppiamo a ridere. Okay, leggerezza recuperata, tranne per Chiara che aggiunge, ai segni della nottata e della dura reminiscenza, la sua ostinata e incrollabile idiosincrasia verso Cesare.
“Le vostre ipotesi non sono poi così lontane dalla realtà” dichiara Ale. “Io so, ma ovviamente taccio... Anche se non meriterebbe un tale riguardo, e forse non lo vorrebbe neanche!”
Ridiamo e non indaghiamo oltre, siamo curiosi ma comprendiamo la posizione di Ale, anche se è probabile che a Cesare non gliene fregherebbe niente e sarebbe anzi contento se lei sbandierasse la sua gloriosa prima volta ai quattro venti. Ad ogni modo, penso, ci sarà sicuramente occasione di informarci dal diretto interessato.
“E non c’è neanche Karin” aggiunge Demian tirandosi fuori dalla bocca il chewing-gum plurimasticato “Peccato, ho scelto proprio un giorno infelice, ma del resto non siamo quasi mai tutti… Be’, Ale, sei rimasta solo tu”.
“Così sembra. Peccato che io non abbia alcuna intenzione di raccontare la mia esperienza” dichiara tranquillamente, con un sorrisetto ironico che le deriva certo dalla previsione della nostra reazione.
“Perché no?” le chiede Demian sinceramente stupito.
“Perché no” risponde lei come fanno i bambini.
Io e Chiara non siamo poi così sorprese. Avevamo già notato, nel corso degli anni, lo strano riserbo che Ale manteneva ogni volta che si toccava l’argomento sesso. Infatti ci scambiamo un’occhiata eloquente mentre Demian si guarda intorno alla ricerca di un posto in cui deporre il suo chewing-gum, e non trovandolo se lo rimette infine in bocca.
Sì, lo so, è assurdo, io stessa stenterei a crederci se non conoscessi i silenzi ambigui e lo sguardo nero con i quali Ale difende la sua riservatezza, ma è la verità: non mi ha mai parlato della sua prima volta, suscitando in me le ipotesi più strampalate e facendomi a tratti persino ipotizzare che per lei non ci sia ancora stata una prima volta, che sia ancora vergine, ipotesi del resto altamente improbabile, viste le storie e storielle avute prima di Cesare e alcune maliziose allusioni fatte su di lui.
“Eh no Ale, così non vale!... Che gioco è questo? L’abbiamo detto tutti, devi dirlo anche tu!” si ribella Giulia, mentre io, pur non capendo e non condividendo le bizzarre omissioni di Ale, non oso oppormi e protestare davanti a tutti. Del resto, non avrebbe alcun risultato se non quello di generare altro disagio, e la realtà mi viene risbattuta in faccia per l’ennesima volta, alla faccia dei più miti consigli e delle buone debolezze di stanotte: Alessia è una persona unilaterale, e se ha deciso di tacere, tacerà anche stavolta.
Infatti è tutto perfettamente inutile. Dopo alcune frasi del tipo “non c’è niente di cui vergognarsi”, “qualunque sia la tua esperienza a noi puoi dirla”, corredate da eloquenti sguardi all’indirizzo di Chiara, ci rassegniamo e lasciamo l’ennesimo interrogativo sospeso sugli incomprensibili enigmi di Ale.
Ma Giulia è seriamente contrariata. È evidente che neanche lei è al corrente della prima volta di Ale e che è uno scacco che non manda giù, soprattutto in un’occasione come questa in cui lei si è esposta e ha raccontato la propria esperienza- magari pensa che io e Chiara ne siamo a conoscenza e la vive come una sorta di combutta, di segreto concorde dal quale solo lei è esclusa. “Hai pure interrotto la conversazione” le dice alzandosi.
“Tanto dopo di me sarebbe finita comunque” replica Ale per nulla turbata.
“Con te non si può giocare, rovini sempre tutto, ogni volta te ne esci con qualche fissazione strana. E sei l’unica che fa così, e dobbiamo sempre darti tutti retta!” continua Giulia risentita “Non ci reputi degni di conoscere i fatti tuoi? Invèntati allora qualcosa da dire in situazioni come questa, e tanto nessuna saprà mai che è una cazzata!”
“Lo preferiresti?” ribatte Ale gelida. Giulia non risponde e lascia la stanza.
Nessuno osa fiatare.
“Giulia” fa dopo qualche secondo Demian, alzandosi a sua volta e raggiungendola di là “Perché te la prendi tanto? Chiara e Camilla mica si sono offese! Avrà i suoi motivi, dai” lo sentiamo dire.
Ale non sorride più, io mi accendo un’altra sigaretta. Continua ad essere una giornata fottuta, penso affondando la testa nel materasso.
Il resto del pomeriggio lo passiamo, per restare in tema, a guardare Io ballo da sola in videocassetta. È bellissimo, dolce ed evocativo, comunica già solo attraverso lo sguardo dilagante della splendida Liv Tyler e i suggestivi paesaggi toscani che Bertolucci ha elevato a veri protagonisti del film. È un film che comunica tramite immagini, e trovo che i silenzi siano il vero nervo del copione, più di tutte le battute, del resto stringate e poco esplicative. Un po’ come Ale, mi sorprendo a pensare voltandomi verso il suo silenzio e il suo sguardo, rapito e concentrato.
Lo guardiamo incantati, chi per la prima chi per la seconda volta, con un sentimento comune – il ricordo della prima volta e delle ansie ad essa connesse – e con altri differenti tra noi: Giulia che cova ancora il suo risentimento e si produce di tanto in tanto in feroci battute all’indirizzo di Ale, la quale dal canto suo rimane impassibile, io che fantastico su un’eventuale, anacronistica prima volta con Demian giungendo poi alla stucchevole conclusione che ogni volta, con lui, sarebbe come la prima.
Verso l’ora di cena ci intrippiamo ad ascoltare Love Will Tear Us Apart e Decades dei Joy Division, degna conclusione di un pomeriggio poetico e alienato, ed io ripenso al film e alla faccenda dell’ostinato silenzio di Ale. E se davvero lei non l’avesse mai fatto?... Sarebbe possibile? E allora Cesare, che a occhio e croce sembra un sessuomane sfrenato? E se anche così fosse, sebbene la cosa mi sembri poco verosimile, perché non dirlo? Almeno a me, se non vuole renderlo di dominio pubblico? Karin lo saprà? Ale è una continua sorpresa persino per me, penso preda di un vago senso d’inquietudine. Forse ha dei problemi col sesso di cui preferisce non parlare... Ma allora perché non dirmelo, senza scendere nei dettagli? Mi sembra un puntiglio. È come strappare le pagine di un libro senza averlo mai letto, penso. Come mettersi con un ragazzo scozzese per ripicca.
Poi tutto accade abbastanza in fretta.
Verso le dieci di sera siamo silenti, sotto la luce calda della cucina col fresco notturno che entra dalla finestra aperta, Ale lava i piatti della pasta scondita con cui abbiamo cenato e io le gironzolo attorno senza decidermi a tornare a casa mia, nonostante dopo due giorni sarebbe quasi ora. Giulia è andata via da poco. Demian entra senza fiatare, si prepara una tazza di tè e siede al suo consueto posto del tavolino, quello vicino alla porta. Ale non si volta nemmeno.
Segue altro silenzio, rotto solo dal tintinnio del cucchiaino col quale Demian mescola lo zucchero e giocherella poi nervosamente sbattendolo sull’orlo della tazza.
“Ieri era un mese che son qui” dichiara come se stesse celebrando una ricorrenza ineluttabile.
Lo sappiamo bene: ne abbiamo parlato ieri al Forte, e l’abbiamo ricordato tutti insieme nelle ultime ventiquattr’ore, tra un casino e l’altro. Perché ribadirlo adesso? Sento una strana apprensione salirmi dallo stomaco e mi guardo intorno cercando di localizzare il pacchetto di sigarette più vicino.
“Ed è un mese e mezzo che manco da casa. Mi sono perso beatamente in questa nuova dimensione, in una nuova città...”
Ale smette di armeggiare e rimane con un piatto in mano a mezz’aria. Io mi scaglio verso un pacchetto di Camel abbandonato sulla credenza, scoprendo con disappunto che è vuoto.
“Ma vabbè, sto divagando. Queste cose già le sapete” continua Demian ignorando volutamente il mio nervosismo. Beve un sorso di tè, tira fuori una sigaretta e se l’accende. Ne dà una anche a me vedendomi impalata col pacchetto vuoto in mano. Ale non ha ancora posato il piatto, mi sembra di indovinare la tensione dei suoi muscoli tesi.
“Devo tornare a casa” conclude Demian bruscamente, come se volesse dirlo il più in fretta possibile “Devo rivedere i miei amici, i miei genitori, la Laura. Ho pure abbandonato il gruppo a se stesso. È ora che torni. Conto di partire all’inizio della settimana, ora un po’ di soldi ce li ho. Devo cambiare a Milano... Domani è sabato e vado a sentire per il biglietto”.
Non c’è un fiato, Ale ha posato il piatto senza che me ne accorgessi ed io non ho acceso la sigaretta, eppure giurerei di aver sentito stoviglie in frantumi e una deflagrazione tonale in tutta la casa.
“Hai deciso di diventare un’alcolizzata?” chiede una voce potente alle mie spalle. Mi giro e vedo Cesare, comparso all’improvviso dal nulla.
Era ora che qualcuno mi facesse questa domanda. Demian ci ha rinunciato da tempo, e le ragazze è un po’ che non mi dicono più nulla, intimorite dalle mie recenti sfuriate che devono avergli fatto capire che in questo periodo è meglio lasciarmi perdere. A dire il vero, negli ultimi giorni le ragazze mi trattano con una sorta di timore reverenziale, come fossi una malata ormai giunta all’ultimo stadio che merita tutta la comprensione del mondo e non può essere infastidita con rimproveri inutili, viste le circostanze in cui si trova. Quali siano queste circostanze è fin troppo noto a tutte, e non so se seccarmi o meno per questo loro innaturale e timoroso rispetto. A volte mi verrebbe voglia di mettermi a urlare, tanto mi dà ai nervi, e di dirgli che possono pure comportarsi normalmente invece di trattarmi come una malata terminale. Ma del resto, che voglio fare? Strepito se mi dicono qualcosa, e strepito pure se non mi dicono niente perché non mi dicono niente? Cristo santo, sono diventata proprio intrattabile- le ragazze hanno proprio ragione.
“Ciao” dico quasi senza girarmi “Non ti avevo sentito entrare”.
“Ho incontrato giù Ale che mi ha dato le chiavi. Mi ha detto che eri qui” fa lui sedendosi accanto a me.
“Sì, sto aspettando Karin che arriverà a momenti e non ha le chiavi. Doveva tornare ieri sera, ma poi ha deciso di fermarsi anche la notte. Ale è andata a fare la spesa”.
“Lo so, me l’ha detto. Senti un po’, lo sai che ore sono?”
Mi volto verso l’orologio appeso al muro, ma è fermo sulle sei e venti. Mi dimentico sempre che non l’abbiamo più fatto riparare dopo che Chiara l’ha fatto cadere, e continuo d’istinto a guardarlo.
“Boh, sarà mezzogiorno” rispondo vagamente.
“Nemmeno. Sono le undici e quaranta. Ti pare questa l’ora per cominciare con la vodka?” chiede, indicando la bottiglia che ho davanti.
“Un’ora vale l’altra” rispondo alzando le spalle.
“Dove l’hai presa, poi?”
“Alla PAM” rispondo, alludendo alla catena di supermarket che ha una sede qui sulla Tiburtina.
“Cioè, mi stai dicendo che ci sei uscita di casa apposta, per comprarla?”
“Oh, al diavolo, Cesare! Proprio tu mi fai la morale? E che te ne frega poi?”
“Mi frega, eccome. Camilla, ti va di parlare?” mi chiede fissandomi.
Ah be’, questa poi. Il grande Cesare Lalli, cantante e front-man dei No Exit, qui seduto al tavolo con la piccola Camilla Crociani a chiederle se le va di parlare! Se me l’avessero detto due mesi fa, difficilmente ci avrei creduto.
“No” rispondo agitata, e mi attacco alla bottiglia. Sono ben consapevole del fatto che tutti sanno tutto, e non posso fare a meno di domandarmi cosa esattamente sappia Cesare, in quanto uomo di Ale, in quanto amico di Demian. Penso sia la persona con cui in questo momento mi spaventerebbe di più rapportarmi. Proprio perché so che sa, e non voglio sapere fin dove sa.
Mi prende la bottiglia e dice: “Camilla, tu mi sei sempre stata molto simpatica”.
“Anche tu”.
“Sono contento, perché all’inizio sembrava che non mi potessi vedere”.
Mi va di traverso la vodka. Mi pare di aver già detto che all’inizio ero così messa in soggezione dalla sua presenza, che a stento riuscivo a dirgli due parole. Se sapesse. Ed ora è qui a preoccuparsi per me e a dirmi che gli sono sempre stata molto simpatica – ma del resto, passato il mio imbarazzo, la simpatia è sempre stata reciproca.
“Era solo perché non ti conoscevo. Ascolta, Cesare, a me sembra tutto così assurdo. Tutti questi buoni sentimenti, dico. Mi sembra di essere finita nel Libro Cuore, o in un film di Walt Disney. Voglio dire, tutte queste storie alla Make Love Not War. Ma come cazzo è possibile?! Viviamo in un mondo dove la gente si accoltella per strada, dove gli unici libri che hanno successo sono i romanzi pulp. E in mezzo a questa gabbia di matti ci siamo noi. Vedi, se io decidessi di scrivere una storia su quello che sta succedendo non ci crederebbe nessuno, sarebbe davvero poco verosimile, e in ogni caso non venderebbe per niente. Ma il fatto è che noi non siamo un libro, siamo tutte persone reali e incasinate eppure ecco che tu ti preoccupi per me, Ale pure, Demian è la persona più buona dell’universo e inoltre tu, che sembravi un emerito stronzo, ti sei rivelato una persona stupenda. Non ci credo, non è logico, è poco credibile” insiste.
Cesare sorride, evidentemente compiaciuto del complimento finale, o forse del riuscire a sembrare uno stronzo come il suo personaggio richiede.
“Be’, Cami, non è esattamente così. La negatività c’è eccome, Cristo, te lo sei dimenticato. Pensa a quello che è successo l’altra sera al Forte, o all’aggressione subìta da Giulia. L’unica differenza è che il male non sta tra noi, e meno male, ma fuori da queste quattro mura. E forse è proprio per questo che abbiamo sviluppato questi buoni sentimenti fra di noi: per affrontare insieme le schifezze presenti all’esterno. Del resto, se ci fai caso, la nostra coesione interna è di molto aumentata proprio in seguito ai fatti che ti ho appena ricordato: l’aggressione di Giulia e la sera del Primo Maggio”.
Lo guardo stupita- pur nella mia ansia di scandagliare ogni cosa, non ci avevo pensato.
“E poi, non sei contenta?”
“Ho paura”.
“Di cosa?”
“Di tutto. Dammi la bottiglia”.
“Dimmi di cosa hai paura” insiste trattenendola fuori dalla mia portata.
“Di tutto. Che tutto questo buonismo finisca, di scoprire che è stato tutto un sogno, che in realtà era tutta una finta. E inoltre ho paura di non saper scontrarmi col mondo esterno, perché qui ho voi che mi proteggete e vi preoccupate per me mentre fuori sono tutti pronti a farti a pezzi e a passare sul tuo cadavere. E quando voi non ci sarete più, o non sarete più con me, o per forza di cose dovrò prendere la mia strada, non saprò affrontare un cazzo di niente perché ho sempre avuto a che fare con persone buone, cioè con voi” confesso in un impeto di sincerità, e sotto l’effetto della vodka.
Cesare mi guarda serissimo e non proferisce parola. Poi dice: “Potrei risponderti molte cose”.
“Per favore non rispondermi che voi ci sarete sempre, perché tanto lo so che non è possibile. Non sono ingenua fino a questo punto”.
“Non te l’avrei detto comunque, perché anch’io lo so che prima o poi prenderemo strade diverse. Voglio solo farti capire che tu stai già affrontando tante difficoltà, magari senza rendertene conto, e scoprirai di saper affrontare tante di quelle cose che ora nemmeno ti immagini…”
Non lo sto più ascoltando. La mia mente si è fermata a Stai già affrontando tante difficoltà. Come l’Evento Innominabile, per l’appunto, di cui non oso far parola, che non oso nemmeno chiamare col suo nome. Lo sto affrontando sì. E infatti non so da che parte cominciare, non sono neanche capace di farmene una ragione! La concentrazione che stavo faticosamente mantenendo per tenere il dolore sotto controllo se ne va a puttane e tutto il peso della mia sofferenza mi ripiomba nuovamente addosso.
“Cesare, dammi la bottiglia!” scatto.
“Non mi va che bevi a quest’ora del mattino, Camilla”.
“Non me ne frega un cazzo di quello che ti va o non ti va! Dammi la bottiglia!”
Cesare ubbidisce. Attacco a bere direttamente dalla bottiglia.
“Camilla, lo sai che dici un sacco di parolacce?” osserva in tono neutrale.
“Sì, lo so. Dicono che sto sempre col cazzo in bocca, ed è vero. Chi lo direbbe, eh! Una così brava ragazzina che beve, fuma, e dice un sacco di parolacce!”
Cesare tace. Poi trova il modo di aggirare l’ostacolo.
“Demian dov’è?” chiede.
Rimango con la bottiglia a mezz’aria. “È andato a fare il biglietto” rispondo con un filo di voce.
“È per questo che bevi? O perché hai paura di non saper affrontare il mondo?... O perché…”
“Vaffanculo, Cesare!…” strillo scattando in piedi “Sei un fottutissimo stronzo, un…” provo, e scoppio a piangere. Che schifo di individua che sono. Ormai non faccio altro che mettermi a piangere davanti agli altri.
Cesare si alza e mi abbraccia di slancio. “No, non piangere, scusa, non volevo, non fare così, per Dio, hai ragione Camilla, sono uno stronzo…” mi dice concitatamente, stringendomi e accarezzandomi i capelli “La prima impressione è quella che conta” prova a sdrammatizzare, scostandosi e guardandomi con un sorriso dolcissimo, ma continuando a tenermi stretta in una morsa di ferro. È la prima volta che lo vedo così da vicino, certo che è proprio bono, Cristo, e ha un odore buonissimo. Per un attimo invidio Alessia, ma è il suo uomo e, soprattutto, non è Demian.
Poi mi stacco, mi asciugo le lacrime e mi rimetto a sedere.
Ma sì, diciamolo, forse il modo migliore per esorcizzarlo è questo: scontrarmici. Demian domani a quest’ ora sarà in treno, Demian domani a quest’ora sarà in treno. Ora lo ripeto finché il suono di questa frase diventerà solo un buffo insieme di sillabe e non mi farà più alcun effetto.
Cesare mi guarda in silenzio ed io faccio ormai come se non ci fosse. Demian domani a quest’ora sarà sul treno, domani a quest’ora sarà sul treno, a quest’ora sarà sul treno, sarà sul treno, treno, ripeto mentalmente in preda al delirio. Voglio bere finché questa frase avrà più significato. Cesare mi guarda in silenzio ormai da una decina di minuti, ed io non riesco più a parlare.
All’una la bottiglia è finita, e Cesare mi accompagna in bagno a collassare.
Karin non è arrivata. È tornata Alessia e Cesare le è andato incontro sul pianerottolo.
Pensavano che non li sentissi. Ma non ero più in bagno, ero tornata in cucina.
“È disperata” ha detto Cesare a bassa voce “Bisogna parlare a Demian, e dirgli che si decida a fare qualcosa”.
Karin torna alle due e mezza bella, vagamente abbronzata e con due zaini in spalla. Si precipita in cucina ancor prima di posare le sue cose e chiede con trepidazione “Ma è vero…?”
Ci siamo io e Ale, Cesare se ne è andato dandoci appuntamento per stasera.
“Sì” risponde Ale sospirando “Per questo ti ho detto di sbrigarti. Stasera si esce tutti insieme per l’ultima volta”.
Io mi sono calmata, e fumo una sigaretta dietro l’altra in assoluto silenzio. Anche loro, comunque, non è che parlino molto. Anzi non parlano affatto. Karin gironzola per la cucina cercando di stabilire se abbia fame o meno, Ale lava i piatti. I piatti li lava sempre Ale. Cristo, in due anni ci fosse stata una volta, dico una, che abbia visto Karin lavarli.
Alle tre e un quarto torna finalmente Demian.
Non l’avevo visto stamattina prima che uscisse, perché ho dormito a casa mia e sono arrivata qui che lui era già uscito. Lo vedo adesso per la prima volta, quindi; è curiosamente vestito come il giorno in cui l’ho conosciuto, con la camicia a quadri, la maglietta verde militare e i jeans strappati.
Entra in cucina e si trova di fronte alla cortina di silenzio impenetrabile che io e le ragazze abbiamo eretto da circa un’ora. Nessuna di noi fiata. Non gli chiediamo nemmeno se ha fatto quello che doveva fare, cioè – diciamolo, diciamolo, diciamolo – il biglietto. Solo Ale, con la sua consueta impassibilità, gli domanda se vuole un caffè. Lui ci guarda sorpreso. Che bel quadretto dobbiamo essere, visto da fuori! Io fumo sul tavolo con aria afflitta ciccando tutt’intorno. Karin passeggia su e giù per i pochi metri quadri della cucina. Ale è come sempre indaffarata a lavare milioni di tazze immaginarie.
È lui, a un certo punto, ad accennare velatamente al biglietto: “E così, tutti i soldi se ne sono andati. Uno ci mette tanto a metterli da parte e poi, puf!, non ci son più. Vi ricordate quando mi sono messo a fare il volantinaggio?”
Silenzio.
“…E tutte le volte che siamo andati a suonare sotto la metro di Piazza Vittorio, soprattutto i primi giorni…”
Silenzio.
“È il prezzo che pago per tornare a casa comodamente e in poche ore” dice, ed è vero. Demian aveva detto fin dall’inizio che non se la sarebbe sentita di tornare su con l’autostop, o con bus e mezzi di fortuna, che già l’aveva fatto per seicento chilometri per venir giù, e che quando sarebbe tornato a casa avrebbe voluto farlo comodamente e senza sbattimenti. Peccato che, adesso, un proposito annunciato mi sembri solo una gran fretta di liberarsi di noi, di tornare alla sua vita chiudendo quella che dev’essere stata solo una parentesi, bella e non indispensabile come tutte le parentesi.
“E non è l’unico prezzo che pago” continua come leggendomi nel pensiero “Anche il fatto stesso di dover tornare a casa sarà comunque un prezzo” dice squadrandoci con uno sguardo eloquente, che si posa infine su di me.
Demian, Demian, perché parli? Tanto non cambia niente lo stesso, lo stesso stai per partire e lo stesso noi ne soffriremo, qualunque cosa tu possa dirci. E se quello che ci vuoi dire è che anche tu starai male, è persino peggio perché non mi resta che pormi ancora una volta le domande più banali e di questo mondo e cioè quale legge ci sia dietro a tutto ciò, quale senso abbia, e se ne abbia uno, la nostra storia di individui soggetti a continui e indesiderati distacchi, attese, lontananze. Ma desiderare è più importante che avere, mi risponderebbe Carlo Castellaneta, il cui insegnamento ha scolpito la mia vita e insieme l’ha predetta e condannata…
“Camilla, ti sei scordata che noi due oggi dobbiamo uscire?” mi chiede all’improvviso, guardandomi con dolcezza.
“No…”
“E allora dài, prendiamo il caffè e andiamo” m’incoraggia lui.
Mi alzo e vado a prendere le tazzine, in uno slancio di improvvisa vitalità.
Mi piacerebbe tornare a Londra quest’estate, penso, guardando dalla finestra il sole che sbatte sul selciato.
L’allegro viavai del sabato pomeriggio dipinge brulicanti macchie di colore sullo sfondo grigio della Tiburtina- grigio asfalto, grigio palazzi, grigio cielo- no, il cielo non è grigio, oggi, è azzurro e luminoso e crea aloni dorati in cima ai palazzi, proprio alla sommità dei tetti, dove le antenne si ergono alte e sottili come stilettate e vanno dissolvendosi nel sole. Le giornate si sono allungate in maniera incredibile, e sono ampie e larghe e onnicomprensive come enormi contenitori riempiti dalle poche e sufficienti parole di Demian e dai suoi molti sorrisi.
Io e Demian scendiamo dal 309 ridendo come due ragazzini.
Finalmente siamo riusciti a comprare The Queen Is Dead, storico cd degli Smiths; abbiamo messo da parte gli spiccioli per giorni e l’abbiamo comprato insieme, e non ha importanza chi lo terrà, non è un problema; semmai lo è all’inverso, nel senso che ognuno di noi sarebbe contento se lo tenesse l’altro.
Penso allo spaventoso egoismo del mondo che ci circonda, della mentalità comune dalla quale ci siamo autoesclusi e respiro libera sentendomene al di fuori, mi sento alta sulla cattiveria della gente; come diceva Robert Smith? You make me feel like I am clean again, tu mi fai sentire di nuovo pulito; è così, Demian mi fa sentire pulita e felice, e penso che potrò sempre concedermi il lusso dell’idealismo perché il mio è un idealismo fondato, ha delle basi, perché io li ho vissuti, i miei ideali, i miei ideali di amore e rispetto che per me e Demian sono spontanei stili di vita, e non andrò mai cercando o predicando qualcosa che non conosco, cercherò ciò che ho comunque già vissuto, sulla cui esistenza non avrò dubbi pur riconoscendone la rarità.
Demian è bello, Demian è semplice, Demian sorride e vive e respira aperto come un cielo primaverile, Demian domani non sarà più qui, Demian si gira e mi sorride, attraversiamo la strada e sul marciapiedi mi prende per mano e canticchia le struggenti melodie di Jeff Buckley; io sono pervasa da un’assurda e illogica felicità, felicità che è il vero leit-motiv di tutti i miei flash mentali, il vero collante delle poco convincenti analogie con cui associo a caso i miei pensieri più disparati. Non pensavo di poter provare una tale felicità l’ultimo giorno che lui è qui, soprattutto dopo la crisi di stamattina, e invece è così: Demian ha voluto passare con me il suo ultimo pomeriggio a Roma, solo con me, e la sua presenza rende il possibile e l’impossibile una cosa sola, e finché è qui va tutto bene, non ho niente da temere, e mi rende felice anche solo l’averlo con me, con il suo delicato profilo e la sua mano nella mia.
Ci fermiamo un momento per fare il punto della situazione e fumarci una sigaretta.
“Abbiam fatto tutto?” mi chiede perplesso.
“Devi comprare le pile a stilo per il walkman” gli ricordo “Sennò che ti senti, domani sul treno?” dico sorridente, come se la parola treno non mi facesse più alcun effetto.
“Già” fa lui con uno sguardo sottile “Allora stasera registriamo il cd, così rimane a te ed io mi ascolto la cassetta col walkman”.
Ecco, che fine farà il cd. Lo immaginavo, che avrebbe fatto di tutto per lasciarmelo. Lo guardo. Il suo sguardo di circostanza, la sua camicia a quadri, il suo naso piccolo e dritto… Mi sento fatta solo d’amore, ogni mia singola fibra trasuda amore, oh Cristo, è così difficile esprimere quello che sento, è quasi impossibile, non ci riuscirei.
“Allora lo ascolteremo insieme” rispondo commossa “Perché domani io sarò in casa a sentirlo”.
Ci sorridiamo con dolcezza e ci abbracciamo di slancio, ridiamo nervosamente, ci tocchiamo i capelli, ci stringiamo.
Poi, di colpo ci scostiamo e, pur rimanendo l’uno nelle braccia dell’altra, ci guardiamo in faccia vagamente imbarazzati, con una nube che aleggia tra noi. Oh, Dio, questa è la nube di ciò che non sarà mai, e delle parole che non pronunceremo, penso affranta.
Demian mi guarda serio e con un’ombra triste negli occhi. Io abbasso lo sguardo. A cosa penserà, a cosa, mi chiedo, quando mi guarda in questo modo.
Quanto tempo è che siamo qui, appoggiati a questo muro tra un portone e un negozio, l’uno nelle braccia dell’altra, senza più stringerci ma senza nemmeno lasciarci?
Saranno pochi secondi, oggettivamente. Ma a me sembra un’eternità. Saranno le sette, il sole è sceso dietro ai palazzi e la Tiburtina ha riacquistato la sua solita colorazione antracite, larga e netta, registro mentalmente. Ho il cuore che mi batte impazzito nel petto, ho paura che esploda. Lo sguardo di Demian è una fessura in cui si riflette, mi pare, l’intero universo, col suo significato a noi ignoto e le sue incomprensibili leggi.
“Tremi?” mi chiede in un soffio.
È vero, sto tremando. Non ce la faccio più, non potrei scaricare altrimenti l’insostenibile tensione che mi stritola. Sorrido e abbasso lo sguardo.
“Sto tremando anch’io” dice, a voce così bassa che non sono sicura.
E poi sì, che mi riabbraccia, che mi stringe con tutta la forza che ha, il suo corpo è caldo e intenso, ho il cuore che sta per scoppiarmi, è questa la Vita, a cosa serve campare cent’anni quando un’intera esistenza si esprime, e trova senso e tutto il suo valore, solo in un momento come questo, in una frazione umanamente esigua, insignificante di tempo?
Demian mi bacia ripetutamente su una guancia, caldo e dolce.
Un bambino chiama la mamma, un clacson suona rumorosamente, un autobus si ferma nella corsia centrale e si sentono aprire e chiudere le porte. Tutto mi giunge ovattato, come provenisse da un’altra dimensione.
Poi mi prende la testa fra le mani, mi accarezza i capelli e mi bacia.
È una di quelle notti limpide, trasparenti quasi, attraverso le quali ti sembra d’intravedere i tratti e i profili degli anni passati, come se tutta la tua vita ti aleggiasse accanto sospesa e fluttuante, insieme all’aria che respiri con l’automatismo dei polmoni, e senza che tu te ne accorga è sempre lì, silenziosa e onnipresente, che influisce sui tuoi giorni presenti, forse persino sui tuoi gesti quotidiani più banali come l’accenderti una sigaretta, senza che tu possa accorgerti di quest’entità invisibile e imprescindibile.
Come mi è venuto in mente un pensiero simile adesso? La verità è che è semplicemente, e dici poco, una delle prime notti di primavera, miti e consolanti, e nel buio sottile intravedi così tante speranze e vagheggiamenti di novità viaggi e baci nuovi che i tuoi sensi si tolgono il guinzaglio e una volta liberi ciao, chissà dove possono arrivare; la verità è che questa notte è così limpida e dolce ma anche densa del ricordo di ciò che è accaduto, finalmente, oggi pomeriggio, che ogni mia fibra si bea dell’isterica e speranzosa consapevolezza di ciò che potrebbe accadere ora, e al contempo si dispera di come stiano andando le cose al momento. Maledetta sfiga, dev’essere il destino che mi sta mettendo alla prova ne sono certa, l’Inesorabilità l’ansia il riscatto dei giorni monocordi la tensione stirata fino al parossismo, è il destino che mi sta mettendo alla prova e non devo cedere, non devo o tutti i miei sforzi saranno stati inutili, oltre al danno la beffa, l’odore ma non il sapore, lo scontrino senza la consumazione, l’oggi privo del domani; non devo cedere, l’Inesorabilità che avverto da giorni non può essere solo di segno negativo, solo del segno dell’incombente partenza di Demian, posso trasformarla in positivo, nella luce dell’ultimo giorno, nel fascino dell’ultimo momento che si è concretizzato e mi è stato concesso oggi pomeriggio ed io finalmente ho capito, ho capito che l’Inesorabilità può essermi amica non solo una rivale frustrante e beffarda, può essermi complice e infatti ha spinto e accelerato gli eventi proprio quando io disperavo, per cui non devo cedere alla tensione, è una prova, è una prova, è solo l’ennesima e più alta prova!...
Sto delirando, alla faccia dei miei buoni e ritriti propositi. La verità è che sto qui, sul gradino di un marciapiedi di via Lamarmora tra macchie di piscio recente e fili d’erba che si ergono impudenti dalle fessure del lastricato decrepito, col motorino piantato sul cavalletto storto davanti a me, e non oso entrare al Circolo per paura di non trovarli neppure qui, porca troia, dove cazzo saranno finiti proprio stasera.
Non sono tornata a casa stasera dopo aver lasciato Demian al portone di casa, non potevo, sulla strada sono entrata in un baretto di viale Tirreno e ho chiesto una Ceres, vecchia amica dei momenti peggiori e delle sporadiche gioie, per brindare a Chi C’è Lassù e alla Sorte e allo specchio del cesso che rifletteva il mio viso, la mia pelle finalmente distesa in un sorriso felice, ma più che brindare stavo spalmata sulla fòrmica del tavolino con la bottiglia nella mano alzata e l’emozione mi impediva di fermare la mente su alcunché, mi veniva solo da urlare e raccontare a tutti quello che mi era successo cominciando ovviamente da un mese fa, anche al distinto barista che fingendo di asciugare un bicchiere sorrideva anche lui per chissà quali suoi cazzi e io l’amavo, e alla mamma appena entrata con due bambini capricciosi dei quali uno frignava perché voleva a tutti i costi il Cooky Snack, fino a quando mi sono accorta che la mia guancia era incollata al piano del tavolino in una pozza di qualcosa che somigliava meravigliosamente alle lacrime.
Ma l’estasi è durata poco: appena varcata, volando, la soglia di casa, mio fratello mi ha informata che Ale aveva chiamato per darmi appuntamento per stasera in un tale posto, e che non trovandomi l’aveva lasciato detto a lui, il nome del tale posto, ma lui ovviamente non se lo ricordava. Glieli ho nominati tutti, il Forte, il Circolo, Campo de’ Fiori, il Black Out e persino il Villaggio Globale, in cui pure non siamo mai andati da quando Demian è qui: niente, non ricordava proprio.
“Ha detto che fino alle nove-nove e mezza stavano a casa...” si è affrettato ad aggiungere, notando lo sconcerto sul mio viso. Ho guardato l’orologio appeso al muro: le nove e quaranta.
“Porca puttana, sei un imbecille!” gli ho strillato correndo al telefono. Chicco mi ha seguita con aria preoccupata, cominciando a intuire la gravità della sua amnesia.
Il tuu ripetuto all’infinito è stata la dissolvenza delle mie speranze e ha sancito definitivamente la mia condanna, oltre a quella di mio fratello.
“Ma sei un testa di cazzo!” gli ho inveito in faccia sbattendo giù la cornetta “Vorrei vedere te se ti avesse chiamato la tizia a cui sbavi dietro dall’inizio dell’anno, sì Stefania proprio lei, che credi che non lo sappia, lo sappiamo tutti!, e io mi fossi dimenticata quello che mi aveva detto di dirti, per esempio il suo numero o il luogo di un appuntamento segreto!...” ho urlato, abbassandomi alle priorità di un tredicenne e mortificandolo nei suoi sentimenti pre-adolescenziali.
Infatti è impallidito, colpito dal paragone che livellava il gap generazionale, e non ha osato offendersi per la mia mancanza di tatto.
“Cami, scusa... Ma era una telefonata di Ale, che vi sentite sempre, e ha chiamato mentre stavo guardando... cioè mentre stavo al bagno, e l’ho ascoltata in fretta e pensavo che tornassi per cena e la richiamassi... Cami ti prego non arrabbiarti, non l’ho fatto apposta! Prova a ridirmi quei nomi...” ha proposto, sinceramente pentito. E un po’ è dispiaciuto anche a me, perché io non tratto mai male mio fratello, e non voglio fare come mia madre che coglie ogni pretesto per scaricarmi addosso i suoi isterismi senza ascoltare le mie ragioni. Gli ho quindi ripetuto tutti i nomi dei centri sociali, dei locali e dei probabili quartieri, ma ad ogni nome lui ripeteva incerto: “Forse... cioè, mi sa che è questo, ma non sono sicuro...”, cosicché alla fine ho ricominciato a urlare, ho detto a mia madre (che stava giusto venendo dalla cucina a vedere cosa stava succedendo e, quasi sicuramente, a rimproverarmi) che non sarei tornata a dormire, e sono uscita con ancora addosso il giubbotto che non avevo fatto in tempo a togliermi.
Così ora sono qui, a fissare i paraurti delle macchine parcheggiate e i ciuffi d’erba ispida che si ergono dalle fessure del selciato e una lattina vuota di Peroni gentilmente poggiata sull’asfalto, e non so più con chi prendermela, con quel cretino di mio fratello ed io mi sono pure lasciata commuovere, con gli altri per non avermi avvertita personalmente e stare chissà dove, ora, alla faccia mia, con me stessa per non essere tornata subito a casa e per non decidermi adesso a entrare in questo fottuto Circolo... con l’Inesorabilità che mi ha illusa per poi tornare subito ad essere malevola anzi peggio, beffarda.
Mi accendo l’ennesima Diana, impotente e disperata. Dovrò ricomprarle. Nelle ultime tre ore mi sono fatta, nell’ordine: Montesacro-Centocelle per vedere se stessero al Forte, Centocelle-Campo de’ Fiori-Piazza Navona entrando in tutti i pub e scandagliando ogni chiassosa combriccola di fricchettoni strimpellanti e non, anche quelle del Biscione, Piazza Navona-Testaccio per il Villaggio Globale che in fondo è sabato e ci sarà qualcosa e sarebbero potuti essere anche lì, e sorvoliamo sull’incredibile chiasso di gente e colori che c’è al Villaggio quando con la bella stagione riaprono il piazzalone all’aperto, ma l’ho setacciato, Cristo, letteralmente setacciato correndo di qua e di là come un’ossessa e puntando spesso i miei occhi dubbiosi in faccia ai fattoni accoccolati che nella penombra si strafacevano delle più disparate sostanze. A un pacifico alcolista che mentre correvo mi ha biascicato dietro “Come corri, tesoro! Dove vai?” ho risposto, senza interrompere la corsa: “A cercare il mio Unico Vero Amore!” “Allora vai con Dio”, è stata la risposta che è giunta alle mie orecchie già lontane. Infine, come ultima speranza nonché la più probabile, sono giunta qui davanti al vecchio Circolo degli Artisti, e meno male che non fa freddo sennò sarei già morta ibernata, ma in tutto questo vagare per i bassifondi della Capitale, sbagliando spesso le strade soprattutto dal centro a Testaccio, ho consumato tutta la miscela di cui il mio Sì disponeva ed ora sono per forza di cose bloccata qui; quindi tanto vale che mi decida a entrare, che a casa per sapere se ci fossero notizie ho chiamato, tante volte non vedendomi mi avessero richiamata e invece col cazzo, il che scatena nel mio isterismo pensieri maligni e, purtroppo, legittimi del tipo Molto che gliene frega a ’sti pezzenti, e ho deciso che se proprio non riesco a trovarli, Dio fa’ che non succeda, passerò la notte sotto casa ad aspettarli e poi saranno cazzi loro, tanto a quel punto tutto sarebbe ormai sciupato, perduto, rottura e punto di non ritorno.
Sto consumando tempo, sto sprecando tempo, loro potrebbero essere qui dentro ed io da venti minuti me ne sto qui all’umidità notturna a fissar rottami sprecando le ultime ore che potrei passare con Demian, solo per la paura di una delusione fuori tempo massimo e della scelta tra le varie reazioni in caso...
...Del resto, se non ci sono, che faccio? Aspetto qui fuori, magari arrivano più tardi, o vado subito sotto casa Sartori ad aspettarli per ore, magari anche fino a domattina? Dio, non parlerò mai più male dei telefonini e di chi li usa, giuro, vaffanculo a ’sto barbonaggio che abbiamo eletto a nostra norma di vita ma che ci priva di alcuni benefit indispensabili in circostanze come questa, come i vegetariani che si ostinano a non mangiar carne quando tanto poi gli animali li ammazzano lo stesso e così sarà sempre, nei secoli dei secoli Amen.
Butto la cicca, o meglio, il filtro che ne è rimasto, lego il motorino e percorro i pochi metri che mi separano dalla porticina del Circolo, avrò perso tre chili nonché tre anni di vita, stasera, tra corse, ansia e il non aver mangiato nulla per tutto il giorno, per non parlare della bottiglia di vodka ingurgitata e rivomitata stamattina che certo non mi avrà fatto bene. Qui fuori, niente, concludo dopo un’occhiata ai gruppetti di punkettoni, pariolini del sabato sera (che però hanno i telefonini!), fricchettoni, disadattati e troiette. Per andare in avanscoperta lascio un documento all’entrata, meno male che l’avevo, ed entro promettendo che ci metterò non più di cinque minuti. Una vampata di afa sudaticcia mi avvolge immediatamente, corro senza esitazione verso il bar e un grosso sospiro di sollievo libera i miei polmoni dalla morsa che li ha stretti finora.
È sempre inquietante vedere una ragazza alta un metro e mezzo, con i capelli blu, tutt’altro che bella tenere banco in mezzo a una decina di variegati ragazzi – fricchettini, studentelli, fighetti – che la stanno a sentire con aria adorante e pendono dalle sue labbra, alla faccia di tutte le bellone che hanno ormai invaso i locali di ogni categoria oltre agli spot e i programmi a rete unificata. C’è anche un sicuro azzeccagarbugli oltre gli enti, in piedi al bancone, che ha una brutta smorfia sulle labbra e avrà di certo altre mire oltre all’ascolto e a un sincero interesse. Ma non vedo gli altri. Mi faccio largo in mezzo alla ressa e raggiungo Chiara, entrando così a far parte dell’attenzione dei suddetti personaggi che fino a un momento fa era convogliata tutta su di lei. Chiara ha una birra rossa in mano e conversa amabilmente.
“Chiara, Chiara” la chiamo trafelata “Ma dove sono gli altri?”
“Oh, ciao, Camilla” mi fa lei, per nulla impressionata dalla mia foga “Ma che ci fai qui? Ti credevo con loro”.
“Che ci faccio qui?! Anch’io mi credevo con loro! Chiara, mi devi aiutare. Tu sai dove sono? Li ho cercati per tutta la città, e ho finito la miscela, ed è un miracolo che abbia trovato te, perché non so più dove sbattere la testa” le dico tutto d’un fiato.
“Ma certo che lo so” risponde tranquillamente, del tutto incurante del teatrino che stiamo facendo in mezzo alla folla dei suoi ammiratori “Sono al Forte. Tra poco li avrei raggiunti. Ma tu, perché non sei lì? Guarda che questa è l’ultima... Ehm, non so perché, ma il mio infallibile intuito mi dice che oggi pomeriggio qualcosa...” mi fa maliziosa. Discorso spezzato, senza capo né coda, in un codice empatico incomprensibile ai più. Ma non ho tempo ora di chiederle come fa a saperlo o ad averlo immaginato, e poi, Chiara ne sa sempre una più del diavolo.
“Porco due, non mi ci far pensare!” la interrompo isterica “Non ero in casa quando hanno chiamato, e l’hanno lasciato detto a quel deficiente di mio fratello che ovviamente s’è scordato tutto, però io al Forte ci sono passata, è stato il primo posto in cui ho guardato...”
“Evidentemente non erano ancora arrivati, andavano prima da qualche parte ad alcolizzarsi” mi spiega “Comunque ok, ho capito tutto. Ora rilàssati che se continui così nel giro di tre minuti mi ti accasci su quest’umidiccio pavimento, e allora portarti al Forte in braccio sarebbe davvero un po’ complicato...”
E così dicendo mi rivolge uno sguardo complice, vuota in un secondo il rimanente contenuto del bicchiere, lo posa sul bancone, si schiarisce la voce e annuncia alla platea: “Ragazzi, è stato un piacere. Ma adesso altri impegni richiamano la mia attenzione altrove... A proposito, perdonate la mia scortesia, lei è Camilla, e ha un grave problema per il quale il mio aiuto è assolutamente indispensabile...”
Se non fossi così agitata, su quest’umidiccio pavimento mi ci accascerei sì, ma dal ridere, penso mentre i nuovi amici di Chiara tentano di stringermi la mano, tutti quanti insieme urtandosi tra loro e producendosi in gentilissimi “Ciao Camilla, è un vero piacere” e “Ma lo sai che la tua amica è proprio simpatica” e persino “Se possiamo fare qualcosa per te, diccelo...”. A differenza del viscido azzeccagarbugli, che non fa una piega e seguita a guardarla con aria concupiscente, pensando certamente a cosa racconterebbe ai compari se riuscisse a scoparsi una tossichella coi capelli blu e amica in difficoltà, o magari entrambe. Istintivamente gli sferro un calcio e vedo un rivolo bianco che cola su quella bocca schifosa, lui sembra non accorgersene e mi sorride sbavando.
“Dài, abbiamo altro da fare che rimbrottare tutti i cocainomani di zona, solo perché ambiscono ad arrogarsi il diritto, del resto concessogli dallo Stato, di vita o di morte su persone che due volte su tre non hanno fatto nulla” fa Chiara prendendomi per mano e recuperando il mio documento all’uscita.
“Chiara, mi hai salvata” le dico mentre mi trascina fuori “Ma ora c’è un altro problema: ho finito tutta la miscela a forza di girare. E ora come facciamo? Di lasciare il motorino qui non mi va, e poi, prima che riusciamo a trovare un passaggio o a fare l’autostop, passa un altro secolo! Dio, sarà l’una passata, non voglio saperlo non me lo dire” mi lagno.
“Per quello non c’è problema, perché non lo so neanch’io”. Si ferma un istante, mordendosi il piercing sul labbro inferiore, poi mi fa “Non preoccuparti. Torniamo dentro”.
Riguadagniamo terreno inverso fino a tornare dai suddetti fanciulli, che non si sono spostati di una virgola e accolgono festosamente il ritorno della loro beniamina, tranne il Viscido che -per fortuna- si sarà mosso verso terreni più facili ed esteticamente consoni al suo ideale di arricchito cocainomane.
Chiara espone loro rapidamente il problema. Uno di loro, un giovanissimo intellettuale con occhialetti e giubbetto jeans, dichiara che anche lui ha un Sì e ha sufficiente miscela da potercene dare un po’, dato che abita qua vicino e a lui basterà di sicuro.
“Visto?” fa Chiara trionfante di fronte alla mia ansia crescente.
“Visto un cazzo” le rispondo nervosamente “Come la tiriamo fuori, soffiandoci dentro?”
“Uhm. Be’, toccherà trovare un tubicino di gomma o qualcosa di equivalente. Conosci la teoria dei vasi comunicanti?”
“No” rispondo sulle spine.
“Tranquilla” fa lei tenendomi per una mano e puntandomi un dito in faccia “Metto sottosopra il Circolo e in due minuti ti trovo il tubicino”.
Spero sia vero, in fondo so bene che da Chiara c’è da aspettarsi di tutto. E infatti, incredibile ma vero, da un inserviente amico dell’addetto ai cessi amico di un amico suo riesce a ottenere un affare di gomma marroncina che ha tutte le sembianze di un tubo di gomma. In pochi minuti il trasferimento della miscela viene effettuato, e mi sa che Chiara c’è pure andata giù pesante e gliene ha sottratta più del dovuto, già me l’immagino l’occhialuto che nel cuore della notte rimane a piedi per strada e impreca sulla propria stupidità che s’è lasciato ammaliare e gabbare da una piccoletta coi capelli blu. Ma per adesso, mentre la piccoletta coi capelli blu lo ringrazia calorosamente, lui arrossisce e le dà appuntamento per la sera dopo lì.
“Ci sarò” assicura lei mentre io accendo il mio motorino finalmente rimpinguato. Non metto in dubbio che ci sarà veramente. Un’altra innata e inquietante dote di Chiara è il dono dell’ubiquità, che le permette di rispettare nove dei dieci impegni che assume quotidianamente.
“Ecco qua” mi fa prendendo la guida del motorino mentre io scivolo sul retro del sellino, ammirando le punte azzurre dei capelli e ciondoli vari “Con questa ci arriviamo anche a Bergamo, casomai Demian avesse misteriosamente anticipato la partenza”.
“Chiara, ti adoro” le dico di slancio.
Sfrecciamo così nell’aria non più pungente di questa brulicante notte d’inizio maggio.
“Ma dimmi un po’” le chiedo ora che sono più tranquilla “Cosa stavi dicendo a quei tipi prima?”
"Oh, niente di particolare” risponde lei con noncuranza “Stavo semplicemente illustrando loro il rapporto che c’è secondo me fra le antiche filosofie indiane e la loro odierna civiltà. Voglio dire, è ovvio che sostenessero una teoria del non superfluo, visto che non ce l’avevano. Ma bisogna vedere se quest’ideologia è venuta meno o se viceversa si è consolidata con gli anni, bisogna considerare un sacco di variabili temporali e geopolitiche”.
Sì, Chiara è incredibile. Conosco tre persone veramente, ma veramente carismatiche: Chiara, Cesare e Ale. Ale è la più figa di tutti perché non ha bisogno di parlare per farsi rispettare. Il suo è un Carisma Silenzioso. Mentre Cesare suona indimenticabili assoli anni ’70, e Chiara tiene comizi sulle filosofie orientali, Alessia semplicemente ascolta gettando di tanto in tanto il suo sguardo torvo su qualcuno dei presenti. Anche i rapporti che intercorrono fra queste tre persone sono emblematici e complessi: come ho ripetuto ormai fino alla nausea, Chiara e Cesare si odiano. Ale e Cesare si amano. Ale e Chiara si vogliono bene ma non eccezionalmente. Ce n’è per tutti i gusti e per tutte le sfumature di sentimento possibili; che gente, i Carismatici, ed io non sarò purtroppo mai una di loro, ormai mi sono rassegnata.
Nel tragitto dal Circolo al Forte Chiara si è fermata a un bar notturno sulla Prenestina per prendermi una Tennent’s in bottiglia, visto che, a sentir lei (e io ero pienamente d’accordo), ne avevo bisogno. Che tesoro. Me la sono scolata in sì e no un chilometro di strada, mentre con l’altra mano continuavo a fumare le sue Marlboro rosse e lei, dal canto suo, zigzagava tra le buche della Prenestina cantando una canzonaccia di Rino Gaetano. Ora siamo arrivate, e mentre lego il motorino accanto a una fila interminabile mi arriva da dentro l’allegro brusìo mescolato alle schitarrate elettriche di qualche band che si starà esibendo.
Così emozionata in vita mia non lo sarò mai più, ne sono certa.
Le sagome imponenti degli alberi e le ombre della notte si stagliano su un cielo sfumato di rosa che sembra un capolavoro dipinto; l’aria profuma; è estate, Cristo.
Io e Chiara ci fermiamo un attimo sul pendio che porta all’ingresso del Forte e respiriamo a pieni polmoni il tepore della notte. Intorno è brusio, risa, voci lontane, musica, tutto mescolato fino a dissolversi nel cielo insieme ai nostri sguardi rivolti in su.
“Chiara, cos’è questa canzone” le chiedo.
“Quale? Ce ne saranno tre o quattro contemporaneamente”.
“Quella là, quella del solito tipo che vende le cassette. Non sono i Marlene Kuntz?”
Chiara tende l’orecchio. “Sì, è Nuotando nell’aria”.
Lo sapevo. Chitarra distorta e surreale che ti rapisce il cervello. È certo un brivido, averti qui con me, in volo libero sugli anni andati ormai. L’avrei riconosciuta fra mille.
Scendiamo per la terra battuta e ci inoltriamo nel lungo corridoio di pietra, la folla è notevole nonostante l’ora tarda, salutiamo alcuni conoscenti comuni. Inizio a sudare freddo, non vedo gli altri da nessuna parte, ma taccio per non appallare ulteriormente Chiara.
Eccoli. Eccoli lì, tutti insieme, i miei migliori amici, le persone che amo di più a questo mondo. Tutti seduti per terra come al solito, tutti in fila: Ale, Cesare, Demian, Karin, Giulia, assieme a un numero già consistente di bottiglie vuote.
“Camilla!” strilla Ale “Eccoti, finalmente! Che cavolo di fine avevi fatto?”
Lo sguardo di Demian si accende appena mi vede. Mi chino a salutarli, tento di spiegare il contrattempo, ma non me ne danno modo, parlano tutti insieme, sono sommersa da un boato di parole, risate, esclamazioni, e alla fine non me ne importa più niente di spiegare, tutta la paura di poco fa è già un ricordo lontano, l’importante è averli trovati, l’importante è essere qui, ora, con loro, con Demian.
“Camilla, tieni” mi fa Cesare porgendomi uno spino. “Oh, ecco pure Chiara” fa Ale vedendo Chiara che avanza verso di noi. S’era fermata a salutare qualcuno, ovviamente. “Fatemi sedere, fatemi sedere” strillo, prendendo posto tra Cesare e Demian. “Ma cosa c’è stasera?” domando guardandomi intorno. “Boh? Concerti, come al solito” risponde Karin.
È pazzesco. Sono tutti matti, tutti elettrizzati, tutti fuori. È estate. L’aria profuma, il cielo è rosa. Un gruppo di fricchettoni si abbraccia calorosamente davanti a noi. Due punkettone cantano a squarciagola una canzone dei CCCP. Un tipo altissimo passa e ci regala una bottiglia di Moretti. Karin e Giulia chiacchierano animatamente, Ale declama a gran voce frasi senza filo logico, Cesare ride, Chiara sta battendo il suo record di apnea attaccata al collo di un bottiglia. Demian mi guarda dolcemente, mi abbraccia e sorride senza dire una parola.
Girano canne a non finire, stasera. Demian fuma, anzi fumiamo un tiro lui un tiro io per più volte, poi la passiamo a Cesare. Ridiamo, ci guardiamo ridendo e ci baciamo, sul lurido pavimento del Forte Prenestino.
Questo è l’uomo della mia vita, confermo fra estasi e residui di coscienza. È un bacio caldo, dolce e passionale come lui – caldo e dolce come è lui, passionale come avremmo immaginato volendo immaginarlo – , mi stringe come se non volesse più lasciarmi andar via, io lo adoro, cosa penseranno gli altri?, ci stanno guardando, saranno sorpresi, o in fondo se l’aspettavano?, che sarebbe finita così, voglio una birra ma non ora, e poi anche una sigaretta da fumarmi con lui, il cielo fuori è rosa e tra queste mura di pietra l’odore denso e dolciastro del fumo si mescola all’aria profumata della notte d’inizio estate e impregna le macchie psichedeliche schizzate sulle pareti graffitate, e il calore vitale di quest’eccezionale ragazzo dà finalmente un senso a tutto, cosa penseranno gli altri?, ci stanno guardando e si guardano fra loro stupiti?, vi voglio bene, Dio ti ringrazio se ci sei e se tutto ciò è opera tua, ci stacchiamo e ci stringiamo fortissimo, mi giro verso Ale, vorrei dirle qualcosa ma non ce n’è bisogno perché sa già tutto, ha già capito tutto, il sorriso che mi rivolge illumina il suo sguardo scuro e lo rende dolcissimo, e poi anche lei e Cesare si baciano, finalmente davanti a noi, questo fa quasi più effetto di me e Demian, che strano vederli così, Alessia affettuosa e passionale, lei sempre in tensione, e Cesare che mantiene qualcosa di forte e fiero anche nell’abbandono... “Noooo!!!” strilla Chiara “Ale che bacia qualcuno!... Non penso d’averla mai vista da quando la conosco”.
Ridiamo tutti. “Hai finito, idiota?” la riprende Ale tentando il suo sorriso sarcastico, che stavolta le riesce a metà, mentre anche Karin e Giulia ridono e applaudono, e mi colpiscono gli occhi azzurri di Karin che, leggermente bistrati di un nero sbavato, sembrano splendere più del solito. “Demian! Ma perché devi partire?” strilla infatti subito dopo “Non partire! Non stai bene con noi?”
“Sto molto bene con voi” risponde lui vagamente emozionato, e a bassissima voce aggiunge: “Sto così bene che penso spesso che mi piacerebbe rimanerci per sempre”, e così dicendo mi dà un bacio sulla guancia e un altro sulle labbra.
“Chiara! Dove vai?” domanda Ale a Chiara che si sta alzando come un gatto.
“A farmi curare le settecentoquarantanove carie che mi sono venute nell’ultimo quarto d’ora, tra gente che si sbaciucchia e dichiarazioni d’affetto varie!” risponde come una macchinetta “No, a parte tutto sto andando a far pipì” aggiunge, memore dei trascorsi e indulgente verso l’ingerenza di Ale “Devo pisciare, signori, devo espletare i miei bisogni fisiologici! Chi mi accompagna a espletarli?”
“Io” rispondo, alzandomi di scatto e scivolando fuori dall’abbraccio di Demian.
Io e Chiara corriamo ridendo verso l’immenso spiazzo a sud, non quello interno circondato dagli altopiani, i ballatoi naturali su cui la gente fa spesso i tour guidati, ma l’altro, quello esterno, aperto e sconfinato verso un orizzonte che si perde.
Altro che cielo. Qui è tutto qualcosa di spettacolare- la distesa di sterpi ci circonda a perdita d’occhio, e il pittoresco rosa del cielo sfuma, in basso, dove incontra i contorni scuri e suggestivi degli alberi e dei palazzi in lontananza, in un alone grigio, polveroso ma stranamente pieno di luce.
Mi metto a correre. “Chiaraaa!” urlo “È quella la luce che non si spegne maiii!!!”
Mi raggiunge, facciamo pipì in mezzo all’erba incuranti della gente che cammina nella notte a pochi metri da noi, poi ci mettiamo a urlare.
Io sono come impazzita. Mi butto per terra, mi rotolo nell’erba, urlo. Chiara è con me ed è felice come me, e in questo vedo, oltre che il sintomo della nostra solita fattanzia, una sincera partecipazione alla mia gioia. Ci scoliamo una Ceres in sessanta secondi netti, ci riassettiamo le mutande, poi torniamo a contemplare il paesaggio notturno.
“Chiara, ma cos’è quel... quell’alone vicino a... all’orizzonte, cioè, vicino a dove il cielo incontra la terra, insomma, gli alberi, insomma, quello che sta sulla terra e non sospeso per aria...” Siamo entrambe abbastanza fumate, bevute e felici da non riuscire a esprimerci.
“E che ne so? Sarà fumo, l’anima delli mortacci di tutto quello che ci stiamo fumando che risale su…”
“Ma come Chiara, tu sai sempre tutto” insisto con petulanza “Non vedi? È una specie di... di striscia, vedi, che sta a contatto con la terra, dev’essere una luce che si riflette da chissà dove, lo vedi che è più chiaro...”
Chiara mi guarda scettica, poi continua a guardarsi intorno.
“Dobbiamo farlo vedere agli altri! Andiamo a chiamarli!” strillo.
Ci affacciamo all’imbocco del corridoio e urliamo. “Ale! Demian, Cesare! Venite a vedere!”
Si alzano tutti e ci guardano interdetti. Noi ci avviciniamo.
Ci guardiamo tutti in faccia, come avessimo pensieri che non riusciamo a esprimere.
Poi guardiamo fuori, e la notte ride con noi.
Tutta la notte io e Demian siamo stati nel divano letto della sala.
Non abbiamo quasi mai dormito. Io comunque non avrei potuto. Abbiamo passato un tempo interminabile in un silenzio dolce e denso, colmo d’intimità. Sentirlo così vicino, così partecipe dei miei stessi pensieri senza aver bisogno di esprimerli, è stata un’esperienza incredibile, quasi mistica, e per la prima volta ho avvertito l’insufficienza del vocabolario, della lingua umana, in tutto il limite della sua incompletezza. Non penso esistano parole, men che meno locuzioni articolate e artefatte, per esprimere emozioni tanto complesse e ineffabili, descrivere certi momenti in tutta la loro magia, nell’infinita totalità delle sensazioni. Guardavo il suo profilo nella penombra, il suo sguardo sottile rarefatto nel buio, ascoltavo il movimento regolare del suo respiro come se lo avessi avuto accanto da sempre e per la prima volta sentivo di non aver bisogno di parlare, di spiegarmi. Siamo rimasti così per un tempo intenso e inconoscibile, scandito solo dal ticchettio dell’orologio e dalle luci della strada che entravano lievi dalle stecche della serranda. Abbiamo messo il CD dei Cure nello stereo, il vecchio e amatissimo Disintegration dell’89, a volume bassissimo per non disturbare nessuno, e abbiamo ascoltato la Plainsong decine di volte. Poi Demian ha cominciato a parlare sommessamente nel buio, e in poco tempo la stanza è stata piena della sua parlata bassa e milanese, diluita tra le ombre della notte.
“Camilla, vorrei dirti tante cose” ha cominciato con una strana malinconia “Sono stato così bene con voi, meglio, molto meglio che a casa mia, siete delle ragazze stupende e vorrei che lo teneste bene a mente, sempre. Tu... tu mi sei piaciuta subito, da quel giorno nell’auletta, e non solo perché mi hai aiutato. È che sei proprio una persona speciale. Sei la più piccola di tutte, secondo me, e non lo dico in senso dispregiativo, ma nel senso più bello che ci possa essere... Sei così dolce, hai questo candore che la tua intelligenza non riesce a macchiare di cinismo, e spero non ci riuscirà mai, perché sei pulita, e splendida così come sei… tu”, e così dicendo mi ha dato un buffetto sul naso come nei film “Non per dire che loro siano delle donne vissute o chissà che, anzi. Siete tutte anime belle, Karin per prima, per non parlare di Alessia che dietro ai suoi sguardi ‘storti’, come li dite voi, è la più fragile di tutte, e anche Chiara con le sue congreghe punk e le sue droghe... E tu sei proprio la mia bambina. Anch’io mi sento così, per questo sto bene con voi. Ma è anche abbastanza difficile, per me. Sono piombato qui dal nulla a sconvolgere le vostre vite... Già è normale, che ci siano dei problemi, quando tante ragazze vivono insieme, e con le famiglie poi... Poi arrivo io... Tante volte pensavo che me ne dovevo andare, che stavo creando troppi casini, ma poi stavo così bene che continuavo a rimandare...”
Mi accarezzava la guancia e giocava con i miei capelli. Anch’io toccavo finalmente i suoi senza più remore, con il viso sprofondato nel suo collo, a cercare di cogliere, attraverso il suo leggero profumo, l’essenza più profonda di un ragazzo secondo me unico al mondo.
“Quelle sono tutte sciocchezze. Noi siamo state contentissime che tu sia stato qui, e vorremmo che ci rimanessi ancora, o che tornassi” ho detto senza muovermi.
“Lo so. Anch’io” ha bisbigliato sorridendo “Ma adesso devo andar via. Cerca di capire quanto anche per me è difficile questa situazione. È stato difficile decidere di restare con tutti i casini, è stato difficile fare ’sto cazzo di biglietto. E poi ci sei tu, comparsa in un’aula universitaria come per magia, tu così piccola e forte che mi ami per come sono e parli la mia stessa lingua e ci sei sempre... Lo sai che mi piaci, che ti voglio bene, penso che tutti lo sappiamo. Cesare lo sa per certo, perché gliel’ho detto già tempo fa” sorride “E come faccio ora, con te o senza di te, non posso, capisci, non così. La mia vita non è qui. La tua sì, ed io non posso agire come vorrei, in nessun senso...” si è interrotto, mi ha stretta e mi ha baciata, ci siamo baciati, ho sentito il muscolo teso della coscia, ho intravisto una stria di luce fuori, ho ascoltato il più bell’accordo dei Cure- la gioia e la paura mi hanno sopraffatta.
“Che dici, piccola?” ha sorriso, accantonando la sua malinconia.
Che ti amo, avrei voluto e dovuto dire, di fronte all’obliqua e splendente fessura del suo sguardo. Nessuno mai mi aveva parlato così, con il semplice sguardo attento, con la sua pura presenza costante come la mia. Ma chi è, questo ragazzo meraviglioso, mi sono chiesta, era semplicemente uno che un mese fa dormiva nell’aula di Scienze e poteva essere stato solo il destino, a metterlo sulla mia strada, in tutta quest’assurda combinazione di tempi, incontri, coincidenze, in questo gioco rischioso e aleatorio andato incidentalmente a buon fine, in questa partita che io avevo iniziato con quella stagione, con le mie giornate, in quel grigio e apatico martedì dopo Pasqua in cui sembrava che niente dovesse smuoversi e l’estenuante staticità del cielo sembrava impedire a priori qualsiasi tentativo di cambiamento. Abbiamo continuato a toccarci e ridere e sorridere, a toccarci il collo e le braccia e l’incavo delle spalle, per conoscerci finalmente, a strusciarci lievemente come si fa nel dormiveglia con le lenzuola, e sentivo che il dolce trasporto mio era il medesimo suo, assorto e rapito dal mio odore come da un qualcosa di nuovo e desiderato, e ho capito, ho compreso e ho vissuto in un lampo di intima gioia come doveva essere stato con Claudia, con la sedicenne della sua prima volta, con tutte le donne che l’avevano attratto e amato.
Ho sentito la ricrescita della sua barba pungermi lievemente, il suo naso sottile sfiorare il mio, ho sentito la cautela, la delicatezza, il suo timoroso coinvolgimento. E poi, finalmente, di nuovo il suo bacio si è sciolto nel mio, è esploso nel mio e ho ricordato una poesia di Gozzano, in cui però il bacio si spegneva dopo una passione logora e quasi dolorosa, questo invece era un inizio, ora, qualcosa di nuovo e assoluto si stava aprendo per me con una forza che non avevo osato sperare, che avrei potuto immaginare solo nel mio sogno più bello.
“Scusami. Ti voglio troppo bene” ho sentito tempo dopo una voce ormai nota e familiare, al pari di quella di Robert Smith che continuava a cantare, nel buio rarefatto di una stanza solo nostra, e il suo corpo, il suo corpo desiderato fino alla follia, finalmente inerme tra le mie braccia... Dovevo essermi assopita, o addormentata o tutt’e due le cose. Ho sentito una commozione lancinante e stucchevole salirmi alla gola e poi agli occhi, improvvisa e incontenibile come un temporale estivo.
“Sono io che ti voglio bene. Sono io che...” ho detto, passandomi una mano sul viso e scoprendolo impiastrato di lacrime. Che ti amo, ho ripetuto mentalmente per l’ennesima volta – “Che ti adoro” ho concluso invece.
Non mi ero mai compromessa tanto con nessuno, nemmeno con Federico. Ma ora sapevo che lui mi conosceva, che lui mi aveva capita, che solo lui era magicamente riuscito a trasformare in pregi, e a mostrarmeli come tali, quelli che io avevo sempre considerato i miei peggiori difetti: quel mio certo tipo d’ingenuità, l’infantile qualità dei miei sogni e del mio modo di vivere le cose, tutte cose che secondo me mi davano una marcia in meno rispetto alle mie amiche, che avevo sempre cercato invano di correggere e che invece a lui piacevano, lui le apprezzava e me le restituiva sotto una luce diversa: lui aveva colto la parte più profonda di me e gli piaceva, gli piacevo com’ero.
“Perché piangi” mi ha chiesto passandomi un braccio sotto al collo e accoccolandoci meglio. Ero così commossa che non riuscivo più a parlare. Righe di luce grigiognola illuminavano il suo sguardo liquido, piangevo e toccavo la sua vecchia maglietta dei Ramones.
“Perché sono felice. Ti voglio bene” ho risposto dopo un po’ “Sei una persona fantastica, non pensavo che esistessi, non mi dimenticare, ti prego, io non ti dimenticherò mai”.
“Dimenticarti?” ha detto, con un guizzo vivo negli occhi “Non c’è proprio pericolo. Voglio che tu mi venga a trovare, con tutte loro, facciamo un po’ per uno. Hai capito, piccola mia?”
Ho pianto quasi tutta la notte. La voce assorta di Robert Smith continuava a risuonare in un loop basso e struggente.
“Dormi?” mi ha chiesto lui a un certo punto.
“No” ho risposto sommessamente “Non voglio dormire, stanotte. Avrò tutta la vita per dormire. Potrei dormire anche un mese di seguito, a partire da domani, e forse lo farò. Ora voglio solo sentirti accanto a me, scolpirmi addosso questo momento per tutte le future notti in cui non ci sarai” ho detto, entrando nel suo abbraccio e stringendomi ad esso. Come potrei sprecare anche solo un istante di questo?, ho aggiunto mentalmente.
“Ci rivediamo presto, Cami, te lo prometto” ha detto dandomi un bacio rapido e morbido. “Quasi quasi non dormo neanch’io. È la mia ultima notte a Roma, la mia ultima notte in questa casa, è la mia ultima notte con te... Anzi la mia prima notte con te” ha corretto, ma con una strana tristezza che mi ha allarmata ancora di più.
“Non dirlo in questo modo, ti prego. Mi sembra un addio definitivo e irreversibile”.
L’ho sentito sorridere nel buio. Mi ha stretto il collo con il braccio e ha premuto la sua testa contro la mia. “Non lo è”, ha sussurrato.
Invece dopo un po’ si è addormentato, col braccio dietro la mia testa e la testa sulla mia spalla. Così neanch’io mi sono più voluta muovere. Ho passato il resto della notte in un dormiveglia affollato e denso di flash dell’ultimo mese: l’incontro con Demian nell’aula di Scienze, la prima notte qui, l’orribile sera dell’aggressione di Giulia, il compleanno di Alessia, tutto insieme mescolato ad altri fatti mai avvenuti, speranze per il futuro e vecchi sogni.
Alle prime luci dell’alba mi sono alzata. Da lontano giungevano i rumori degli autobus che passano sulla Tiburtina. La notte si era lentamente sgretolata e tutta la stanza era piena di un chiarore lunare e polveroso. Ho guardato Demian semiaddormentato nel letto. Sembrava che mi guardasse. Il suo sguardo era appena una fessura nella prima luce diurna. Sono sicura che avesse gli occhi semiaperti, e un lieve sorriso che lasciava scoprire la fossetta sul lato destro.
Sarò stata cinque minuti buoni a guardarlo, seduta sul letto, mentre le ultime ombre della notte sfumavano lentamente. Non proverò mai più niente di simile, ho pensato.
Sometimes you make me feel
like I’m living at the edge of the world
like I’m living at the edge of the world
“It’s just the way I smile”
you said
Alle otto del mattino Ale entra in cucina. Io ho già fatto una prima caffettiera e l’ho pure quasi finita. Ci guardiamo senza dire una parola. Si versa l’ultimo caffè della macchinetta dicendo: “E questo è solo il primo della giornata.”.
“Hai dormito?” le chiedo.
“Chi, io? Che domande. Non dormo in condizioni normali, figuriamoci stanotte. E tu?” Guarda la mia faccia e senza aspettare la risposta aggiunge: “Tu meno di me. Anzi, tu per niente. Era quello che speravo, del resto”.
“Non è come pensi tu”.
“O non del tutto”.
Nessuna replica o battuta pronta stamane, ci smezziamo quaranta gocce di Novalgina e lei mette su dell’altro caffè.
Poco dopo arriva Chiara. Sembra più schizzata del solito, a quest’ora del mattino. Ha i capelli arruffati e si esprime a monosillabi scattosi e scostanti. È davvero notevole come il motivo del nostro malessere sia palese, presente nell’aria, a inquinare i gesti ed amplificare la peggiore indole di ognuna, senza che ne facciamo parola in alcun modo. Come sempre evitiamo con cura il discorso, ma questa volta è diverso: questa volta non è che non abbiamo il coraggio di affrontare l’argomento: semplicemente, non c’è più bisogno di parlarne.
Demian si dipinge sulla porta della cucina alto, bellissimo e dolcemente malinconico. Sorride e imprime su ogni cosa la sua migliore espressione di circostanza. Io scatto in piedi. Non fate scherzi, la colazione per Demian oggi la preparo io. Chiara gli chiede se ha dormito. Lui sorride e non risponde. Non mi guarda e ci resto male, poi mi guarda ma non si avvicina; non dice nulla, abbassa gli occhi sul tavolo, mi sembra di scorgere una piega amara agli angoli della sua bocca.
La roba di Demian si è moltiplicata durante la sua permanenza qui, per cui Ale è costretta a prestargli un borsone. “Almeno è un buon pretesto per rivederti” scherza con aria minacciosa, guardandolo da sotto in su.
Alle nove vado a svegliare Karin. Dalla sua aria riposata risulta evidente che è l’unica persona, in quest’affollatissima casa, ad aver dormito tranquillamente. Indossa come sempre l’orrido pigiama con i topi-porcelli, che come sempre le sta magicamente sta d’incanto.
Facciamo colazione tutti insieme in un silenzio interrotto da battute sottotono, brevi e discreti commenti, sguardi furtivi lanciati al di sopra delle tazze come se ognuno volesse cercare di sondare lo stato d’animo altrui. Fumiamo tutti insieme le ultime superstiti di un pacchetto qualsiasi, poi Demian va a finire di prepararsi.
Alle dieci e mezza Cesare citofona. Siamo tutti pronti.
Demian ha legato la mimetica sullo zaino, fa già un caldo terribile e sarebbe da suicidi indossarla; porta la maglietta militare sulla quale spicca ancora una volta il suo ciondolo rosso; ha i capelli legati dietro con le solite ciocche più corte che gli ricadono sul viso; ha lo zaino sulle spalle, la borsa di Ale in mano e una felpa legata in vita: proprio il perfetto aspetto del viaggiatore. Dio, aiutami a conservare intatta, integra quest’immagine. Quest’ultima immagine.
Quando saliamo sulla Uno di Cesare (ancora una volta in sei, è stavolta è pieno giorno, ma nessuno sembra farci caso o preoccuparsene) tutto comincia a sembrarmi straziante, un insopportabile stillicidio, una discesa verso l’inferno, a partire dal nostro umore danneggiato per finire a ogni impasse del traffico o del manto stradale. Eppure ero preparata, sono due giorni che cerco di visualizzare questa scena per abituarmi all’idea, come ieri mattina – Dio, sono passate solo ventiquattro ore – quando continuavo a ripetermi “Demian domani a quest’ora sarà sul treno”. Ma adesso che la vivo è più terribile di quanto mi sarei aspettata, e a nulla serve l’incanto e il ricordo della notte appena trascorsa che già sembra scivolarmi tra le dita al punto che nemmeno sono più sicura sia esistita, e ad un tratto desidero ardentemente trovarmi altrove, vorrei che tutto questo fosse già passato, vorrei addormentarmi e svegliarmi fra un mese, ma viverlo ora, così, no – è troppo doloroso, e ho idea che fra poco sarà molto peggio.
Abbiamo appuntamento con Giulia alla stazione Termini. Nonostante si sia ripresa bene dall’accaduto, le è rimasto un ovvio terrore per quel posto; eppure per Demian ci è venuta, e da sola anche, ci ha solo raccomandato di non tardare. Capisco d’un tratto che anche Giulia, a modo suo, ha voluto veramente bene a questo ragazzo. E capisco anche che io, con la mia pretesa di esclusività, ho costretto tutte a reprimersi, a nascondersi, a non essere sincere con me; mi lamentavo che non mi parlassero chiaramente e che mi trattassero come una fragile bambolina di cristallo, ma quando hanno provato a farmi capire ciò che avveniva intorno a me, ciò che a quanto pare stava succedendo anche a loro, ho posto un muro edificato sui miei presunti diritti su Demian. Come avrebbero potuto, eventualmente e a chiare lettere, dirmi quello che provavano quando io rivendicavo strenuamente le mie pretese come fossero la cosa più ovvia e legittima, come se lui fosse di mia proprietà, castrando a priori ogni loro slancio? E quale diritto avevo io in fondo su di lui, se non quello di averlo incontrato per prima? Era un diritto questo, era una garanzia che mi assicurasse il suo possesso o un’incontestabile precedenza?...
Ricordo con un conato di vomito l’accaduto tra Demian e Alessia, e non sono più sicura che il disgusto riguardi solo la fiducia tradita, la mia; ricordo l’infinita sceneggiata che ho fatto, e che probabilmente, se non fosse intervenuta una forza di causa maggiore come l’aggressione a Giulia, avrei portato avanti fino a troncare l’amicizia di una vita, le amicizie di una vita, unilateralmente senza ascoltare le loro ragioni, i loro sentimenti, le ragioni dei sentimenti delle persone con cui sono nata e cresciuta. Per la prima volta mi viene il sottile dubbio che sia stata mia la colpa di molti dei casini che sono successi, come qualcuna aveva cercato di farmi capire (o come m’ero detta io stessa?), Dovresti tenerlo sotto a una campana di vetro se non vuoi che faccia quest’effetto anche alle altre. Capisco di colpo quanto Ale deve aver tenuto a questo ragazzo; ci ha tenuto al punto di rischiare di mandare a puttane il suo rapporto con Cesare, in cui ha tanto sperato, che è la luce nel buio delle sue e altrui nevrosi; anche lei ha fatto tutto in funzione di Demian, e chissà quanto deve averla destabilizzata sentirsi divisa tra l’affetto per me, l’amore per Cesare, e l’attrazione verso questo incredibile ragazzo sbucato dal nulla; ha messo in gioco molto più di me, quella sera del bacio – non penso sia successo per caso, non ne avrebbe avuto motivo, lei un uomo ce l’ha e pure gran fico – ed io sono stata capace di infuriarmi, di farne una tragedia, considerandolo un capriccio, non volendo vedere, non volendo nemmeno provare a capire quello che sentiva lei. Come ho potuto essere così cieca e infantile? Non parlare continuamente dei propri sentimenti non significa non averne, il fatto che Ale non stesse di continuo a riversarmi addosso esaltate dichiarazioni su ciò che provava per Demian, come invece non ho mancato di fare io ogni singolo giorno, non vuol dire che non abbia provato qualcosa per lui, anzi! Forse, se fossi stata un po’ più zitta e tranquilla, invece di ribadire a ogni occasione i miei indiscussi diritti su Demian, avrei capito molte cose e avrei dato modo alle altre di esprimersi, invece di soffocarle con il mio esaltato amore e di mettermi a strillare poi accusandole di escludermi e di parlare alle mie spalle! Ho ancora molto da imparare, penso affranta. Ho molto da imparare sulla dignità e sui sensati silenzi di Ale, e da Giulia, che dopo un’aggressione con tentativo di violenza, viene da sola alla stazione Termini solo per salutarlo, proprio lei così seria e razionale... E Demian sapeva tutto, si è sempre accorto di tutto, ecco a cosa si riferiva ieri notte con quella frase sui casini che ci sono quando tante ragazze vivono insieme, anche lui diviso tra me e Ale, tra tutte noi, nell’appartamento di Ale in cui però io l’avevo portato. Non ero io a condurre i giochi, a conoscere la situazione nella sua totalità, a poter raccontare oggettivamente ciò che stava succedendo al di là del mio piccolo orticello emotivo. Sono stata solo la più cieca di tutte, la più all’oscuro e per mia scelta, per ‘il mio infantile modo di vivere le cose’ di cui solo adesso mi avvedo appieno… adesso che è troppo tardi.
Questa folgorazione improvvisa mi fa venir voglia di urlare, di abbracciare Ale dicendole quanto le voglio bene e di chiedere scusa a tutte per la mia stupidità; ma il dolore per la partenza di Demian spegne sul nascere il mio atto di contrizione e i miei buoni propositi, per cui taccio stretta tra Chiara e il finestrino abbassato, osservando al di là di esso una clochard che spinge un enorme carrello mezzo vuoto.
Davanti alla stazione Cesare accosta in doppia fila e dice che ci aspetterà lì, ma Ale, quasi a voler sadicamente confermare la mia recente rivelazione, gli dice di non aspettarci, che torneremo a piedi, che dopo avremo voglia di restare da sole. Cioè, capito? Ale che dice a Cesare di andarsene, perché vuole rimanere sola dopo aver salutato Demian. Un’altra di queste uscite e mi metto a dare le craniate sul pubblico muro, penso al limite dell’esasperazione.
Il saluto fra Demian e Cesare, pur nella spavalda allegria di due ragazzi di ventitré anni, è già così straziante da farmi venir voglia di rimettermi immediatamente a piangere. Si abbracciano forte, si sorridono con aria decisa; Cesare gli dice di non dimenticarsi, dovranno fare la serata insieme quando verrà giù con i Panic in London, Demian sorride e ribadisce il proposito, gli indirizzi ce li hanno, gli spartiti dei nuovi pezzi pure, e si lasciano fra strette di mano e un segno di vittoria che Cesare gli manda quando Demian, già lontano, si gira un’ultima volta per sorridergli. Si sono adorati, anche questi due, penso guardando Ale vigile e malinconica. Non avevo mai visto Cesare così allegro, così spontaneo, così amabile con nessuno. Demian ha tirato fuori la parte migliore di ognuno, non solo la mia, e adesso che va via se le porterà con sé e noi torneremo ad essere le anime scontente e frustrate che arrancano nell’apatia e nelle discutibili battute reciproche, penso impanicata.
Troviamo Giulia al varco. Si guardava attorno nervosamente, ma per fortuna, ci informa, è appena arrivata. Abbraccia Demian e lui la stringe forte, chinato sulla sua testolina mora. Io mi sento svenire. Ale mi guarda preoccupata, se ne è accorta, mi prende le mani. La stazione, l’orologio, il suo sguardo vivo, la pubblicità dell’amaro Lucano, il rimbombo grigio degli altoparlanti, e la gente che corre, va, viene, parte per lidi e città lontane e noi restiamo qui senza partenze e senza più Demian... Dio, vorrei solo che tutto questo fosse già passato, passato, passato!
Chiara dà un taglio netto al mio fiotto di dolore.
“Muoviamoci, che è tardi” borbotta cupamente.
Caldo torrido e afoso, del sole più aggressivo delle tre del pomeriggio di una domenica di fine maggio. Aria satura e rarefatta che mi sforzo di respirare assecondando un istinto che dovrebbe essere innato, ma che mi pare indebolisca i miei polmoni già affaticati dalle Diana blu degli ultimi due mesi e la fragile concentrazione che sto cercando di mantenere sulle tre righe sottolineate a più colori, bistrattate fin quasi all’incisione, che rileggo per l’ennesima volta mentre mi passo la mano sinistra sulla fronte madida per asciugarmi il sudore e scostarmi l’ennesima ciocca di capelli che, liberatasi dal fermaglio di legno, mi è scivolata umidiccia su un occhio.
La porta della mia stanza viene aperta con discrezione.
“Cami, il caffè” annuncia mia madre, servizievole com’è ormai da venti giorni, da quando la sua figliol prodiga ha fatto definitivo ritorno a casa, tenendo in una mano una tazzina rosa e riparandosi istintivamente con l’altra dal sole che entra arrogante dalla finestra spalancata.
“Grazie” le dico sentendomi in colpa per le tre righe che non sono ancora riuscita a memorizzare, e stringo la matita con una volontà quasi rabbiosa che non vede l’ora che lei se ne vada per dimostrare che questa volta davvero ce la farò, mentre una parte di me vorrebbe tornare indietro di un quarto d’ora per aver ancora tempo di imparare le tre righe e sentir così d’essermi meritata la tazzina che mia madre mi sta porgendo con tanta premura.
Bene, almeno così avrò un po’ di liquido dolciastro in gola tale da permettermi di fumare un’altra sigaretta, ma non la accenderò fino a quando non sarò finalmente riuscita a memorizzare queste famigerate tre righe- stavolta faccio sul serio, ed era anche ora.
Davanti a me c’è un portamatite, dello stesso legno del mio storico fermaglio indiano, colmo di pennarelli scarichi e incrostati dagli anni; c’è un pacco di dispense, ritirate l’altro giorno al centro stampa della Bulzoni, che ancora non ho avuto il coraggio di sfogliare; e c’è un calendarietto, gadget di non so quale rivista, che viceversa faccio fatica a non guardare ogni volta, frequente e nervosa, che sollevo gli occhi dalle pagine del mio Ferrarotti. Segna il 25 maggio.
Venticinque maggio. Una domenica afosa come quella di tre settimane fa, uno dei primi giorni in cui il caldo cominciò a farsi sentire. Ricordo come se fosse ora quella domenica stordita, passata per metà alla stazione Termini in una sorta di sbiadito e appiccicoso incubo che trovava riscontro e contraltare solo nel metallo freddo dei tavolini del Mc Donald’s, oltre che negli sguardi gonfi e improvvisamente molli di Ale.
Il Mc Donald’s!... Ultimo posto in cui avremmo mai immaginato di andare a finire. Eppure eravamo lì, tendendo invisibilmente l’orecchio all’altoparlante che annunciava i treni in partenza, sperando che le altre non se ne accorgessero e al contempo sapendo bene che, oltre ad accorgersene, ognuna stava facendo esattamente la stessa cosa. Nessuna di noi aveva voluto aspettare la partenza dell’Intercity per Milano. Di comune accordo ci eravamo allontanate, dopo aver salutato Demian fra baci abbracci e singhiozzi repressi, ed eravamo quasi corse, in simbiotico silenzio, fino al primo posto che non presentasse lussuose moquettes e plasticosi artifici e pretenziose commesse con le calze di nylon... E l’unico locale che non presentava queste caratteristiche era appunto, stranamente, il Mc Donald’s della galleria centrale. Da lì eravamo opportunamente troppo distanti per sentire gli annunci dei treni in partenza, ed io come a voler vincere l’eventuale frastuono di quella voce metallica e quello sicuro dei miei deliranti pensieri, mi ero messa a chiedere alle altre a voce esageratamente alta cosa mai avremmo potuto ordinare in un posto come quello.
“Birra” aveva risposto Ale con lo sguardo deviato, come se non mi avesse affatto ascoltata e stesse rispondendo a una sua personale esigenza piuttosto che alla mia domanda.
“Ale, non credo che qui abbiano la birra” replicai col medesimo tono acuto, come se stessi cercando di sovrastare il mormorio indistinto e fastidioso di una folla che, nella realtà, non esisteva affatto.
Stavolta mi aveva sentita perfettamente.
“Cazzo! Come cazzo non hanno la birra in questa fottutissima casa di Barbie! Mica ho chiesto un Jack Daniels! Avranno pure la fottuta Heineken in carta non riciclata, no? Che credi che non ci sia mai venuta qui a quindici anni e che non abbia letto con oscura inconsapevolezza la dicitura al neon ‘birra’ su quel fottuto listino cybernetico?!”
Aveva strillato anche lei, e Karin nel suo mutismo granitico le aveva rivolto uno sguardo per nulla preoccupato, ma fiero e partecipe. Ero andata come un automa al bancone a prelevare cinque vergognose Heineken o Peroni in cartoncino inchiostrato. Chiara era corsa ad aiutarmi prendendone un paio e portandole al tavolino di fòrmica sporca.
La vetrata che dava sulla galleria della stazione era un’insopportabile vetrina di canadesi bionde, uomini d’affari squagliati dal caldo e famigliole in visita ai parenti della Capitale- non tolleravo di vedere tutta quella gente, sebbene una parte di me si rendesse conto con disgusto che eravamo noi, seminascoste dagli adesivi multicolor e dalle lucide piante artificiali, a stare in vetrina.
Bevvi metà della mia birra annacquata in un’unica sorsata, Ale e Chiara mi imitarono mentre Giulia e Karin si fissarono per un lungo momento prima di bere, esitanti, un sorso delle loro. E fu in quella che, da non so quale mio suscettibile senso, sentii nascere un’oscura convinzione che non era altro che la mia paura più atavica.
“Ecco!” urlai istericamente “Ecco, l’ho sentito, lo so, è partito”.
Tutte, Ale compresa, mi fissarono pensando che avessi sentito l’annuncio o che avessi visto l’orario; ma dovettero abbandonare l’idea non appena si resero conto che come sempre non portavo l’orologio, e nemmeno ce n’era alcuno in quella colorata, nauseante sala.
Ale mi aveva allora guardata come se fossi una divinità e credesse ciecamente a qualunque cosa dicessi. E forse lo ero - il mio folle amore mi conferiva, probabilmente, poteri superiori, o almeno così mi piace pensare nel ricordo. E di colpo io e lei eravamo sbottate a piangere all’unisono, Ale!, Ale che non aveva mai pianto davanti a nessuno!, lì per lì non mi stupì, era la cosa più ovvia e inevitabile del mondo che lei piangesse insieme a me e credo che mi sarei persino offesa se non l’avesse fatto. Ma poi anche Giulia era scoppiata a piangere, come per l’effetto di uno strano contagio, e Chiara guardando l’indecente vetrata aveva finito la sua birra mentre con l’altra mano afferrava il bicchiere che Giulia non aveva quasi toccato, mentre Karin con gli occhi spenti si maltrattava lo smalto di un’unghia, e poi all’improvviso era scoppiata a ridere di una risata isterica, morbosa, incontrollabile, e mi aveva rovesciato sulla testa il poco liquido rimasto nel bicchiere di Giulia.
Se ripenso a quel momento mi sembra di rivedermi dall’esterno, per quanto l’ansia e la scarsa lucidità di quella giornata me lo permettano: smarrita, lacrimante, con i capelli grondanti birra sulla magliettina azzurra che indossavo. Allora anche Ale era scoppiata a ridere d’una risata molto simile a quella di Chiara, Giulia pure, e finalmente anch’io ero ripiegata sulla spalla di Chiara, bagnandola di lacrime e di Heineken annacquata, e mi ero unita alla folle risata collettiva, ancora scossa dai singhiozzi. Ci guardavano tutti, e non ricordo un’altra situazione in tutta la mia vita nella quale me ne importasse di meno. Avevo allungato la mano verso il bicchiere di Karin per scoprire che era vuoto, Ale ne aveva appena terminato il contenuto.
Fino alle tre del pomeriggio fummo in un Irish pub di Santa Maria Maggiore ad annacquarci i cervelli già lesi con pinte di Harp in happy hour. Finimmo in questo modo i soldi che Demian ci aveva lasciato come ringraziamento per tutto e piccola liquidazione di un’assenza che in realtà non aveva prezzo. Uscimmo da lì che era primo pomeriggio e ancora caldo, tenere i nostri anfibi in equilibrio sul marciapiede bollente era una fatica troppo grande ed io non potevo impedirmi di pensare che appena ventiquattr’ore prima stavo uscendo con Demian per andare a comprare il CD degli Smiths e ancora non ci eravamo baciati e non avrei immaginato che tutto sarebbe finalmente accaduto proprio quel giorno, quell’ultimo giorno quell’ultima notte, nella zona Cesarini di una speranza lunga mesi, e che adesso a distanza di sole ventiquattr’ore lui era quasi arrivato a casa, in una casa che non era la nostra e tutto mi sembrava già così lontano da apparire ai miei occhi gonfi come un racconto letto su qualche tascabile Newton o un film visto in qualche sala d’essai o una struggente confidenza fattami fra le lacrime da qualche compagna di liceo
ma evidentemente doveva essere vero, dovevo essere io, doveva essere la mia vita, sennò non si sarebbe spiegata una sbronza del genere a quell’ora e un tale soffocante malessere collettivo e Ale che si era fermata a comprare un altro pacchetto di Diana e Chiara che non aveva nemmeno più voglia di scollettare dai turisti, pensavo mentre percorrendo via Cavour in salita cercavamo di tornare in piazza dei Cinquecento, urtando quasi tutti i passanti e finendo spesso spalmate addosso alle facciate dei palazzi Umbertini.
Non so esattamente chi di noi, non so in quali letti di casa Sartori, dormimmo quasi ininterrottamente fino al mattino dopo. La cosa peggiore fu svegliarmi verso l’ora di cena, sotto le dolcissime carezze di Chiara che mi chiedeva se mi andasse di mangiare qualcosa: vidi il lettino di Demian vuoto, realizzai con piena e rinnovata coscienza quello che era successo, qual era ora la mia situazione, e il dolore che ero riuscita ad anestetizzare per qualche ora mi ripiombò addosso, improvviso e ancor più violento di prima. Il contraccolpo fu tale che iniziai a tremare e ricordo solo che Chiara mi propinò una pasticca – Tavor, seppi poi, ma sarebbe potuta essere anche una delle sue Roipnol e mi sarebbe andata bene lo stesso – , prima di scivolare di nuovo in una buia incoscienza cullata dalle mani di Chiara che mi rimboccavano la sottile trapunta a fiori.
Tutto qui.
La noia, lo sconforto, l’apatia e a tratti la disperazione dei giorni seguenti non hanno bisogno di essere narrati.
Sono passate tre interminabili settimane da allora. Il caldo è esploso, le trapunte hanno lasciato il posto a lenzuola sudate, è praticamente arrivata la sessione estiva in cui io e Ale dovremo dimostrare qualcosa ai nostri genitori, oltre che a noi stesse – se no, finiremo io confinata su questa sedia o su quella da factotum che mio padre ha proposto di rimediarmi nel suo ufficio di ragioniere-contabile, e Ale, peggio ancora, di nuovo a casa con Alice e Luciano, alla faccia dei discorsi sulla letteratura la politica l’esistenzialismo e tutte le minchiate che abbiamo condiviso nell’ultimo anno nell’appartamento di via Vincenzo Morelli, canne comprese.
La prima settimana abbiamo sentito Demian tutte le sere; la seconda, una volta ogni due giorni; la terza, quella che è terminata oggi, solo una volta, e l’abbiamo chiamato noi, solo per sentirci ribadire da una familiare e amatissima voce nordica splendidi ricordi e tenui nostalgie, ma nulla di presente e tangibile… Nessun proposito o progetto concreto, solo il trito e triste copione della lenta agonia dei rapporti a distanza.
Richiamata alla realtà da un lontano squillo di telefono, mi scuoto e realizzo che, a dispetto dei miei buoni propositi, ho passato gli ennesimi minuti in un vuoto di presenza, a fissare senza guardarlo il calendarietto regolato su quest’afosa estenuante domenica di fine maggio. Mi scosto ancora una volta la ciocca di capelli incrostata dall’afa, ho finito il mio caffè ma non ho ancora la forza di fumare, penso che andrò a prendermi una lattina di Coca Cola dal frigorifero; sono di mio fratello, io detesto la Coca Cola, ma la fatica dello studio e il dolore dei ricordi mi hanno seccato la gola al punto di sentire, o forse è solo una mia impressione, il ruvido contatto della lingua sul palato, come quando – non lo scorderò mai per l’impressione che mi fece – da piccola per togliermi le tonsille mi fecero l’anestesia totale, e le rassicurazioni del medico si incagliavano tra le mie papille gustative che improvvisamente sembravano grumi enormi e un po’ osceni. Ma prima devo memorizzare queste fottute tre righe, almeno la fine del paragrafo, niente sigaretta e niente Coca Cola se non finisco il paragrafo, mi impongo restando incollata alla sedia, e volto le pagine con uno scatto rabbioso che quasi le lacera - finirò il capitolo e stasera lo ripeterò, nonostante la quantità di pagine fitte mi appaia insensata e scoraggiante quasi quanto tutti i giorni che dovrò passare senza Demian: ma stavolta faccio sul serio.
“Cami” dice mia madre schiudendo leggermente la porta, e suscitando nella mia coscienza una nuova ondata di sensi di colpa “C’è Alessia al telefono”.
Abbandono la sedia con un’immensa voglia di morire.
“Ciao” dico nella cornetta “Come va?”
“Come vuoi che vada?” risponde la voce di una delle tre o quattro persone che amo di più al mondo “Pranzo dai miei avvelenato dalla cupa consapevolezza di ciò che mi aspettava dopo. Caffè al limite delle mie nevrosi, e poi la suddetta ineluttabilità: due capitoli di Psicologia Generale da imparare in fretta e senza più alibi. Loro non mi hanno detto niente, sanno che ce la posso fare, se voglio. Karin stava tutta tranquilla e io mi sono chiesta forse per la prima volta come fa, come ha sempre fatto, a sopportare le terribili domeniche pomeriggio pre-ritorno a scuola e pre-sessione, siano esse fredde e invernali o estive e roventi come questa. Ma non ho avuto il coraggio di chiederglielo, si beveva il suo caffè come se niente fosse, mentre io andavo rimescolando nel mio lo zucchero ormai completamente sciolto, e appena tornate s’è messa a studiare e sta sopra al libro, senza altri pensieri apparenti, da almeno un’ora. Io continuo a vagare per casa e ad accendermi una dopo l’altra sigarette che neanche fumo e più non studio più mi odio, ma più mi odio più mi faccio prendere dal panico e continuo a vagare per casa”.
“Se sapessi quanto ti capisco” le dico cupamente.
“Tu?” s’informa poi con amore.
Per un attimo sono tentata di mettermi a urlare e buttarmi per terra e gridare fra le lacrime che vorrei solo essere da qualche altra parte con lei, lontana da questa città, dai ricordi che mi mozzano il fiato e dall’università che già odiamo senza averla nemmeno realmente iniziata - ma il buonsenso e tutti i suddetti sopracitati propositi prevalgono.
“Io? Stammi a sentire, mettiti ad ascoltare Smile dei Pearl Jam e concentrati solo sul tuo obiettivo primario, cioè i due capitoli che devi fare oggi, rimandando tutto il resto alla birra che ci prenderemo insieme domani sera”.
“Domani sera? Manca troppo”.
“Lo so, ma penso sia l’unica cosa che possiamo fare al momento, e questo perché, per motivi che non rimpiango affatto, non l’abbiamo fatta durante tutto l’anno. Forse chissà, forse un giorno ricorderemo con affetto persino questa terribile insulsa domenica che ci sta facendo pagare i pochi momenti di benessere che ci siamo concesse, come se poi fosse una colpa l’esserci concesse momenti di benessere alla nostra età, per quello che ci è consentito... Comunque, fai quello che devi fare e vedrai che sentirai di aver messo sull’altro piatto della bilancia il giusto contrappeso per le giornate che abbiamo passato negli ultimi due mesi, e sicuramente ti sentirai meglio con te stessa”.
Sento l’incipit di un fiato nel telefono, ma nessuna replica. Ale resta senza parole, e anch’io non posso credere che vengano proprio da me, certi discorsi – è incredibile quanto la sofferenza ci tonifichi, penso, senza alcun tipo d’orgoglio.
“Sei proprio sicura di volerlo fare?” mi chiede Ale per la decima volta, davanti alla vetrina piena di foto artistiche e un po’ impressionanti intervallate da scritte e cartellini che indicano i servizi offerti.
È un folgorante pomeriggio d’inizio estate e il sole incendia l’asfalto del marciapiedi su cui poggiamo i nostri eterni anfibi; la gente va in giro in maglietta, gli impiegati hanno sbottonato la camicia e roteano la cravatta, le ragazze indossano provocanti canottierine all’ultima moda dai colori più disparati, i bambini (che finalmente ottengono il tanto agognato gelato) sono in calzoncini, e tutti portano occhiali da sole da bancarella o da foto-ottica del centro, così come tutti o quasi sfoggiano immotivati e spontanei sorrisi da copertina patinata. Che bella storia, l’estate.
“Certo” le rispondo incurante “Certo per la decima volta. Puoi andare avanti anche fino a cinquanta, anche fino a cento se ne avrai il tempo, e la mia centesima risposta rimarrà: certo”.
“Come tua acquisita sorella maggiore, ho il dovere di farti riflettere ancora su ciò a cui tu stessa, data la tua veneranda età, non potresti esimerti dal pensare. Pensa solo a tutto quello che ti succederà nei prossimi anni, calcolando quello che ti è accaduto in pochi mesi. Pensai agli incontri che farai, ai cambiamenti che vivrai”.
“Per adesso penso che negli ultimi tre anni non mi era capitato un bel niente, e stiamo parlando di tre anni. Almeno per i prossimi tre, quindi, non me ne pentirò” replico impassibile.
“Ti rendi conto che un giorno tutto questo ti apparirà lontanissimo e non più così importante, e ti potrà dar fastidio aver sempre sotto agli occhi qualcosa che ti ricorderà in ogni momento una cosa così lontana, passata, in cui non ti riconoscerai neanche più?”
“Come potrei non rendermene conto, dal momento che è da ieri che me lo ripeti?”
“Cami, sto parlando sul serio”.
“Anch’io, Cristo... La fai finita? Vuoi entrare con me o preferisci aspettare fuori? Hai due secondi per decidere, perché io sto entrando”.
Comincio a seccarmi. Le ho chiesto di accompagnarmi perché volevo condividere con qualcuno questo momento, ma lei mi ha accompagnata nell’ostinata speranza di farmi cambiare idea. Le lancio un’occhiataccia, lei tace rassegnata ed entriamo nello studio. Illustro la situazione ad uno dei ragazzi, un tipo molto trendy con capelli ossigenati, sguardo simpatico e piercing al sopracciglio destro, e lui ci fa accomodare su un divanetto pregandomi di aspettare cinque minuti. Dopo nemmeno due mi chiama e mi fa sedere in un angolo, accanto a un ripiano sul quale è allineato in bell’ordine un gran quantitativo di flaconi d’ogni tipo e inoltre penne, matite speciali, pacchi di kleenex, istantanee, biglietti con appunti ed ogni altra sorta di cianfrusaglie.
Ale mi guarda scoraggiata mentre prendo trionfalmente posto sulla poltrona, vagamente simile a quelle dei dentisti. Cristo, possibile che proprio lei non capisca. Lo so, lo so che questo è un momento, che passerà, che come lei ha giustamente osservato tutto ciò mi apparirà un giorno lontano e non più così importante, ma è proprio questo, il punto: io non lo voglio far passare, non lo voglio lasciar sfumare, voglio ricordarlo per sempre, anche fra dieci anni, anche quando starò con un altro, anche se e quando sarò sposata (bum!); perché io l’ho amato veramente, questo ragazzo, e ancora lo amo anche se è ormai lontano da qui, dalla mia vita e da tutto; perché non troverò mai più uno come lui, uno perfetto che sappia di esserlo ma non lo faccia pesare agli altri; uno che per la prima e forse ultima volta mi abbia guardata e capita; e lo so, lo so che questo può essere l’altisonante e idealistico delirio di una diciannovenne ingenua, ma fa niente, nel ricordo che voglio mantenere ben vivido è compreso anche e soprattutto questo, l’idealismo e il candore dei miei diciannove anni, e questi pomeriggi di sole dopo Demian oltre alle indimenticabili emozioni degli ultimi tre mesi. Possibile che nessuno lo capisca? Solo Chiara, finora, ha mostrato comprensione per il mio sbilenco e nitido punto di vista.
Il tipo ossigenato comincia a trafficare sul mio braccio con uno stick di deodorante Neutro Roberts e una garza. Anch’io ci ho pensato tanto, ma così tanto, cosa crede Alessia che si fa da parte col suo sguardo torvo?, ma ogni pensiero confermava i miei sentimenti e avvalorava sempre più l’intenzione, donandole ogni volta nuove tinte e ulteriori motivi.
Poi l’ago elettrico comincia a muoversi sulla mia pelle, pungente e metodico, e oltre a un lieve dolore mi provoca un’inquietante sensazione d’irreversibilità... L’ago elettrico comincia a iniettare inchiostro nella mia pelle chiara, ed è troppo tardi per i ripensamenti.
“Ora che dirai al tuo prossimo uomo? Non pensi che potrebbe aversene a male?” scherza Ale un’ora dopo, mentre solleva con cautela la benda dal mio polso per spalmarvi un velo di vaselina, il cui uso mi è stato raccomandato per i prossimi cinque giorni.
“Oh, niente” rispondo con noncuranza “Vorrà dire che mi cercherò ragazzi il cui nome cominci esclusivamente per D”.
Ale mi guarda con aria scettica. Lo so, lo so - non riesco a trovarli neppure arbitrariamente, sono sola dai tempi di Federico Altieri, figuriamoci se posso permettermi di fare una cernita sull’iniziale del loro nome.
È così. Mi sono fatta tatuare sul polso sinistro una minuscola ‘D’- semplice semplice, d’un nero intenso – che, mi hanno già avvertita tutti, tra un paio d’anni acquisterà una colorazione bluastra e sfocata – , senza fronzoli o ornamenti vari. Ero indecisa fra la semplicità del carattere di Demian e la grandezza della sua personalità, e ho infine optato per la prima. La grandezza la troverò ancora in qualcun altro, spero; ma una tale semplicità e umiltà che la accompagni no, non credo. Sono consapevole d’essermi in questo modo ipotecata il futuro e condannata a rispondere, per tutti gli anni a venire, a una serie di ignobili domande quali: che significa? (aria finto-ingenua), oppure: Ah-ahh (aria ebete-maliziosa), o ancora peggio: Ti piace, o piaceva, uno che comincia per D.? (brillante intuizione non c’è che dire), eccetera... Ma per ora non sono pentita, anzi, sono sempre più orgogliosa del mio gratuito gesto d’amore e più che mai compiaciuta nel pregustare le feroci risposte che darò alle sciocche domande di cui sopra.
La porta di casa si apre e dopo un secondo Karin appare sulla soglia della cucina.
“Ciao, ragazze” ci saluta.
“Karin, giusto tu” comincia Ale ridacchiando “Giusto in tempo per ammirare la sublime trovata della nostra Camilla Crociani!”
Vedi? Qualcosa m’era sfuggito- qualcosa sfugge sempre. Oltre ad essermi condannata per l’avvenire a rispondere alle idiote domande di cui sopra, mi sono anche votata a farmi prendere per il culo dalle mie migliori amiche vita natural durante. Va bene, se non altro si scorderanno della foto di Eddie Vedder, penso sospirando con aria di stoica sopportazione.
“Tu pensa al tuo Xerox” la sbeffeggio di rimando “L’unico uomo di cui non si possa dire: the original. Ma sei sicura che fosse lui, ieri? Attenta, Cristiano si sta facendo ricrescere i capelli, tra un po’ potresti far confusione...”
Ad Ale scappa da ridere, e ciò le impedisce di rispondermi a modo. Anche Karin ride, con la sua aria serafica ammira il mio neo-tatuaggio e dichiara che andrà a farsi una doccia, dopodiché sarà di nuovo con noi. Io richiudo la benda e resto con Ale nella cucina immersa nella luce del crepuscolo estivo, a guardarci come sempre e come mai.
La prima parte della sessione estiva è passata senza grosse sorprese, dopo le paranoie d’obbligo e gli spinelli d’ufficio delle sere precedenti. Alessia ha finalmente dato e superato l’esame di Biologia ma è ormai troppo indietro per dare tra un mese quello di Psicologia I, e se non lo darà ci si aspetta che Alice e Luciano la costringano a tornare a casa da loro; Karin ha passato il primo senza problemi e supererà senz’altro anche il secondo; Giulia è preparatissima per il primo ed unico appello che avrà a giorni ed io, io sono proprio nella merda. Ho saltato con sublime terrore e nessun alibi il primo appello di Sociologia I, e mi è venuta una tale irrazionale paura che temo di non avere le palle per presentarmi nemmeno a luglio, nonostante qualcosa abbia ormai studiato. Chiara ha invece iniziato a lavorare come barista in un buco di San Lorenzo, si è tinta i capelli di nero coprendo tutto lo sbiadito azzurro-puffo della sua testolina e adesso fa cappuccini dalla mattina alla sera, ne avrà per tutta l’estate e a settembre conta d’iscriversi a Lettere con indirizzo demoetnoantropologico.
Il primo anno dopo il liceo è così passato e il bilancio è, come del resto era prevedibile, piuttosto mediocre, tanto che mi ci vogliono sempre più pinte di doppiomalto per non lasciarmi tormentare dall’angosciante interrogativo sul nostro futuro. Cosa faremo? A parte Karin che si è preparata una strada promettente, noialtre abbiamo davvero intenzione di continuare così a stento, e con fatica peraltro, per altri cinque, o sei o chissà quanti cavolo d’anni, se già durante il primo abbiamo così chiaramente palesato la nostra scarsa volontà in merito? Vogliamo veramente laurearci, ci interessa sul serio quel famoso pezzo di carta che del resto, da quel che sappiamo, non è così fondamentale quando non si possiedono grandi ambizioni o sufficiente senso pratico come noi?
La risposta, almeno io e Ale, la conosciamo già, e ne abbiamo parlato i giorni scorsi finendo subito in qualche pub del centro ad alcolizzarci, circondate da comitive di americani biondi e chiassosi consumanti lager che avevano problemi di tutt’altra specie, se mai ne avevano, tipo in quale pittoresco sobborgo di Roma andare a terminare la nottata alcolica. La settimana scorsa ci siamo ritrovate al John Bull di Corso Vittorio Emanuele, io e lei sole, col pretesto di festeggiare il buon esito (28) del suo esame, ma in realtà eravamo più depresse che mai ed io continuavo a giocherellare con i lacci delle mie scarpe (da ginnastica!) poggiate sulla panca di legno mentre lei si accendeva una sigaretta dopo l’altra con quella che aveva appena terminato. Io avevo cominciato a ruttare e lei a ridere istericamente, maledicendo il turno serale che a quell’ora teneva Chiara ancora bloccata nel suo baretto. Siamo uscite quasi sempre noi tre, io Ale e Chiara, questo mese. Giulia si è chiusa in casa a studiare e Karin esce con un compagno d’università, uno dei Fantomatici, tale Giancarlo o Gian Carlo, con cui studia spesso e poi finiscono a cenare in pizzeria e poi boh, per cazzi loro. Cesare è impegnato con le registrazioni del loro primo CD, dopo che hanno finalmente e meritatamente trovato una casa discografica indipendente intenzionata a produrli. Che sia la volta buona? Avremo l’onore di conoscere e frequentare una star e di rilasciare tendenziose e altisonanti dichiarazioni su di lui a settimanali scandalistici? Una volta ho prospettato quest’ipotesi ad Ale, sghignazzando al nostro solito, ma lei non si è mostrata troppo divertita dalla cosa. Sappiamo che si è sentito con Demian per consigli e dritte in proposito, ma ultimamente non parliamo quasi più di loro.
Insomma quella sera io e Ale abbiamo parlato seriamente della questione università-futuro etc., mentre lei continuava a fumare e a farsi il risvolto dei militari che avevamo appena tagliato, e le conclusioni sono state così deprimenti da indurci a prendere due decisioni: primo, ordinare un Invisibile a testa per allontanare quei pensieri, secondo, rimandare il problema a dopo l’estate, che tanto per il momento non c’è più niente da fare e non ci resta che concludere questa prima – ed unica, probabilmente – sessione nella maniera più decente possibile. Che salto di qualità, eh: dalle Peroni in bottiglia bevute nei giardinetti di San Lorenzo o al Forte Prenestino in mezzo ai tossicomani di sinistra, agli Invisibili consumati al John Bull in mezzo ad americani ricchi e ubriachi, mica male. Poi siamo finite in un’affollatissima Campo de’ Fiori senza manco un gradino o un angolo di marciapiedi libero su cui sederci a ricordare quel gelido lunedì sera di aprile passato tutti insieme sotto a Giordano Bruno e poi a Piazza Navona a suonare; ma piuttosto freddamente, mera cronaca senza nostalgie inconsolabili o lacrimucce scenografiche o sbrodamenti di Ti ricordi quando e come, Faceva più freddo e Chissà se a Demian gli capita mai di ricordarsene eccetera.
Demian!... Già, Demian, penso guardandomi il polso incerottato. Demian su cui abbiamo messo un pietra sepolcrale, me compresa, quando una settimana gli abbiamo telefonato, visto che lui proprio non ci pensava più a farlo, e non l’abbiamo trovato e la Laura ha promesso di farci richiamare, ma non l’ha fatto, per cui pochi giorni dopo gli abbiamo lasciato un messaggio corale sulla segreteria telefonica, ovviamente studiato e programmato per giorni – ma non abbiamo ricevuto risposta neanche a quello.
Bah!... È tutto andato, Demian l’università e forse anche le vacanze, non abbiamo alcun progetto in merito, altro che Londra o Dublino o Edimburgo, Ale non darà il secondo esame e sarà già un miracolo se non la riprenderanno a casa, io non darò forse neanche il primo e sarà già un miracolo se non mi butteranno fuori di casa, Chiara non ha più una lira tanto che si sta facendo i calli alle dita a forza di girare la manopola del gas che scalda il latte. Le uniche che possono sperare in qualcosa di meglio sono Giulia, che uno dei genitori si porterà da qualche parte e sarà meglio di niente, e Karin che avendo fatto il suo dovere qualche soldo lo riceverà e magari Giancarlo le proporrà di partire con lui; quindi tutte divise, ripeto, altro che Londra o Dublino o Edimburgo o antica comunanza di emozioni e viaggi tardoadolescenziali. Ma io qualcosa ce l’ho, ho il mio tatuaggio, penso toccando orgogliosamente il cerotto, che mi ha finanziato proprio Chiara con la sua prima giornata lavorativa, e l’unica cosa degna di nota è che, come aveva sperato Ale in una notte tanto lontana, siamo più unite di prima, soprattutto noi tre, chi l’avrebbe mai detto.
Il citofono suona e Ale va a rispondere. C’è ancora luce e fresco e aria dolce che entra a larghe falde dalla finestra spalancata sui rumori della Tiburtina, guardo l’orologio alla parete, segna le otto e dieci- l’abbiamo fatto riparare, alla fine.
Ale non torna, è rimasta sul pianerottolo ad attendere la persona che ha suonato. Saluti allegri e poco dopo fa ritorno a braccetto con Chiara. Per Dio, non mi abituerò mai a vederle la testa corvina, del resto è appena una settimana che si è tinta. Tra l’altro i capelli cominciano a crescerle e lei non ci dà più giù di forbici come prima, è molto più carina così... Ma i suoi capelli blu sono un ricordo, un’abitudine, un’iconica attitudine che porterò sempre nel cuore, al pari di tutto il resto. Me ne sono fatta dare una ciocchetta prima che li tingesse e per ora la tengo sul comodino, in attesa di collocazione simbolica e definitiva.
“Regà” fa lei buttandosi su una sedia, “Ho staccato alle tre e ho dormito fino adesso. Odio le mamme coi bambini piagnoni che vogliono il gelato a tutti i costi e quando la madre finalmente acconsente cambiano idea dieci volte su quale vogliono, e odio le impiegate in pausa pranzo che vogliono conoscere l’origine la provenienza e la quantità di calorie che contiene ogni singolo ingrediente di un panino!... Ma dico io, quando se li fanno a casa, i panini, si mettono a controllare sulle vaschette le kilocalorie di ogni cosa?”
“Sì!” risponde Ale decisa “Anzi no, quelle non si fanno i panini a casa, ma solo insipide insalate weight-watchers e tè col dietor”.
“In ogni caso mi sono già rotta le palle. Se non fosse che il capo mi adora e conosce anche Lydia e che ho un fottuto bisogno di soldi e voglio partire almeno a Ferragosto, li avrei già mandati a cagare” dichiara. “Ehi, l’hai fatto?” domanda poi a me con uno sguardo complice.
“Guarda” le mostro il polso sollevando nuovamente la garza appena riattaccata “Ci ho appena messo la pomatina e Ale mi ha aiutata a ricoprirlo”.
“Fico! Semplice semplice. Hai fatto la cosa migliore” commenta lei, che era al corrente del mio dubbio. “Quanto ti ha preso?”
“Mezza piotta… la tua. Grazie ancora, davvero”.
“Rapina a mano armata, però, del resto, un ago devono comunque aprirlo e poi gettarlo. Se fossi andata dal Roscio...” commenta lei, sorvolando a bella posta sulla mia gratitudine.
“Ti ho già detto come la penso. Su queste cose voglio stare tranquilla”.
“Okay, okay. Spero che dopo sarete andate almeno a bervi qualcosa per festeggiare”.
“Be’, veramente abbiamo festeggiato con succo di frutta ghiacciato. Con questo caldo, se cominci ad alcolizzarti alle quattro del pomeriggio, poi è un po’ un dramma arrivare fino a sera”.
“Giusto. Stasera ci rifacciamo, ho dormito fino adesso e quindi ho fatto le scorte per stanotte. A proposito, Cami, ti ha fatto male?”
“Un po’, non è come farsi un buco all’orecchio. Però che fico, poi m’è dispiaciuto che sia durato così poco! Nemmeno cinque minuti. Me ne sarei fatta subito un altro, ma per molto tempo questo dovrà rimanere l’unico e il solo, l’unico degno...”
“No Cami, non ricominciare!” fa Ale portandosi una mano alla testa, e poi aggiunge, rivolta a Chiara: “Non sai gli sproloqui che mi sono dovuta sorbire per tutto il tragitto d’andata sulla Sublime Importanza di quello che stava per fare e sull’Elevazione che avrebbe conferito alla sua Persona e al suo Animo Elevato dall’Amore e...” mi prende amabilmente per il culo.
“Immagino, immagino” commenta Chiara divertita.
“Sì, e perché non le dici invece delle quindici palle quadrate che m’hai fatto tu, per tutto il suddetto tragitto d’andata, per tentare di convincermi a non farlo?” la accuso di rimando.
“Ma io lo dicevo per te, per preservarti da un gesto impulsivo e incosciente di cui in futuro ti saresti pentita...”
“Oddio basta, Ale, time out! Chiara, la prossima volta ci vieni tu con me!” mi ribello esausta.
“Ma come, non avevi detto che non ci sarà una prossima volta?” replica Ale, e scoppia a ridere.
Karin è uscita dalla doccia e si presenta in cucina in t-shirt bianca e capelli biondi gocciolanti sulla schiena, bella da infarto. Saluta Chiara e si informa sulla sua giornata lavorativa, apprendendo così le medesime lamentele che io e Ale conosciamo già.
“Stasera vi onererò della mia presenza” dichiara poi a tutte “Siete contente?”
“Come no” dice Ale “Non ti dico, non vedi che stiamo saltando dalla gioia?”
È vagamente offesa, Ale, dalle numerose recenti defezioni della sorella. “Anzi” continua “Lo sai che ti dico? Ora chiamiamo anche Giulia e festeggiamo tutte insieme l’avvenimento”.
“Perché no? È una buona idea, è tanto che non stiamo tutte insieme” fa Karin fingendo di non cogliere il sarcasmo della sorella “Ora la chiamo. Camilla, hai reso nota la tua ultima prodezza?” mi chiede poi, accennando a Chiara.
“Chiara lo sapeva prima di tutte. È stato un suo regalo” rispondo con una stoccata.
“Ah sì? Ottimo. Una buona associazione a delinquere. Scherzo, naturalmente, sai che porto il massimo rispetto ai sentimenti altrui in tutte le loro complesse e poliformi manifestazioni... Vabbè, vado a chiamare Giulia”. Ma in quella il telefono squilla, sicché si dirige ugualmente verso l’apparecchio, ma per rispondere.
“Questa casa è un forno” dichiaro io seduta sul tavolo, tirandomi da tutte le parti la magliettina elasticizzata.
“Ci credo” fa Ale andando alla finestra spalancata sulla notte “È esposta al sole tutto il giorno. D’inverno è una fortuna, ma d’estate...”
L’urlo di Karin la interrompe dal corridoio. “Demiaaan!!!” strilla nella cornetta. D’un balzo ci precipitiamo tutte e tre nel corridoio tra spintoni e urla smussate arginate, tanto che Chiara, travolta dalla foga, inciampa nei miei anfibi e va a sbattere contro lo stipite della porta. Confusione generale.
“Ragazze!” grida Karin come se non l’avessimo sentita “È Demian, chi vuole parlarci?”
“Io” strillo cercando di districarmi dalle gambe di Chiara.
“Camilla” strilla a sua volta Chiara cercando di districarsi dalle mie gambe. Ale ci passa sopra calpestandoci senza ritegno. Traditrice!...
“Demian” esclama nella cornetta “Fetente d’un nordico fetente, come stai?...”
Silenzio. Mi zittisco anch’io. Si zittisce anche Chiara. Rimaniamo immobili spalmate sulla soglia della cucina nel nostro scomodo intreccio, col fiato sospeso.
“Sì... No! Sì... Sì, ma...” sentiamo Ale borbottare con concitazione.
“Fammici parlare!” strillo, sbrogliandomi a forza dal complesso intreccio e calpestando a mia volta Chiara, che rinuncia ad alzarsi, poggia sul pavimento la testolina nera e si allunga più comoda ad assistere alla nostra follia.
“Demian” urlo finalmente strappando la cornetta di mano ad Ale.
“Camilla” dice al di là del filo l’indimenticata voce bassa di Demian, voce che mi riporta di colpo a casa, a una casa virtuale lontana centinaia di chilometri, che è quella in cui vorrei vivere e svegliarmi ogni mattina per il resto dei miei giorni.
“Demian” ripeto commossa.
“Cami...”
Sì, potremmo andare avanti per un paio d’ore, con gran gioia della Telecom Italia, ma vorrei anche parlargli, sentire ciò che mi dirà, vorrei... accusarlo di quanto mi ha fatta soffrire nell’ultimo mese, e sperare che mi accusi dello stesso per convincermi che il silenzio non sia stata solo una sua scelta ma anche un equivoco e persino una mia inconsapevole colpa.
“Demian sei un pezzo di merda, tutte le tue belle parole e poi, cazzo” sbotto senza ritegno “Noi stupide con telefonate, lettere, addirittura messaggi in segreteria che non siamo nemmeno capaci a lasciarli, e si è visto quanto t’importava, tu cosa stai facendo, cosa cazzo stai facendo lì senza di noi, eh certo è finita la parentesi romana, è passata, ma noi...” mi fermo per riprendere fiato, e vedo accanto a me Ale e Karin che annuiscono con grande energia.
E allora attacca lui, a parlare, con la sua parlata nordica più alta e più concitata dice che finora si è giocato, ma adesso vuole, pretende un impegno più concreto da parte nostra, dice che ci vuole immediatamente su da lui, che ha chiamato proprio per dirci questo, che non fa altro che scassar le palle alla Laura al Gianluca e a tutti i suoi amici parlando di noi e del nostro delizioso appartamento sulla Tiburtina, e che se non alziamo subito le chiappe e non andiamo a fare il biglietto per Milano o anche nessun biglietto che tutte le multe del mondo le paga lui basta che ci decidiamo ad andare, che ci vuole tutte e anche Cesare, è una mia speranzosa illusione o è vagamente emozionato anche lui, e poi tace per riprender fiato, voglio una sigaretta!, penso, voglio una canna e voglio partire domattina stessa e stare sveglia tutta la notte a riguardare le foto del compleanno di Ale che ormai conosco a memoria in ogni minimo dettaglio in ogni insignificante piega della maglia di Ale e in ogni singolo pelo della barbetta di Demian e in ogni latente risvolto dei nostri sorrisi, voglio fumarmi un pacchetto di sigarette tutte insieme come fa ultimamente Ale che s’accende la nuova con quella che ha finito, e voglio vedere Demian, il suo sorriso liquido in cui si rispecchiano i laghi delle sue parti, il suo sguardo nero lungo incisivo come il caffè mentre lo versi, voglio avere trenta o cinquanta braccia lunghissime e fortissime per abbracciarlo nell’unico modo e con l’unica intensità che reputo degne di lui e del mio amore per lui e dirgli che lo amo lo amo lo amo, ripetergli quanto lo amo finché lui diventi sordo, e ogni abitante di Bergamo si affacci alla finestra e rimanga in ascolto e i palazzi si riempiano di crepe e crollino, finché l’alba diventi rosa e il cielo si squarci come dopo la crocifissione di Cristo e i treni e le ferrovie e le autostrade e tutte le automobili del mondo scompaiano per non farmi tornare a Roma mai più, mai più mai più finché lo amerò finché avrò vita e respiro e occhi chiari bene aperti e neuroni che ricordino la sua presenza e finché il buio squarciato dai neon perduri e ci permetta di amarci, finché alte scalinate di pietra si ergano dinanzi a noi e noi con una Ceres in mano possiamo percorrerle verso l’infinito, finché...
“Ahhhhhh!!!” strillo poco dopo in maniera del tutto gratuita, camminando avanti e indietro per la cucina.
“Vuoi stare zitta?” mi rimprovera Ale, seduta al tavolo con Chiara e un interminabile elenco di calcoli il cui risultato non mi scalfisce minimamente.
“No. Non me ne frega un cazzo e non mi riguarda. Tanto io i soldi per andar su non ce li ho, e non li avrò mai, non ho dato nemmeno un esame. Però ci vado lo stesso, e possono farmi tutte le multe che vogliono, possono venire a casa a pignorare le ricchezze che casa Crociani non possiede e possono andare avanti a recapitarmi multe per il resto delle loro squallide carriere, che tanto io non me li inculerò mai minimamente”.
“Guarda che non ti fanno solo la multa, ti fanno scendere alla fermata successiva e allora puf, Bergamo addio” commenta Ale senza distogliere gli occhi dai fogli.
Taccio di colpo, annichilita dall’agghiacciante prospettiva.
“Cami, a te ci pensiamo noi, basta che ti dai una calmata e ci lasci lavorare in pace” dice Chiara, con toni più miti ma la medesima serietà.
“Appunto. Di’ un po’, che fine ha fatto il tuo imperturbabile contegno di quando Demian era qui e tu ti cagavi in mano ma nonostante ciò ci trattavi con sufficienza dalla mattina alla sera?...” aggiunge Ale col suo miglior sorriso di sufficienza.
“Non ce l’ho più. Okay? Non ce l’ho mai avuto, fingevo per non essere da meno di te. E l’ho perso del tutto da quando mi è stato concesso l’immenso miracolo di avere il corpo esile e vivo di Demian fra le mie braccia incredule, da quando il suo respiro ansioso si è fuso con il mio generando...”
“Sì, vabbè, vabbè” m’interrompe Ale senza curarsi del mio sproloquio “Per fortuna ci siamo noi a prenderci cura di te. Magari un giorno ci restituirai il favore, anche se spero di non ridurmi mai in tale stato fluido-delirante per nessun uomo al mondo, fosse esso anche Johnny Depp o Dave Gahan. Allora, Chiara, sarebbero cinquanta più cinquanta con l’Interregionale notturno, quello più scrauso, quindi una piotta a testa, più metro, cazzi vari, eventuali supplementi, facciamo centodieci o venti a capoccia. Però al ritorno potremmo scroccare un passaggio a qualcuno per un bel tratto… Ma in cinque l’autostop è escluso”.
“Potremmo dividerci in gruppi da tre… uno con me e uno con Cesare” propone Chiara malvolentieri.
“Bisogna anche vedere se Giulia se la sente di venire. Ha l’esame tra pochi giorni, e lei è più inquadrata in queste cose, mica come noi” considera Ale.
“Porca troia, ma Cristiano proprio ora doveva essersene partito con l’ottima Uno del fratello! Per una volta che Cesare poteva essere utile” fa Chiara - ah, ecco, mi pareva strano.
“Cazzo è vero, è proprio una sfiga che manco a cercarcela potevamo riuscirci, ma chi poteva immaginare? E poi la Uno non è di Cesare, è di entrambi, a Cesare non serviva e quindi... E poi, scusa, saremmo comunque stati in sei. Questo può andar bene per fare Montesacro-Tiburtina, ma Roma-Bergamo è un po’ un’altra cosa!...”
“Sì, però potevamo ammortizzare la spesa dei biglietti, in quattro si andava in macchina e altri due in treno e sareste venuti a prenderci voi in stazione, insomma sempre meglio che cagar fuori centodiecimila lire a testa di solo treno, cioè capito, settecento carte in sei! Poi vi stupite se sono anarchica” protesta Chiara, e si accende una Marlboro.
“Guarda che anche la benzina costa, a meno che voi anarchici non ve la procuriate in altri modi…”
“Sì, ma magari la scroccava a Cristiano” replica Chiara ignorando la stoccata “E comunque non sarebbero state certo cinquanta carte a testa”.
Continuano a discutere mentre io mi produco in una serie di monologhi ed evoluzioni fisiche, ogni sorta di buffonata talmente inconsulta che chiunque, fuori da questa cucina, chiamerebbe la Neuro. “Cami, tu perché invece di continuare co ’sto teatrino non chiami Giulia e le dici di venire subito qui?” mi dice invece Chiara, seria e rispettabile con la sua nuova testolina mora. “Abbiamo bisogno anche di lei per fare il punto della situazione. Se dice che deve studiare dille che è una cosa di importanza vitale”.
Mi ricompongo, mi rimetto la maglietta che m’ero sfilata nella patetica imitazione di uno strip-tease, controllo la benda e vado al telefono.
Giulia non solleva obiezioni, dice anzi che stava pensando di venire da noi, prima che la metro e le strade diventassero poco rassicuranti, visto che ha studiato tutto il pomeriggio col sole che la tormentava dalla finestra aperta sul loro bel giardino.
“Peccato che Cesare non possa venire a prendermi, visto che non ha la macchina” aggiunge.
“Be’, tanto non è neanche qui, suppongo che stia ancora in saletta” la consolo.
Torno in cucina a riferire. Ale e Chiara hanno stabilito che si partirà domani sera con l’Interregionale scrauso, in modo da dormicchiare sui viscidi sedili del treno, anche se dubito che l’eccitazione ce lo permetterà, e arrivare poco prima dell’alba. Demian verrà a prenderci a Milano Centrale.
“Sapete a questo punto che succede?” fa Chiara “Che la sottoscritta va al suo bar a prendere una bottiglia di spumante, altro che birra. Cami, mi dai le chiavi del motorino? Anzi, vieni con me”.
Voliamo verso San Lorenzo nella deliziosa frescura serale. Il vento caldo ci spettina ed io penso che non potrei stare meglio.
“Bel colpo, eh, vecchia Cami?...” strilla Chiara da davanti.
“Porco D...!!” rispondo io. Ho smaltito l’euforia iniziale, ormai, e mi sento solo, semplicemente, eccezionalmente bene.
Al decrepito baretto di via dei Campani c’è il collega di Chiara al banco e il proprietario alla cassa. Chiara prende una bottiglia di Asti a credito e ordina anche una birra corretta al gin.
“Tanto Giulia ci metterà un po’ ad arrivare” mi fa “Lasciamo le sorelle Sartori a commentare per conto loro la tua inqualificabile condotta e la mia moderata anarchia, e nel frattempo festeggiamo noi due”.
Bella Chiara, ogni occasione è buona per sbevazzare.
“Lo sai?” aggiunge “In un libro di Tondelli, quest’intruglio viene chiamato The Long Good-Bye. Non so se sia vero o meno, ma se sì, io lo ribattezzerei The Long Welcome, che ne dici?” E così dicendo solleva il bicchiere sorridendomi in modo significativo, ne ingoia un sorso e me lo risputa in faccia. Io rido e le do un bacino sulle labbra alcoliche. Ci siamo solo noi a quest’ora nel bar, peraltro prossimo alla chiusura.
“Sempre scatenata, eh?” commenta venendo verso di noi il proprietario, un uomo sui cinquanta dall’aria decisa e il baffo cordiale “E chi è la fanciulla che stai torturando stavolta? Una tua amica matta come te?”
“Sì” rispondo senza esitazioni.
Chiara mi presenta al signor Egidio e poi gli fa: “Aspetta a definirmi matta quando ti avrò detto cosa ti combino domani”. E gli spiega la sua futura assenza, corredata, udite udite, da un dettagliato resoconto serio-umoristico delle motivazioni che la costringono ad assentarsi dal lavoro.
“Capisci, Egi?... Camilla è innamorata, innamorata persa. E la vedi, che carina? La vedi, che bella ragazza?” gli fa, mentre lui con le mani incrociate dietro la schiena annuisce con il capo “Ti pare che una ragazza così bella e dolce debba star qui mentre su c’è il suo amato? E lui è bello, eh, bellissimo, uno dei più ragazzi che si siano mai visti, e per dirlo io. Prima è venuto giù lui, ora andrà su lei. Tu non ci saresti andato, vent’anni fa per la tua Anna?”
“Eh, la mia Anna!... Certo che ci sarei andato, e mica una, ma cento, mille volte. Ci andrei anche adesso” afferma con calore “Ma non ho capito tu cosa c’entri in questa poetica storia d’amore, ragazzina”.
“Te lo spiego subito, Egi. Camilla non ha il coraggio di andarci da sola, perché teme che lui si sia trovato un’altra e altre menate simili, sai, le paranoie che si fanno le ragazze timide”. Io la guardo come se fosse un’aliena ma non obietto, un po’ per il pensiero di Demian un po’ per il gin nella birra. “Così vedi che andiamo tutte con lei per farle coraggio, siamo vere amiche, noi, eh! Che poi, tra parentesi, il tipo non dispiace a nessuna di noi” conclude maliziosamente.
Il signor Egidio ridacchia, non crede a una parola del racconto di Chiara, e commenta: “Peccato. Una brava lavoratrice mi lascia, per una che mi è capitata tra una marea di scansafatiche!... Perché sai, ragazza innamorata” dice rivolto a me “Quella testolina è infaticabile, e dire che a vederla non le si darebbero cento lire. Riesce a sorridere persino agli impiegati che dopo che gli hai messo la tazzina davanti ti dicono con aria pentita che lo volevano al vetro, o schiumato, o macchiato. E poi quando c’è lei fa tutto lei, e tutto insieme: lava il pavimento e poi va a fare i cappuccini e nella bolgia di clienti trova persino il tempo di occuparsi del signor Rossini che alle undici di mattina è già ubriaco” prosegue facendomi il panegirico delle virtù lavorative di Chiara. Del resto, mi immaginavo qualcosa di simile. Mai sentito nessuno lamentarsi di Chiara sul lavoro, anzi, tutt’al più farne le lodi, come appunto il signor Egidio. “Guarda che se quando torni vuoi riprendere il tuo posto, sarò felicissimo di mandar via la svampita sostituta che adesso mi metto subito a cercare”.
“Grazie” fa Chiara con riconoscenza “Speravo proprio di sentirtelo dire. Non so quando, però”.
“Fa niente. Basta che torni. Ah, a proposito, avverti tua madre però, eh? L’ultima volta che sei partita è passata anche qui a chiedermi se ti avevo vista in giro”.
“È stato l’anno scorso, quando sono stata a Barcellona. Non finirà mai di rinfacciarmelo” mi spiega Chiara.
In questo modo consumiamo in fretta il nostro Long Good-Bye, o Welcome, e usciamo dal bar con la bottiglia calorosamente salutate dal signor Egidio, il quale non smette più di far raccomandazioni a Chiara e tanti in bocca al lupo a me, vi rendete conto. Storie da Chiara.
“Brava persona, vero? Ha avuto una storia con Lydia, anni fa, pensa, ha rischiato di diventare il mio patrigno!” mi racconta in motorino durante il tragitto di ritorno “Una gran bella storia, fra l’altro. Ovviamente è stata lei a troncarla, e lui è ancora innamorato e inconsolabile, secondo me”.
Io sento la testa girarmi per i pochi sorsi di birra al gin bevuti, ma più che altro, immagino, per l’emozione e la felicità.
Mezz’ora dopo siamo in cucina, numerose esaltate e rumoreggianti tutte quante, compresa Giulia appena arrivata. Ci agitiamo in piedi senza sapere neanche noi cosa fare. Chiara, con la bottiglia di Asti in mano, guarda il solito orologio e scopre che segna le otto e mezza.
“Ma non è possibile” esclama “Erano le otto quando ha telefonato Demian, ormai saranno perlomeno le undici! Ale, che cazzo c’ha questo fottuto orologio? Stavolta io non l’ho toccato, giuro”.
Ale va a indagare, si alza sulle punte dei piedi e lo stacca dalla parete.
“È fermo!” dichiara festosamente, come se ci stesse dando una buona notizia “È fermo di nuovo! E l’abbiamo fatto riparare sì e no due settimane fa. Bah... Questo coso mi ha proprio rotto le palle”.
Un guizzo passa negli occhi di Chiara. Glielo toglie di mano e domanda: “A chi di voi piace particolarmente questa padella?”
Lo guardiamo tutte. È quadrato, pacchiano, ha il bordo di metallo ossidato che mostra i segni del tempo- e meno male, visto che le lancette non vogliono più saperne di farlo.
“A me no” dichiaro con una smorfia, pur senza capire dove voglia andare a parare “Anzi, è proprio brutto!”
Ale concorda: “Sì, effettivamente...”
“Da dove viene?” continua Chiara.
“Era già qui quando abbiamo preso la casa. Deve averlo lasciato l’inquilina precedente. A dire il vero, dev’essere qui da cent’anni. E infatti non funziona più” risponde Ale.
“Karin? Giulia?” indaga ulteriormente Chiara “Una di voi due soffrirebbe immensamente se quest’insulso orologio cessasse di esistere?”
Cominciamo a capire. Io sghignazzo come una matta, Ale mi guarda con occhi scintillanti, Karin ride e Giulia le dice qualcosa. “No di certo” affermano.
“E allora, via!” strilla Chiara “Meglio che termini i suoi giorni qui, nella casa in cui è vissuto gloriosamente per tanti anni, piuttosto che chissà dove, ignorato abbandonato dimenticato!... E arriviamo anche tardi, perché a quanto pare ha già cessato i suoi battiti, e li ha cessati proprio adesso che per una volta tanto siamo tutte felici. Anzi li ha cessati proprio all’ora della chiamata di Demian, questo è un segno del destino che non possiamo ignorare” dichiara con enfasi conferendo all’orologio coscienza e personalità, così che quasi mi spiace condannarlo a morte con tanta leggerezza, solo per nostro capriccio e per suo legittimo esaurimento. Sarebbe come sopprimere i pensionati che non hanno più la forza di lavorare, mi pare che una volta la stessa Chiara mi avesse raccontato un film o un libro in merito, sarei tentata di ricordarglielo... Ma poi mi riscuoto, cosa cazzo sto dicendo? Il Long Welcome ha fatto i suoi effetti, be’, lasciamo stare. Chiara si dirige verso la finestra mentre noi la seguiamo e ci accalchiamo intorno a lei. Guardiamo giù: sono i pochi metri di un primo piano rialzato, roba da non poter far venire le vertigini nemmeno ai protagonisti dell’Insostenibile Leggerezza. Sul marciapiedi non passa un’anima.
“Vado?...” strilla Chiara, come se si rivolgesse a una folla invece che a quattro amiche che le stanno addosso a contendersi l’esiguo spazio di una finestra. Io e Giulia, che siamo le più piccoline, scivoliamo ognuna a un suo fianco, Ale e Karin stanno dietro come nelle foto di classe.
“Sììììì!!!” strilliamo tutte in coro “Vai, dài, ha rotto il cazzo, pace all’anima sua!...”
“Sacrifichiamo dunque quest’oggetto a Bergamo, alla provincia di Bergamo, all’entroterra di Bergamo e a tutto ciò che ci aspetta colà” dichiara Chiara solennemente, protende le braccia e stende l’orologio nel vuoto e resta così per un tempo interminabile, diluendo allo spasmo questo momento storico; infine apre le mani, anzi le spalanca proprio le sue manine svelte e crash!!!, l’orologio dopo un breve volo si schianta sull’asfalto. Applaudiamo, gridiamo, una finestra all’altro lato di via Morelli si illumina, la vecchia padella giace in frantumi sul marciapiedi, un cane corre ad annusarla curioso.
“Questo è quello che si chiamerebbe un vergognoso spreco consumistico” non posso trattenermi dal commentare rovinando la festa, “Pensate a quanta gente sarebbe servito un orologio come quello”.
Chiara mi guarda strana. “Cami, proprio stasera mi sei diventata anticapitalista e anticonsumista? Non funzionava. Pensa a quanti ne buttano senza motivo... Però, cazzo, hai ragione, magari potevamo darlo a qualcuno che sapesse ripararlo. Potevamo chiedere a quelli del Forte, o del Trentadue...”
“Ehi” interviene Ale “Ma che vi prende ora? L’orologio era mio e ho deciso io. Basta con le paranoie, ho capito che vi serve a voi due, beviamoci su e voglio vedere se fra mezz’ora pensate ancora a quel vecchio rottame...”
“Giusto” fa Chiara ricomponendosi “E poi, sapete come si dice in questi casi?”
“No”.
“No…”
“No, come?”
“Che era giunta la sua ultima ora!... Ah ah ah!!!” ride prima da sola come una scema, ma dopo pochi secondi ci uniamo tutte a lei, senza sapere se stiamo ridendo della sua battuta o della sua idiozia. Stiamo facendo un casino inenarrabile, tra un po’ verranno i vicini a fare le loro giuste rimostranze.
“L’ho sempre detto: a questa casa manca un balcone” commenta Karin.
“Infatti, e noi d’estate stiamo spiaccicate in finestra cercando strenuamente di respirare qualche alito d’aria afosa. Be’, allora scendiamo” propone Ale.
Il cielo è limpido, la notte dolce e accogliente come una qualunque di questo effimero miracolo chiamato estate. Siamo in strada, sul marciapiedi d’angolo fra la Tiburtina e via Vincenzo Morelli, con l’orologio in frantumi che giace sull’asfalto a pochi metri da noi. Chiara ha la bottiglia in mano ed è ormai in procinto di aprirla.
“Giulia, non ci hai ancora detto cosa hai deciso” le chiedo “Cazzo, tu hai l’esame martedì!”
“E allora?” sorride lei facendo spallucce “Tanto, per studiare ho studiato. Domenica torno giù, lunedì ripasso e martedì do l’esame. Se va bene torno su, tanto voi vi tratterrete per un po’ immagino”.
Almeno per tutta la vita, penso felice.
“Non ci posso credere, Giulia!...” esclama Chiara.
“Ma allora è proprio vero. Allora siamo davvero tutte e cinque”.
“Ho rintracciato Cesare al telefonino di Marco, mentre eravate via” ci informa Ale “Viene, ma anche lui può stare solo qualche giorno. Magari torna giù con Giulia”.
Giulia annuisce contenta.
“Ma qualcuno ha pensato all’alloggio?” chiede Karin “Dove andiamo a dormire?... Demian era uno, noi siamo sei!”
“Tre da Demian, due dal Gianluca e uno da qualche altro amico loro. L’ha detto Demian” rispondo io “E indovinate chi per certo starà da lui…”
Karin ride, Ale si acciglia. “Cazzo. Daremo un sacco di fastidio, non potremo stare molto”.
“No problem” assicuro “Ha detto che ci vuole per tutto il tempo possibile, che poi una volta su si vedrà, lui e la sorella hanno un sacco di amici”.
“Belli come lui?” fa Giulia maliziosa.
“Sicuramente” rispondo “Non potranno essere da meno, per essere amici suoi!”
“E allora basta” decreta Chiara “È ora!”
Chiara è un’artista in queste cose, e non solo in queste. Pochi secondi e bum!, il tappo schizza lontano e lei ci spruzza tutte con lo spumante mentre noi strilliamo come galline e scappiamo di qua e di là, al punto che un’anziana signora dello stesso condominio di Ale si affaccia e ci strilla contro gli improperi del caso.
“Ci scusi signora, e torni pure a dormire” le urla Chiara col suo consueto modo di fare. La serranda viene richiusa bruscamente.
“Abbiamo portato i bicchieri?” chiede qualcuna.
“No” risponde Chiara “A che ci servono?” e così dicendo s’attacca alla bottiglia, ne beve un lungo sorso e la passa a Karin che è accanto a lei.
“Ma vi rendete conto che sceme” commenta Giulia in un barlume di disfattistico buon senso “Siamo qui a brindare come scalmanate, e a cosa poi? A un tizio che manco ci caga, o almeno non quanto lo caghiamo noi, e solo perché ci ha invitate su da lui dopo che lui è stato qui a scrocco per un mese!”
“Non bestemmiare” replica Ale togliendo la bottiglia di mano alla sorella “Prima di tutto Demian ci caga eccome sennò non ci avrebbe invitate, e se ci vedesse in questo momento non solo non ci prenderebbe per matte ma si unirebbe entusiasticamente a noi. Inoltre stiamo brindando soprattutto a noi stesse, alla nostra amicizia, al nostro sghembo ma perfetto connubio che è la cosa più bella che mi è successa nella vita” dichiara coi suoi scuri occhi scintillanti.
“Vero” dichiaro io prendendo la bottiglia e alzandola “A Demian, allora, e a noi. Vi voglio bene” aggiungo, e l’evidente commozione impedisce persino a Chiara di ironizzare sulla mia stucchevole uscita. Bevo il mio sorso e passo la bottiglia a Giulia.
Sul marciapiedi opposto passa una coppia di pariolini abbracciati.
“Ale, com’era quella frase degli Smiths, quella che Demian diceva sempre” chiedo “We can be... hidden...” mi sforzo di ricordare con la mia pessima pronuncia.
“We may be hidden by rags, but we have something they’ll never have” recita Ale “Possiamo anche essere coperti di stracci, ma abbiamo qualcosa che loro non avranno mai”.
A questa distanza sembrano composti, ben vestiti e vagamente annoiati.
“Giusto” dico, alzando la testa e smarrendo lo sguardo nell’infinita e inconoscibile profondità del cielo notturno “Possiamo essere pure coperti di stracci, ma abbiamo, abbiamo...”
Potremmo essere io e Federico se fossimo rimasti insieme.
“...Abbiamo qualcosa che loro non avranno mai...”
Ale mi guarda teneramente e mi prende la mano.
“Mai”, conferma.