- Fires in the Night (1996-2000)
- L'amore ai tempi della Sip (2016)
- Stranizza d'Amuri (2001)
- Reviews
- February (2003)
- La tinozza (2001)
- Mirrors (1998-2004)
- Something they'll never have - Qualcosa che loro non avranno mai (1997-1999)
- Fatal Faith - lyrics (2017-2022)
- La mia disperata speranza (1995) info@evagiulia.it
La tinozza (2001)
Quando eravamo piccoli, i miei genitori facevano fare a me e Christian il bagno nella tinozza ogni mattina presto, all’aperto, anche in pieno inverno. Ricordo come se fosse ora il mio fastidio, il tanto temuto contatto con l'acqua fredda che detestavo e che cominciavo a temere fin da quando mi svegliavo, e che riuscivo a sopportare solo pensando alla colazione che avremmo fatto dopo, al caldo, nella grande cucina imbiancata che sta al piano terra del nostro casolare. Christian invece adorava quel contatto freddo di primo mattino, ed era proprio lui che mi convinceva ogni volta ad entrare nella vecchia tinozza di ghisa ammaccata, quando con una carezza, quando prendendomi per mano, ma il più delle volte semplicemente col suo sorriso fresco e indecifrabile già da allora- mai violentemente, comunque, con schizzi o i classici dispetti dei bambini. E sono certa che se continuai ad entrare in quella tinozza, ogni mattina da ottobre a maggio (d’estate ci spostavamo al fiume ed era tutta un'altra storia) per quasi dieci anni, fu unicamente per amor suo.
A questo penso adesso che, dai vetri opacizzati dal tempo della finestra di questa stanza che un tempo era la nostra, guardo Christian, in jeans e torso nudo, correre agile verso l'entrata del casolare, tornando sicuramente dal fiume. Non ha perso quest’abitudine, dunque, lui, penso con una strana malinconia. Ma adesso è un uomo, e che uomo! Il suo corpo trasuda vita ed energia da ogni poro, da ogni goccia d'acqua e di sudore che gli scende sul collo, da ogni scatto dei muscoli forgiati dalla vita di campagna che ha continuato a condurre da allora. È bello. Certo non magro come Thomas, ma sicuramente non ha un chilo in più del dovuto: è forte, robusto, e ha un che di vivido, selvaggio, quasi animalesco, eppure è sempre lui, dolce e introverso e tuttora per me indecifrabile, come il suo sorriso di allora che come una forza magnetica mi spingeva a entrare nella tinozza.
Vedo il vecchio Vasco scattare dal muro addosso al quale era accoccolato e saltargli in braccio senza esitazione, avrà dieci anni ormai povero Vasco, eppure ha ancora la forza di saltare in braccio all'unica persona che abbia mai riconosciuto come padrone- forza che, ormai, io non ho più, o forse non ne ho più la voglia. Vedo Christian accogliere al volo il gattone nero, stringerlo e accarezzargli il muso, come compiacendosi del suo ancor mirabile balzo felino. Lo strapazza un po’ parlandogli, poi lo deposita a terra ed alza istintivamente lo sguardo verso la finestra dalle quale lo sto osservando. Indietreggio istintivamente, ma è troppo tardi, ormai mi ha vista. Mi dirigo comunque verso il letto e indosso i primi indumenti che trovo, gli stessi che mi sono tolta ieri sera: anonima t-shirt bianca e jeans tagliati corti. La scarsa ricercatezza nel vestire è probabilmente l'unica cosa che ha sempre accomunato me e Christian. Non rinuncio però ai miei amatissimi anfibi, lisi e bucati in più d'un punto, con i lacci viola così logori che devo annodarli in più punti e così stinti che sembrano rosa; e mi rimetto pure la mia catenina d'oro, unico gioiello che abbia mai portato, era di mia madre, dalla quale pendono due oggetti: una piccola chiave e l’anello di Thomas. Proprio in quel momento Christian entra nella mia stanza senza bussare, seguito da Vasco che si strofina al tessuto jeans che gli copre le caviglie. Sì, è bello, molto più di due anni fa. I suoi occhi verdi sono accesi dal sole e i capelli irregolarmente sforbiciati gli ricadono in ciocche umide e disordinate ai lati del viso. Non è molto alto, non lo è mai stato, ma comunque più di me che sono sempre stata, e sono tuttora, bionda e minuta.
“Claudia” mi fa “Sei già sveglia? E io che speravo di venirti a disturbare. Dormito bene?”
Domanda tanto formale, penso. Ho sempre detestato questo tipo di domande.
Lo guardo, come colta in fallo, sorridendo imbarazzata.
“Non ho dormito molto, a dire il vero. Ero troppo... troppo...”
Lui fa un gesto di noncuranza. “Va be’, lascia perdere” dice prendendo nuovamente Vasco in braccio e porgendomelo “Così tanto tempo, e cose, ed ora sei... qui... di nuovo...” tace per un attimo, imbarazzato “Be’, non importa. Un giorno, se ti andrà, mi racconterai qualcosa”.
Afferro il micione e me lo stringo al seno. È morbido e pesante e nell’accarezzare il suo bel pelo mi viene quasi da piangere, non so perché. Tipico di Christian, penso. Non chiedere mai niente, non voler sapere mai niente, cosa che mi ha spesso fatto sorgere il sospetto che la sua apparente discrezione non sia in realtà altro che puro e semplice disinteresse. Ho sempre sperato che non fosse così, che non potesse essere così... Ma a volte, come ora ad esempio, mi sento afferrare dal muto timore di essermi sempre illusa sul suo conto.
In questo non è cambiato, da quando eravamo piccoli. Quando mamma mi sgridava io scappavo sempre a piangere da lui, e lui col medesimo sorriso mi accarezzava in silenzio i capelli e non diceva nulla, non chiedeva nulla, non voleva sapere mai nulla. Io mi sentivo ancor più sola e abbandonata e, con la consueta smania di capricciosa rivalsa dei bambini, mi dicevo: la prossima volta che non riesco a dormire perché ho paura del buio, da lui non ci vado più, così prima o poi se ne accorge che ce l'ho con lui. E invece, puntualmente, una notte su due ero alla sponda di legno del suo letto, allora accanto al mio, a piagnucolare: “Cri, Cri, dormi? Cri, ho paura, Cri, mi accendi la luce? Cri, ho paura ma non posso andare a chiamare la mamma perché poi si arrabbia”. E lui, tranquillo e silenzioso, allungava un braccio e mi prendeva la mano, i capelli, era quello il tacito invito ad entrare nel suo letto, come il sorriso per la tinozza. Non diceva niente neppure quando era ancora sveglio. Solo mi permetteva di accucciarmi lì accanto a lui, il cui corpo di quasi adolescente era già così caldo e vivo da lasciar facilmente indovinare quello che sarebbe stato quindici anni dopo, e immancabilmente mi addormentavo stretta a lui, ci addormentavamo in un unico fragile sogno fanciullesco. Quando mia madre, la mattina dopo, sorprendeva i nostri corpi abbracciati nel letto, erano scenate. A me, soprattutto. Contrariamente a quanto ci sarebbe da pensare, però, credo che la mia povera mamma non si arrabbiasse tanto per una maliziosa questione di promiscuità fisica, che poteva apparire inquietante per il futuro non essendo noi fratello e sorella, quanto per l’affettuoso timore che io non avrei mai imparato ad essere emotivamente autosufficiente, che non sarei mai riuscita a dormire da sola, cosa che loro mi avevano già da un pezzo imposto ma senza risultati, e soprattutto che non avrei mai imparato a vivere senza Christian.
Fin dove la mia memoria riesce a insinuarsi, Christian c’è sempre stato- ed è ovvio che sia così, visto che quando venne a stare da noi lui aveva otto anni ed io neanche due. Suo padre era intimo amico del mio e abitavano poco distante, oltre la collina. Quando una sera, nell'ottobre del ’79, Paolo Petrassi morì improvvisamente in un incidente d’auto, ai miei sembrò la cosa più naturale del mondo adottare il suo unico figlio ed evitare che venisse portato via chissà dove. Sua madre, un'inglese immigrata in Italia, era morta poche ore dopo la sua nascita, a causa di complicazioni seguite al parto. Ora Christian era completamente solo al mondo e da quello che dicevano i miei era un bambino timido, introverso, sensibile e intelligentissimo, con quei grandi e tristi occhi verdi sempre colmi di lacrime represse. Io e lui crescemmo così in simbiosi, come due normali fratelli. Ma non lo eravamo, nessuno me ne fece mai mistero e così anch'io crebbi con una confusa percezione della sua distanza da me e domandandomi di continuo come fossero un vero fratello e una vera sorella, senza sapere che erano esattamente come noi due, anzi spesso molto meno legati. Soprattutto mi faceva soffrire il fatto che non avessimo lo stesso cognome, e pensavo sempre che quando sarei stata grande me lo sarei fatta cambiare nel suo. Una situazione dunque che, per quanto atipica avrebbe potuto rappresentare una felice normalità, mi apparve invece fin dall’inizio ambigua e insoddisfacente, a causa dell’eccessiva solerzia dei miei nello spiegarmi fin da piccolissima il fatto che Christian non fosse mio fratello e nel ribadirmelo continuamente durante i miei primi dieci anni di vita.
“Hai già mangiato?” mi chiede lui, riscuotendomi dai ricordi che hanno cominciato a tormentarmi da ieri pomeriggio, da quando alle sedici e quaranta il comandante ha annunciato l’atterraggio a Roma Fiumicino- anzi da prima ancora, dall’altro ieri, quando sono stata ormai costretta a rivelare a Thomas che stavo per partire, che stavo per tornare in Italia per non tornare forse mai più da lui, in quella Londra nebbiosa nella quale, a parte il suo amore, avevo conosciuto solo miseria, droga e la polvere dei monolocali e dei vicoli nei quali ci sbattevamo in cerca di un buco, e il gelo dell'inverno che ci screpolava la pelle dei visi sempre più bianchi ed emaciati.
“No: aspettavo te!” rispondo, questa volta senza indugio. “Aspettavo che andassi a farti il... bagno...”
Lui si apre in un sorriso stupito e radioso. “E che ne sapevi che me lo faccio ancora?”
“Ti conosco, cioè... lo immaginavo”.
Tace. Anche stavolta, Cristo. Continuamente. Sorride solo. Non so se ho più desiderato o temuto questi suoi silenzi negli ultimi due anni, per non parlare delle due ore e mezza di volo di ieri che mi sono sembrate interminabili e durante le quali pensieri, ricordi, sentimenti, nausea, emozioni e sopr’ogni altra cosa dolore attraversavano simultaneamente e così rapidamente il mio cervello estenuato da impedirmi di soffermarmi su alcuno di essi, procurandomi uno stato d'ansia che mi attanagliava le viscere e che ho vanamente cercato di sedare con la bottiglietta di whisky che m'ero premunita di prendere da Sainsbury senza neppure pagarla, come ormai da tempo facevo.
“Però ti devi comprare un paio di scarpe” dice invece, indicando i miei anfibi sfondati.
Io m’incazzo come ogni volta che venga fatto un qualche commento su di essi. “Perché? Cos'hanno che non va? Sono rotti, lo so, ma servono a quello cui devono servire, quindi shut up” mi scappa di bocca.
“Non hai bisogno di darmi ordini in inglese” esclama ridendo “Ti sei dimenticata che io sono inglese?”
“Mezzo inglese” preciso seccata.
“Comunque bilingue. La mia cara balia, l'amica di mia madre, d’accordo con mio padre mi ha tenuto con sé per tre anni, i miei primi tre anni, nella sua casa nel sud dell’Inghilterra. Per darmi un po’ d’affetto, di tette a cui attingere e per non farmi perdere del tutto, com'era desiderio di mia madre, le mie origini. Te lo sei dimenticata? E in ogni caso, chi ti diceva niente sullo stato dei tuoi anfibi? Dicevo solo che non sono molto adatti per camminare da queste parti”.
“Se anche fosse, chi ti dice che io abbia intenzione di camminare da queste parti?”
“Come! No?!” mi sfotte fingendo di credermi, “E io che davo per scontato che saresti venuta a vedere la capannina che sto costruendo sul fiume. Ci sto lavorando come un matto perché avevo solo due settimane di ferie e domani comincia la seconda. Ma, se proprio non ti va...” conclude con un antico sorriso che, mi rendo conto, non è mai mutato. Come se io debba ancora entrare in una tinozza, penso malinconica.
Christian va in camera sua ed io mi arrischio a seguirlo, rivedendo così la stanza nella quale sono già abusivamente entrata ieri sera.
“Avrai saputo, o visto, che mi sono trasferito qui accanto” dice senza guardarmi, frugando tra i panni arrotolati sul letto. Ne trae una maglietta blu e la indossa, goffamente come è prerogativa di tutti i ragazzi. “Ora che ci sei tu, però, penso che la cosa ti darà fastidio, perché la camera tua è di passaggio. Ma non preoccuparti, sto quasi sempre fuori”.
“Che problemi ci sono?” replico tentando un sorriso di nonchalance “Solo fino a due anni fa dividevamo la stessa stanza, te lo sei dimenticato?” dico facendogli il verso.
Lui non ride, ma sorride. Sembra imbarazzato. “Già, e ti ricordi le scene di tua madre, quando abbiamo cominciato ad esser grandi?”
“Già... ma noi ci siamo sempre rifiutati di spostarci” commento, anch'io vagamente imbarazzata dal ricordo della nostra insolita promiscuità fisica.
“Perché avremmo dovuto? Se a nessuno dei due dava fastidio...”
“Non uscivamo quasi mai, la sera, d'estate stavamo sempre in giardino, e la casa è così grande che se uno dei due voleva leggere fino a tardi poteva andare da qualsiasi altra parte... Come avrebbe potuto darci fastidio?”
In realtà da parte mia non è esattamente così. Io mi sono sempre rifiutata di spostarmi perché gli volevo troppo bene. E anche se non m'infilavo più nel suo letto di nascosto dalla mamma, non potevo immaginare di dormire lontana da lui. Ma questo, ovviamente, non lo dico.
Christian mi dà un buffetto e mi passa avanti.
“Andiamo a mangiare?”
“Certo” rispondo confusa. I gradini della vecchia scala scricchiolano come allora, più di allora, nessuno deve averci mai messo le mani in questi anni. La scala della casa di Eburne Road era invece completamente silenziosa, sporca, forse più vecchia di questa, rivestita da uno spesso strato di moquette dai disegni pacchiani e i colori alterati dal tempo e dalla sporcizia. I tocchi di polvere, di cenere, le macchie di unto e d'altra zozzeria che vedevo accumulati negli angoli ogni qual volta indugiavo su un gradino non promettevano niente di buono, pensavo un po’ impaurita. Una volta sognai un esercito di scarafaggi che ci aggrediva durante il sonno e Thomas mi svegliò mentre urlavo. Mi fece un buco e mi accarezzò fino a quando mi riaddormentai. Il giorno dopo non c'erano scarafaggi, solo un altro turno saltato al Cafe & Pasta di Covent Garden e la roba finita e quel bastardo di Andy che esigeva in modo sempre più pressante e minaccioso quelle maledette cento sterline che Thomas gli doveva.
“Vado io” gli avevo urlato non appena l’Andy s’era levato dai coglioni “Thomas ci vado io, è me che vuole ti prego lasciamici andare, che ti frega di quello che posso fare tanto lo sai che lo faccio con schifo quindi tu non hai niente da temere, e se ti preoccupa il fatto che lo faccio con schifo pensa che in fondo sarà solo come mangiare una cosa che non mi piace, come da piccola quando mia zia faceva il minestrone e io lo odiavo però poi lo mangiavo lo stesso” Perché c’era Christian a fartelo mangiare, aveva insinuato dentro di me una vocina così bassa che non aveva distolto più di tanto la mia attenzione, “...ed io lo mangiavo lo stesso e dopo un paio d’ore l’avevo digerito ed era come se non l'avessi mai mangiato. Figurati cosa m’importa. Per cento fuckin’ pounds che sennò continueranno a rovinarci la vita!” avevo dichiarato con calore e convinzione, prendendolo per le spalle.
I suoi grandi occhi scuri si erano contratti in una fessura sofferente. "You mean so much more than one hundred pounds” aveva sibilato, gelido.
“Sure!” m’ero affrettata a convenire “Certo, ma solo per una volta... Ho fatto tante cazzate, per una volta, e una più una meno cosa vuoi che cambi, se è per salvarci la pelle una volta per tutte!”
“You mean something clean. You are too clean to me. I’d rather die to discover that you get as dirty as me...”
Era così serio e triste. Io ero troppo pulita per lui. Non voleva sporcarmi, per quanto ormai fosse possibile. E poi in fondo aveva ragione, non avrebbe voluto dire salvarci la pelle una volta per tutte, ma anzi entrare sempre più in una spirale senza ritorno, perché non ci saremmo più liberati di Andy e di tutta la sua cricca infame.
L’ingresso nel tinello mi riscuote da questo doloroso flash-back. Il tavolo di noce è apparecchiato per tre, la candida tovaglia ne copre appena la metà. Sussulto di gioia non appena vedo mio padre camminare placidamente per la stanza.
“Babbo” gli urlo correndo a baciarlo.
“Buongiorno, tesoro” fa lui ricambiandomi l’abbraccio “Stamane quando mi sono svegliato temevo d'aver sognato. Invece è tutto vero e sei qui. Come sei bella!” fa allontanandomi un po’ e tenendomi per ambo le spalle “Ieri sera non me n’ero accorto. Mancavi tu a dare luce a questa casa vuota”.
“Non gli dar retta” replica Christian finto caustico, “Gliel’ho confermato io prima di andare al fiume, che c’eri veramente, e che da quanto avevo visto dormivi come un angioletto”.
“Zitto, tu” gli fa il babbo “Se non apprezzi la presenza di questa fanciulla quanto me, sono fatti tuoi. Claudia, aspettavamo solo te per mangiare”.
“Non dovevate” rispondo umilmente.
“Ehi! Cos’è questo tono complimentoso. Mica sei un’ospite, qui. Questa è casa tua”. Ha colto nel segno. Ha ragione: questa è casa mia, sono io che, temo, avrò bisogno di qualche tempo per ricominciare a considerarla tale. Un monolocale con la tappezzeria scrostata...
...o forse, forse mi sento troppo debitrice al babbo e a Christian, nonostante in questi due anni non abbiano speso una lira per me- per altri motivi mi sento debitrice, sono loro debitrice per il loro affetto, per non avermi mai dimenticata né smesso di volermi bene, nonostante la mia rapida fuga e i ponti che ho tagliato non appena arrivata su, lasciando mio padre a smaltire e a superare da solo il dolore per la perdita della mamma. E se sapessero cosa ho fatto in questi due anni, in quale modo ho condotto la mia vita, da che genere di esistenza mi sono lasciata travolgere senza opporre resistenza, anzi con una sorta di voluttuoso compiacimento e infantile rivalsa verso tutti e nessuno!...
Babbo, Christian, perdonatemi, e perdonatemi soprattutto per il fatto che non ve ne parlerò mai... penso, e taccio.
Ci sediamo tutti e tre, io al mio vecchio posto. Subito compare la vecchia Anna e porta caffè e latte; un'enorme crostata troneggia in mezzo alla tovaglia.
“Questa è per te, Claudia” mi dice Anna affettuosamente, indicando la crostata “Alla ciliegia, come piaceva a te”.
“Grazie, Annina! Ma non c’era bisogno” e, per tranquillizzarla, aggiungo “Non ho intenzione di ripartire per il momento”.
“Claudia, cosa prendevi per colazione su?” mi chiede Christian.
Esito. Già da un pezzo avevo smesso di far colazione su, fatta eccezione per la mug colma di caffè bollente che Thomas mi portava a letto mentre io, dolcemente intontita, assimilavo il primo buco della giornata.
“Ultimamente prendevo solo caffè” rispondo.
“La solita brodaglia annacquata, suppongo”.
“Sì”. Taccio imbarazzata. La brocca di latte fumante mi suscita un vago senso di nausea, ma come spiegarlo ai miei familiari?
Ci pensa Christian, con una prontezza che mi sorprende. Corre in cucina e ne torna subito dopo con un pentolino d'acqua bollente. Senza lasciarmi toccar nulla mi versa un caffè nella tazza, lo allunga con l’acqua e lo macchia con un goccio di latte. È tutto così perfetto da suscitare il mio più vivo stupore e da farmi scherzosamente pensare che deve avermi spiata, negli ultimi due anni.
“Ma come, Claudia?...” fa mio padre “Il latte... Christian, non le hai messo il latte!”
Christian non risponde. C’è qualcosa di perentorio nella sua serietà. Io sento un crescente disagio salirmi alla gola.
“Zio” dice poi “Su le abitudini sono diverse, non lo sai?... Suppongo che Claudia abbia bevuto quest’intruglio per anni, e che non possa disabituarsi così in fretta”.
“Sì, è così” mi affretto a confermare.
“Ma a lei piaceva tanto il latte!...” protesta il babbo.
“Lo so, zio” esclama Christian ridendo “E lo berrà, ma non per colazione! Su non si fa colazione così”.
È vero, ma mi sorprende che lui prenda ciecamente per buono quello che per noi italiani è un semplice luogo comune della cultura britannica. Forse lo ricorderà da quand’era piccolissimo e viveva in Inghilterra con la balia. Possibile?
Bevo un sorso del mio caffè e mi sento immediatamente rinfrancata. Ma mio padre è ancora perplesso.
“Lo bevo dopo, babbo” gli dico per rassicurarlo “Non ti preoccupare”.
Non lo farò, naturalmente. Il mio fegato è ancora troppo provato per sopportare il peso del latte, e ci sarebbe da stupirsi del contrario visto che dopo la disintossicazione ho cominciato a bere il doppio di prima. Negli ultimi tempi non riuscivo nemmeno a mangiare il mio adorato fish’n’chips senza rivomitarlo, penso tristemente. Sono già stata fortunata a riuscire a smettere e a non ricaderci, ma del resto mi bucavo da troppo poco tempo, meno di sei mesi, per non riuscire a salvarmi. L'amore per la vita, che evidentemente conservai anche nelle situazioni più dure, e soprattutto il ricordo, il miraggio di questo casolare nella campagna perugina mi permisero di superare con relativa facilità i dolori della prima ed unica disintossicazione. Soprattutto il terrore di doverne affrontare una seconda, penso. Non così per Thomas. Venticinque anni, tre dei quali passati da tossico pesante. Abbandonarlo è stato abbandonare l'amore, il sesso e la spalla su cui ripiegare, un unico e insostituibile compagno di vita, ma anche la discesa verso la dissoluzione fisica e mentale. Solo col coraggio di questa convinzione e con la forza della stanchezza ce l’ho fatta, è passato solo un giorno, ma mi conosco ormai abbastanza da sapere che non tornerò indietro. Anche se non ci sarà mai scampo dall’orrore, dal rimorso eterno di aver abbandonato il mio povero piccino a se stesso, l’unica persona che mi abbia veramente amata e si sia data completamente, senza riserve, a me... La qual persona adesso starà probabilmente ancora dormendo e si sveglierà senza di me per la prima volta dopo due anni, e sentirà più forte che mai la necessità di farsi il primo buco della giornata...
Facciamo colazione. Il fatto che mi mangi due cospicue fette di crostata, mentre bevo il mio caffettone come se fosse acqua (in gran parte lo è), tranquillizza rapidamente mio padre del latte mancato. Forse la crostata la vomiterò. Una fetta sarebbe stata sufficiente, ma era così buona e dolce e sapeva di un che di genuino, che non ho voluto privarmene. Christian ha mangiato la crostata e bevuto latte bianco, come allora. Si direbbe che lui non sia cambiato proprio in niente, in questi due anni. È sempre come io lo ricordo.
Mi accendo una delle mie Marlboro rosse. In questo non sono cambiata io.
“Ahi, ahi, questo vizio non te lo sei tolto” commenta infatti il babbo osservando il mio gesto disinvolto. Mi sono bucata per sei mesi, papà.
“No” rispondo “Anzi è peggiorato”. Come l'alcol, papà.
Christian sembra venirmi volutamente in aiuto, mentre cambiando discorso mi propone di andare con lui a vedere la famosa capanna. Mio padre tace.
“Oh, sì” rispondo con grande spontaneità, “Magari”.
“Guarda che è lontana da qui” mi avverte.
“Non importa. Vengo”.
“Con quelle scarpe?” indaga scettico.
“Si, con queste scarpe” rispondo fulminandolo con lo sguardo.
“Okay. Andiamo a piedi. È più di mezz’ora di cammino solo ad andare, per te forse proprio un’ora. Al ritorno prenderemo la corriera o faremo l'autostop. Però, all’andata ce la facciamo a piedi”.
“Fa niente: ho detto che vengo”, ripeto.
“E allora andiamo. Zio, torneremo per le due-tre, non aspettarci per pranzare”.
“Va bene” risponde il babbo con un sorriso. È contento che io sia qui, ed è contento che io e Christian siamo di nuovo insieme, lo so.
Il tragitto da Roma Fiumicino è stato piuttosto lungo, ma ieri sera mio padre mi aspettava alzato, nella sua vecchia poltrona davanti al televisore. Già da tempo era malato di cuore, il mio adorato babbo, da prima che la mamma se n'andasse, e certo la mia fuga improvvisa non doveva avergli giovato...
Sono entrata, fragile, emotiva e terrorizzata come non pensavo di potermi sentire ancora, col caldo e la stanchezza appiccicati addosso come colla scadente. L'ho visto immediatamente su quella poltrona, invecchiato e quasi canuto, con un plaid sulle gambe come i malati... Il cuore mi si è stretto mi una morsa emozionata e dolorosa che, ho pensato, tutta la roba del mondo non avrebbe potuto alleviare. L'ho abbracciato convulsamente e sono scoppiata a piangere a dirotto, per la quarta o quinta volta in quella giornata. Mio padre aveva quasi sessant’anni, avevo pensato; ed io ero mancata a due suoi compleanni. Al primo gli avevo inviato un affettuoso biglietto d’auguri, al secondo, alla fine dell’anno scorso, sopraffatta dalla droga e dal morboso amore di Thomas, nemmeno una telefonata.
Ieri sera ho rivisto i miei occhi sul viso di mio padre. “Babbo, babbino” ho esclamato stringendomi a lui, “Potrai mai perdonarmi?... Io... non avrei voluto, è che stavo tanto male...”
Lui mi ha stretta con tutta la forza che gli era rimasta. “Lo so. Zitta. Sei qui, è tutto. Promettimi che per un po’ non te ne andrai”.
“Mai più, babbo, mai più” avevo promesso singhiozzando.
“Eh!... Mai più è una parola un po’ grossa. Non fare promesse che non potrai mantenere. Ma se ora rimani per un po’, va tutto bene e non c’è ragione di piangere”. Mio padre a volte era straordinariamente simile a Christian. Le sue emozioni spontaneamente trattenute, le sue parole misurate e pronunciate solo nell' indispensabile. Christian aveva discretamente lasciato la stanza, forse proprio la casa. Per questo quell’anziano signore seduto nella sua poltrona, con ancora tutti i capelli e i miei stessi occhi, ha detto: “Se non ci fosse stato Christian. E’ stato la mia luce. Non ti sto rimproverando nulla... Tu stavi male... ma anch’io, e con lui mi sono sentito meglio. La sua presenza mi ha dato tanta forza. Una casa troppo grande con due uomini soli e solitari... Non ha mai smesso di occuparsi del giardino, della jeep, di me. Ora lavora in un'agenzia di viaggi. L’anno scorso faceva l'autista di un pezzo grosso, di un ambasciatore. Usciva in giacca e camicia. Dopo aver perso sua madre pure la tua, e pure te. Le camicie gliele stirava Anna, l’abbiamo presa a servizio completo, vive qui ormai da due anni, ma più come un’amica, una parente, che come una domestica. E poi la sera Christian era di nuovo in jeans e maglietta e se ne andava a camminare nel bosco. Povero ragazzo, penso che neanche per lui sia stato facile. Sai che non è sua abitudine lamentarsi, ma si è isolato ancora di più. Ha avuto un paio di ragazze, credo, ma non me le ha mai fatte conoscere. Ragazzo mio, che vita, mi stupisco che abbia ancora voglia di sorridere. Continua a fare le sue battute, quando vuole sfuggire a una domanda troppo seria. A volte i soldi non servono, o non bastano. Ma tu, luce mia, cosa hai fatto?... Sei sparita nel nulla, due anni interi senza alcuna notizia, non sapevamo nemmeno se fossi ancora viva... È stato Christian a convincermi a non cercarti. Diceva sempre che quando ti saresti sentita pronta, saresti tornata”. Mi ha preso il viso fra le mani. “Sei ancora più magra di un tempo, tesoro, e ancora più bella, ma troppo pallida, neanche per te dev’essere stato facile. Che hai fatto?...”
“Io... Niente, papà... Sono rimasta per tutto il tempo a Londra... Ho lavorato, sono pallida perché a Londra non c’è il sole di qui, sai... Ho sempre vissuto con un ragazzo, Thomas, uno scozzese... Non era come te e Christian, e forse mi piaceva proprio per questo... era dolce e fragile e troppo sensibile, ma è stato tutto sbagliato, veloce, morboso, dettato da un’ansia di crescita e da un bisogno d’affetto, il suo come il mio, che invece non ci ha fatti crescere affatto, perché ci proteggevamo troppo e continuavamo a non esporci realmente al mondo, perché per noi contava solo la nostra libertà insieme e non individuale, da indipendenti...” E così dicendo ho ricominciato a piangere.
“Calmati, tesoro” mi ha detto lui dolcemente “Avrai tempo per raccontarmelo, e non devi sentirti obbligata. Ora sarai distrutta. Andiamo a salutare Annetta, è andata a dormire ma mi ha fatto giurare di svegliarla non appena fossi arrivata. E poi vai a dormire, ci vado anch’io, andiamo insieme, vuoi?...”
“Sì... certo!”
“La tua stanza è come l’hai lasciata. Nemmeno Christian ci ha più voluto dormire, si è spostato in quella accanto, comunicante”.
Abbiamo salito le scale a braccetto, io e il mio babbo, e siamo andati a svegliare Anna la quale è scoppiata a piangere appena mi ha vista e non c’era più verso di calmarla e di convincerla a rimettersi a dormire.
La stanza del babbo era tale e quale a quando c’era la mamma. Non un vestito, non un oggetto era stato spostato o rimosso. La mia, al contrario, era... dimezzata. Tutte le mie vecchie cose, nessuna traccia di Christian. I miei libri di scuola e di Jane Austen, la mia scimmietta di pelouche del paio che dividevo con Christian, Pic a me e Pac a lui, una bottiglia vuota di sidro fatto in casa, un paio di diari, una candela rosa conficcata in un orrendo portacandele di bronzo macchiato- tutto in bell’ordine nel mio ripiano della libreria. La mia mug piena di matite e di pennarelli ormai secchi. Il mio lettino con lo stesso copriletto blu di allora e le lenzuola a quadretti, come se lenzuola e coperte fossero rimaste lì da allora senza mai essere state lavate e rinfrescate. Sulla scaffale riservato a Christian, niente, eccetto alcuni vecchi e inutili libri e quaderni di scuola. Sulla base in legno del suo letto, ho subito notato con un certo sgomento, nient’altro che un materasso nudo e triste. Quella stanza, la nostra stanza, era rimasta disabitata per più di due anni. L’intonaco opaco delle pareti denunciava il tempo che era trascorso. Ho aperto la seconda porta e mi sono affacciata nella stanza comunicante: la camera di Christian. Letto disfatto, stereo, libreria stracolma ma nell’insieme ordinata, un piccolo armadio, calzini per terra, vestiti sparsi sul pavimento insieme a fogli scarabocchiati. Pic a fare da fermo ai libri in precario equilibrio. Un paio di cassette sul letto: una anonima, l’altra dei Led Zeppelin. Ho richiuso silenziosamente la porta e mi sono ritirata nel mio asettico, dimezzato spazio. Mi sembrava un museo colmo di reperti della mia ex vita. Mi sono infilata il pigiama e mi sono sdraiata sul letto, ritrovandolo morbido e confortevole come un tempo ma anche piccolo, troppo piccolo in confronto a quello che avevo diviso con Thomas negli ultimi anni. Per la prima volta forse nella mia vita, avrei dormito da sola in una stanza. Chissà perché Christian l'aveva abbandonata? Forse a causa dell’accaduto di quell’ultima notte? Ma io me n’ero andata, e finalmente avrebbe potuto averla tutta per sé... Invece se n’era andato anche lui, spostandosi semplicemente in quella accanto. Come se questa non gli appartenesse più.
Mi sono fatta una canna abusivamente importata dal Regno Unito. L'odore doveva giungere fin nella camera di Christian- ma lui non era in camera. Christian, dov’era?... Niente polvere né scarafaggi sul pavimento, solo rimpianti ed errori ormai commessi, caldo umido e odore di campagna e gente che ovunque parlava italiano.
Ci sono fantasmi che ti aspettano così pazientemente che poi non puoi lamentarti se te lì ritrovi ancora addosso, ho pensato nel buio senza riuscire a prender sonno. Tutt’al più puoi lodare la loro costanza, ho pensato.
Le gambe di Christian si muovono agili tra gli sterpi e le rocce là dove il sentiero viene a mancare. Al contrario io sono lenta, impacciata, gli anfibi che mi sono ostinata a tenere scivolano sulle pietre, le spighe incolte mi graffiano le caviglie e a volte s’infilano con perfida mira nei buchi delle mie scarpe, e il mio fisico è così indebolito rispetto ad allora che avanzo a fatica, col fiatone, al punto che Christian è costretto a girarsi più volte per controllare che non sia rimasta indietro.
“Forza, pappamolla” mi fa voltandosi “Te l’ho detto io, sei diventata troppo magra. Va be’ che grassa non lo sei certo mai stata. Però... è l’effetto di una città come Londra, mi sa. Marciapiedi larghi e spianati”.
È l’effetto dell’eroina degli ultimi due anni, vorrei gridare.
“Londra non è mica solo questo” rispondo invece, “È anche ressa sulla metro in cui passi un quarto quando non un terzo della tua giornata, è turni in una cucina claustrofobica o in una sala affollata di clienti che devi stare attento a non urtare”.
“Lo so. L’ho fatto anch’io” dichiara continuando noncurante a camminare. Per fortuna poco avanti a noi si apre un nuovo sentiero.
Io mi fermo esterrefatta. “Come?” gli domando, certa d’aver capito male “Cos’hai fatto, tu?”
Lui si volta completamente verso di me, ma senza fermarsi. “Sono stato a Londra a lavorare” dichiara con la massima tranquillità.
“Fermati, Cristo!” strillo. Lui obbedisce.
“Come, sei stato a Londra?” gli chiedo visibilmente scossa.
“Sono stato a Londra” conferma lui fingendo di non comprendere il mio stupore “Che, pensi di essere l’unica che ci può andare?”
“Ma quando? Perché?”
“La primavera scorsa, per un paio di mesi. Da marzo a tutto aprile e pure un pezzetto di maggio, più o meno”.
Faccio un rapido calcolo. “Cioè, mi stai dicendo che tu sei stato a Londra tre mesi fa?”
“Esattamente. E piantala di sbraitare, non ho mica rapinato una banca, anche se in effetti avrei fatto meglio” ridacchia.
“Che facevi? Perché non mi hai cercata?”
“Chi ti dice che non lo abbia fatto?” ribatte ambiguamente. Ma subito aggiunge: “Scherzo, naturalmente. Come pensi che potessi cercarti in una città come Londra? E poi, chi mi assicurava che tu stessi ancora lì? Le prime ed uniche notizie che ho avuto da te sono state quelle che hai mandato a casa un mese dopo il tuo arrivo, più di due anni fa” precisa, senza alcun apparente risentimento.
“Che facevi?”
“Lavoravo da Mc Donald’s. In cassa, vista la mia dimestichezza con la lingua”.
“Quale?”
“Proprio quello di Leicester Square”.
Cristo: Leicester Square. Io questa primavera ero proprio da quelle parti, al Cafè & Pasta di Covent Garden, all’angolo tra la Shaftesbury e Charing Cross.
“Dove alloggiavi?”
“In un delizioso appartamento nel Westminster, sulla Nothern Line. Un vero affare. E tu?”
“Sulla Seven Sisters Road, verso Finsbury Park, alla fine della seconda zona. Molto caratteristico e prezzi bassi. Tu stavi in prima zona, suppongo”.
“Già. Poi ne avevo trovato un altro ad Hammersmith, ma ho preferito tornare giù”.
Quando prima ha detto Mc Donald’s, ho rabbrividito. Ce ne è uno proprio accanto casa mia, all’angolo della mia piccola Eburne Road. Ma sarebbe stata una coincidenza troppo assurda, e soprattutto sarebbe stato davvero improbabile non esserci mai incontrati, nell’arco di due mesi. Comunque non ho parole. Christian a Londra. “Ma perché, perché?...” ripeto incredula.
“Scusa, ti dispiace se nel frattempo continuiamo a camminare? Manca ancora un po’” mi dice gelido.
Ricomincio quindi a poggiare i miei anfibi bucati in equilibrio precario sui sassi, scuotendo la testa. Una volta giunti al sentiero lui continua: “Che pensi, Cla’? Che eri l’unica ad aver bisogno di evadere? Io avevo appena lasciato il lavoro precedente e in attesa del prossimo volevo farmi un viaggetto. Perché Londra?... Ma, dovresti conoscerle meglio di me le molteplici attrattive di quella città”.
Sì, per chi ci va da turista o comunque ci si ferma per poco tempo, penso amaramente.
“Come ti è sembrata?” gli chiedo camminandogli accanto, non senza fatica per tenere il suo passo.
“Londra? Bella, crudele, illusoria. Ma per chi si ferma poco è un gran bell’esperienza” commenta.
Allora lo sa. Non posso che assentire mentalmente.
“E a te?” mi domanda all’improvviso. Io mi arresto improvvisamente e mi rendo conto di dover fare uno sforzo per trattenere le lacrime. Thomas, la tappezzeria strappata del nostro monolocale, lo sbattimento notturno al freddo, al gelo invernale o sotto la pioggerella di maggio, sempre insieme, il centro di disintossicazione di Finsbury, sempre insieme, la Harrow Road che finiva nella terza zona, i furti da Sainsbury, il...
“Scusa. Fa niente” replica lui brusco, ad occhi bassi. Mi stringe una spalla. “Claudia?” insiste ansioso.
“Scusa... Pensavo...” dico a bassa voce.
“Be’, me ne ero accorto”.
Ecco, per una volta che s’informa su qualcosa, sono io a non volergli e a non sapergli rispondere. Forse davvero siamo votati all’incomunicabilità, noi due, forse davvero non ci sarà mai altro che domande non formulate e risposte non concesse, fra noi. Com’è stato negli ultimi vent’anni sarà forse sempre, penso scoraggiata, ancora con gli occhi Thomas fissi nel cervello- i suoi occhi scuri e grandi, così diversi da quelli di Christian.
Percorriamo in silenzio un altro bel po’ di campagna incolta, mi sembra che lui abbia sensibilmente rallentato il passo adeguandolo al mio. Christian a Londra, a marzo!... Ancora non posso crederci, non riesco a pensare ad altro.
Davanti a noi s’apre ora una moltitudine di larici e anche qualche salice, ed io ho la netta impressione di aver già visto questo posto.
“Christian, ma dove siamo, qui?...” gli chiedo perplessa.
“Già, dimenticavo che ora sai orientarti solo sotto l’Underground. Qui non ci sono cartelli, sai. Siamo dall’altra parte del paese”.
“Oltre il paese?... Ma io non l’ho visto”.
“Certo, perché l’abbiamo costeggiato senza nemmeno sfiorarlo. Siamo abbastanza lontani dal centro, qui. È una strada alternativa, certo poco battuta e molto più lunga, che ho scoperto di recente”.
Strane emozioni mi si agitano dentro sempre più confuse e insistenti, senza che riesca a metterle a fuoco. Quand’ecco che a un tratto, puf!, gli occhi di Thomas scompaiono e vengono rapidamente sostituiti da un altro paio d’occhi. Un paio d’occhi molto simili a quelli del vecchio Vasco... Il sentiero s’è allargato. Due alberi si ergono ai suoi lati, in questo punto. Gli occhi mi si riempiono di lacrime e Christian diventa improvvisamente dolce, quasi affettuoso.
“Scusa, Claudia, capisco che non sei più tanto ambientata, qui. Ma guarda là” m’invita prendendomi per le spalle. Io alzo lo sguardo sapendo già quello che mi aspetta: un fiume.
“We went down to the river, and into the river we’d dive...”
Era così? Questo brano di Bruce Springsteen mi risuona forte nelle orecchie, insieme alla voce roca e tranquilla di Christian e alle canzoni dei Mission che adoravo a quindici anni.
...e a quelle dei Dire Straits...
Christian mi prende per mano e mi guida lungo un sentiero scosceso che porta direttamente alla sponda. “La capanna è qui vicino” dice, “Ora ti ci porto. Ma prima guarda che bello, a quest’ora, l’acqua, i riflessi del flusso incessante, sotto il sole...”
Inghiottisco a vuoto. Lui stavolta non mi chiede cos’ho. Forse lo sa, spero che lo sappia, sebbene anche questo rimarrà nell’infinito cumulo delle nostre cose non dette. È che ci sono già stata, qui, e mi rendo conto che le dure esperienze metropolitane degli ultimi due anni, oltre a temprarmi per molte cose, mi hanno notevolmente indebolita in altre, così che non posso fare a meno di illudermi che lui lo sappia, deve saperlo il motivo della mia reazione, e di sperare che mi ci abbia portata, oggi il primo giorno che sono qui, proprio per questo, per quello, e che anche per quello abbia deciso di costruire qui la sua capanna.
È che ci siamo già stati insieme, qui, proprio in questo periodo dell’anno, nella notte più bella della mia vita, e dopo tanto tempo permetto al mio cuore di togliersi la sicura e rivedo nel buio i fantasmi di un ragazzo e di una ragazza, una ragazzina, giovani, spensierati, illuminati dalla loro splendente incoscienza...
Quella sera Christian sembrava impazzito. Era una fresca serata di luglio, le zanzare invadevano le ampie stanze della nostra casa mimetizzandosi sul legno scuro dei mobili del tinello. Io ero per terra a gambe incrociate a parlare al telefono con Viola, ignorando i molteplici rimproveri di mia madre sulla mia perenne mancanza di compostezza, sul fatto che ci fosse una volta che mi vedesse seduta su una sedia invece che per terra a gambe all’aria, sul fatto che i calzoncini bianchi che indossavo si sarebbero sporcati e poi sarebbe toccato a lei lavarli, per non parlare dei commenti sulla lunghezza della telefonata. Christian dal canto suo correva da una parte all’altra in camicia a quadri e jeans sdruciti, senza alcuna traccia della composta lentezza con cui era solito aggirarsi per casa. Aveva ventun anni, portava i capelli sulle spalle e, dopo il travaglio e i brufoli adolescenziali, era diventato proprio un gran bel ragazzo.
“Claudia, Cla’, sbrigati” mi aveva detto alla quarta volta che passava, saltellandomi davanti. Non era più lui. Non c’era più traccia della sua discrezione, della sua presenza quieta, della sua imperturbabile calma. Curiosa e, lo confesso, felice del suo improvviso cambiamento, salutai in fretta Viola e riattaccai, in tempo per sentire il sarcastico commento di mia madre: “Già, basta che glielo dica lui, e va pure sulla Luna!... Christian, già che ci sei, le chiedi anche di accompagnarmi in paese a far la spesa, domani?”
“Ti ci accompagno io, zia” le aveva assicurato, e, rivolto a me sottovoce: “Dài, vieni di là”.
L’avevo seguito per le scale, al termine delle quali lui mi aveva detto: “Sbrigati, mettiti qualcosa addosso e ce ne andiamo in paese”. Era rosso, sorridente, eccitato.
“In paese?... A quest’ora, e come?...”
“Lo zio mi ha dato le chiavi della jeep. Dài, muoviti, ti porto a bere!”
“Ma... io non bevo!” avevo replicato esterrefatta.
“Ah, no? E il sidro in cantina chi l’ha preso? Sai, c’era la bottiglia vuota sotto al tuo letto...”
Arrossii.
“Dai, mica sono tuo padre!... E nemmeno tuo fratello”. Era corso in camera ed era tornato con una salopette larga e sformata. “Dài, mettiti questa”.
“Ma è tua...”
“E allora? Che, ti fa schifo?”
“N-no, anzi, ma...”
“Tutta di bianco vestita come stai, e con questi pantaloncini poi, non puoi venire. Fuori fa fresco. Muoviti”.
Mi ero infilata la salopette sopra i vestiti, in gran fretta, e neanche me l’ero ancora abbottonata che lui mi aveva già presa per mano e trascinata di sotto.
“Zia, noi andiamo a fare un giro” aveva detto a mia madre.
“A quest’ora?... E dove?... Claudia, ma che ti sei messa addosso?” aveva protestato lei scandalizzata, mentre io cercavo di arrotolarmi sulle caviglie i lunghi pantaloni.
Eravamo corsi in giardino ridendo sotto i baffi e poi, non appena saliti in macchina e richiuso le portiere, avevamo cominciato proprio a sghignazzare. “Hai visto che faccia ha fatto!...” dicevo io. Christian infilò la chiave nel cruscotto. “E non è finita” aveva esclamato tirando fuori da sotto la camicia un piccolo stereo portatile “Tutti i comfort stasera. Certo non è come un vero autoradio, ma andrà bene lo stesso”.
Eravamo partiti nella notte slittando sui sentieri ghiaiosi, la guida di Christian agile e sicura. La musica dei Dire Straits proveniente dal vecchio portatile riempiva tutto l’abitacolo, Christian cantava distorcendo volutamente il tono e le parole ed io ridevo con i piedi sopra il cruscotto e il gomito fuori dal finestrino. Ero emozionata e felice, come mai prima d’allora.
Si era fermato davanti alla Capanna dello Zio Tom, uno dei due-tre pub del paese. Aveva ordinato due pinte di birra chiara strong. Non appena vidi quel boccale gigantesco pensai che non ce l’avrei mai fatta a finirlo, ma che ci avrei provato per lui, per non deluderlo e anche per convincerlo ad uscire ancora con me.
“Cri!... Sei pazzo, è troppa per me, non la finirò mai!” obiettai tuttavia.
“Invece devi, sennò come farai a prendertene un’altra dopo?”
“Ma sei matto...”
“lo? No. Sono semplicemente contento di stare per una sera in giro con te”.
Sgranai i miei occhioni blu. Questo non era assolutamente da lui. Contento di stare con me?... Viveva con me da tredici anni e non ne era mai sembrato particolarmente entusiasta, certo doveva volermi bene, ma non mi ha aveva mai detto una cosa del genere né tantomeno dimostrato un affetto particolare.
Alla Capanna dello Zio Tom passammo delle ore a bere, dopo l’interminabile birra, una tequila, un whisky e un’altra mezza birra a testa. Ad ogni bicchierino lui m’aveva detto: “Dài, solo questo, è l’ultimo” e dopo un po’ ci avevo preso gusto. Alla fine ero completamente sbronza: la prima sbronza della mia vita. Ora tutto era dolce e luminoso e piacevolmente ondeggiante, il nostro tavolaccio pieno di bicchieri vuoti le sedie di paglia il barista che era un omone coi baffi, i gruppicoli di insulsi perditempo e i camionisti nerboruti che dalle nostre parti abbondavano e che io odiavo perché mi spogliavano con gli occhi ogni volta che passavo loro davanti anche in jeans e maglietta figurarsi poi quando portavo un vestitino, insomma tutto e tutti compreso lo specchio della Bass appeso al muro mi sembravano così belli e benevoli nei miei confronti, e Christian, Christian era proprio la luce che splendeva su tutto e a tutto dava nuova luce, con i capelli un po’ lunghi gli occhi che somigliavano vagamente a quelli di Vasco che allora era piccolino, Christian che bello e indipendente portava a spasso la biondina quindicenne più come un fidanzato che come un fratello maggiore, al punto che le poche ragazze presenti nella sala non gli avevano ispirato alcun commento né occhiate particolari, anzi di un paio di loro aveva sparlato apertamente. Ero ubriaca e glielo dissi.
“E chi ti ha mai considerato una sorella?” chiese lui fingendosi stupito. Gli occhi gli luccicavano per l’alcool e somigliavano sempre più a quelli di Vasco. Gli dissi anche questo.
“Sì?” fece lui con un sorriso enigmatico “Mi stai dicendo che sembro un gatto?”
“Un po’ sì” dissi dopo averlo bene osservato per qualche istante e scoppiando immediatamente a ridere. I suoi lineamenti avevano un che di sottile e obliquo, e i suoi occhi verdi e lunghi potevano benissimo ricordare quelli di un felino.
“Anche in Tender is the night di Fitzgerald, Nicole vede il suo psichiatra come un grosso gatto bianco. Chissà se vuol dire qualcosa, forse mi devo preoccupare” ridacchiò. Io lo guardavo incantata, non avevo capito nulla ma avrei potuto ascoltarlo per ore.
Gli offrii una sigaretta: avevo cominciato a fumare piuttosto precocemente, a quattordici anni, durante le scorribande pomeridiane in corriera giù in paese.
Lui non fumava e rifiutò, poi ci ripensò e disse “Dammene una, va’, magari stasera mi va”. Provò, ma proprio non gli piaceva e me la passò.
“Non vale” protestai “Neanche a me piaceva la birra prima di stasera, ma tu mi ci hai fatto abituare”.
“Già, ma non credo che ora starai tutti i giorni in paese a prenderti pinte di birra. Tutt’al più continuerai a fregare il sidro in cantina quando di notte dici che non riesci a dormire e, invece di venire nel mio letto come facevi da piccola, te la fili in cucina con qualche pretesto. Mentre io, se comincio a fumare, poi starò tutti i giorni da Enzo a comprare pacchetti” rispose. La sua logica schiacciante.
Guardai l’orologio: erano le due passate. Saltai sulla sedia. “Le due e dieci?! Cri, la mamma mi uccide”.
“E perché? È colpa mia, sono io che non ti sto riportando” rispose quieto, dondolandosi sulla sedia.
“Sì... no! E poi mamma non se la prende mai con te, lo sai. Oh Dio, dobbiamo tornare immediatamente a casa!”
“È vero, non se la prende con me solo perché non sono suo figlio biologico e si fa degli scrupoli assurdi, a maggior ragione sapendo che mio padre era una persona molto liberale. Come se poi non fosse lei ad avermi mantenuto e cresciuto! Ma stanotte dovrà prendersela con me per forza... anzi, domattina”.
Lì per lì non capii cosa intendesse dire con quel domattina. Ma lo capii presto, quando dopo aver pagato e salutato il barista risalimmo sulla jeep e lui si diresse verso il fiume, non quello vicino casa nostra in cui bazzicavamo fin da piccoli, bensì un altro molto più distante, oltre il paese. Si fermò sgommando sul terriccio, mentre le fronde di due alberi che si ergevano ai lati strusciavano contro il tettuccio della macchina e sembravano abbracciarci. Scendemmo dall’auto. Il silenzio era tenuemente interrotto solo dal canto dei grilli e il verde del fogliame sembrava risaltare anche al buio. Al di sopra dei larici non c’era luna, ma un’infinita moltitudine di stelle. Mi tolsi le scarpe; il terriccio era fresco e umido, ma morbido, cedevole sotto i miei piedi nudi. Christian sorrideva senza dir nulla.
“Ma tu non stai fuori?!” gli gridai nella notte.
Lui mi sorrise, ambiguo come sempre. I suoi occhi erano verdi come il fogliame, e come il fogliame spiccavano nel buio. “Miao” disse infine.
Scendemmo per un sentierino scosceso che altro non era che l’impronta del passaggio di quelli che ci avevano preceduti. Restammo poi in piedi a contemplare il flusso incessante dell’acqua blu scuro, come lo chiamava il mio professore di educazione artistica alle medie?, blu di prussia. Tra i fumi dell’alcool, contemplando il cielo notturno, mi chiesi per la prima volta cosa rappresentasse per me quel ragazzo che avevo accanto in quel momento e col quale vivevo e dormivo da quando avevo memoria, che non era un fratello, non era un possibile innamorato visto lo status familiare che condividevamo, ma non era nemmeno un coetaneo o un amico che mi ero scelta. Avrei potuto considerarlo un cugino più grande, ma il suo carattere chiuso e le distanze impostemi da mia madre m’impediva persino di considerarlo tale. E poi io e Christian non parlavamo mai dei fatti nostri, tra noi non c’era una vera confidenza se non quella derivante dalla lunga routine. Era quindi semplicemente una persona che viveva e dormiva con me da tredici anni, al di fuori di ogni definizione? Ero troppo ubriaca, o forse non me la stavo dicendo tutta: fatto sta che non seppi rispondermi. Lui era Christian, per me, e basta, e mi figurai che forse per ognuno esistesse un Christian, solo che alcuni non lo incontrano per tutta una vita ed altri, come me, solo per puro caso vivono e dormono insieme a lui. Ma esiste il caso?
Questa alcolica riflessione, che mi guardai bene dal riprendere negli anni seguenti, fu allora interrotta da Christian che si sbottonò e sfilò la camicia, rimanendo col suo torace nudo e muscoloso. All’epoca, pur stando sul metro e settanta a cui poi sarebbe rimasto, era ancora enormemente più alto di me. Fu in quella circostanza che mi accorsi per la prima volta che era ormai un uomo. Qualcosa avevo già intuito da quando aveva cominciato la scuola superiore, da una rivista pornografica che gli avevo trovato sotto il letto come lui ora aveva trovato la bottiglia di sidro sotto il mio, dalla sua voce che s’era abbassata sempre più fino a divenire roca e quasi sgraziata, anche se a me piaceva ugualmente e forse di più; ma solo adesso, osservando le sue braccia forti, il suo petto che non doveva essere molto diverso da quello di mio padre, e indugiando involontariamente sulle sue mutande una volta che si fu tolto anche i jeans, mi resi conto che ormai il piccolo Christian, il bambino sensibile e taciturno con gli occhi tristi era diventato un uomo, un uomo bellissimo e selvaggio come lo vedevo ora nel buio, con i capelli arricciati dall’umidità e il sesso nascosto e segregato nella stoffa bianca delle mutande. Mi resi conto che già da qualche secondo lo stavo guardando lì, arrossii violentemente e distolsi subito lo sguardo, ma lui non sembrava essersene accorto. Le sue gambe erano tornite e muscolose. Era quasi nudo, lì, nella notte - era bello, era Christian.
Eppure, ragazze accanto a lui non ne avevo mai viste e nemmeno intuite. Solo un paio di volte l’anno prima avevo preso io stessa le telefonate di una certa Lucia della quale ero stata immediatamente gelosa, ma lui l’aveva allontanata prima di approfondire i rapporti.
“Be’? Allora?” fece lui, “Tu non ti spogli?”
“Ma... io...”
“Non mi dire che ti vergogni!”
Da qualche anno ormai io e Christian ci svestivamo in bagno o comunque separatamente, ma gli sguardi in canottiera o in mutande non mancavano certo, visto lo spazio che condividevamo.
“No... è che...” Tacqui. La verità è che sì, per quanto ubriaca mi vergognavo: da un anno appena ero sviluppata e il mio seno, per quanto modesto, mi suscitava un profondo senso di pudore, così come le mie cosce bianche e magre.
“E allora ti butto così” disse e, prima che potessi opporre qualsiasi tipo di resistenza, mi prese in braccio come se stesse sollevando un fuscello, io avrei voluto ridere e urlare ma il cielo era troppo dolce e le stelle troppo luminose, e splash, mi gettò in acqua completamente vestita. Ne riemersi ridendo, tossendo, sciogliendomi i capelli che ancora portavo legati da quando eravamo a casa, pazza di felicità e d’euforia.
“Che fai? Il bagno senza di me?” m’incalzò, implacabile e fintamente serio, e si tuffò a sua volta. Un secondo dopo era accanto a me, coi capelli gocciolanti e l’acqua fino al collo.
“Ti ho buttata qui perché sapevo che in questo punto era profonda. Ci vengo spesso, ultimamente, qui, a disegnare. E a farmi il bagno. Ho sempre pensato che ti ci avrei voluta portare, aspettavo l’occasione”.
Risi. Armeggiai con le fibbie e mi liberai della sua salopette che era gonfia d’acqua e pesantissima, rimanendo in maglietta e pantaloncini bianchi, com’ero vestita a casa. Deposi la salopette a riva e una volta tornata da lui mi mantenni in acqua fino al collo poiché immaginavo che i miei capezzoli sarebbero facilmente emersi, attraverso il bianco bagnato del reggiseno e della maglietta.
“Vedi, Claudia?” disse lui “Non è molto diverso dal fare il bagno nella tinozza. Ma tu hai sempre fatto tante di quelle storie”.
“Ma dai” risposi sguazzando nell’acqua nera, effettivamente non meno fredda di quella della tinozza “Ero piccola... Era inverno, Cri, ma i miei avevano questa fissazione di abituarci a tutto e di forgiarci fin da piccoli eccetera...” all’epoca non sapevo esprimermi molto bene “Avrei preferito fare la scuola mattutina invece di quella pomeridiana, pur di evitare quel supplizio quotidiano”.
“Io andavo a scuola di mattina, però il bagno me lo facevo lo stesso” osservò lui, si tuffò sott’acqua e nuotò un po’.
Rimanemmo in acqua un quarto d’ora buono, mi pare, scherzando e fingendo di affogarci reciprocamente e ridendo senza motivo. O meglio, io ridevo, non facevo altro che ridere per la sbronza e la felicità, lui continuava a guardarmi con gli stessi occhi di Vasco e il suo sorriso indecifrabile che tradiva però una certa soddisfazione. C’era qualcosa che mi pulsava tra le gambe, nonostante l’acqua fredda. Non sapevo cos’era e lo repressi. Poi uscimmo, e ci ritrovammo sulla sponda terrosa mezzi assiderati.
“Cazzo” esclamai “Così è peggio che nella tinozza! Lì c’era la mamma con l’asciugamano. Oh, mio Dio”. Mi stringevo le braccia addosso in parte per il freddo, in parte per coprirmi quanto potevo.
“Non ci avevo pensato” fece lui agitato “Scusami, dovrebbe esserci una coperta nella jeep. Volo a prenderla!”
Più tardi, avvolti nella coperta ruvida e nella notte fonda, lui guardò davanti a sé e disse: “Quando mio padre morì, persi tutto. Pur essendo piccolo, formulai nella mia mente un’idea precisa di com’erano state e com’erano le cose secondo me, dal punto di vista quindi di un ottenne disperato e terrorizzato da tutto. Decisi che nessun uomo era pari a mio padre e che avrei quindi evitato la compagnia di chiunque, eccetto ovviamente la vostra, finché non avessi trovato una persona come lui”.
Io stavo a sentirlo, esterrefatta dal fatto che dopo più di dieci anni finalmente mi stesse confidando qualcosa di sé, e sentivo così forte il timore che s’interrompesse che cercavo con tutte le mie forze di non produrre alcun tipo di rumore. Spezzai involontariamente un filo d’erba e mi maledii per l’impercettibile scricchiolio prodotto. Pregavo affinché i grilli continuassero la loro nenia monocorde. Christian continuò a parlare.
“Non l’ho trovato. Ora ho tanti amici, ma sto ancora cercando uno come lui. Con loro gioco a stecca e bevo birra come quella che abbiamo bevuto noi prima e il mese scorso siamo andati in discoteca a Perugia, ma non lo dire alla zia”.
Lo sapevo già. Se l’era lasciato sfuggire uno di questi suoi amici, Bruno, l’ultima volta che era venuto al casolare e io gli avevo fatto il caffè. E conoscevo bene ognuno dei suoi amici, personalmente o per sentito dire, li invidiavo nonostante Christian fosse con loro addirittura più ermetico che con me, perché da qualche anno ormai mi sottraevano la sua presenza e le sue già scarse attenzioni.
“...Fra l’altro, tutti i miei amici sono segretamente innamorati di te. Ma io non gli ho mai spiegato che non sei mia sorella, e così, credendomi il classico fratello geloso e considerandoti ancora una ragazzina, se ne stanno buoni e languono in silenzio”.
Avrei voluto chiedergli perché non gli aveva detto la verità ma, sempre per non interrompere la sua confessione, tacqui. Così come fui costretta a tacere anche sulla domanda che forse mi stava più a cuore: anche lui mi considerava una ragazzina?
“Quando sono arrivato, tu avevi due anni ed eri bellissima. Un diavoletto biondo che esigeva da me più attenzione di quanta fossi in grado di darle. Io non ero abituato a una presenza femminile, non l’avevo mai avuta se non la balia dei primissimi anni, e non ne sentivo la mancanza. Per me eri un’estranea, una presenza invadente e inquietante, che aveva tutto quello che a me era stato tolto. Sentivo una strana soggezione nei tuoi confronti e detestavo i tuoi capricci. Avevi tutto, non sopportavo che piangessi. Poi sei cresciuta e mi ti sei attaccata in modo tale da impedirmi di non ricambiare il tuo affetto. Quando mi sono accorto che davi retta solo a me ho cominciato a volerti bene perché mi dimostravi che contavo qualcosa per qualcuno. Quando avevi cinque anni e non volevi andare all’asilo e ci andavi solo se te lo dicevo io, mi facevi sentire importante e mi davi sicurezza in me stesso. Avevo bisogno del tuo affetto perché mi faceva sentire qualcuno. In quegli anni pensavo che da grande ti avrei sposata, che fosse la conclusione più giusta e logica. Ora per tua fortuna ho cambiato idea!...” continuò ridendo, “Però il fatto che ci sei mi dà coraggio. Il pensiero che per qualcuno sono...” s’interruppe, a disagio. Il giorno cominciava a insinuarsi subdolo sul limitare delle colline.
“Lascia perdere!” concluse, come improvvisamente colto da grande stanchezza. “Dobbiamo cominciare ad andare. Tu prendi la mia camicia...” disse, porgendomela. Lui se l’era tolta prima di tuffarsi, era un po’ umida ma asciutta. La indossai, mi arrivava fin quasi alle ginocchia.
“E tu?...” gli chiesi.
“E io... io ho i jeans e mi bastano e mi avanzano”. Se li infilò.
Tornammo in paese così nella jeep, lui in jeans e col suo bel torace nudo ed io con la sua camicia sopra i calzoncini bianchi ancora zuppi.
Ci fermammo al bar di Betta che era giorno fatto. Le notti brevi e inconsistenti di giugno. Christian si mise la coperta addosso e prese un cappuccino, io solo latte, tanto. Mangiammo un cornetto in due e ci dirigemmo verso la nostra contrada. Prima però ci fermammo a una cabina a telefonare ai miei- parlò Christian, non li svegliò, non dormivano. Mia madre era fuori di sé, urlava e piangeva, e si rivolgeva a Christian con tono alterato. Si sentiva in sottofondo anche la voce di mio padre che tentava invano di calmarla. Christian mantenne il punto, a lui riusciva facile coi miei, e dichiarò che saremmo tornati solo se non se la fossero presa con me. “Sennò?...” tuonò mia madre.
“Se no, mi porto Claudia da qualche altra parte e state sicuri che lei con me ci viene volentieri” rispose duramente.
Mia madre lo sapeva, purtroppo. Acconsentì. Arrivammo a casa alle sette e mezza del mattino ancora bagnati, disordinati e con qualche traccia della sbronza della sera prima. Io corsi su, mi asciugai e mi infilai un paio di pantaloncini asciutti, grigi, e mi misi sotto la trapunta leggera. Avevo ancora voglia di latte. Christian arrivò poco dopo.
“Allora?” gli chiesi ansiosa.
“Niente. La zia è incazzata, ma le ho detto chiaro e tondo che è stata colpa mia”.
“E allora se la sarà presa con te”.
“Avrebbe voluto, ma non c’è riuscita neanche stavolta” disse con un sospiro, sfilandosi i jeans. Indossò una maglietta bianca e si mise a letto anche lui, ma subito ci ripensò e venne da me.
“Buon riposo, Claudia” mi disse “E la prossima volta che vuoi bere, a meno che tu non voglia stare da sola, dillo a me, invece di rubare sidro in giro. Ti porterò dove vorrai” e così dicendo mi diede un forte bacio su una guancia, poi tornò nel suo letto.
Allora capii d’essere innamorata di Christian, da sempre. Feci finta di addormentarmi e per un’ora rimasi così, immobile e commossa, a contemplare questa rivelazione al di qua delle palpebre chiuse. Nonostante le tapparelle della finestra fossero chiuse, la stanza era piena di luce. Poi la stanchezza, le emozioni, il ricordo del freddo notturno ebbero il sopravvento e mi addormentai realmente.
Mi svegliai alle cinque del pomeriggio con le ossa rotte, un forte senso di spossatezza e un terribile mal di gola. Mi ero presa una leggera influenza, ma non ero mai stata più felice.
La capannina di Christian, situata a una decina di metri dal fiume in un punto un po’ più riparato, a sinistra di quel posto fatidico che mi suscita tante nostalgie, è ben costruita e dà un’impressione di inaspettata solidità. Le pareti di incannucciata sono ben fissate a quattro pali conficcati nel terreno, ai quali è ancorato un tettuccio di plastica ondulata che sembra inamovibile. Sarà alta un paio di metri. La porta è un’asse di compensato attaccata con i cardini ad uno dei pali, e vedo che ha montato già due occhielli in vista di un’ulteriore chiusura. Entro e mi metto a sedere sul materassino da campeggio. Christian mi segue, ci si sta benissimo in due, è grande all’incirca quanto un letto a due piazze.
La luce filtra attraverso le cannucce e dà una sensazione di piacevole calore, lasciando l’afa fuori. “Come si sta bene qua dentro” dico.
“Già, le cannucce dovrebbero lasciar traspirare il caldo che si accumula sul tetto e surriscalda l’interno. Ma non sono sicuro che funzionerà, sono andato a intuito, non avevo idea di come si facesse” replica lui ridacchiando.
“Complimenti. Perché l’hai fatta?”
“Boh? Così, per avere un posto dove stare in pace quando non mi va di stare a casa, per cambiarmi la mattina quando faccio il bagno, sai, ultimamente vengono un po’ di rompiscatole da queste parti”.
“Ci hai mai dormito?”
“Sì, l’altra notte per la prima volta, dopo che il più era stato fatto. Mi sono portato il sacco a pelo e sono stato da Dio”.
Mi sembra di vederlo Christian che dorme in riva al fiume, nel suo ambiente naturale. “Certo è un po’ umido qua la notte, ma nel sacco a pelo si sta benissimo...” continua.
Cerco d’immaginarmelo addormentato qui dentro, con i grilli, il fiume, l’umidità notturna e solo la luce delle stelle fuori. Ci riesco senza fatica. Se avesse costruito una cosa del genere qualche anno fa avrei fatto carte false per restare a dormirci con lui, ma ormai quel tempo è passato.
Torniamo a casa verso le due e mezza e scopriamo che, com’era da aspettarsi nonostante le raccomandazioni, il babbo e Anna ci hanno aspettati per mangiare. Ci sediamo quindi con loro, senza salire per niente nelle nostre stanze, e Annetta porta in tavola una pentola di pasta al sugo. Dio, la pasta al sugo!...
“Be’, non posso negare che sia stata una scelta mirata” dice il mio babbo “Immaginavamo che, stando a Londra, non la mangiassi da un bel po’ di tempo”.
“Non poi così tanto, papà. A Londra i supermercati sono pieni di pasta, proprio Barilla!” rispondo allegramente. Ma ovviamente non è vero. Cioè, è vero che i supermarket sono stracolmi di grandi pacchi blu importati, ma non è vero che io la compravo: avevo altro per la testa, l’eroina per me prima e per Thomas poi assorbivano tutti i miei pensieri, e poi la pasta su costa, io m’ero disabituata e non ci pensavo più da tempo, insomma, sarà più di un anno che non la mangio. E muoio dalla voglia, solo ora che la vedo e ne respiro l’aroma, il profumo di casa, realizzo quanto mi sia mancata… per cui mi servo abbondantemente, con gran soddisfazione del babbo e di Annetta.
Per quanto ancora sarò costretta a dire bugie al babbo? mi chiedo sconsolata mentre assaporo la prima forchettata. È squisita, mi sembra la cosa più buona che abbia mai mangiato. Se fossi sicura delle potenzialità del mio stomaco farei persino il bis. Christian mangia a quattro palmenti come un tempo, sorridendo e chiacchierando col babbo. Quando chiacchiera così sembra un ragazzo qualunque, aperto e socievole. Alcuni anni fa avevo fatto fare il suo quadro astrale da una mia amica che se ne intendeva, ma a lui non lo feci mai vedere. Un punto diceva pressappoco: “La sensibilità è un po’ carente per quanto riguarda l’affettività, la dolcezza e il romanticismo... L’amore è vissuto in modo prudente, nonché un po’ timido per cui è difficile lasciarsi andare alla tenerezza”.
A volte è difficile riuscire a mantenere il consueto scetticismo sull’astrologia, avevo pensato.
Un amico di Thomas, da tutti chiamato Jagged, mi ha registrato due cassette di un gruppo a Londra piuttosto conosciuto, i Clan of Xymox, roba nota come sonorità dark o cose del genere. Meravigliosi. Struggenti, intensi, mi hanno lacerato i pensieri, hanno scavato a lungo nelle pieghe più aspre della mia sensibilità. Io che credevo che i Marillion fossero emotivamente tutto... Non ho smesso un momento di ascoltarli negli ultimi mesi e hanno fatto da colonna sonora in particolar modo al mio viaggio, al mio secondo trapasso dall’Inghilterra all’Italia. Li metto dunque anche ora, sola nella stanza che ormai è solo mia, nel piccolo e vecchio stereo portatile che mi ha aspettata da allora, ancora pieno delle scritte sbiadite che feci all’epoca con l’Uniposca: “Claudia ’77”, “Claudia e Vincenzo”, “Trust I seek and I find in you” (da Nothing Else Matters dei Metallica), “Cri t.v.b.”. Prendo dalla libreria un mio vecchio diario e l’apro. In prima pagina c’è, ovviamente, incollata una foto di Christian che all’epoca non aveva nemmeno vent’anni ed era ancora brufoloso, impacciato, in maglietta sotto al noce del giardino. Nella pagina accanto ci sono alcune scritte tracciate a pennarelli sgargianti: “CRI, ALWAYS BE NEAR ME”, “CRI & CLA”. Dovevo avere tredici anni e già una certa passione per la lingua inglese e per quel fratello fittizio col quale dormivo. Ma il contenuto del diario è più recente, è del ’91. Faccio un rapido calcolo mentale. Sette anni fa, Cristo. Lo sfoglio. C’è una mia foto da quattordicenne o giù di lì, magra e ancora bambina, sempre bionda e pallida e vestita di bianco. C’è il dettagliato resoconto della festa durante la quale il tipo che mi piaceva, tale Vincenzo, mi aveva invitata a ballare. C’è una fototessera di Christian, pinzata con una spilletta fucsia di quelle che andavano di moda all’epoca, e sotto una frase di Shakespeare scritta di suo pugno. C’è lo sfogo di uno dei tanti litigi avuti con mia madre. Mamma... C’è una pagina di cui riporto un breve passo:
‘‘2 maggio ’92
Sono ormai troppo grande per infilarmi nel letto di Cri che è ormai così distante che quasi non lo vedo più, e poi non è neanche mio fratello per cui non posso proprio pretendere nulla da lui, neanche quel poco che mi dava quand’eravamo piccoli. Lui è un orfano ed io so benissimo che dovrei capire che i problemi che ha avuto e ha lui sono molto più seri dei miei, ma io spesso mi sento più orfana di lui. Stasera per esempio vorrei andare da lui e lamentarmi delle cose che mi dicono i camionisti giù in paese quando passo, ma non ho il coraggio. Sottovaluterebbe tutto, già lo so, si metterebbe a ridere e a minimizzare. E non posso nemmeno andare da mia madre perché mi accuserebbe di aver fatto la cretina con quei tizi, so già anche questo. Allora potrei andare da mio padre ma lui sta sempre male, e poi di lui mi vergogno! Anche se so che è l’unico che forse capirebbe. Nessun altro mi capisce! Sarebbe stato meglio rimanere piccola e poter così almeno continuare a dormire con Cri alla faccia di mia madre. Mia madre ce l’ha sempre con me. Oggi è sabato e spero almeno di poter andare giù in paese con Viola, ma col fatto che ieri è stato il primo maggio non so nemmeno se lo faremo. Adesso vado fuori a fumare una sigaretta, se mamma sapesse che ho pure cominciato a fumare! Christian mi sa che l’ha capito. Ma tanto a lui non gliene frega più niente di quello che faccio né in bene, né in male. Cazzo mi viene da piangere. ”
Richiudo il diario, una lacrima mi scivola anarchica sulla guancia e cade sulla sua copertina. Forse è vero che Thomas è stato l'unico a volermi veramente bene, penso. Sì, Christian pure, deve avermene voluto e volermene tuttora, capisco adesso col senno della maturità, ma i suoi troppi silenzi e la sua presenza-assente non hanno fatto che aggravare le mie insicurezze e le mie carenze affettive, quando avevo quattordici anni ed ero sola, disorientata e spaventata da tutto, con una madre dura e autoritaria e un padre troppo debole per poter aiutare in primo luogo se stesso. Sarebbe stato meglio se Christian non ci fosse proprio stato, penso. Ripongo il diario e prendo quello che gli sta accanto, masochisticamente decisa ad andare fino in fondo, sempre nella (illusoria?) convinzione che dopo quello che ho vissuto negli ultimi due anni niente mi possa più far del male. Il secondo diario è ancor più recente, e non reca più alcuna traccia di Christian. Nessuna sua foto, quasi nessun commento su di lui. Controllo le date: ecco, lo sapevo, lo temevo, lo speravo: millenovecentonovantasei. È questo, e le continue omissioni su Christian denotano la calma che precedette lo scoppio della tempesta, della bufera che travolse la mia vita e ne mutò radicalmente la direzione. Le varie narrazioni arrivano fino alla fine di maggio, poi si arrestano bruscamente e solo pagine troppo candide e immacolate restano a sancire l’indefinita impressione che dovette succedere qualcosa, qualcosa di grosso.
La malinconia dei Clan of Xymox ha invaso tutta la stanza. Prendo un pennarello dalla mug che sta nella libreria e scopro con piacere che scrive ancora. Sulla prima pagina bianca che s’apre nel diario dopo le mie cronache concitate, scrivo ora a grandi lettere viola:
IT SEEMS A LONG TIME AGO
I’LL ALWAYS REMEMBER THAT DAY
I CRAWLED ON MY KNEES, BEGGING YOU TO STAY
I WAS DEEPLY AGONIZED BY LOVE
Diciott’anni e bella come il sole, dicevano, penultimo anno di un liceo che non ho mai finito, e quella sera festa grande a casa di Alessandra giù in paese, musica techno insopportabile poiché io ascoltavo solo i Mission e i Metallica ma della quale mi consolai sbevacchiando qua e là e chiacchierando tutta la sera con Viola, la mia migliore amica; festa alla quale risposi di no alle proposte di due miei amici, mentre tutti continuavano a domandarsi com’era possibile che non mi piacesse mai nessuno.
Viola era l’unica a sapere che Christian non era mio fratello, ed era piuttosto preoccupata per la mia morbosa dipendenza da lui che m’impediva, appunto, di mettermi con uno qualunque di tutti i ragazzi che mi venivano dietro, poiché nessuno mi sembrava reggere il confronto. Di quale confronto poi si trattasse Viola non lo sapeva, e a dire il vero neanch’io, essendo Christian ormai sempre più taciturno e imperscrutabile. Tornai al casolare in moto col fratello di Viola che era piuttosto tardi, e una volta a casa corsi da Christian che stava quietamente sdraiato sul letto a leggere Edgar Allan Poe. Gli dissi non sai che festa ti sei perso però in effetti hai fatto bene a non venire mettevano musica da Festivalbar Michele il cugino di Patrizia quella della pizza a taglio mi ha chiesto di mettermi con lui ma io gli ho detto di no gli alcolici però non erano male soprattutto la vodka ai frutti di bosco. Così dicendo mi sdraiai accanto a lui come spesso continuavo a fare, lui mi accarezzò i capelli, cosa che ormai da tempo non faceva più, e tra una riga e l’altra del suo Poe mi prendeva in giro dicendo che palle stai sempre a rimorchia’ fra un po’ dovrò mettermi col fucile qua fuori
ed io cercavo le parole, cercavo le parole, cercavo le parole
ch’erano da qualche parte tra i nostri letti o nelle pieghe di un’anomala convivenza di sedici anni o dietro l’angolo di un suo silenzio,
cercavo le parole e osservavo passivamente la suola delle sue scarpe da ginnastica bianche che sprofondata indolente sul copriletto verde come la sua maglietta e i suoi occhi creava pieghe che mi sarebbe piaciuto dipingere se solo avessi saputo dipingere. Lui rilevò che avevo effettivamente bevuto parecchio, si sentiva, ma che anche lui se n’era andato a bere con Valerio dal Pietro e ci avevano dato giù un bel po’ pure loro, quindi invece di andarmi ad ascoltare la musica da Festivalbar avrei fatto meglio ad andare con loro, ma tutto ciò come sempre lo disse scherzando così che mi era impossibile stabilire se mi avrebbe voluta con lui o no.
Allungai un braccio e spensi l’abat-jour, e intravedendo i suoi occhi curiosi nel buio lo abbracciai forte, ma così forte, come non avevo mai abbracciato nessuno in vita mia nemmeno mio padre, e dopo pochi secondi anche lui mi abbracciò, dapprima incerto e sorpreso, poi con sempre maggior calore e trasporto, che bello era avere il suo corpo tra le braccia e le sue mani forti a stringere a sua volta il mio corpo esile, e pensai che mai era esistita una donna che avesse amato un uomo quanto io amavo quel ragazzo col quale vivevo da sedici anni e col quale avrei vissuto fino all’ultimo dei miei giorni, se lui lo avesse voluto. Gli sfiorai le labbra con le mie e lui mi baciò, con un’irruenza spontanea e quasi infantile, e i nostri corpi si fusero sempre più stretti in quell’abbraccio che era l’unica, pensai, fusione degna di esistere tra me e lui.
Christian non era il pezzo di ghiaccio che immaginavo, che chiunque avrebbe immaginato conoscendolo freddo e scontroso com’era. Tutt’altro: era caldo, dolce, e passionale a un punto che, pur non avendo io molta esperienza in fatto di ragazzi, sospettavo di molto superiore alla norma- era come se all’improvviso fosse esploso, come se una passionalità segreta e compressa a lungo fosse scoppiata, dilagante e irrefrenabile come un fiume senza più argini. Il suo bacio durò ininterrotto e dolcemente violento per cinque minuti buoni, senza che io potessi prender fiato in alcun modo, poi si staccò, mi inchiodò al letto e sorrise. Le sue mani forti mi tenevano le braccia bloccate sul cuscino fino quasi a farmi male, i suoi occhi inquietanti da gatto, i suoi lineamenti obliqui, il suo sorriso scintillante ed enigmatico splendevano nel buio, il suo odore fresco sembrava riempire tutta la stanza. Mi tenne così immobilizzata per un tempo che mi parve interminabile, i nostri respiri rimbombavano nel buio affannati, il mio più veloce. Mi baciò di nuovo con foga e io ricambiai con altrettanto slancio, scoprendo così per la prima volta la mia passionalità, una passionalità di cui io stessa non mi sarei creduta capace. Giocammo a lungo, rotolandoci sul letto, ridendo, inseguendoci e prendendoci con gioia e desiderio, tirandoci le braccia, lottando inesausti. Lui era vivo, spettinato, bellissimo. Il suo sorriso indecifrabile era un’eccitante fusione di desiderio e ferocia. Non l’avevo mai visto così. Non mi toccava, continuava insistentemente a baciarmi, quand’ecco che a un tratto il suo sorriso si trasformò in una smorfia amara, le sue braccia allentarono la presa e si rialzò sul letto, fissandomi con una serietà che immediatamente mi preoccupò. Lo guardai a mia volta, stupita e ansiosa. Lui distolse lo sguardo.
“Lasciamo stare” disse così piano che quasi non lo sentii.
“Perché?” chiesi, delusa.
“Perché...” Si agitò sul letto, si sedette con i piedi per terra e si ravviò i capelli arruffati. Era nervoso, non riusciva più a star fermo.
“Perché?” lo incalzai.
Mi fissò di nuovo con quella smorfia triste.
“Perché sì” rispose infine, con tono freddo.
Perché sì. Classica risposta da Christian. Cos’altro potevo aspettarmi da lui? Forse parole, spiegazioni, confessioni sul proprio stato d’animo?... Me ne aveva mai date, in sedici anni di convivenza?... M’infuriai.
“Ehi. Rispondimi! Non sono più una bambina Cristo. Ho diciott’anni ormai. Perché no? Voglio saperlo”.
Lui mi guardò come se non capisse. “Cosa vuoi sapere?... Non c’è niente da sapere. È meglio di no e basta, lo puoi capire anche tu”.
“Eh no! A me non mi tratti così! Non sono la prima capitata, per caso, nella tua vita! Avrò pure diritto a un minimo di considerazione, dopo tutta una vita, non credi?...” strillai.
“Claudia, lascia stare... Calmati. Non c’è niente da spiegare...” Il suo tono indifferente tradiva una profonda stanchezza mentre concludeva: “È meglio così, credimi. Diciott’anni, sedici, non sono una vita… Non sono io quello che fa per te”. E così dicendo raccolse le scarpe da ginnastica e uscì in fretta dalla stanza. Non sono io quello che fa per te! Rimasi a bocca aperta e non ebbi tempo di replicare.
Non sono io quello che fa per te!... Non potevo crederci. La rabbia, il dolore e l’incredulità stritolarono ogni viscera del mio corpo. Boccheggiai a vuoto, ancora seduta sul suo letto. Così umiliata e ferita non ero stata mai, in tutta la mia vita. Scoppiai a piangere a dirotto. Scivolai non vista in cantina e stavolta, invece del sidro, mi riportai in camera una bottiglia di whisky invecchiato e certamente pregiatissimo. Mio padre si sarebbe arrabbiato moltissimo, ma non me ne importava. Sapevo che non l’avrebbe detto alla mamma e questo bastava. Provai a berne un sorso direttamente dalla bottiglia: era troppo forte, imbevibile per me. Presi la mia tazza, la sciacquai in bagno e provai ad allungarlo con l’acqua del rubinetto. Andò meglio. In poco tempo ne bevvi mezza bottiglia, quasi un litro di acqua sporca e whisky. Non riuscivo a smettere di piangere. I miei sogni secolari, le mie stupide illusioni!... Io che avevo tutto il paese appresso ero andata a farmi rifiutare e umiliare in quel modo... E perché, poi?... Non avevo nemmeno il diritto di saperlo… Non c’erano mai perché quando si trattava di Christian, da lui non si potevano esigere risposte o spiegazioni, non si sentiva in dovere di darne come lui stesso non ne chiedeva mai. Questo pensiero mi fece arrabbiare ancora di più. I suoi baci irruenti, la sua presa feroce e dispotica... Ancora la sentivo sulle braccia, ogni dettaglio del ricordo mi provocava un singhiozzo più forte. Vomitai il whisky. Ormai stava quasi albeggiando e Christian non tornava. Non sapevo che io e Christian non avremmo mai più dormito insieme, non sapevo che la notte precedente era stata l’ultima in cui avevamo diviso la stanza.
Perché poi, tutto accadde così in fretta…
Il breve resto della notte passato a fumare, disperata e abbandonata raggomitolata in un angolo della stanza come se nemici senza nome dovessero venire a prendermi da un momento all’altro, senza più nemmeno riuscire a piangere e poi dormiveglia incubi flash e alle otto del mattino in cucina a prendere un po’ di latte che rivomito perché ho lo stomaco scassato, poi torno su e provo a leggere Poe e scopro che mi piace da morire e così seguito a leggere Il Pozzo e il Pendolo che me ne hanno sempre parlato tutti e solo io non l’avevo mai letto e poi mi risveglio di pomeriggio nel mio lettino e cerco un orologio ma in camera mia non ce n’è alcuno allora mi affaccio alle scale e vedo tutti al tavolo del tinello che parlano concitatamente e la zia Nora piange e Annetta traffica in un cassetto e mio padre fuma con certi scatti nevrotici e mancano solo la mamma e Christian ed io mi domando cosa cavolo…
Il resto sarebbe, mi rendo conto, solo roba da romanzo d’appendice. Mia zia, la sorella di mamma che continuava a piangere, il corridoio lungo lungo interminabile freddo stretto e asettico dell’ospedale di Perugia, e odore acre di disinfettanti e insopportabile fresco bucatoso di camici e un infermiere che mi portava alla macchinetta a prendere il cappuccino perché aveva saputo che mi piaceva il latte e mi diceva che ero bella come mia madre e di non disperare perché mia madre sarebbe rimasta non solo viva ma bella, bella com’era e com’ero anch’io ed io già da dodici ore non capivo più niente, percepivo solo l’estemporanea visione, passando con gli infermieri, di Christian che appoggiato alla macchinetta del caffè sembrava ancor più glaciale e immobile del solito, ed evidentemente non si muoveva per davvero perché ogni volta che lo vedevo di sfuggita oltre gli infermieri era sempre identico, un unico fotogramma immutato nella mia povera testa, con lo stesso bicchierino di plastica incollato alle labbra e il gomito contro il metallo implacabile del distributore e tutto questo per ore
per ore
per ore
la zia che piangeva mio padre che pregava gli infermieri tutti attorno a me come se fossi io la più bisognosa d’aiuto mentre ero probabilmente l’unica che non si stava realmente rendendo conto della situazione e mia zia invece stava veramente male, non riusciva a smettere di piangere proprio come me la notte prima, e Christian sempre immobile con il gomito poggiato al distributore il cui freddo contatto dava fastidio a me solo a vederlo e il bordo sottile del bicchierino sulle labbra... Ero andata alla tabaccheria di fronte a comprare le sigarette. Christian le aveva accolte con sollievo e ne aveva subito presa una – lui. Lui che non fumava e mi aveva rifiutata la notte prima senza spiegarmi il motivo ed ora, ora mia madre stava morendo. Senza apparente filo logico pensai che era buffo, che se fosse morta non mi avrebbe più rinfacciato il bagno che ormai da anni avevo smesso di fare nella tinozza e non mi avrebbe più sgridata se dormivo con Christian, ma proprio ora che non avrei più potuto comunque farlo, ora che era troppo tardi per tutto ormai... Portavo un vestitino viola, quel giorno – era lo stesso della sera prima alla festa, di quella notte con Christian, non mi ero ancora cambiata. Mentre mi accendevo l’agognata sigaretta e vedevo Christian che fumava con quel maledetto gomito appoggiato al distributore, con buona pace degli infermieri, avevo pensato che mi sarebbe tanto piaciuto essere ancora una bambina e potermi rifugiare nel suo letto per venire sgridata da mamma la mattina dopo. Ma non ero più una bambina, il letto di Christian era ormai diventato un inviolabile tabù e la mamma non mi avrebbe più sgridata, perché la mamma stava morendo... Proprio in quell’inadatta circostanza mi guardai le gambe e il seno e l’accendino mi tremò nella mano... Rabbia verso Christian, dolore per mia madre, compassione per mio padre e per la zia Nora, sollievo di una Marlboro ed io?... Cosa ne sarebbe stato di me, delle mie gambe lunghe e bianche e dei miei anni brevi e ingenui?
Alle 22:48 di quella terribile confusa giornata, la sentenza- la sentenza di morte.
Il cielo era buio e impenetrabile, ma profondo e accogliente, e mi stupii che fosse lo stesso che mi spaventava da piccola. Ora sarebbe stato così bello perdercisi dentro, un dolce smarrimento... Ero stesa sull’erba con la bottiglia di whisky accanto, la stessa della notte prima. Qualche spiga incolta si ergeva oltre la mia testa confondendosi col colore dei miei capelli. Ero come Cristo in croce, fatta eccezione per le braccia che tenevo stese e inerti lungo il corpo, come avessi paura che me le portassero via- quelle braccia che Christian ventiquattr’ore prima aveva stretto forte per vedermi disarmata davanti a lui ed ora, appena ventiquattr’ore dopo, senza più mamma e senza Christian, mi sembrava fossero l’unica cosa che m’era rimasta. Le guardai e mi accorsi che mi si erano formati dei lividi, la sera prima avrei voluto tatuarmeli addosso, ma ormai non aveva importanza- li avrei persi, come tutto il resto.
Volevo bere fino a perdere la memoria e dissolvere il mio cervello nella terra. Sentivo in lontananza la voce roca di Christian: “Claudiaaa!... Claudia? Claudia, sei qui?... Rispondimi per piacere”. L’umidità notturna aveva incollato il mio vestitino ai fili d’erba. Faceva freddo, ma non lo sentivo. Ora sì, ora sarebbe stato semplicissimo buttarmi in una tinozza d’acqua fredda, ma ormai era inutile, perché la mamma non c’era più. Allungai la mano verso la bottiglia.
“Claudia, sto con Viola” urlò Christian senza riuscire a localizzarmi. Gli fece eco infatti la voce della mia amica, informata in tempo reale e giunta tempestivamente: “Claudiaaa! Claudia, rispondimi per favore. Siamo preoccupati. Voleva venire anche Michele, ma ho pensato che sarebbe stato inopportuno. Però a me rispondimi, ti prego!... Anche Christian è dispiaciuto, dice che è colpa sua, che ti ha trattata male. Claudia!”
Ovviamente Christian non aprì bocca, né per confermare né per smentire. Figurarsi, pensai con una sorta di apatico dispetto. Ma tanto non avrei risposto comunque.
Avevo diciott’anni e mezzo ed ero così ingenua, paragonata non solo a una ragazza di città, ma anche alle coetanee del mio paese, che mi veniva da piangere. Veramente mi veniva da piangere per così tanti motivi che non riuscivo più a comprendere quello principale. Avevo mai voluto veramente bene a mia madre?... Mi ero mai veramente sforzata di capire il temperamento di Christian?... Avevo mai seguito i consigli di Viola? Mi ero veramente mai impegnata per crescere?... Bevvi. Finii il pacchetto di Marlboro. Persi conoscenza, stremata, tra i grilli protettori. In tutta la mia piccola vita non mi ero mai immaginata una disperazione immensa come quella.
Due giorni dopo, senza aver nemmeno assistito ai funerali di mia madre, ero su un aereo della British Airways, diretta a Londra. Oltre a quello che indossavo portavo con me tre magliette, un berretto, una stecca di Marlboro, una minigonna, un po’ di biancheria, un quaderno nuovo e alcune foto riposte alla rinfusa in una busta.
Viola mi aveva sempre consigliato di andarmene. Mi aveva sempre detto che avrei dovuto allontanarmi da quel posto, che a suo dire mi impediva di crescere e di staccarmi da Christian. Il giorno dopo l’accaduto mi portò, senza avermi interpellata, un biglietto di sola andata per Londra. “Ti farà bene”, disse. Alla fine mi aveva trovata addormentata tra le spighe e mi aveva portata a prendere il latte alla Cascina. Non aveva bisogno di convincermi: in ogni caso, qualsiasi cosa non poteva essere peggio di quello che lasciavo qui.
Quella sera tornai in camera e cominciai ad ammucchiare poche cose. Christian era sdraiato sul suo letto, completamente inerte. Non mi chiese niente neanche allora, nemmeno in quella circostanza, quando mia madre era morta la sera prima ed ora mi vedeva far bagaglio, pensai senza più nemmeno la voglia di incazzarmi, e mio malgrado lo informai ugualmente: “Parto. Me ne vado”.
Lui distolse appena gli occhi dal soffitto. “E dove vai?” chiese senza troppo interesse.
“A Londra” risposi frugando nella libreria.
“Non mi hai mai detto d’essere interessata a Londra”.
“Non me l’hai mai chiesto. Come del resto non mi hai mai chiesto niente di quello che mi piacesse o non mi piacesse” non potei trattenermi dall’aggiungere.
“E quando torni?” chiese fingendo di non aver rilevato la mia osservazione.
“Non lo so”.
“Beh, se davvero le cose stanno così...” Si alzò dal letto con indolente pigrizia, aprì un cassetto e ne trasse una piccola chiave che mi consegnò. “Dovunque andrai, vorrei che tenessi questa. Mettitela addosso, dove ti pare, basta che non la perdi” disse con tono indecifrabile.
“Cos’è? Un talismano?” chiesi ridendo amaramente. Lui rimase interdetto per un attimo.
“Se la prendi così, non dovrei dartela affatto” replicò brusco, ma vedendo il mio sguardo incolore e disinteressato dovette capire che il suo ascendente su di me era drasticamente calato, poiché aggiunse: “È una cosa molto seria, invece. Ascolta, questa è la chiave di una scatola che possiedo io. Sta qui, da qualche parte, e contiene cose importanti sia per me che per te. Se quando tornerai io non ci sarò o sarò altrove, tu dovrai cercarla, aprirla e guardare quello che contiene”.
Mi sembrò uno scherzo macabro e fuori luogo. Presi la chiave con aria indifferente e me la misi in tasca.
“Claudia, mi hai capito?” insistette lui puntandomi addosso i suoi occhi verdi, immutati e diversi “Devi conservarla attentamente, solo io ne ho la copia, ma magari quando tu torni non ci sarò io, quindi nel frattempo te la do.... Non è uno scherzo, è una cosa molto seria”.
“Perché non mi dici subito dov’è questa scatola e di che si tratta, allora?” dissi con poco interesse. Si irrigidì.
“Non posso, ora” rispose dopo una breve esitazione.
“Già, tu non puoi mai nulla” dissi allontanandomi.
“Lo so che non mi credi, ma ti prego dammi retta, lo sai che non sono un tipo romanzesco. Ti chiedo solo di tenerla, di non perderla e di ricordartene”.
Quest’ultima motivazione mi convinse, per quel poco che me ne poteva importare. Presi la chiave dalla tasca e lo guardai, lui si distese nuovamente sul letto, vagando altrove e poi voltandosi di scatto a squadrarmi fissa. In meno di un’ora la mia poca roba fu pronta, la raccolsi, mi misi il giubbotto e dissi a Christian che quella notte avrei dormito da Viola, e che lei stessa il giorno dopo mi avrebbe accompagnata all’aeroporto di Roma Fiumicino. Lui annuì senza dir nulla.
“Ciao” gli dissi uscendo definitivamente dalla stanza.
“Ciao” rispose lui tranquillamente, sancendo così il suo disinteresse nei miei confronti.
Fu quella l’ultima volta che lo vidi.
Andai nella stanza accanto dal babbo, che riposava sdraiato con gli occhi sbarrati e un tremito incontrollato nelle mani. Mi misi a piangere e con poche parole gli comunicai le mie intenzioni. Contrariamente a quanto temevo non cercò di trattenermi, anzi. Mi pregò di chiamarlo appena arrivata, di cercare di star bene e di tornare presto, tutte cose che non feci. Mi diede un bel po’ di soldi, nonostante io non li volessi. Mi abbracciò forte ed io provai un dolore così violento che per qualche istante pensai seriamente di abbandonare il mio progetto. Ecco com’era l’abbraccio di un uomo che seriamente ti vuol bene, non potei trattenermi dl pensare: intenso, stretto, coerente. Come avrei fatto, senza di lui?... E lui, senza di me?... Ma lui stesso mi disse “Vai”, e io andai. Viola era giù ad aspettarmi. Continuai a piangere ininterrottamente per tutta la notte. Solo quando il giorno dopo fui sull’aereo mi addormentai, esausta, pensando che ormai tutto era stato scritto, nel giro di due maledetti giorni, e che non sarei mai più stata quella di prima. Presi la chiave che mi aveva dato Christian e con un gesto più automatico che solenne la attaccai alla catenina d’oro che portavo al collo, la catenina che mi aveva regalato mia madre per il mio diciottesimo compleanno, pochi mesi prima. Forse così non l’avrei persa, pensai prima di crollare sul sedile.
Londra era patinata e luccicante, e per me che non m’ero quasi mai mossa dal paesello sembrò subito un paese dei balocchi. Conobbi Thomas immediatamente, mentre con lo zaino accanto riposavo sui gradini della fontana di Piccadilly, interrogandomi sul da farsi e mangiando il primo fish’n’chips che sarebbe poi diventato il mio alimento fisso per due anni. I gradini della fontana erano affollati di ragazzi, la maggior parte dei quali italiani, che mangiavano panini, rollavano canne e prendevano il tenue sole che cominciava a intravedersi- era la fine di maggio. E Thomas poteva benissimo sembrare un italiano anche lui, altissimo, magrissimo, con i capelli ossigenati sparati per aria, un paio di pantaloni a quadretti e un bel viso sul quale dilagavano due grandi occhi marroni. Si sedette accanto a me, cominciò a rollare uno spinello e mi chiese di fargli un filtro. Io avevo una certa dimestichezza con la lingua inglese, dovuta agli insegnamenti di Christian più che a quelli scolastici, ma lui aveva uno strano accento. Appresi subito che era scozzese, dei paraggi di Edimburgo.
Thomas viveva in un bilocale all’inizio della terza zona, poco dopo la Manor House, che divideva con un altro ragazzo. In quei giorni il coinquilino era fuori e lui si offerse di ospitarmi per qualche giorno. Io mi fidai perché ormai non me ne fregava più nulla di niente e nessuno, perché non avevo più alcuna riserva, volevo solo buttarmi in faccia alla vita senza i pregiudizi e le precauzioni che non mi erano serviti a nulla, e poi Thomas mi piaceva e mi ispirava uno strano senso di tristezza. Nel suo sguardo leggevo sensibilità e intelligenza. Aveva ventitré anni, il viso punteggiato di peli rossastri e si bucava da un anno, da poco dopo il suo arrivo a Londra, dove attualmente faceva il lavapiatti. Andai con lui a Manor House e rimanemmo insieme, inseparabili e morbosamente legati, per i due anni successivi.
Thomas fu il mio primo uomo, ed è grazie alla sua prudenza e al suo buonsenso se è rimasto tuttora l’unico. Thomas era per me tutto quello che Christian non era mai stato: dolce, comunicativo, affettuoso e innamorato. Mi accorsi presto che io e lui parlavamo, pur con le difficoltà della differenza d’idioma, molto più di quanto avessimo mai parlato io e Christian. Era innanzitutto un amico, un complice, mentre Christian era sempre stato un formale estraneo, e nel più ipotetico dei casi, che purtroppo o per fortuna non ci apparteneva, un fratello indifferente e scostante. Lo cancellai senza rimpianti dalla mia mente e mi diedi completamente a Thomas, che era la persona perfetta per colmare finalmente le mie carenze affettive, pur venendo lui stesso da una famiglia disastrata e avendo spesso sofferto per incomprensioni e mancanza di comunicazione. Insieme mangiavamo, fumavamo hashish, ascoltavamo le canzoni dei Marillion e dei Doors, facevamo l’amore, andavamo a cercare lavoro. Con lui cominciai a fare sesso, a leggere Joyce in inglese, ma anche a sniffare cocaina, a fare i primi furti al Sainsbury della Manor House e a bere birra al whisky come se fosse acqua. Dopo sei mesi di convivenza avevamo l’affitto arretrato da pagare, io avevo il naso pieno di coca e per di più temevo di essere incinta.
Cominciarono i problemi...
Apro gli occhi e mi ritrovo accoccolata sul mio vecchio letto con il diario aperto accanto. Mi rendo conto che a forza di ripercorrere quei ricordi allucinati mi sono addormentata, e ho trasferito il mio passato maledetto in un sogno che stavo facendo, un sogno in cui c’era quel gelido corridoio dell’ospedale di Perugia, ma anche Thomas e il nostro primo incontro sotto l’effimero sole di Piccadilly. Ora che ho dormito, comunque, mi sento un po’ meglio. Devo aver dormito parecchie ore. Ripongo con cura il diario sullo scaffale, mi infilo gli anfibi senza allacciarli e scendo al piano di sotto, notando con sollievo che la scalinata mi fa già meno effetto di stamattina. In sala da pranzo c’è aria di festa, stanno tutti sul divano papà, Christian e due giovani coniugi che abitano qui vicino. Vedermi ed uscire in esclamazioni di gioia e sorpresa è per loro tutt’uno.
“Claudia! La piccola Claudia!... Dio mio, Sandro, per un momento avevo pensato che scherzassi” dice la signora Ferrario a mio padre e si alza per abbracciarmi, subito imitata da suo marito. Li abbraccio e bacio affettuosamente, mi sono sempre piaciuti.
“Non sei cambiata per niente” continua lei “Sempre bella, lo splendore di questa campagna. Solo, sei così dimagrita!... Quanti anni hai, ora?”
Chissà quanto tempo ci vorrà perché chiunque smetta di fare osservazioni sulla mia magrezza, mi domando sorridendo con rassegnazione.
“Quasi ventuno” rispondo. Christian mi guarda compiaciuto, come se la mia presunta bellezza e il mio ritorno nelle campagne del perugino fossero merito suo.
“Allora è confermato” dichiara mio padre “Domani sera, barbecue qui come ai vecchi tempi”.
“Oddio! Non credevo che lo faceste ancora” esclamo, sinceramente stupita.
“Come no?” mi risponde la signora Ferrario “Ne ha fatti così tanti, tuo padre, sempre sperando che al prossimo ci saresti stata anche tu. Dunque, Sandro” continua rivolta al babbo “Saremmo noi, i signori Corradini con i figli, e poi dobbiamo dirlo alla signora Lupi... Saremo più di dieci, immagino”.
“Ottimo” commenta mio padre.
“Claudia, tu ci sarai, spero!” dice il signor Ferrario.
“Ma certo” rispondo con calore.
Mi avvicino al vecchio pendolo per vedere che ore sono, ché dormendo ho completamente perso la nozione del tempo. C’è ancora parecchia luce, non saranno neanche le sette. Ho sbagliato di poco: sono le sette e dieci. Christian mi si avvicina mentre gli adulti fanno progetti e concordano i preparativi per domani sera.
“Claudia, ti va di andare a fare un giro, dopo cena? Magari avrai voglia di rivedere un po’ di posti, di gente...”
Incredibile, è quasi premuroso.
“Grazie, ma stasera devo vedermi con Viola” rispondo sforzandomi d’essere gentile, anche se dopo i flashback di questo pomeriggio mi riesce difficile.
“Ah” fa lui incassando il diniego “Ehi, stasera la rivedi! Dopo tutto questo tempo...”
“Già” lo interrompo con un sorriso tirato.
Chissà se si è mai reso conto, in questi due anni, del male che mi ha fatto. Forse sì, per questo adesso è così gentile. Ma anche questo rimarrà un mistero, l’ennesimo, del quale non mi renderà mai partecipe, penso tornando verso l’allegra comitiva.
Viola ha ventitré anni, due più di me, è una mora spettacolare, forte e sicura di sé, e per me è sempre stata la sorella maggiore che non ho avuto, l’unica figura femminile che contasse, visto il pessimo rapporto che ho sempre avuto con mia madre.
Il nostro abbraccio di ieri sera, quando finalmente ci siamo riviste, sarà durato due minuti buoni. Ogni volta ci staccavamo e ogni volta ci riafferravamo con forza e calore. Le macchine sfrecciavano nel buio e ci passavano accanto a velocità tale che abbiamo seriamente rischiato di venire investite. A me come al solito veniva da piangere, per la gioia e l’emozione.
“Tesoro, non ho mai tradito il tuo segreto” mi ha detto come prima cosa “Non ho mai detto a nessuno dove stavi e cosa facevi, nonostante fossi l’unica ad esserne al corrente”.
“Grazie, Viola. Sei veramente tu, sempre tu” le ho risposto commossa.
“Certo. E adesso lasciati guardare”.
Lo fa, con minuziosa attenzione, per qualche istante. “E tu vorresti che proprio io non ti facessi notare quanto sei dimagrita?! Claudia, ma quanto tempo è passato dalla tua disintossicazione?”
“Quasi sette mesi. Ho passato delle splendide vacanze di Natale, vomitando nel letto di Thomas che andava a bucarsi più o meno dall’altra parte di Londra per non farmi cedere e poi tornava strafatto a pulire il mio vomito e a darmi il valium”.
“Thomas è bellissimo, almeno così sembra dalla foto che mi hai mandato, quella sul davanzale della finestra” commenta
“Lo è davvero”, confermo con un sorriso malinconico.
“E da quello che mi hai scritto, era la persona fatta su misura per te. Perché l’hai lasciato in quel modo? Magari ce l’avrebbe fatta anche lui. Di sicuro, ora che non ha più te, non ci proverà neanche”.
Stringo istintivamente l’anello che porto alla catenina. “Dobbiamo per forza parlarne qui?”
Stavamo in mezzo alla Provinciale.
“Hai ragione, andiamo ad alcolizzarci. Cosa preferisci, Pietro o la Capanna dello Zio Tom?”
“La Capanna dello Zio Tom?! Esiste ancora?”
“Certo! E non è cambiata per niente”.
“Allora... La Capanna dello Zio Tom”. Ma sì, mi sono detta, continuiamo a bere l’amaro calice dei ricordi. Del resto, in un paese così piccolo è ancor più difficile evitarli.
La serata con Viola è stata estatica e dolcissima, basata in parte sui ti ricordi di dovere e in parte sui nostri rispettivi racconti che c’interrompevamo a vicenda, vista la mole di avvenimenti il cui resoconto pretendevamo di concentrare in un’unica serata. Abbiamo bevuto birra e Cuba Libre come ai vecchi tempi, ci siamo abbracciate più volte, ci siamo fumate un pacchetto di Gauloises in due. È stato così diverso dall’impatto emotivo provato rivedendo mio padre, la cui vista mi aveva suscitato pena, senso di colpa, dolente commozione. Con Viola mi sentivo libera e leggera, come un tempo, un tempo lontano e perduto la cui ombra rivedevo solo nel suo sguardo fiero. Glielo ho detto, spiegandole quello che avevo provato la sera prima riabbracciando il babbo.
“E Christian?” mi ha chiesto lei.
Sono rimasta in silenzio per qualche istante. Non ero preparata a una domanda così diretta, ho alzato le spalle.
“Christian?” ho risposto infine “Cosa vuoi che ci sia da dire? Tutto proprio come allora. È formale e impenetrabile, anche se mi sembra, non so forse è solo una mia impressione, che abbia un contegno strano nei miei confronti, come se... boh, come se si sentisse in colpa”.
Lei mi ascoltava attentamente, fissandomi con intensità. I suoi occhi neri erano sempre belli e intensi.
“Stamattina mi ha portata al fiume a nord del paese, per mostrarmi la capanna che sta costruendo” ho proseguito.
“Il fiume? Quello che...?”
Ho sorriso imbarazzata. “Sì, proprio quello. E stasera voleva uscire con me. È più dolce di un tempo, ma immagino che questo durerà non più di due giorni. Anzi è probabile che già domattina avrà cambiato atteggiamento”.
“Be’, è possibile che si senta in colpa per davvero... In fondo non è stato molto tenero con te, e tu te ne sei andata anche per quello”.
“Forse proprio per quello. È probabile che se lui mi fosse stato vicino, non me ne sarei andata affatto e con lui sarei riuscita a superare anche la morte della mamma. Ma no!” ho riso, “La verità è che me ne sono andata perché qualcuno mi mise in mano un biglietto aereo e minacciò di uccidermi se non l’avessi usato!”
“Una persona in gamba” ha osservato lei, “Che purtroppo non poteva immaginare che un gesto fatto a fin di bene avrebbe avuto conseguenze inaspettate” ha concluso con tristezza.
“Non è colpa tua, a quanto pare sono io che sono una causa persa. Christian docet” ho commentato con un’amara autoironia che due anni fa non possedevo “E a questo proposito devo informarti che per il momento non sono in grado di rimborsartelo. Ho lasciato pure qualche debito, su, e spero che nessuno risalga a Thomas”.
“Questo ci eviterà una lite, dal momento che io non accetterei mai quei soldi. È stato un regalo, non me l’hai chiesto tu”.
“Viola...”
“Shhh. Silenzio. Dimmi ancora di Christian. A parte il comportamento nei tuoi confronti, in generale come t’è sembrato?”
“Be’… È molto bello, più di prima o di quanto ricordassi. Ha sempre qualcosa di libero, indipendente, selvaggio. Ormai ha ventisette anni, è ancora un ragazzo, ma in certi atteggiamenti ha qualcosa di adulto, qualcosa che fa pensare a un uomo o comunque a una persona molto più matura della sua età. Forse anche per le responsabilità che avrà dovuto affrontare col babbo, immagino. Fa ancora il bagno al fiume tutte le mattine. Va nel bosco a correre e in paese con la vecchia jeep a fare la spesa e credo anche a bersi qualcosa. Il vecchio Vasco lo segue ovunque come se fosse un cane invece di un gatto. Ogni tanto disegna ancora, ma ultimamente s’è messo a scrivere racconti pulp, ha promesso che me ne farà leggere qualcuno. Insomma, è sempre lui” ho concluso.
“Bene, vedo che hai sempre un’ottima capacità descrittiva e che riesci ancora a dipingere una situazione o una persona con pochi tratti. E tu, cosa provi per lui adesso?” s’è azzardata a chiedermi.
“È una domanda che ovviamente mi sono posta, ma non ho ancora avuto tempo e modo di rispondermi. Ho passato la giornata assalita dai ricordi, sentendomi un’estranea in casa mia... O forse davvero non lo è più. Solo con te mi sento veramente a casa, forse perché sei l’unica che sa tutto”.
“Quando hanno cominciato ad arrivarmi le tue lettere, non potevo crederci dalla gioia. Quando via via mi hai scritto la situazione in cui ti trovavi, avevo deciso di venire su, ma il lavoro non me l’ha permesso. Be’, comunque non hai risposto alla mia domanda”.
“Te l’ho detto... Non lo so. Umana nostalgia, credo. Ammirazione per ciò che un tempo detestavo, ovvero l’indipendenza mentale, che io non ho mai avuto e che infatti sono andata a cercarmi in quella merda che prendevo. Ma i ricordi sono troppo dolorosi, mi è bastato tornare per venire nuovamente travolta da emozioni che credevo d’aver sepolto per sempre”.
“È del tutto naturale” ha osservato lei, e dopo una pausa ha aggiunto: “Christian è uscito per un certo periodo con una mia amica, Giulia, te la ricordi? Quella che non ti stava molto simpatica. Credo che lei se ne fosse innamorata, ma lui non ha mai voluto legarsi, né a lei né a nessun’altra. Le donne gli piacciono, e lui piace a molte, nonostante non sia un tipo appariscente, ma continua a tenerle tutte a distanza. Non va mai troppo in là”.
“Il babbo mi ha detto che ha avuto un paio di ragazze”.
Viola ha scosso la testa. “Ha frequentato due ragazze, Giulia e una certa Lucia con cui l’abbiamo incontrato una sera in paese. Era di Perugia”.
“So chi è” ho risposto sorridendo, mentre una voce remota, sentita solo per telefono, mi attraversava la memoria alcolica “Gli andava già dietro quando io ero qui”.
“Comunque” ha concluso lei “Spero che anche tu sia riuscita a diventare un po’ mentalmente indipendente. Penso di sì, visto il modo in cui sei riuscita a lasciare Thomas”.
“Forse sì, ma è presto per dirlo” ho risposto.
“Non ho ben capito perché avete lasciato la casa di Manor House e cos’è successo esattamente dopo. In quel periodo hai smesso di scrivermi, mi sono preoccupata, e non sapevo come rintracciarti. Non mi ha mai spiegato com’è iniziata la tua storia con la roba, a parte la coca”.
“Ora te lo spiego” ho detto accendendomi una sigaretta “Ci prendiamo un altro Cuba Libre?”
Alla fine del 1997 il padrone di casa ci buttò fuori dal bilocale della Manor House, senza pretendere nemmeno l’affitto arretrato visto che per lui eravamo semplicemente due tossici all’ultimo stadio, come ce ne sono tanti a Londra e da qualsiasi altra parte. Passammo una settimana in un ostello di Bayswater, che pagammo con i soldi che Thom era riuscito a farsi mandare dalla madre. Thomas era figlio di ragazza madre. Poi un suo amico ci trovò una camera cucina e bagno sulla piccola Eburne Road, alla fine della seconda zona. Era un buco, cucina e metà bagno al pianterreno, camera e cesso al primo piano. Per noi andava benissimo. La Seven Sisters Road era piena di piccoli market a basso costo e di bettole nelle quali si mangiava il fish’n’chips e il kebab per poche sterline. Sulla Seven Sisters, proprio vicino a noi, c’era un piccolo market che smerciava Marlboro di contrabbando e, dopo averti conosciuto, anche le lattine di Tennent’s in piena notte. Ce n’erano in tutta Londra di posti così, ma alla Manor House non ne avevamo trovati, e ora ci sembrava una pacchia. Sotto casa avevamo un mercatino mattutino che vendeva ceramiche e altre cazzate per pochi penny. Accanto a noi c’era un asilo abbandonato che era diventato uno Squat, ovvero una casa occupata. Da italiani, della provincia di Roma. Ne conobbi un paio, erano in gamba. Se non fosse già stato sovraffollato avremmo chiesto ospitalità lì, ma posto non ce n’era, e poi noi preferivamo essere indipendenti. Casa nostra era angusta e sporca, ma era nostra, ed era il nostro piccolo paradiso. Nel cuore di Londra eravamo separati dal mondo.
Per fortuna non ero incinta, era stato un falso allarme dovuto allo sbattimento e alle schifezze che ingerivo. Cominciammo a spendere le nostre sterline anche in preservativi, quelli che costavano di meno, e continuammo a fare l’amore. A metà dell’anno, dopo parecchie sniffate, come spesso capita cominciai a bucarmi anch’io. Thomas non voleva, ma io lo feci lo stesso, e non so se dietro al mio generico malessere ci fosse anche uno spirito d’emulazione, divenuto sempre più forte, per la persona che amavo, che aveva cancellato il mio passato e che ora era tutto il mio presente. Non so, a posteriori penso che sia andata così, per questo recrimino sulla mia mancanza d’indipendenza mentale. Trovai lavoro in una cucina di Tottenham Court Road, poi in una di Soho, infine al Cafè & Pasta di Covent Garden. Dopo un po’ mi buttavano sempre fuori perché arrivavo in ritardo o non arrivavo affatto, e quando ero presente stavo sempre fatta. A Thomas succedeva lo stesso. La roba ce la procuravamo a Soho o sulla Harrow Road, che stava sempre a nord ma dall’altra parte rispetto a noi. A parte i piccoli furti, che ci lasciavano sempre un senso di vergogna e di degrado, Thomas si prostituiva spesso, come tutti, ma senza arrivare a dar via il culo, o almeno così mi diceva. Mi impedì sempre di fare altrettanto, quando capiva che avevo quell’intenzione mi seguiva e minacciava di lasciarmi. Se tuttora posso dire d’essere pulita, almeno in quel senso, lo devo solo e unicamente a lui.
Le nostre giornate erano tutte insopportabilmente uguali- turni di lavoro più o meno rispettati, buchi, birre in lattina rubate o prese a poco prezzo, incontri con gli amici tossicomani di Thomas, appuntamenti tra noi in ogni angolo di Londra quando avevamo finito il turno e quando uno dei due non poteva andare a prendere l’altro. Sembravamo la parodia di Christiane F. e dei ragazzi dello Zoo di Berlino. Estate e inverno erano per noi sostanzialmente la stessa cosa, tranne per il vantaggio che d’estate potevamo metterci meno roba addosso e potevamo restar di più per strada, ché d’inverno ormai gelavamo ovunque. Per Natale e i compleanni ci regalavamo pensierini che non costavano nulla, ci scrivevamo messaggi e biglietti, una volta andammo in una pizzeria italiana. Più volte, nei momenti particolarmente duri mi prospettai l’ipotesi di tornare giù, ma la scartai sempre immediatamente. Tornare nella rarefatta campagna umbra, tra il dolore per mia madre, i rimorsi verso mio padre e gli insopportabili silenzi di un ragazzo che viveva in casa mia e che, non me l’ero dimenticato, mi aveva rifiutata la notte prima della morte di mia madre?... Mai. Meglio il freddo, lo sbattimento, le crisi d’astinenza, le corse per le strade buie. Meglio qualunque cosa, se poi a casa c’era Thom ad aspettarmi, sempre se non fosse venuto prima a cercarmi per strada. Volevo solo amore e se questo comportava eroina, incubi e sfratti, era tutt’uno. In un certo senso, si può dire che sfruttai Thomas, succhiando tutto l’amore che aveva da darmi e abbandonandolo poi quando mi sentii abbastanza forte da non averne più bisogno, abbastanza forte da poter finalmente tornare al mio vecchio casolare. Ma lo amai, Thomas, altroché se lo amai, in un modo così diverso dalla cieca e irrazionale devozione che avevo provato per Christian. Pensavo che il mio amore per Thomas fosse adulto, ragionevole, completo, non mi rendevo conto che non era altro che l’ennesima dipendenza morbosa e infantile.
Durante le scorse vacanze di Natale, mentre tutta Londra sbrilluccicava di festoni e vetrine colorate, e nella folla convulsa di passanti non c’era che l’eco monotona di un continuo “sorry”, io decisi di provare a disintossicarmi, forse già presagendo, almeno inconsciamente, un mio futuro ritorno in patria. Ormai io e Thomas eravamo completamente calati nello stereotipo di una qualsiasi coppia di tossici: possessivi, litigiosi, paranoici, sempre più morbosamente legati, aggressivi ormai l’uno verso l’altra per lo stress la gelosia e l’ansia di procurarsi sempre più roba. Una fredda mattina di dicembre, bevendo un caffè in una bettola sperduta della Harrow Road, sulla quale spesso andavo con Thom, mi resi conto di quale fosse ormai la nostra condizione quotidiana. Mi resi conto che non potevo più mangiare né bere quasi nulla. Da un anno e mezzo ero lontana da casa e fuorché un’unica breve lettera ad un mese dal mio arrivo, non avevo mai fatto avere mie notizie, anzi avevo chiesto a Viola di mantenere il riserbo ed ero certa che l’avesse fatto. Nel realizzarlo, provai orrore e disgusto per me stessa. Christian non meritava di saper nulla, ma il babbo, il mio povero babbo!... Per quel che ne sapevano, potevo anche essere morta o trovarmi chissà dove. Mio padre, mia zia, Annetta... Dovevano avercela a morte con me, e avevano ragione. Rubai una phone-card da una giacca che era lì accanto, raggiunsi la prima cabina e chiamai casa. Non so se avrei veramente avuto il coraggio di parlare, ma il problema non ebbe neanche modo di pormisi: il numero di casa risultava inesistente. Qualcuno mi disse poi che in quel periodo in Italia la Telecom stava cambiando parecchi numeri. Pensai di andare al primo shop che avessi trovato a comprare carta, busta e francobolli per scrivere al mio babbo. Ma poi mi venne un’idea migliore, così su due piedi: disintossicarmi. L’eroina mi aveva stancata. Da tempo non provavo più nulla eccetto un labile stordimento appena sufficiente a rendere tollerabile la giornata, e troppo alto era il prezzo da pagare. Tornai a casa, ne parlai a Thomas e ci recammo insieme a Finsbury. Ma lui non aveva ancora l’intenzione di smettere, e questo forse causò, dopo un anno e mezzo, la prima frattura tra noi.
Il 22 dicembre ’97 cominciai la disintossicazione, e in quella circostanza Thomas mi regalò il suo anello. Era d’oro massiccio, glielo aveva regalato una zia per il suo diciottesimo compleanno e lui lo portava ininterrottamente da allora, non aveva ceduto alla tentazione di venderlo nemmeno nei momenti più duri. L’avevo notato fin dalla prima volta in cui avevo incontrato Thomas, mi era sempre piaciuto. “Se riuscirai a disintossicarti e magari a lasciarmi, questo ti ricorderà per sempre di me. Abbine cura”, aveva detto. “Io non ti lascerò mai” avevo risposto, “Non potrei”. Ci credevo, in quel momento ero sincera. In realtà, capii solo dopo, tutto era stato già scritto da quel giorno... da quel giorno di sei mesi fa.
Quando arrivò la lettera, quella mattina di fine maggio, ero ormai da parecchi mesi uscita dalla disintossicazione e potevo ormai definirmi pulita- mi ammazzavo di birra e spinelli, ma non m’ero più fatta un buco e neppure una sniffata, nonostante Thomas continuasse imperterrito tutti i giorni e avessimo spesso litigato per questo. Mi sembrava che lui non si volesse salvare e questo mi aveva fatta notevolmente allontanare da lui.
Era raro che ci arrivassero lettere. Non conoscevamo nessuno a Londra, fatta eccezione per gli amici tossicomani di Thom, che a tutto pensavano tranne che a scrivere lettere. Il francobollo non denotava niente di straordinario ed io pensai subito a qualche ultimatum del padrone di casa, col quale pure eravamo in ritardo con l’affitto. Era però indirizzata a Claudia Catani, 3 Eburne Rd etc. e perciò l’aprii subito incuriosita. Conteneva l’invito, scritto con la calligrafia tipica degli anglosassoni, a recarmi al più presto alla più vicina sede della Western Union, sede che, m’informavano inoltre, si trovava proprio dietro casa mia, all’inizio della Seven Sisters Road. Erano le undici, Thomas era al lavoro e dal fatto che non fosse ancora tornato deducevo due ipotesi: o non l’avevano cacciato, oppure l’avevano cacciato e lui era andato a bere o a bucarsi o tutt’e due le cose, in attesa di tornare a casa a darmi la pessima, prevedibile notizia. Io era stata da poco buttata fuori anche dal Cafè e Pasta e perciò me ne stavo a casa tutta la mattina ad ascoltare i Radiohead.
Finalmente faceva caldo e la Seven Sisters era inondata da un sole abbagliante che lasciava ben sperare. Io ero agitata. Cosa volevano quelli della Western Union da me? Sapevo solo che era un’agenzia che operava a livello mondiale e che spediva su commissione denaro in tutto il mondo. Forse Thomas aveva fatto qualche impiccio del quale non mi aveva messa al corrente? E, dato che gli ultimi due affitti li avevamo pagati a nome mio, erano risaliti a me? Fui presa all’improvviso da un gran senso di stanchezza, verso Londra, quella vita, Thomas e persino me stessa, per cui mi vestii e uscii come se alla Western Union dovesse esserci la mia salvezza, l’unica via d’uscita possibile.
C’era.
Trovai facilmente la sede- come spesso accade a Londra, era situata dentro una gioielleria e solo un piccolo adesivo sulla vetrina ne indicava l’esistenza. Fumai tre Marlboro una di seguito all’altra, maledicendo il contrabbandiere che la notte prima non aveva rifornito il market e mi aveva così costretta a comprare un pacchetto di Marlboro pagandolo quasi quattro pounds. Alla fine entrai, maledicendo anche Thomas che evidentemente mi aveva tenuto nascosto qualcosa e preparandomi una mezza dozzina di frasi in inglese con cui mi sarei parata il culo in caso di necessità. Non c’erano clienti. Avanzai verso la cassa della Western Union e mostrai all’addetto, al di là del vetro, la mia Carta d’Identità e la lettera ricevuta. Quello non fece una piega, prese una busta evidentemente già pronta sulla quale era scritto, con la stessa calligrafia della lettera (o era un’altra? la grafia degli inglesi è tutta uguale), quello che la busta doveva contenere. L’impiegato mi invitò a controllare, sotto i suoi occhi, il contenuto e a verificarne la coincidenza con la dicitura esterna. L’aprii cautamente, ripetendo tra me le frasi preparate, e ne estrassi infine duecento sterline e un biglietto aereo. Duecento sterline!... Trasalii e guardai il biglietto aereo: un volo da Londra Heatrow a Roma Fiumicino, aperto dal trenta maggio al trenta giugno. Prezzo centodieci sterline, tutto incluso. Feci un rapido calcolo in lire: in tutto, quella busta conteneva un milione di lire, ed era per me. Ne fui fortemente scossa. L’impiegato mi chiese se il contenuto corrispondeva con quanto riportato all’esterno. Lo lessi: sì, corrispondeva. Glielo dissi e lui mi presentò una ricevuta da firmare. C’era la somma in pounds, il mio nome e indirizzo in Eburne Road, ma la parte riservata al mittente era stata rimossa o oscurata. Ero così sconvolta che non diedi peso alla cosa- firmai, mi misi la busta nelle mutande e uscii in strada. Me la feci a piedi fino a Finsbury, alla Stroud Green Road, mi buttai nel primo pub e presi una pinta di strong ale. Non resistetti a lungo, andai in bagno e controllai nuovamente il contenuto della busta, per essere certa di non essermelo sognato. Non me l’ero sognato: erano duecento pounds in due carte da cento e quell’inquietante biglietto aereo, ma trovai anche una nota, scritta su un biglietto giallo, che prima mi era completamente sfuggita. Pazzesco, roba da film di quart’ordine: era la preghiera di usare i soldi per pagare tutti i debiti miei e di Thomas, ma di non dirgli del biglietto fino a quando non avessi deciso di usarlo. Il tutto con la medesima grafia della busta, quell’impenetrabile standardizzata calligrafia anglosassone.
Tornai al mio tavolino senza sapere bene se sentirmi offesa o beneficiata. Mi scervellai per cercare di capire chi avesse potuto far questo per me. Indubbiamente, come il francobollo stesso denunciava, la lettera veniva da Londra, e subito pensai a qualche nemico che si volesse liberare di me, che mi volesse allontanare da Londra e più precisamente, da Thomas. Qualche donna? Qualcuno che aveva conti in sospeso con lui e voleva isolarlo per colpirlo più facilmente? Ma l’ipotesi che si trattasse di un gesto maligno fu immediatamente esclusa dal fatto che la busta conteneva dei soldi, e che soldi!, senza contare il costo del biglietto aereo. Allora era un mio ‘benefattore’. Ma chi? Non conoscevo molta gente a Londra, come ho detto, a parte qualche amico di Thomas che conoscevo solo di riflesso. E poi, che interesse potevano avere queste persone a spendere così tanti soldi per me, per allontanarmi da Thomas per di più?... Be’, pensai cercando di partire dall’unica cosa certa, si trattava di qualcuno che conosceva il nostro pessimo status finanziario e i debiti che andavamo lasciando in tutta Londra. Ma, considerata la destinazione del biglietto aereo, poteva trattarsi di qualcuno che aveva operato dall’Italia... Ma la lettera proveniva da Londra. Però la Western Union operava tramite città estere... o anche all’interno della stessa città? Non lo sapevo.
C’era da perderci la testa!... Per un attimo fui tentata di andare a cercarmi un buco, ma desistetti immediatamente. Proprio ora che avevo forse una possibilità di salvezza, una way out definitiva… Il problema era che, come ho detto, sulla ricevuta che avevo firmato alla Western Union non compariva mittente: l’avevo in tasca, la lessi nuovamente, ma il mittente era stato oscurato. Forse sarebbe stato un mio diritto venirne a conoscenza: pensai di recarmi nuovamente all’ufficio, ma fui colta dall’irrazionale paura che la consegna venisse revocata e non lo feci, né quel giorno né quelli successivi. Va be’, mi dissi bevendo istericamente la mia birra, qualcuno dei miei doveva aver fatto una cosa simile per riavermi a casa: ma chi? Esclusi Christian a priori. Nonostante fosse l’unico ad avere confidenza con l’Inghilterra, non ce lo vedevo proprio a fare tutto quel casino per me, e soprattutto in quel modo – non era un tipo romanzesco, pensai ricordando le sue ultime parole. L’intenzione poteva essere stata di mio padre, ma per quanto riguardava l’attuazione mi sembrava persino più improbabile di Christian: non facevo proprio mio padre abbastanza forte e deciso da ordire una macchinazione del genere. Avrebbe potuto semplicemente scrivermi, una volta avuto il mio indirizzo, e io per lui sarei tornata senza bisogno di soldi e di biglietti aerei. Christian sì, Christian ce lo facevo a eseguire ordini e desideri su preghiera di mio padre; loro avevano un rapporto speciale, quasi quanto il mio col babbo ma, ripeto, quel modo di agire non era proprio dell’uno né dell’altro. Allora, forse, Viola? Era stata lei stessa, in fondo, a regalarmi il biglietto d’andata; ma Viola non avrebbe avuto motivo di agire per vie sotterranee, era l’unica persona con cui ero in contatto e con la quale avevo un rapporto chiaro e diretto, se avesse voluto mandarmi un biglietto per riportarmi giù me l’avrebbe detto o quantomeno si sarebbe palesata, l’avrebbe apertamente accompagnato con due righe a suo nome. Comunque, continuai il ragionamento, mettiamo che qualcuno, qualche tuo parente, abbia operato dall’Italia: doveva però conoscere o aver incaricato qualche londinese, con cui si teneva in contatto, e questo qualcuno doveva avermi spiata, seguita e controllata per mesi se non per anni, per essere a conoscenza della mia relazione con Thomas, del nostro indirizzo, dei nostri debiti. Fui colta dal panico. Qualcuno conosceva me e Thomas ed era a conoscenza di tutti i fatti nostri, mentre noi del tutto ignari continuavamo la nostra tossica routine quotidiana. Mi sentii gelare il sangue e istintivamente mi guardai attorno per cercare di cogliere un movimento sospetto, ma tutto taceva immobile, tra i distinti e anziani gentlemen che sfogliavano i loro quotidiani con la pipa in bocca e le baby sitter con libri e bimbi al seguito.
Ormai ero certa che la cosa fosse stata organizzata in Italia e partita da lì. Del resto il biglietto era dell’Alitalia e in ogni caso, come ho detto, non c’era nessuno a Londra, tra la feccia degli amici di Thomas nostri unici conoscenti, che possedesse duecento sterline né tantomeno che si sarebbe preso la briga di una tale oscura trafila burocratica. Sì, la prima era l’ipotesi più attendibile: mio padre doveva avere incaricato qualcuno, Christian o qualche suo amico, di scoprire dove fossi e di cercare di riportarmi a casa. Ma chi era ad avermi trovata, e come?... Chi era il tramite londinese, dove l’avevano trovato?... O l’aveva chiesto insistentemente a Viola, e persino Viola alla fine, per il mio bene, aveva tradito il mio segreto e gli aveva dato il mio indirizzo, quello appunto di Eburne Road?... Mi sembrava poco credibile, malgrado i calci presi in faccia dalla vita continuavo ad avere piena fiducia in Viola e a riconoscerla come l’unica persona al mondo che non mi avrebbe mai tradita, e di certo non d’accordo con i miei familiari data la situazione che lei conosceva bene.
E poi, perché raccomandarmi di non far parola a Thomas del biglietto aereo?... Questo era il dettaglio più puerile e più inquietante, il più significativo senza dubbio, che faceva crollare ogni ipotesi e ripartire da zero in tutt’altra direzione. Solo che ormai mi fumava la testa, bevvi l’ultimo sorso di birra e uscii dal pub.
Bah, pensai in strada cercando di scrollarmi, forse non l’avrei mai saputo. Cosa importava, in fondo?... Sovrappensiero, con un automatismo acquisito negli anni, scesi nell’Underground. Ero a Finsbury Park, avrei dovuto scendere sulla Holloway Road, ma non lo feci- il termine corsa di quella diramazione era guardacaso Heatrow, e mi feci tutto il tragitto fino a lì, nonostante non avessi il supplemento oltre la terza zona. Svicolai oltre il tornello nella folla, camminai un bel po’ e riuscii infine a prenotare un volo per il dieci giugno, che altro non era che ieri pomeriggio, anche se a me sembra già passato un mese, come se tra l’Italia e l’Inghilterra ci fosse un varco interdimensionale lungo anni luce. La rapidità con la quale lo feci, senza temporeggiare senza fermarmi a riflettere e soprattutto senza parlarne con Thomas, mi diede la misura di quanto ormai fossi esasperata e non aspettassi evidentemente altro.
Lo comunicai a Thomas solo due sere prima, e aspettai quel giorno anche per dargli i soldi. Glieli consegnai pregandolo di pagarci l’affitto e di sistemare ogni cosa, per quanto la cifra lo consentisse. Non gli dissi che avevo ricevuto il biglietto insieme ai soldi. Così mi era stato chiesto, e del resto se gli avessi rivelato la provenienza dei soldi, con ogni probabilità avrebbe rifiutato anche le duecento sterline. Non pianse né si agitò eccessivamente, la medesima reazione che aveva avuto il babbo due anni prima. Tutti mi lasciavano andare senza far storie, pensai colpita, le persone che più mi amavano accettavano senza recriminazioni di vivere senza di me: amore incondizionato o disinteresse di fondo? Ero forse io che covavo illusioni sull’intensità del loro attaccamento? Disse solo, con voce mesta “Tanto lo sapevo che stava per succedere”. Questa sua osservazione mi fece prendere in considerazione l’ipotesi che fosse stato lui a far tutto. Ma no, non era possibile. Il suo amore e la sua dipendenza nei miei confronti erano tali da non consentirgli simili gesti di eroismo, della serie “Io affondo ma voglio che tu ti salvi anche se questo significa rinunciare a te”. E poi, Thomas non possedeva duecento sterline.
Sorvolerò sul nostro bruciante, isterico e disperato addio. Di comune accordo decidemmo di separarci direttamente alla fermata di Holloway Road, senza che lui mi accompagnasse all’aeroporto. Entrambi volevamo evitare sbrodamenti di lacrime e scene cinematografiche, ed io temevo di cambiare idea all’ultimo momento e di non riuscire a lasciarlo. Thomas mi chiese di non separarmi mai dal suo anello, ricordandomi fra l’altro le parole che aveva detto quando me l’aveva regalato, mi baciò con passione e dolore e poi si allontanò in fretta. Non mi ci voleva molto per immaginarlo con tre siringhe nel braccio e poi da qualche parte a scolarsi mezzo litro di whisky. Io piansi ininterrottamente per tutto il tragitto da Holloway a Heatrow, per tutto il tempo del check-in e per tutto il viaggio. Poi smisi. A Fiumicino c’era Christian al quale avevo mandato un espresso pochi giorni prima per avvertirlo del mio rientro e dirgli che, se lo credeva opportuno, poteva venire a prendermi, ma che non doveva preoccuparsi perché se no avrei preso il treno e il pullman e sarei arrivata comunque. Lo pregai di avvertire il babbo il giorno prima in modo da risparmiargli un’emozione troppo forte, ma da non obbligarlo nemmeno ad aspettarmi troppo a lungo. Appena rividi la vecchia jeep risentii le lacrime bruciarmi gli occhi, ma riuscii a trattenerle con grande forza di volontà. Io e Christian non scambiammo una parola, se non di reciproca cortesia, durante tutto il viaggio.
Nel mio lettino, ubriaca e rilassata. Il letto mi culla dolcemente con un lieve moto che scaturisce in realtà dal mio cervello alcolizzato, e mi sembra di star così bene, sicuramente per merito di Viola, che mi metto a canticchiare a bassissima voce una canzone dei miei adorati Mission, Stay With Me. Ed ecco che d’un tratto mi sento prendere da una tenerezza assurda e immotivata al pensiero che Christian sta dormendo nella stanza accanto alla mia, al di là di questo muro, al pensiero che non si è allontanato poi tanto, che ha scelto proprio la stanza accanto e comunicante con questa pur essendocene altre due libere, al pensiero che... l’ho ritrovato dopo tutto questo tempo, e solo ora, emozionata e sbronza come sono, riesco a gioirne e a sentirmi finalmente a casa. Mi agito nel letto, mi sento piena di vita e calore e anche energia, vorrei quasi andare di là a fargli una carezza, o semplicemente a guardarlo mentre dorme, ché mi sono ormai dimenticata persino in che posizione si mette, forse ancora a pancia in sotto come un tempo?, poi d’un tratto una fredda lucidità mi coglie e con essa un indispettito rimprovero a me stessa per la mia stupidità, ma come faccio a volergli ancora bene dopo quello che mi ha fatto?... Cerco di riportare bene alla mia mente, oltre al doloroso ricordo del rifiuto che è l’unica cosa per la quale non posso oggettivamente rimproverarlo, tutte le mancanze delle quali soffrii per anni, le sue risposte non concesse, i suoi abbracci mai donati, i suoi silenzi freddi, l’affetto che avrebbe potuto colmare le mie insicurezze e che mi diede sempre col contagocce. Ma la mia coscienza è così suggestionata e traviata dall’alcol che in questo momento mi tornano in mente solo le poche e remote cose positive che fece per me, soprattutto quand’eravamo piccoli: il suo sorriso affettuoso ed enigmatico che mi convinceva a entrare nella tinozza, le escursioni che mi portava a fare sulla collina, il periodo in cui m’insegnò a giocare a scacchi e giocavamo di notte di nascosto dai miei, le parole di conforto che mi diceva nel buio quando avevamo all’incirca io sei anni e lui il doppio... e il bagno che mi portò a fare nel fiume, di notte, quella sera di fine giugno del ’92, la sera della mia prima sbronza. Questi lontani e insufficienti ricordi dilagano ora nella mia anima impedendomi di concentrarmi su tutte le sue mancanze ben più numerose, recenti e gravi, e non capisco se provo rancore per lui o per me stessa, che fino ad oggi così determinata e disgustata dai suoi spiacevoli atteggiamenti, non riesco ora più a focalizzarmi sulle cose che me lo dovrebbero far odiare.
Allungo una mano e cerco per terra il pacchetto di Marlboro, me ne accendo una, mi tolgo il walkman per non far rumori e comincio a passeggiare per la stanza, non sono nervosa, mi sento viva. Mi affaccio alla finestra. A Londra mi sono abituata a dormire senza tapparelle, per cui non mi pesa minimamente farlo anche qui dove peraltro la vista è speciale, c’è il mio giardino, il vialone sul quale è parcheggiata la jeep, il noce, poco più in là il cortile lastricato, accanto al pozzo, dove i miei mettevano la tinozza, e più in là ancora la collina coi suoi alberi che nel buio sono neri e suggestivi e sembrano tante braccia protese verso il cielo... verso il cielo limpido con un quarto di luna da una parte e una miriade di stelle ovunque, il cielo sotto il quale ho vissuto, gioito e sofferto per i miei primi diciott’anni di vita.
Rimango in estatica contemplazione per qualche minuto, con la sigaretta appesa alle dita che brucia come una fiaccola mistica, la stanza non ondeggia più ma è ugualmente dolce e impregnata di respiri e profumi antichi, poi mi volto e vedo un’ombra stagliata sulla porta comunicante con la stanza di Christian. Istintivamente mi ritraggo spaventata, nonostante immagini che debba trattarsi di lui. Infatti mi si avvicina lentamente fino a che io possa scorgere la sua figura, e pochi istanti dopo anche i suoi occhi, nel buio spesso.
“Oh” mi fa a bassa voce “Sei ancora sveglia?”
Mi sembra che sorrida, indecifrabile come al solito, ma il suo tono ha una parvenza di dolcezza.
“Sì” rispondo confusa “Sto a letto, ma mi riesce ancora difficile addormentarmi qui dopo tutto il tempo che è passato e il modo improvviso in cui sono tornata. Starei tutta la notte a vagare per casa rivedendo i fantasmi del passato che a volte, sono così affascinanti pur nel dolore, nei rimpianti, nell’inesorabilità del tempo che è passato e la consapevolezza che nonostante le apparenze niente può più essere come prima...” Cretina, ma che sto dicendo, proprio a lui?...
Ma lui non sembra scandalizzato né seccato, anzi, e mentre sto ancora parlando mi prende e mi abbraccia, ehhh??? così di punto in bianco, ed io realizzo stupita che questo non succedeva da quando eravamo molto piccoli, anzi non sono nemmeno sicura che sia mai accaduto veramente tranne quella notte, e lui mi stringe, con quel calore segreto che io conosco, mi abbraccia con forza e allora lo abbraccio anch’io pur impaurita ed incerta, mi stringe e lo stringo e ci stringiamo, e in un attimo sono di nuovo disarmata fra le sue braccia, niente più rancore tormento e ricordi laceranti, passato, tutto passato, trattengo le lacrime con uno sforzo che quasi mi blocca il respiro, e vorrei parlare ma so che se dicessi anche solo una parola scoppierei a piangere, sono una cretina mi rimprovero mentalmente, ma non me ne frega più niente sto bene così, è lui, Christian, è la mia origine e il mio punto d’arrivo, la mia casa – è Christian, accidenti gli voglio ancora bene possibile mai, però quanto cazzo ci sto bene pur non capendo una sega e peccato che non ci capisca una sega!, perché momenti come questo certo non ne capitano tanti e con Christian poi mai e potermi ricordare questa sensazione mi aiuterebbe nei momenti di difficoltà e così invece non me la ricorderò appieno, però continuo a stringerlo perché ogni volta che faccio per lasciare la presa lui continua come se volesse colmare tutti i nostri spazi vuoti e gli anni perduti, come se non volesse più lasciarmi andar via, ed io commossa gli dico grazie, non so bene per cosa, grazie di esserci stanotte dopo tanti anni, aggiungo mentalmente, e faccio fatica a non dirglielo per davvero. Lui mi stringe ancora più forte.
“Lo sai che mi hai fatto tanto male, con i tuoi silenzi, la tua freddezza?...” gli dico sprofondata nel suo petto. Okay, sono impazzita, prego fucilatemi pure, me lo merito. Mannaggia all’alcool e all’ipersensibilità, in certi frangenti possono essere decisamente controproducenti.
“Io ero... piccola, insicura... Con mia madre non potevo parlare, il babbo era spesso malato… Io mi sentivo sola, avevo solo te... Ma non ti avevo realmente”.
“Lo so” fa lui scostandosi per guardarmi in viso “Ma io ero così, sono fatto così...”
“Io lo so, che non volevi sentirti oppresso da obblighi morali che non ti competevano, visto che non sei nemmeno mio fratello...”
“Non…non è questo. Io sono proprio fatto così, lo sai... Un giorno, se rimarrai, ti dirò qualcosa... Qualcosa che riguarda la chiave che ti diedi prima della tua partenza e che, ho notato, porti al collo... Ti dirò a cosa serve... Saprai un sacco di cose... E forse capirai qualcosa in più...”
“Perché non me le dici ora?”
Esita. “Non ora. I giorni prossimi, forse. Sapevo che non mi comportavo bene con te, ma... non ero capace di... Questo non voleva dire che non ti volessi, che non ti voglia bene...”
Ma, cosa?... Non era capace di cosa? Di manifestare i suoi sentimenti? È questo? Ancora, sempre, frasi a metà. Si è sentito, o si sente, in colpa? Non l’ha specificato. Frasi spezzate, a metà. Ma almeno frasi, parole e qualche tentativo di venirmi incontro, finalmente. Con uno sforzo di cui non mi credevo capace continuo a trattenere le lacrime che mi bruciano negli occhi, non oso chiedergli se gli sono mancata almeno un po’. Ci stacchiamo, infine, e io gli prendo una mano. È calda. Sta in maglietta e boxer, è spettinato, le ciocche di capelli scuri suonano valzer attorno al suo viso.
“Ascolti sempre i Led Zeppelin?” gli domando.
“Sì, ma non tanto come prima. E tu, i Mission?”
“Sì, ma non tanto quanto prima. Li stavo ascoltando adesso, però”.
“Ci vieni domattina a fare un giro in collina?”
“Domattina non mi sveglierò. Ho intenzione di farmi una sonora dormita” rispondo, felice della sua proposta.
“Be’, ci andiamo di pomeriggio, allora. Poi torniamo e partecipiamo al barbecue”.
“Ehi, Cri, guarda che non devi trattarmi come la figliola prodiga! Non ho intenzione di ripartire per un lungo tempo… se ti fa piacere”.
“Certo che mi fa piacere. Allora, ci vieni con me, domani pomeriggio?”
“Sì”.
Ci sorridiamo. “Cerca di dormire” mi fa.
“Sì” rispondo in un soffio, e mi dirigo verso il mio letto. Lui non si avvicina, rimane a guardarmi dalla porta. Ma mi vuole bene.
“Buonanotte” dice con voce sonora, come a voler sdrammatizzare il tutto.
“Notte, Cri” rispondo già sotto la trapunta.
Con passo muto torna in camera sua. Avrei voluto chiedergli perché ha cambiato stanza proprio quando me ne sono andata, che finalmente avrebbe avuto tutto lo spazio per sé. Ma le cose mi vengono in mente sempre un attimo dopo, penso seccata. Ora però mi è presa una curiosità incontenibile per la famosa chiave, curiosità che, mi rendo conto, non ho mai avuto in questi due anni. Non ci avevo più pensato, volevo semplicemente lasciarmi alle spalle tutto, compreso il tono, serio fino al grottesco, con cui la sera prima della mia partenza mi aveva fatto quell’oscuro discorsetto e mi aveva consegnato la chiave che ho sempre portato al collo senza conoscerne il significato: bene, ora voglio saperlo, a maggior ragione se, come mi sembra d’aver capito, si tratta di qualcosa che riguarda noi. E lo saprò presto, mi riprometto cercando il mio walkman... Per adesso ci sono i Mission, mi va di ascoltarli ancora per un bel po’. Accendo il walkman e un’altra sigaretta. Sorrido a occhi chiusi. Gli voglio ancora bene, Cristo.
LOVE ME TO DEATH
MY FLOWER
Benessere interiore o desiderio di suscitare l’ammirazione di Christian non lo so, fatto sta che a mezzogiorno e mezza scendo in tinello con un bel vestitino bianco che a Londra non avrei mai indossato e i capelli tutti lisci e ben pettinati, insomma conciata da vera signorina e non da maschiaccio come ha sempre detto mio padre, anche se poi aggiungeva che ero così bella che potevo indossare qualunque cosa anche una tuta da meccanico volendo, infatti aveva paura che un giorno o l’altro mi sarei presentata con una di quelle addosso.
Nel tinello c’è Christian, in jeans e maglietta, che si stiracchia in poltrona con Vasco addormentato sulla pancia. Fuori c’è un sole spettacolare, ho fatto bene a tornare in questa stagione, per i prossimi due mesi le giornate saranno tutte così.
“Ciao Cla’” mi fa sorridendo. Sembra di buon umore.
“Ciao Cri” gli rispondo senza dargli troppa importanza, “Il babbo?”
“È nell’orto”.
Tiro fuori il latte, oggi mi va, oggi mi va tutto- lo metto a scaldare e vado verso il tavolo su cui c’è ancora un quarto di crostata, ne taglio una fetta e inizio a mangiarla.
“Lo vuoi il caffè?” mi fa Christian alzandosi e spodestando il vecchio Vasco che scivola in terra sulle sue zampe di gomma.
“Sì, ma non ti preoccupare...”
“Tanto lo volevo fare per me” dice rovistando nello scolapiatti, “Aspettavo solo un’occasione per alzarmi da quella stupenda poltrona. A proposito, stamattina sono passato due o tre volte per la tua stanza, dormivi come un... come un sercio!”
“Dì un po’, Christian” gli faccio raggiungendolo in cucina “Pensi che un giorno te la toglierai questa parlata da scaricatore di porto? Vedo che è notevolmente peggiorata, il che era difficile”.
“E perché dovrei? Io sono uno scaricatore di porto” fa lui ridendo e dandomi una vigorosa pacca sulle spalle, come fossi un amico che ha fatto il militare con lui “Và di là, dai, te lo porto io”.
“Non sapevo che avessi trovato lavoro a Civitavecchia” dico mantenendomi a fatica in equilibrio, “È così che tratti le tue donne?”
“Quali donne?” domanda lui fingendosi perplesso “Mi prendi in giro, donne io!...”
“Già, dimenticavo che te la fai solo con Vasco. O anche con Giulia?”
“Quale Giulia?”
Ma come fa?, mi chiedo dalla mia posizione di bambina imbronciata… Ad essere sempre così sfuggente, a recitare da sempre questo copione sul personaggio da misantropo che s’è cucito addosso. Eppure sembra spontaneo, saranno gli anni di abitudine o forse una reale attitudine.
Ma stavolta non demordo. “Giulia, quella che studia a Perugia” insisto.
Ma anche lui è irriducibile e seguita a fingere di non capire. Guarda da una parte coi suoi occhi verdi che il sole di mezzogiorno rende ancor più splendenti. “Tutti qui studiano a Perugia” commenta. Io lo guardo come se stessi per strangolarlo. “Ah! Giulia” finge di ricordarsi improvvisamente “Be’, con Giulia ci sono uscito qualche volta... Be’, un po’ tante, a dire il vero. Peccato che l’unica cosa apprezzabile che aveva fosse il culo”.
“Christian!...” strillo fingendomi scandalizzata.
“Che c’è? Che ho detto? Parlavo della parte posteriore, sai quella sotto la schiena, che...”
“Ma va’ a cagare, visto che siamo in tema. Oddio!... Il latte!”
Il latte ha bollito e sta uscendo dal pentolino. Corro a spegnere il gas, mi scotto, faccio un casino.
“Vedi” mi fa Christian prendendo il pentolino con una presina “Dici sciocchezze e mandi fuori il latte”.
“Ah, io dico sciocchezze? Prima o poi ti ucciderò, e sarà bellissimo. Avrei dovuto farlo molto tempo prima, tanto, per quello a cui mi servivi” commento, pentendomene immediatamente.
La differenza fondamentale tra noi è questa, penso: che io non riesco, nemmeno nello scherzo, a trattenermi dal fare osservazioni maligne, e battute taglienti che rivelano un malcelato rancore covato per anni. Lui sì, come la maggior parte delle persone, e non capisco se questa categoria sia da lodare per la diplomazia o da biasimare per l’ipocrita autocontrollo. Ne ho parecchi, di dubbi, sulla valutazione dei comportamenti umani, come quello che esprimevo ieri per l’eccessiva discrezione, in bilico tra indifferenza e rispetto, di persone come Christian. Ora ho detto questa cattiveria, su una cosa di cui abbiamo già parlato, peraltro proprio di recente: stanotte. Chissà come la prenderà, forse penserà che continuo a rinfacciarglielo e a cercare di farlo sentire in colpa… e tornerà gelido e scostante.
Invece lui non si stranisce affatto, la sua ironia è incrollabile, ribatte alle mie recriminazioni senza mostrarsi infastidito, avvalendosi dei pochi argomenti che giocano a suo favore e che sono quelli a me più cari: “Come, non ti sono servito? Chi ti ha insegnato a bere come si deve e a farti finalmente il bagno al fiume? Non mi dire che non te lo ricordi!”
“Mi stupisce che te lo ricordi tu” ribatto mio malgrado, senza riuscire a cambiare atteggiamento.
Lui alza le spalle, sorride e porta in tavola la caffettiera pronta.
Mi rendo conto che mi sto comportando, da stanotte, nuovamente in funzione di Christian, lontana anni luce dalla passiva indifferenza di ieri. Ma questa rediviva subordinazione a lui non mi irrita né mi preoccupa, se il contraltare è la sensazione di calore e di fiducia che ho provato ieri notte dopo mesi, se non anni, di straniata apatia.
Al tavolo del tinello bevo il mio caffelatte e Christian prende il caffè. Finiamo insieme la crostata, ci guardiamo di sottecchi.
“Quanto tempo era che non prendevi un vero caffè?” mi chiede.
“Tanto” rispondo “Avevo trovato una caffettiera, ma non l’abbiamo mai usata. Infatti stavo sempre a dormire in piedi”. In realtà dormivo in piedi per ben altre ragioni, penso amaramente.
“Oh, allora, questo giro in collina lo facciamo o no?” continua, rinnovando il suo progetto di stanotte.
“Sì, volentieri...”
“Perfetto. Allora senti: tu hai appena fatto colazione, io per ora non ho fame. Andiamoci adesso, poi mangiamo qualcosa in giro e così possiamo prenderci tutto il tempo che vogliamo”.
“A quest’ora farò troppo caldo” osservo.
“Non preoccuparti, anche se mi rendo conto che ormai sei acclimatata diversamente, porterò acqua a sufficienza e ti assicuro che conosco tutti i sentieri più strategici che ci siano. E, se dovessi svenire, sono pronto a raccoglierti, tanto ormai pesi venti chili” continua a scherzare.
“Okay” rispondo felice, prendendo in blanda considerazione l’idea di simulare uno svenimento.
“Così alle sette siamo qui e presenziamo al barbecue” continua lui.
Il barbecue!... Questo mi riporta alla mente un altro progetto, che ho covato questa notte in separata sede: stasera, nella confusione della festa, ho intenzione di andare finalmente a scoprire l’utilità e la presunta importanza della chiave che porto al collo. C’è un tempo e un luogo per tutto, e adesso è proprio ora che io venga a conoscenza del mistero su cui Christian gira tanto intorno, a maggior ragione dopo quello che mi ha ribadito stanotte. Lo so, sarebbe più facile e prudente andare nella sua stanza quando lui non c’è, ma da quello che ho capito sarà raro, almeno in questi giorni, che lui esca senza di me, cosa che del resto non mi dispiace affatto.
Saliamo, io mi cambio, tolgo il vestitino bianco e indosso gli stessi pantaloncini di ieri. Christian va in bagno ed io, in piedi sulla porta comunicante, ne approfitto per dare un’occhiata d’insieme alla sua stanza e cominciare a immaginare dove potrebbe essere la famosa scatola. Misuro a colpo d’occhio la profondità dei cassetti, conto mentalmente le ante dell’armadio, cerco con lo sguardo altri vani che potrebbero essere abbastanza profondi. Il mio sguardo passa dalla cima dei mobili all’impalcatura nuda del letto, e per un attimo ricordo gli scheletri che trovavamo l’uno sotto quello dell’altra, bottiglie di sidro o fumetti porno che fossero.
È giusto che io sappia la verità, se è vero che la cosa riguarda anche me e il mio rapporto con Christian, mi dico per convincermi della necessità del mio gesto e giustificare l’ennesima scorrettezza che sto per compiere.
È una semplice passeggiata in collina, la nostra, niente di che - sole che trafigge la chioma degli alberi e, filtrato dai rami, incendia il sentiero punteggiato di sassolini, fili d’erba e brevi macchie di fiori selvatici. Le foglie ondeggiano mute mosse da un vento a me impercettibile. Camminiamo senza fretta per le vie già battute, rivedo alcuni luoghi in cui giocavamo da bambini. Christian appare così sereno, così a suo agio come sempre quando si trova nel suo bucolico ambiente naturale; con me si comporta da premuroso fratello-amico, ogni tanto si scuote dal suo tranquillo rapimento e si volta a sorridermi. È tutto così diverso da ieri, quando era ancora scostante come trattenuto da rancori segreti, ed io stanca ed estranea faticavo a tenere il suo passo.
È una semplice passeggiata sulla collina, la nostra, niente di che - eppure c’è qualcosa di così lieve, soffuso, come il nostro silenzio che non pesa più, e ad un tratto lui mi abbraccia da dietro, rischiando di farmi inciampare, senza dire una parola, solo ridendo come un bambino dispettoso. Io strillo e rido, lui mi spinge e barcolliamo, così allacciati, verso un enorme prato a lato del sentiero. È una meraviglia, Cristo - non me lo ricordavo. A Londra te li sogni, posti come questo, ed è passato un anno buono dall’ultima volta che sono entrata in Hyde Park. La distesa erbosa è un tappeto verde chiaro che scivola, quasi senza interruzione, fino agli alberi che scorgo più giù. Minuscoli fiorellini rosa lo interrompono, rari e discreti. Mi siedo sull’erba, subito imitata da Christian, e rimaniamo così, ancora in silenzio, per alcuni minuti. Poi gli do un finto pugno sulla guancia, lui mi afferra una spalla e finge di rifilarmi una sberla, ride e i suoi lineamenti obliqui si scompongono, gli occhi gli si accendono. Gli prendo delicatamente il capo, me lo poggio sulle gambe e comincio a toccargli il viso. Gli tiro le guance, gli strizzo il nasino da inglese, gli passo l’indice sugli occhi chiusi, insomma lo strapazzo un bel po’ come fosse un bambolotto e lui ci sta, rimane rilassato e sornione, per l’appunto, come un gatto, coi lineamenti distesi e un sorriso compiaciuto sulle labbra.
Dio, quanto mi piace!... A volte mi sembra più anglosassone lui di Thomas. Ed è diventato più bello, non era una mia impressione, e così lo è persino di più, steso quieto e disarmato in parte sull’erba in parte su di me a farsi strapazzare dalle mie mani impietose, con le braccia distese e abbandonate lungo il corpo, come dicesse: fai di me ciò che vuoi, sono qui, senza più difese. Riprovaci adesso, dopo più di due anni, che stavolta ci starò. Non prendo l’iniziativa perché sai che non lo faccio mai, ma lo vorrei anch’io.
Ho la netta percezione che sia così, non può essere la mia ennesima illusione… Ma non oso, non ce la faccio, non ho il coraggio. Il terrore di un altro rifiuto mi gela, la paura che si allontani di nuovo mi paralizza, e il ricordo dei trascorsi mi invita alla prudenza. E così non lo faccio, non oso muovermi oltre il confine definito e sicuro dei gesti compressi e accettati; continuo a viaggiare sulla mappa del suo viso per un tempo interminabile, mentre lui non accenna a muoversi o a mostrare segni d’insofferenza. A un certo punto, per sdrammatizzare la situazione che sta diventando pesante, gli do uno schiaffetto su una guancia. Lui apre gli occhi e protesta, alza le braccia all’indietro e mi afferra il collo e finge di stringerlo, io strillo e rido, ma in realtà mi verrebbe da piangere per l’emozione e l’amore e da gridargli che... È rosso in viso, per lo sforzo della scomoda posizione, e ride spontaneo e stonato. Al liceo avevamo studiato Montale che mi era piaciuto tanto, e m’ero scritta sul diario una frase, riferita a Christian... Com’era? “È una tempesta la tua dolcezza, turbina e non appare”. È proprio lui, come io lo conosco e come è impercettibile ai più, a chi non ci ha vissuto assieme per vent’anni e a chi non lo ha mai visto in momenti come questo... Ma non a Giulia e a Lucia e chissà quante altre, realizzo rinunciando all’esclusività di un privilegio che è sempre esistito solo nella mia mente.
Il tempo è finito, l’incanto è spezzato. Ci alziamo, ci spazzoliamo via a vicenda i fili d’erba e torniamo, senza dirci una parola, lungo il sentiero dal quale eravamo saliti.
Siamo andati in paese con la jeep e Christian mi ha chiesto se mi andava di passare alla sala da biliardo del Circolo Ricreativo.
“Ma io non so giocare granché a stecca” ho protestato scontenta.
“E allora? Neanch’io sono un campione, non ci gioco mai” ha replicato, e ci siamo andati. Siamo stati più di un’ora, a giocare a otto e quindici e al punteggio, ma ovviamente ha vinto sempre lui. Ho incontrato alcuni ragazzi del paese che sono subito venuti a salutarmi e a chiedermi quand’ero tornata e come stavo e se mi sarei fatta vedere in giro eccetera... Christian era tranquillo ma non ha rivolto la parola a nessuno di loro, continuava a passare il talco sulla punta della sua stecca con grande impegno. Poi siamo andati a mangiare dei giganteschi panini al salame, al vecchio alimentari del signor Nando, e infine, verso le sette, ci siamo decisi a tornare, in tempo per cambiarci prima del barbecue. Ci sono veramente delle giornate da ricordare, ho pensato mentre Christian guidava fischiettando. Dovrò ricomprarmi un diario.
A casa Christian è andato subito a farsi la doccia. Io mi sono semplicemente cambiata, ho rimesso il vestitino che portavo stamattina con il giubbotto jeans sopra, sono tornata sulla porta della sua stanza a ripassare i dettagli e ad osservarne di nuovi. Ma ero stanca, distratta e dolcemente svagata, il rumore dell’acqua e il ricordo del contatto mi investivano di un torpore caldo e indolente, simile a quello dell’eroina.
Bene, Claudia, mi sono detta: ora accantona i vagheggiamenti e concentrati su quello che dovrai fare stasera, stasera o mai più.
Stasera... Non sarà facile, ho pensato, soprattutto dopo le ultime ventiquattr’ore. Dovrò trovare il momento giusto, non mostrare alcun segno d’ansia, avere prudenza e una sufficiente dose di scaltrezza, la stessa che ho avuto per anni nel rubare la borsa a dei poveri cristi che avevano appena preso lo stipendio, penso con disgusto.
Perdonami, Christian, sto per tradire la tua fiducia, ma a questo punto è troppo importante, per me. E del resto è anche colpa tua, ha aggiunto una vocina recriminatoria che forse non tacerà mai.
Nel nostro giardino, illuminato dai graziosi lampioncini che mio padre aveva fatto installare già un paio d’anni prima che me ne andassi, ci sono il babbo, Annetta, i signori Ferrario, la famiglia Corradini e la signora Lupi con un’amica, tutti gravitanti, allegri e chiassosi, fra la brace, il tavolo dei drink e le piante di rosa che Annetta cura ancora così bene - e adesso ci siamo anche io e Christian, scesi da poco. Mangiamo tutti insieme salsicce, patate e bistecche che io mangio volentieri in ottima sostituzione del mio adorato kebab, chiacchieriamo allegramente e sono tutti contentissimi di rivedermi e mi rivolgono decine di domande, una sull’altra, alle quali rispondo tanto cortese quanto evasiva; beviamo vino d’annata e brandy ed io mi scolo un’infinità di bicchieri per farmi coraggio per quello che ho intenzione di fare- l’ansia e l’impazienza mi divorano e mi sforzo di non darlo a vedere.
Dopo un’ora e mezza, quando le righe si sono rotte, decido che è il momento opportuno. Sono tutti abbastanza rintronati e inciuccati da non accorgersi della mia assenza. Devo però verificare cosa sta facendo Christian, lo cerco con lo sguardo e lo vedo accanto al tavolo dei drink che chiacchiera con il signor Corradini. Parla con la sua voce roca e sonora, piantato a terra nella sua sana postura. L’umidità notturna lo costringe a tenere una camicia a quadri sull’eterna maglietta, ha in mano un bicchiere e annuisce a quello che gli sta dicendo il signor Corradini. Mi avvicino ai due; Christian si fa da parte e il signor Corradini mi porge un bicchiere che è sul tavolo.
“Stavo giusto venendo da te, bella signorina. Ma sono stato fermato dal tuo bruto fratello che aveva bisogno di alcune nozioni di giardinaggio, materia della quale è completamente all’oscuro, o quasi...”
Sfodero un brillante sorriso di circostanza. Christian, mio fratello, mi guarda compiaciuto col suo splendente sguardo di traverso, un gomito poggiato sul tavolo – lui deve sempre avere un gomito poggiato da qualche parte – , il bicchiere nell'altra mano e la testa leggermente inclinata: altra sua consueta postura.
“Non è mia intenzione interrompervi” rispondo educatamente “Tanto più che ho un momento da fare. Scusatemi”, e così dicendo mi allontano con discrezione.
È il momento. Attraverso il giardino cercando di non dare nell’occhio. La casa è deserta, ma la luce del salone è accesa, e una volta dentro corro al piano di sopra. Passo velocemente per la mia stanza, dove accendo la luce per non destare sospetti, poi entro in camera di Christian, accendo la mia torcia tascabile e inizio a frugare in ogni posto che ho mentalmente passato in rassegna nel pomeriggio, alla ricerca di una scatola o qualcosa di simile. L’impresa si rivela subito più ardua del previsto – contrariamente alle apparenze ne ha, di roba, Christian, ammucchiata dappertutto: libri d’ogni genere, cassette sparse e senza custodia, blocchi notes e ovunque fogli scarabocchiati. Mi bastano comunque poche occhiate per capire che quello che cerco non c’è. Istintivamente guardo sotto al letto, come quando eravamo piccoli: niente... Christian è cresciuto. Apro comunque i cassetti, sebbene non siano abbastanza profondi: nel primo c’è della biancheria, mutande e calzini. Nel secondo magliette e felpe, la maggior parte della Fruit of the Loom che io ho sempre detestato e che Christian si ostina a indossare da sempre. Nel terzo, cianfrusaglie d’ogni genere, lettere, fotografie sparse, qualche carta burocratica... Su questo cassetto si concentra la mia attenzione. Niente, cazzo... Certo sono profondi, questi cassetti, più di quanto m’erano sembrati. Profondi. Come colta da folgorazione riapro quello delle magliette, affondo la mano nelle Fruit of the Loom e sento qualcosa di duro e spigoloso. Scosto febbrilmente la pila di felpe e tocco qualcosa: eccola.
È una scatola. È più piccola di quanto mi aspettassi, ecco l’errore di valutazione della profondità- mi guardo intorno con gesti e modi che non ho mai dismesso, che forse apparterranno per sempre alla mia parte peggiore. Una scatola di ferro battuto, apparentemente molto vecchia. E c’è in effetti un piccolo lucchetto a chiudere la fibbia: allora era vero... Allora la chiave che da due anni porto al collo serve davvero a qualcosa. La curiosità e un’ansia morbosa mi assalgono. Senza perder tempo a togliermi la catenina, mi accosto la scatola al collo e infilo la chiave nel lucchetto. Dev’essere lei, deve essere. Lo è: la serratura scatta e il lucchetto si apre. Una confusa sensazione mi dice che deve trattarsi di qualcosa di grosso, di serio, come ha detto lui... ed io, che all’epoca me ne ero fregata!... Sollevo il coperchio: carte. Carte e fogli, constato un po’ delusa. Chissà cosa m’aspettavo? penso, cosa saranno? Lettere d’amore, o roba di Christian, qualsiasi cosa mi possa svelare qualcosa di lui, qualcosa a cui all’epoca avrei dato la massima importanza?... Prendo il primo foglio: è sottile, ingiallito, piegato in otto. L’apro. Cristo, sono troppo nervosa, più del dovuto. Cristo, dovevo bere di più. Leggi, Claudia, leggi!... Leggo: Christian Sandro Petrassi, nato a Perugia il 1/9/1971. È roba che riguarda Christian, dunque, come immaginavo. Non ho mai saputo che avesse un secondo nome, uguale a quello del babbo per di più. Possibile che in tutta la vita non mi sia mai capitato di vedere un suo documento, la sua patente, qualcosa di scuola? Tutte le lettere che gli sono arrivate da quando ho memoria erano indirizzate a Christian Petrassi, penso confusa. Del resto i genitori di Christian erano legatissimi a mio padre, forse quest’aggiunta fu un omaggio a lui.
Mi sento strana, agitata, oscuramente spaventata. I caratteri di macchina per scrivere mi si confondono davanti agli occhi, cos’è questa roba? Date, termini giuridici, numeri di leggi e di codici: cosa c’è di così importante in questa carta, di così determinante per la mia vita? Dev’essere semplicemente l’atto di nascita di Christian o qualcosa del genere, non m’intendo molto di queste cose. Mi indispettisce, il fatto che non riesca a comprendere l’importanza di questo documento, come se in fondo sapessi bene che in realtà c’è qualcosa che mi sfugge, e m’innervosisco sempre più. Non riesco più a leggere nulla tranne due nomi ben noti: Sandro Catani e Mary Jane Lane. Non capisco subito, del resto sono sempre stata un’ingenua: lì per lì percepisco solo la stonatura del nome di mio padre accanto a quello della madre di Christian.
Il nome di... ! Christian Sandro!...
In un lampo capisco ogni cosa, ho un violento spasmo fisico e il foglio mi cade di mano. Christian è figlio di Mary Jane Lane e di... Christian è...
Presto, presto. Nella scatola c’è un altro foglio ripiegato: lo prendo, me lo ficco in tasca e mi precipito fuori dalla stanza lasciando tutto così com’è. Come in un film corro giù per le scale, prendo le chiavi della jeep dalla credenza, attraverso il giardino incurante di tutti e salgo in fretta nella macchina. Christian Sandro Petrassi... Christian Sandro Catani!... Ed io, che sono fuggita a Londra vittima di un orribile inganno più grande di me... Londra. Un buco. Ho bisogno di un buco, vaffanculo a tutti, hanno tutti giocato con la mia vita per anni, Christian compreso, che a quanto pare lo sapeva bene e non me l’hai mai detto, mi ha consegnato questa stupida chiave anni fa senza permettermi di usarla, e il babbo, il babbo, come ha potuto il mio babbo farmi vivere accanto a una persona per quasi vent’anni senza mai rivelarmi che era mio... mio…!!
Non ho mai avuto tempo di prendere la patente, ma so guidare, me lo insegnarono il babbo e Christian. Christian... Sandro. Sandro Catani, mio padre!... Giro la chiave, ingrano la prima e ci riesco al primo colpo. Stefano avrà pure un buco per me, e sarà felice di darmelo, quand’ero piccola mi stava sempre fra i piedi. Percorro le curve della Provinciale in uno stato interiore di pura, confusa e allucinata incoscienza. Vedo nello specchietto retrovisore una macchina che mi costeggia da un po’, evidentemente smaniosa di sorpassarmi. Mi faccio da parte e quella passa sfrecciando, che sollievo, per un attimo avevo temuto che stesse seguendo me, era una Uno rossa come quella dei signori Ferrario. In un attimo sono in paese, percorro tutti gli angoli più squallidi e infine trovo Stefano, il quale mi vede scendere dalla jeep, spalanca gli occhi e grida “Claudia! Sei proprio tu?... Ma da dove...”
Lo afferro bruscamente per le spalle. “Ti spiego dopo, Stefano. Mi serve qualcosa”.
“Cosa, tesoro?” biascica lui.
“Un buco” sibilo “Ce l’hai?”
Lui ridacchia strafatto. “Per te, sì... Claudia, proprio tu... Ma quando sei tornata? E ti fai di questa merda... Chi è stato?”
“Sono stata io, da sola. Che, dovevo avere per forza qualcuno che mi costringesse?... A volte si decide da soli. Dài, muoviti”.
Ci infiliamo in un vicolo nero come la più nera notte londinese che io abbia mai visto. Laccio, cucchiaino, limone, accendino. Stefano ha ragione, sarebbe stato più semplice con le pasticche che vanno tanto di moda adesso, rapide e indolori. ’Fanculo a Christiane F. e a tutti gli altri miti affascinanti quanto distruttivi che ci hanno inculcato, per Dio. Ciononostante, seguendo meccanicamente un brutto rituale che non ho mai dimenticato, che forse apparterrà per sempre alla mia parte peggiore, prendo il laccio e lo stringo attorno all’avambraccio, mentre le lacrime iniziano a scorrermi irrefrenabili. Stefano mi porge la siringa e io l’afferro con mano tremante. L’Aids, Cristo!... penso. Va be’, mi dico, l’Aids, e allora?... Sarebbe poi tanto peggiore della mia vita intera? Tutto inutile, disintossicazione lasciare Londra e Thomas, inutile come aver amato Christian per anni, tutto fatto, tutto sofferto, aver amato Christian, aver amato Thomas, essermi disintossicata, aver abbandonato al suo destino l’unico ragazzo che mi abbia mai veramente amata illudendomi che il mio, di destino, fosse migliore, essere tornata nella mia campagna nativa, tutto fatto sofferto e... inutile, come rinunciare all’epoca a Christian che è figlio di mio padre e quindi è... Mi strofino una vena e sto per infilarci l’ago, quando una mano forte e decisa mi afferra il polso con una violenza tale che la siringa mi cade e caccio un urlo di dolore. Tento di svincolarmi, ma invano- è troppo forte per me. Stefano è visibilmente impaurito, io mi volto a guardare il mio aggressore.
“Christian!...” urlo “Sandro…”
Christian, con un viso furioso e alterato che non ricordo d’avergli mai visto, mi afferra anche l’altro polso e mi fa così male che scoppio a piangere e comincio a urlare. Stefano fa per protestare, ma Christian lo zittisce all’istante.
“Tu zitto e sparisci!” grida “E tu, cretina, vieni con me” e così dicendo mi trascina letteralmente lungo tutto il vicolo, mentre io tento invano di liberarmi, fino a sbucare nuovamente su una strada ampia e illuminata, dove la Uno dei signori Ferrario è ferma dietro alla jeep mal parcheggiata.
“Cretina!” mi grida, infrangendo dopo ventisette anni la sua imperturbabile compostezza. Mi strattona mentre io strillo, poi mi lascia un polso e mi stringe a sé come fosse stanco, estenuato. Io ho un isterico moto di rifiuto e cerco di respingerlo, ma lui s’incazza peggio, i suoi occhi incandescenti nel buio sembrano volermi uccidere. “Sei una stronza, oltre che una grandissima egoista, ma questo già si sapeva!... Tutto questo tempo fregandotene della chiave che pure portavi al collo e di quello che ti avevo detto e poi... Ci sei tornata apposta, da su?... No, lo so io perché sei tornata... Sei tornata perché qualche coglione s’è preso la briga di pagarti i debiti e di regalarti un biglietto aereo...”
Questa sua uscita finisce di sconvolgermi. Cosa ne sa, lui? Allora era giusta l’ipotesi di una macchinazione del babbo?... Il mio isterismo aumenta, non capisco più un cazzo, non riesco nemmeno più a parlare e grido, semplicemente grido, a squarciagola nel silenzio della notte, completamente sotto shock. Non vedo neanche più Christian, sento solo la sua voce alta e sgraziata che continua, implacabile: “Sono tuo fratello, e allora?... Era vero proprio quello che tutti pensavano, pensa che paradosso del cazzo, siamo davvero fratelli e lo ‘sapevano’ tutti quelli che pensavano di saperlo... E allora? Dovrei chiamarmi Christian Catani, anzi Christian Sandro Catani come tuo padre, come nostro padre, mi vuoi ancora bene?... Vuoi ancora baciarmi?... Stronza!”
Riesco a divincolarmi e scappo in mezzo alla strada, ma lui mi raccoglie immediatamente. “Ma la vuoi smettere? Io pure l’ho saputo mica tanti anni fa, cosa credi?... Che lo ‘zio’ era in realtà ‘papà’... e pensi che abbia fatto tutte le storie che stai facendo tu o che sia corso in un altro paese a bucarmi?...”
Io seguito a piangere e a urlare come una pazza, tiro calci a vuoto, una parte di me si aspetta che da un momento all’altro chiamino qualcuno per farmi portar via. “Sì, vado a bucarmi, e allora?... Voglio un buco! Stronzo, fammi tornare da Stefano!” strillo.
“Col cazzo che ti ci faccio tornare” dice a voce più bassa “Non ho fatto tutto questo per niente”. Mi sbatte addosso a un muro, tira fuori una bottiglietta di qualcosa e me la porge. “Quello fa una brutta fine, con me” sibila “Ecco, bevi, vuoi bere? Strafatti di questo. Ma a questo punto la verità dev’essere completa, visto che ci tieni tanto. Ce l’hai tu l’altro foglio?... Sì, ce l’hai tu, perché nella scatola non c’era. L’hai letto? Dove lo tieni?”
Mi sbatte in mano la bottiglina, mi strapazza da cima a fondo mentre io continuo a divincolarmi. Trova in fretta il foglio nella tasca del mio giubbotto, lo spiega e me lo sbatte letteralmente in faccia.
“E adesso leggi pure questo, cretina!”
Afferro il foglio meccanicamente. Adesso cosa ci sarà scritto qui, mi chiedo in un barlume di amara lucidità, che sono figlia adottiva? Anche questo è stampato, ma al computer, è più recente, come pure denota la carta bianca e integra, ma i miei occhi sono coperti da una coltre di lacrime e non riesco a mettere a fuoco alcunché. Christian se ne accorge e punta il dito su una riga. “Non avrei voluto dirtelo, ma a questo punto è indispensabile. Leggi questa riga!”
Metto a fuoco le lettere con una certa disperata difficoltà. Claudia Catani, 3 Eburne Road... Questo indirizzo, scritto nel medesimo modo, l’ho già letto... Guardo l’intestazione: Western Union. Sono allegate ricevute dell’Alitalia, della Western Union, eccetera. Tutte intestate a Christian Sandro Petrassi, che è mio...
“No!” urlo “Tu! Sei stato tu! Non è possibile...”
“No?” ribatte lui alterato, ma senza urlare “E chi altro sapeva dov’eri finita? In quale parte del mondo ti eri nascosta?... E chi ti ha vista mentre uscivi da quella fogna di flat in Eburne Road, chi ti ha seguita sulla Piccadilly mentre andavi al Cafè e Pasta e poi a Soho a cercare buchi per Thomas McDowell, dalle tue numerose conoscenze di quando ti bucavi anche tu? Chi s’è informato, sborsando pure diverse sterline, da quei tipi sul conto di Claudia e Thomas?... Complimenti, bella vita sei andata a fare, a Londra!...” inveisce.
No. Questo è troppo. “Tu stavi a Londra a marzo per me” piagnucolo “Tu ci sei venuto apposta per cercarmi”.
“Ma dai?!” ribatte lui ironicamente “Ci sono venuto così, per farmi un viaggetto, perché qui non stavo bene!... E nascondendo tutto a tuo... a nostro padre finché non ho avuto notizie certe sul tuo rientro! Tranquilla, non sa niente della tua meravigliosa vita da tossica emigrata. Ma se non era per te il ‘viaggetto’ me lo facevo in Australia, altro che Londra!...”
Sì, questo è veramente troppo. Mentre mi accascio sull’asfalto penso che forse questo è stato un gigantesco interminabile incubo, che forse in realtà non è successo niente, che io ho ancora diciott’anni e mia madre non è morta e io non mi sono mai bucata e Thomas era solo uno splendido sogno molto realistico e Christian non è mio fratello... Sento il tonfo sordo della mia testa sul marciapiedi, le mani di Christian per una frazione di secondo, poi più nulla.
Mi risveglio nel mio lettino convinta di avere ancora diciott’anni e d’essermi sognata tutto. Ancora rincoglionita mi accendo una sigaretta e sorrido scuotendo la testa. Prego Destino, fai di me ciò che vuoi, tanto tutti i drammi del mondo sembrano essersi concentrati su di me, uno dopo l’altro, esplodendo sul mio cammino come mine impreviste e deflagranti. So benissimo di non essermi sognata nulla, e non so se provare sollievo o disperazione per quello che, ventenne ignara, ho finalmente appreso stanotte, e cioè che mio padre Sandro Catani, amico dei coniugi Petrassi da prima che si sposassero, ebbe una relazione con Mary Jane sul finire del 1970, interrotta proprio quando lei scoprì di essere incinta e disse al babbo che il figlio che aspettava era quasi certamente suo. Anche Paolo, il padre di Christian, doveva esserne al corrente, ma a quanto si sa non disse mai nulla, accolse il figlio della sua defunta moglie e del suo migliore amico con tutto l’amore del mondo e nessuna recriminazione. E così io Christian siamo... fratelli, fratellastri, e forse capisco anche perché i miei mi inculcarono fin da piccola il dogma che Christian non fosse mio fratello, poiché spesso i genitori cercano, per qualche perverso sentimento di protezione, di convincere i figli del contrario di ciò che è: casi di cronaca, telenovele e letteratura di terz’ordine raccontano continuamente di ignari figli adottivi fatti passare per naturali, e nel nostro caso, in cui il figlio era per metà biologico e a me consanguineo… Avevano delle reticenze e dei dubbi morali anche su come gestire l’anomala situazione di Christian e su cosa fosse il caso di dirgli, in assenza di espresse volontà dei suoi.
Lui lo scoprì infatti per caso, trovando l’atto di nascita e altri documenti, quando il babbo aveva avuto i primi problemi di salute e gli aveva delegato buona parte delle questioni burocratiche. Fu pochi mesi prima della nostra notte al fiume, all’inizio del ’92, e così posso anche spiegarmi il suo successivo comportamento: prima, turbato e sconvolto, si allontanò impietosamente da me, e qui è testimone la pagina di diario che ho riletto l’altro ieri; in seguito, considerandomi finalmente una vera sorella minore, mi portò in giro e a fare il bagno di notte. Peccato solo che io fossi all’oscuro di tutto ciò...
Dopo averlo scoperto, Christian e mio padre ebbero un lungo colloquio, durato un giorno e una notte interi, all’insaputa di mia madre. Christian si fece spiegare bene ogni cosa, compreso il motivo per cui non gli avevano detto la verità, quando per lui sarebbe stato quasi consolante sapere che l’uomo che era morto non era in fondo il suo vero padre, mentre quello che lo aveva preso con sé lo era. Il mio babbo, confuso, non seppe dare una risposta compiuta. Disse che non voleva rovinargli l’immagine paterna che aveva e il ricordo dolce degli anni passati col babbo fittizio, una persona splendida che l’aveva molto amato. Ma in realtà, continuo a pensare, è un atavico e incomprensibile retaggio millenario che spinge i nostri genitori, a torto o a ragione, a nasconderci spesso la verità sulle nostre origini. Il mio babbo non ne è colpevole, tanto più che credette di interpretare la volontà di Paolo Petrassi. E non sentiva di avere diritti morali sulla consapevolezza di Christian visto che per lui era sufficiente viverci insieme, per volere di Dio o del caso... ma esiste, il caso?
Mia madre Caterina, in teoria, non seppe mai nulla di questa storia e del tradimento di suo marito, o almeno tutti s’impegnarono a nasconderglielo; io non ci credo, ma ormai tutti i giochi sono stati fatti e la verità, in questo caso, rimarrà per sempre un mistero.
Christian entra in camera dal corridoio. Lo guardo sdraiata accennando un debole sorriso. “Ciao” dico.
Lui non risponde, mi osserva con un’espressione seria ma non arrabbiata. “Come stai?” mi chiede infine, in piedi accanto al mio letto con un gomito puntato contro la parete.
“Bene, Cri”.
“Non ho detto niente a nessuno. Ho detto che ti eri sentita poco bene per via del jet-lag e di un piccolo eccesso d’alcol, e ti eri raccomandata di scusarti con tutti... Ah, dimenticavo: devi assolutamente andare a trovare la signora Lupi”.
“Grazie” rispondo con tono incolore.
In quella entra Annetta. “Si è svegliata?... Oh, Claudia, come mi sono preoccupata!” piagnucola con tono apprensivo correndo verso di me, eccetera eccetera. La rassicuro con grande sforzo.
“Christian è andato al forno a comprare dei biscotti” dice “Ora te li porto”.
“Grazie, ma...”
“No no no. Non ti muovere. Torno subito”.
“Io sono in giardino” taglia corto Christian “Se ti va, poi raggiungimi”.
Mi dà un buffetto sulla guancia, mi sorride con un certo calore ed esce dalla stanza col suo solito passo. Io aspetto che si sia allontanato, poi mi alzo, vado a mettere la cassetta dei Clan of Xymox e una volta tornata a letto mi concedo un pianterello.
Quando eravamo piccoli, i miei genitori facevano fare a me e Christian il bagno nella tinozza ogni mattina presto, all’aperto, anche in pieno inverno. Ricordo come se fosse ora il mio fastidio, il tanto temuto contatto con l’acqua fredda che detestavo e che cominciavo a temere fin da quando mi svegliavo, e che riuscivo a sopportare solo pensando alla colazione che avremmo fatto dopo, al caldo, nella grande cucina imbiancata che sta al piano terra del nostro casolare. Christian invece adorava quel contatto freddo di primo mattino, ed era proprio lui che mi convinceva ogni volta ad entrare nella vecchia tinozza di ghisa ammaccata, quando con una carezza, quando prendendomi per mano, ma il più delle volte semplicemente col suo sorriso fresco e indecifrabile già da allora- mai violentemente, comunque, con schizzi o i classici dispetti dei bambini. E sono certa che se continuai ad entrare in quella tinozza, ogni mattina da ottobre a maggio (d’estate ci spostavamo al fiume ed era tutta un'altra storia) per quasi dieci anni, fu unicamente per amor suo.
A questo penso adesso che, dai vetri opacizzati dal tempo della finestra di questa stanza che un tempo era la nostra, guardo Christian, in maglietta e jeans tagliati corti, aggirarsi in giardino impegnato in non so quale attività.
Certo mi rimarranno molti interrogativi su di lui, e probabilmente non li soddisferò mai.
Il primo è per me di importanza fondamentale: perché Christian si raffreddò di colpo, quella dolorosa notte di due anni fa, e mi disse di no? perché ero sua sorella? Forse no, in fondo non siamo fratelli ma fratellastri, e non credo che per la storia di una notte, o comunque in una situazione in cui la procreazione non sia contemplata, questo potrebbe causare dei problemi; o forse sì, perché lui possiede in fondo un certo rigore morale, e un rapporto con me potrebbe essergli sembrano un crimine, una cosa moralmente inaccettabile. O perché proprio non gli piaccio? Questo mi riesce difficile crederlo, ora che sono un po’ più grande e col senno del poi e dell’esperienza ricordo i suoi baci e mi sembra di cogliere, passando in rassegna tutti i suoi atteggiamenti passati, un’unica costante che li accomuni, ovvero un che di turbato e trattenuto nei miei confronti. Ma forse mi sto immaginando tutto e veramente non gli piaccio affatto, e quella notte è stata per lui solo un momento di debolezza. E se gli fossi piaciuta ma la sua natura indipendente e solitaria gli avesse impedito di iniziare una storia con me, come del resto con tutte le altre? Potrebbe essere, e se non sapessi ora di essere sua sorella, questa sarebbe l’ipotesi a cui darei più credito. Ma forse non lo voglio realmente sapere, preferisco non saperlo e rimanere nel dubbio: nel dubbio posso colorare i ricordi che ho di Christian delle tinte più varie, posso sfumarle, tratteggiarle, passarle a pieno pennello secondo l’umore del momento e scegliere ogni volta quelle che preferisco… In ogni caso, non credo che avrò mai il coraggio di chiederglielo.
E perché è venuto a Londra appositamente per riportarmi giù? perché glielo chiese il babbo? Ma mi ha detto che al babbo non ne fece parola finché non fu certo del mio rientro. Allora l’ha fatto di testa sua, e perché? perché gli mancavo? perché si era pentito di come mi aveva trattata? o semplicemente perché il babbo stava male e, secondo coscienza famigliare, riteneva suo dovere intervenire? E come faceva a sapere che ero ancora a Londra? Andò a caso, o s’informò? E come, da chi?... E una volta che fu lì, come cavolo fece a trovarmi in una metropoli come Londra? Questo forse glielo chiederei, ma per adesso preferisco non tornare sull’argomento.
E soprattutto, perché Christian, quando lo scoprì, non m’informò subito della verità, scegliendo invece di comportarsi come s’era comportato il babbo con lui? Io avevo quasi quindici anni, non ero più una bambina, e forse la verità mi avrebbe impedito di perdurare nella mia infantile cotta per lui. Perché, alla vigilia della mia partenza, mi consegnò la famigerata chiave, invece di dirmi chiaramente come stavano le cose? perché non mi vide interessata, perché non voleva influenzare in alcun modo la mia decisione di partire?...
Bah. Temo proprio che rimarrà sempre un mistero, per me, questo mio fratello. Del quale non potrò più permettermi d’essere innamorata... Comunque ho avuto questa singolare rivelazione non più di dieci ore fa e stavo per finire di nuovo con l’ago nel braccio, per cui per il momento... Basta.
Istintivamente Christian alza lo sguardo verso la finestra da cui lo sto spiando. Indietreggio automaticamente, ma è troppo tardi, ormai mi ha vista. E mi chiama: “Claudia!”
Dovrei prendermi una sbronza e non pensarci più. Ma dubito che servirebbe a qualcosa, visto che bevo ormai da anni, da quella famosa sera alla Capanna dello Zio Tom, e ancora non sono riuscita a togliermi Christian dalla testa.
Ma cosa sta facendo?... Ha tirato fuori la tinozza dal capanno degli attrezzi e traffica col tubo dell’acqua, poi prende una spugna insaponata e inizia a strofinarla con grande energia.
“Christian, ma che cazzo stai facendo?” gli strillo quando lo vedo risciacquarla e lasciarci infine il tubo a gorgogliare dentro.
“Vieni, Claudia!...” mi grida lui “Vieni a fare il bagno, niente colazione finché non ti fai il bagno!”
Chissà se almeno da solo ci entrerebbe ancora, là dentro? Be’, tanto sicuramente sta scherzando. E proprio mentre lo penso, lo vedo togliersi la maglietta e appoggiarla su una sedia, dopodichè si sfila anche i jeans e rimane in mutande. Trattengo a stento un urlo e scoppio a ridere.
“Insomma, vieni o no?” m’incalza lui e plof, entra nella tinozza piena. Non ci posso credere. Spengo lo stereo e corro giù. “Christian, ma cosa cazzo stai facendo?!” ripeto.
“Non lo vedi? Il bagno” risponde lui con la massima tranquillità. Sì, rimarrà sempre un mistero, per me, questo mio fratello. Il più grande. Comunque la mia curiosità di poco fa è stata soddisfatta: sì, c’entra ancora, nella tinozza, e ci sta pure bello comodo.
“Scusa, e il fiume?” gli chiedo.
“Sè, così mi allontanavo e rischiavo di ritrovarti poi spiaccicata nel vicolo di ieri sera in dubbie compagnie” risponde lui con un tono ironico di malcelato rimprovero. Arrossisco e chino la testa.
“Cri, lo sai che sei proprio grasso?” gli dico di rimando, sviando l’osservazione.
“Ma che, grasso io? Muscoloso, semmai. Certo, non sono uscito da Auschwitz come te, ma per chiamarmi grasso ce ne vuole...”
Io lo guardo scettica.
“Dài, entra” mi fa poi.
“Ehhh?... Ma che, scherzi? E dove mi metto poi? È già tanto che c’entri tu”.
“La sottovaluti, ’sta bagnarola. È fatta di un’ottima ghisa che in tutti questi anni non si è mai arrugginita né bucata”.
Seguito a guardarlo perplessa, quand’ecco che lui tace e mi rivolge un sorriso enigmatico, con gli occhi da gatto spalancati e verdi come smeraldo. Questo sorriso l’ho già visto, penso sorridendo a mia volta. L’ho visto addosso ad un bambino prima e a un ragazzino poi… È il sorriso che porto dentro da sempre. E come ipnotizzata lo assecondo anche stavolta e mi tolgo maglietta e calzoncini, rimanendo, senza più pudore adolescenziale ormai, in reggiseno e mutandine. Bianche.
Infilo un piede nell’acqua. “Brrr” faccio “È gelata! Hai intenzione di continuare a fare il masochista per sempre?”
“Sì, se continuerò a vivere con un impiastro come te. È estate, che cavolo, ti aspettavi forse l’acqua bollente?”
“Va be’, piantala di dire cazzate” gli dico in equilibrio precario, con un piede dentro e uno fuori dalla tinozza. “Dove mi metto?”
“Qui”. Apre le sue gambe muscolose liberando un piccolo spazio.
Cerco con fatica di sedermi in quel loculo acquoso. Mi rannicchio tra le sue gambe mentre lui mi cinge con le braccia, se non altro perché non sa dove metterle - due perfette sardine in scatola. La tinozza però è profonda e l’acqua ci arriva fin quasi alle spalle.
“Christian, pensa se arriva Annetta e ci vede così, nudi e a stretto contatto nella tinozza, sai che colpo le prende!... E il babbo...”
“Noo... Era solo tua madre che se la prendeva! Viviamo in un periodo di grande promiscuità sessuale... e poi, noi siamo...”
Volto la testa, per quanto posso, e lo guardo storto. “Non me lo ricordare, ti prego” sibilo. Lui non risponde e guarda divertito dinanzi a sé.
Ci sono fantasmi che ti aspettano... Ci sono periodi che ritornano... Ci sono persone che in fondo non si separano mai.
E c’è un sorriso che mi convincerà sempre ad entrare in una tinozza, penso rovesciando la testa all’indietro e appoggiandola sulla spalla di mio fratello Christian.