Eva Giulia P. ( Faith )

Stranizza d'Amuri (2001)

 

 

 

 

Man manu ca passunu i ionna

sta frevi mi trase 'nda l'ossa

Cu tuttu ca fora si mori

mi sentu stranizza d'amuri

 

Franco Battiato

 

 

 

 

 

 

 

 

 ALLE OTTO DEL mattino io e R. ci sediamo ai tavolini del bar accanto alla stazione di Siracusa, il sole di agosto è ormai alto e mette impudicamente a nudo sui nostri visi segnati tracce evidenti della notte insonne. R. tocca il posacenere con aria tesa, il ragazzo del bar si profila dinanzi a noi in uniforme abbagliante, R. mi guarda interrogativo.

“Cappuccino” dichiaro con voce stentorea.

“Due cappuccini” gli ordina R. distratto, poi torna a fissare su di me il suo sguardo di piombo fuso.

“Che facciamo?” mi domanda serio e scuro, sorvolando sull’ultima sillaba alla maniera dei siciliani.

“Non lo so” rispondo d’impulso, e sfilo una sigaretta dai resti del pacchetto notturno. Lui mi imita. Fa già caldo, i nostri gesti scoordinati sembrano un’ulteriore denuncia della notte bianca, vagamente dostoevskiana, che abbiamo trascorso insieme. La sigaretta mi cade e R. mi precede nel raccoglierla, mi fa accendere e accende la sua.

“Grazie. Volevo dire che sì, io lo saprei cosa fare, nel senso che io non ho problemi, sei tu che devi decidere”.

“Tu non hai problemi” ripete lui a voce alta, come valutando le mie parole una ad una e cercando di stabilire il senso che deve attribuirgli. E, come mi è già accaduto più volte da quando lo conosco, ancora una volta mi sento sotto giudizio.

“Sì, nel senso che io qui sono a mille chilometri da casa. Pochi sanno dove mi trovo e nessuno sa quello che mi è successo stanotte. Anche se io, a differenza tua, vorrei gridarlo a tutti” tengo a precisare.

“E chi ti dice che io non vorrei gridarlo a tutti?” mi interrompe lui, ora a sua volta sulla difensiva.

Lo guardo come per chiedergli perché ci conosciamo da poche ore e stiamo già cominciando ad attaccarci. Ma la risposta è così ovvia – stanchezza, tensione, paura e urgenza di una decisione – che taccio per un istante e, leggendo nei suoi occhi la medesima ansia, mi sembra già di amarlo.

Sto per dire qualcosa, quando il cameriere alto e secco e inamidato dallo sguardo torvo del padrone ci porta cappuccini e scontrino. Sì, c’è qualcosa di torbido qui in Sicilia, penso guardando R. che si ficca la sigaretta in bocca e tira fuori il portafogli per regolare in fretta il pagamento. Tutti i luoghi comuni su quest’isola, su questa splendida appendice che ci sentiamo addosso come una suggestione, sono perfettamente veri – il sole perenne, il senso del mare che incombe ovunque, una sorta di caldo torrido che sembra permeare ogni umore, ogni gusto, ogni fiato, gli odori dolciastri e forti... e questa gente incredibile, letteralmente una razza a parte, che comunica senza parlare, solo con gesti misurati e parole strette e sguardi così eloquenti ai quali senti di non poter ribattere in alcun modo altrettanto efficace, poiché non sai usare quel linguaggio – non come loro.

R. dà allo spilungone una banconota da cinquantamila lire, lui la afferra e corre alla cassa. Osservando questo rituale di gesti ho perso il filo del discorso, che era peraltro a un punto cruciale, per cui R. taglia sul nascere la mia ribattuta.

“E il tuo ragazzo?” mi domanda, ma senza aggredirmi “Cioè, tu ci stai così, tanto per stare?”

“Assolutamente no. Gli voglio un gran bene” rispondo incazzata, principalmente con me stessa perché non posso più affermare, come avrei fatto fino a ieri sera, che lo amo. Strappo il lembo della bustina di zucchero con mano incerta.

“E allora?” m’incalza “Se fossi stato io, il tuo ragazzo?…”

“Mi sembrava che ne avessimo già parlato. Come potevo immaginare?… Lo so cosa stai pensando, lo so come la pensate voi di qui, ma in casi come questo pure noi, non è che siamo diversi. Ma speravo che avessi capito che…”

Il cameriere torna e posa in fretta il resto sul tavolo. R. lo ignora; solleva la propria tazza, ma subito ci ripensa e la depone sul tavolo senza averne assaggiato il contenuto.

 “Ho la ragazza anch’io” dice senza riuscire a guardarmi.

 

 

 

 

 

 

 SO ORMAI FIN troppo bene come il beffardo gioco della memoria ricalchi sul tracciato del vissuto linee di ipersensibilità ed altre d’oblio che velano impulsi e occhiate recondite. Quello che non so è perché lo stia dicendo proprio ora, ora che di questa banale vicenda ricordo infine tutto e tutto con la stessa monocorde intensità.

So anche che questa vicenda, durata ore, non saprei dire quante, certo poche, scandita solo dargli archi di buio e dagli orari dei treni e dalle soste in certi alberghetti bianchi di calce, può essere richiamata alla mia memoria solo tramite immagini, flash istantanei come polaroid, anche più del solito a causa del sole che bruciava subito ogni fotogramma per passare al successivo; ed è unicamente così che la posso ricostruire, è così che cominciai a ricostruirla sull’ennesimo treno, in un dormiveglia più smarrito che doloroso, finalmente solitario.

 

 

L’albergo era decoroso, a una stella, “a una stella siciliana” diceva il mio amico Leo, una graziosa pensione di cui la cosa che mi piaceva di più erano, credo, le pareti delle stanze, dipinte di rosa antico. Quella sera, tornando all’ora della non-cena, trovammo al bancone della reception un ragazzo moro, dai lineamenti obliqui e gli sguardi brevi tipici dei siciliani, per nulla arruffato come i suoi conterranei, anzi, piuttosto fine e sottile.

La mia liscia cordialità di quelle ore si restrinse sotto l’impulso di qualcosa di magnetico; presi la chiave scivolando verso il quadro con mossa noncurante. Il magnetismo non era dovuto tanto alla sua bellezza quanto al suo modo inquieto di squadrarti per un istante col suo occhio di piombo liquido per riabbassarlo poi sul registro degli ospiti con un’indifferenza quasi offensiva. Mi era antipatico, nonostante non facesse niente per esserlo – già ci rivolgeva, pur palesemente rivolto a me sola, le consuete domande che fa un ragazzo a dei coetanei in visita nella sua città.

Ho lineamenti particolari, vagamente sudamericani dicono, che contrastano col chiarore della mia pelle e dei miei capelli, quest’anno ulteriormente schiariti da sole e decolorazioni. Sono magra e piatta, ma non segaligna. Comincio a pensare che dev’esserci qualcosa di morbido nelle mie movenze, qualcosa che smorza il mio sguardo severo e le mie smorfie spesso sgraziate: non si spiegherebbe, altrimenti, quella sensualità carnale e delicata che gli uomini continuano a vedere in me.

Leo cominciò a chiacchierare del più e del meno con l’affascinante receptionista; io gettavo tutt’intorno sguardi impazienti e intervenivo ogni tanto con commenti ambigui che fendevano l’aria e sembravano rimbombare nello sguardo dilagante del tipo. Poi tagliai corto e costrinsi Leo a salire su con me, avevo un panino e nessuna fame.

 

 

Doccia e aria statica che entrava dalla finestrella della nostra stanza, Leo cercava con grande impegno di piegarsi un maglietta, fino a quando si accorse che era sporca di caffè o gelato o entrambe le cose e la gettò in angolo bofonchiando una delle sue battute da gentiluomo. Nell’albergo erano tutti convinti che stessimo insieme e, quando negavamo, non eravamo ovviamente creduti da nessuno e venivamo giudicati ancor di più due sconsiderati in cerca di guai o qualcosa di peggio; noi ne ridevamo e poi, in camera, ci facevamo le comiche recitando la faccia di quello o quell’altro. Ma ora qualcosa era cambiato, ora mi seccava che il grand’uomo della reception potesse essersi fatto la medesima idea su di noi, su di me – mi seccava, pur sapendo perfettamente che la colpa era unicamente della loro mentalità e che noi non dovevamo certo rendere conto a nessuno.

Dopo il mio breve fastidio, a cui peraltro Leo non sembrava aver fatto caso essendo abituato ai miei sbalzi d’umore, recuperai il mio fumettistico humour, raccolsi la sua maglietta e la misi a bagno assieme alla biancheria reduce da una settimana di tortuoso campeggio.

“È inutile che ti ostini a comprarti queste magliette da fighetto, mio buon amico” gli dissi dal bagno “Tanto non rimorchi ugualmente. Rassègnati, non tutti possono avere il mio incredibile fascino”.

“Lo so, purtroppo” rispose lui assecondando il mio gioco, uno di quelli che ci univa da anni in una complicità invidiata da molti “Più che altro, non tutti hanno le tette e pure qualcos’altro”.

“Parla per il qualcos’altro” risposi proseguendo le attività casalinghe con la consueta energia che mi prendeva ogni volta che mi decidevo finalmente a sbrigarle “Perché per le tette, purtroppo per entrambi, sei certamente avvantaggiato rispetto a me”. Leo era alto e piazzato, un vero colosso.

“Ah, ah, ah. Nel frattempo che parli di ciò che non hai vedi se riesci a togliere quella macchia dalla maglia viola, che a ferragosto mi servirà”.

“Ci provo, ma non è facile, che hai fatto?... Questo non può essere il gelato di Messina. Poi mi dirai per cosa ti servirà” dissi, continuando a rimestare.

“Sì, forse te lo dirò”.

“Dammi una sigaretta”.

Me la porse e andai a prenderla, mi asciugai le mani e accendemmo insieme. Poi mi misi a tessere le lodi della bellezza, puramente estetica, dell’affascinante fanciullo della reception.

“È simpatico” osservò lui “Perché ne parli così?”

“Per te è simpatico chiunque, finché non ti fa qualche sgarro personale” dissi scaricando su di lui la malignità accumulata verso il tizio.

Del resto Leo si sapeva difendere, ma prima di tutto mi conosceva.

“Cos’è, hai paura che non ti degni delle sue attenzioni? Non ti preoccupare, nel giro delle prossime sei ore cadrà sicuramente ai tuoi piedi, come tutti”.

“Sì, per la puzza delle mie scarpe. Ah, ho un’altra vescica, sai? E comunque non potrei, non ho intenzione di tradire Giacomo”.

Le stanze d’albergo sono tutte uguali, e quando hai una doccia più o meno funzionante, un giaciglio che non sia un sacco a pelo, un perimetro levigato sul quale sistemare, inventariare e ordinare finalmente le tue cose ti dimentichi per un po’ dove ti trovi, in quale sobborgo del mondo stai cercando nuove percezioni e reazioni epidermiche: senti solo la soddisfazione di trovarti lontano da casa e il sollievo per le suddette attività, periodicamente indispensabili, di ordine, pulizia, archiviazione di una parte di viaggio prima di proseguire. Quando poi ti ritrovi nuovamente in strada, ciò che c’è fuori è così potente e inaspettato che quasi t’inghiotte – ed è bellissimo, una vertigine nuova ogni volta.

 

 

Strade strette del sud, l’isola storica di Ortigia era bella e salata e piena di terrecotte e sapori e anche i turisti erano poco pretenziosi, anche lì c’era la birreria più frequentata del luogo e dopo birre e chiacchierate coi nostri coetanei del sud, ma anche con vecchi pescatori abbruniti e nostalgici, ce ne tornammo per i viottoli di pietra dove c’era luce anche di notte.

Un tremito muto scuoteva la mia anima alcolica mentre suonavo al portone chiuso dell’albergo.

“Chi è?”

“Apri, Spennacchiotto”.

Era in boxer. I suoi capelli erano raccolti in un codino ordinato, ma non c’era traccia di sonno nei suoi occhi ancor più grandi, scuri e obliqui di come li ricordavo, se mai in quelle ore di mezzo li avessi ricordati.

Il mio sarcasmo ambiguo era ormai aperta, tagliente ironia. Gli equilibri instabili delle mie volontà erano ormai pura sfida, voluttuoso desiderio di conquista del tipo più basso, più gratuito, più vendicativo. Ma il tutto, in merito al mio incrollabile humour, assumeva tinte innocue, cameratesche, a tratti goffe, che celavano in parte la mia strana rivalsa senza però diminuirne l’efficacia. Lui fomentava questi miei eccessi immotivati. Era tanto tranquillo con Leo quanto provocatorio con me – o era una mia impressione? L’alcol e la stanchezza giocavano duro e mi sembrava proprio un’aperta partita nella quale ognuno rispondeva secondo il tiro dell’altro, ora respingendolo, ora difendendosi, ora contrattaccando con strategia e passione; e con l’alibi di una conversazione che andava avanti tra lui e Leo, il nostro sottile braccio di ferro andò avanti fino a tarda notte, acquisendo col passar delle ore persino qualcosa di dolce. Dolce come certi suoi sguardi scoperti ora, a tratti. Non mi piacevano, preferivo la partita. Ammutolivo e lui ricominciava a beccarmi. Moro, bello, tagliente. Mi tratteneva senza parlare, senza chiedermi di restare. Mi bastava che non sbadigliasse, che non si voltasse, che non mi scollasse quei suoi occhi neri di dosso. Ma io me ne andai lo stesso. Scivolai via – l’ultimo sorriso, subito mutato in una smorfia maligna, come una punizione gratuita.

 

 

Io e Leo dovevamo ripartire la sera dopo: lui si svegliò a fatica alle dieci e mezza, pronto a lasciare diligentemente la stanza. Io mi asciugai il sudore sulle lenzuola ruvide, liberai una ciocca di capelli ch’era rimasta impigliata nella catenina e soffocai una bestemmia.

“Leo, io non parto” dissi.

Com’era sua abitudine, non fece una piega. “Capisco che ieri abbiamo fatto tardi, e che a quest’ora per te è notte fonda” disse tossendo e cercando qualcosa per terra.

Presi le sigarette dal comodino, bevvi acqua tiepida dalla bottiglia, la sputai e ribevvi, cercai di raccogliermi i capelli con le mani. Questo modello di femminilità ero io appena sveglia.

“Non dovrei fumare appena sveglia” dissi.

“Lo dici tutte le mattine”.

“Ma io non sono sveglia”.

“Be’, allora fuma”.

Eseguii: il faticoso movimento dei bronchi m’impediva di riaddormentarmi.

“Leo, io resto qui. Perché mai dovrei tornare, a metà agosto, proprio quando la gente parte per le vacanze? Tu a Ferragosto hai il turno in pizzeria, anche se potresti fartelo spostare, ma è una tua scelta. Io ho solo quindici giorni di ferie e sono appena a metà: perché dovrei tornare ora?”

“Per Giacomo. Ci rimarrà male”.

“Giacomo lavora tutta la settimana. E io ho tutto l’inverno per vederlo”.

“E lui avrà tutto l’inverno, per vedere te?”

“Certo. Se vorrà”.

“Senti, Christina, non c’entrerà mica il nostro fascinoso portiere di notte in questa tua improvvisa decisione?” mi chiese tra lo sbrigativo e l’ironico.

“Sì, ci manca solo questo! Quel maschilista montato... non so nemmeno come si chiama. Non è stata una decisione improvvisa, già ieri ci stavo pensando, ma non ero sicura”.

Leo sospirò, mise nello zaino la maglietta che gli avevo lavato e piegato la notte prima.

“Io vado a fare il biglietto. Di un po’, ce la fai a stare tra un’ora al bar del Pantheon o mi lasci solo proprio l’ultimo giorno?”

 

 

La notte seguente R. si scopriva dinanzi a me, dolce e incerto – mi raccontava le sue blande esperienze con le droghe, l’incertezza del suo lavoro, nella penombra televisiva della hall. Ci dicemmo finalmente i nostri nomi e le nostre età – di più, ci scambiammo i documenti ridendo. Era nato nel mio stesso anno, l’avrei detto più giovane.

Andai al bar del Foro a comprare birra e sigarette per entrambi – per entrambi, come vecchi amici, come compagni d’università. Davanti a me non c’era più la vertigine delle sue brevità, delle sue contrastanti durate di sillabe e di sguardi, della sua bellezza scontata; c’era un ragazzo della mia età che, come da sputtanata trama di un Harmony da spiaggia, mi sembrava molto meno stupido di come avevo creduto, per niente fatuo e ancor meno consapevole del proprio fascino. Rimanemmo lì, sprofondati nelle poltrone della hall deserta a fumare e parlare per ore, mentre le ombre della notte si accorciavano. Nessun tipo di rumore esterno veniva a grattare lo smalto ovattato del nostro quadro – erano le ore durante le quali chi doveva rientrare era rientrato, e chi doveva partire l’indomani era ancora ben lungi dal farlo.

Non avevo ancora una percezione precisa di tutto ciò che stavo pensando e provando e di quello che avrei voluto, percezione che mi sarebbe stata fin troppo chiara, come sempre accade, solo in seguito; sentivo solo vago, a tratti, quando R. taceva per un istante di troppo, un vago, puerile dispiacere per la piega tranquilla presa dalla situazione, dal nostro rapporto – piega rilassante, troppo consolante rispetto alla pericolosa tensione della sera prima... troppo meno elettrizzante.

Ma poi, scivolando sempre più nelle confidenze come trasportati da un’onda morbida, me lo disse, con apparente spontaneità, quasi senza esitazione, come seguendo il corso naturale del discorso, appena un che di fiero e d’intimorito nei suoi occhi dilatati dal buio, ed io non avrei mai saputo se l’avesse programmato, non mi sarebbe mai venuto in mente di chiederglielo – me lo disse, che gli piacevo molto, che l’avevo colpito fin da subito, che aveva sentito una complicità muta con me, che s’era arrovellato per cercare di stabilire se fosse vero o meno che non stavo con Leo. Tacque di colpo e mi chiese cosa ne pensassi.

Mi accesi una sigaretta, la decima credo – per qualche istante non ebbi più voglia di niente, solo di andarmene a dormire, un moto di trionfo e di stanchezza insieme mi parvero aver messo fine alla partita che avevo infine vinto. Non durò che un attimo – non so perché rividi Leo, la sera prima, la sera stessa, nell’atto di salire sul treno dopo avermi abbracciata, e mi sentii invadere da una gioia inaspettata.

“Christina” disse R. con un che di trattenuto nella parlata immobile “Dimmi che ne pensi. Dimmi quello che ti pare, ma dì qualcosa”.

Sorrisi incredula. Gli dissi quello che sentivo e che voleva sentirsi dire, ma lui con mia sorpresa continuò a tacere e a guardare alternativamente me e un angolo della sala buia, e il citofono interno suonò, non capii subito, qualcuno stava per scendere, si alzò malvolentieri e tornò dietro al bancone. Dalla mia poltrona invisibile vidi una coppia bianchissima e biondissima che salutava e usciva, aria assonnata e zaino da campeggio simile al mio. Il portone si richiuse alle loro spalle ed io raggiunsi R. in reception. Continuò a non dire una parola e a fissarmi seriamente – poi d’un tratto mi prese e mi baciò, appena un mio fiato immemore smorzato dalle sue labbra prima che potessi accorgermene, sotto alla cruda luce del neon della reception sentivo gli spigoli del suo corpo magro contro i miei e mi stupivo dell’armonia del contatto. Era molto alto, era caldo e violento come tutti gli uomini che avevo amato ma anche così sentivo il suo orgoglio, e mi colpiva il contatto con un uomo che non fosse Giacomo, mi colpiva la novità come ogni volta mi aveva colpita un corpo nuovo, lo straniante miracolo di un corpo nuovo che mi ero ritrovata fra le braccia. Sentivo l’eccitazione del contatto secco e del piombo liquido del suo sguardo che immaginavo attraverso le palpebre chiuse, inibiva il senso che avrei voluto fermare – il senso delle mie mani trattenute, di qualcosa di struggente che mi sembrava di cogliere sotto la cruda passione, del neon che raffreddava invano pelle e umori.

Mi strinse, ci stringemmo – ma non riuscivo ad afferrarlo, a tenerlo, a fondermi col suo corpo sconosciuto come un vestito nuovo che non hai ancora fatto aderire al tuo corpo, come uno strumento la cui risposta al tuo tocco non conosci ancora.

“Un bacio in una reception” dissi “Questa proprio mi mancava”.

“Dovevo farlo: è qui che ci siamo conosciuti”.

“Ehi. Hai poco da fare il sentimentale, non sono tipo che si perde per un bacio” dissi, e feci per salire.

“Aspetta” disse lui e si guardò intorno, alla ricerca di qualche fulminea trovata che non fosse rimasta intrappolata nelle ombre della notte.

Lo vedevo dall’alto di mezza tromba di scale; rimase pensieroso per non più di cinque secondi.

La sera stessa partimmo insieme per Taormina, dove un suo amico avrebbe fatto in modo di trovarci una stanza per la vigilia di Ferragosto.


 

 

 

 

 

 

IL FRASTUONO assordante entra largo in singhiozzi di rotaie, conati di vento, stridori di freni, fischi lunghi di chilometri divorati. Il rumore che m’è sempre piaciuto ora è solo il fastidioso prezzo da pagare per lo spurgo più rapido di fumo, sudore, tossi catramose e deodoranti scaduti.

Ci guardiamo in uno sconforto corale. Alex si volta verso il rettangolo del finestrino e si accende una Diana rossa; Costantino schiude i suoi occhi verdi in una fessura addormentata. Il ragazzo accanto a lui gira la pagina del suo Topolino. Sono tutti diretti a Roma, almeno Alex, Costantino e il loro amico che è in corridoio, affacciato al finestrino a bersi tutto il vento della ferrovia ionica che fugge sotto i suoi occhi stretti.

Ho i capelli legati in una crocchia di sale, sudore e salsedine che non avrebbe nemmeno bisogno del laccetto per restarmi appuntata alla nuca. Gli occhi mi bruciano e li strizzo, non mi va di alzarmi a prendere il collirio nonostante lo sappia a portata di mano. Ho un piede indolenzito, lo stendo sul sedile di fronte, accanto al sacchetto vuoto del panino che l’amico di Alex ha appena finito. R., accanto a me, tira fuori le sue Merit e ne offre una a me, una ad Alex, una a Costantino che rifiuta, infine ne prende una lui. Altoparlanti, brusìo, fiammelle bluastre, volgarità innocue di un gruppo di napoletani sparsi in corridoio, una signora chiede permesso. Pronto al primo binario. Folata di vento ferroso. Borbottio masticato dell’amico di Alex. Black Out temporaneo nello scompartimento e nessuna voglia di commentare. Sbattito forte di una portiera. Imprecazioni in siciliano. Luce. Alex fuma. Sguardo fiero e indecifrabile di R., dilaga nelle mie pupille dilatate, più serio che mai.

Abbiamo preso l’Espresso per Roma Termini, decisi a scendere a Taormina. Io ero indecisa fra Taormina e Catania, ma R. non sopporta quest’ultima in nome, mi ha spiegato, dell’atavica rivalità tra le città di Catania e Siracusa. Questo vagone, forse l’unico non prenotato, è già affollato e gonfio di umori e sudore di un lungo pomeriggio di preparativi; ho lasciato che R. mi precedesse entrando nello scompartimento e ho guardato la maglietta bianca stagliata sulla sua magrezza, la sua pelle fin troppo chiara per un siciliano, i suoi muscoli fragili e tesi sotto pesi immaginari.

“Va bene qui?” mi ha chiesto voltandosi verso di me, con quegli eccessi di apprensione verso la sua donna che molto, penso, devono venirgli da resti di un retaggio culturale per me stupefacente.

“Certo che va bene, se ci sono due posti”.

“Sono in tre”.

“Quattr” ha corretto uno.

“Va benissimo” ho detto a R. “Fra l’altro dobbiamo fare solo due ore, giusto? Ma tu non sarai un po’ troppo bianchiccio per essere uno che vive a Siracusa?”

“Colpa del lavoro che faccio” ha risposto seriamente “E dei turni di notte di questo periodo”.

I ragazzi sembravano più piccoli di noi, a parte il tipo col Topolino in mano: ma del resto anche R. m’era sembrato più giovane, e continuava a sembrarmi tale, sicuramente più inesperto di me. Intimiditi dal fatto che fossimo una coppia non cercarono confidenza, ma poi, notando la mia socievolezza spontanea e avvolgente, ci fecero le domande di rito. Forse, essendo siciliani anche loro, avevano capito ciò che a me era inizialmente sfuggito, cioè che lo sguardo grave di R. tradiva più insicurezza che minaccia. R. mi aveva comunque raccomandato di non far parola a nessuno della nostra incerta situazione, di non parlare proprio affatto di noi, ed io rispettai tranquillamente la sua richiesta: quando ci chiesero se stessimo andando in vacanza, risposi brevemente di sì. R. chinò il capo e spalancò impercettibilmente gli occhi.

Quand’ero bambina avevo una passione discordante per i giornaletti di teenagers che leggeva mia sorella, maggiore di me di sette anni, e leggevo, convinta di comprenderli appieno, articoli su storielle di amori adolescenziali e casi di amicizie tradite, ingurgitavo rubriche colme di consigli e di buoni sentimenti. Quel mondo molto fashion e socialmente in auge mi attirava, visti i miei pochi anni, ma, pur nell’inconscia fascinazione dei colori fluo e della grafica accattivante, sentivo che non era quella l’adolescenza che avrei vissuto, la vita che avrei scelto per i decenni a venire; quello che sognavo era altro, qualcosa che non compariva sulle riviste o perlomeno non su quelle che circolavano nel mio ristretto contesto, qualcosa di indefinibile e saturo solo di sensi astratti, di molteplicità non riassumibili, di penombre descrivibili a fatica – e allora, nella vaghezza dei miei sguardi infantili, mi bastava scorgere comitive di ragazzi grandi rifugiati nei bar a gennaio o attorno ai juke-box estivi degli anni ’80 per sapere che da grande avrei frequentato i locali bui e fumosi dove si beve, si ascolta musica che trafigge e si conoscono i ragazzi. Non mi chiedevo come nascevano i bambini, mi chiedevo come avrei fatto a imparare a ballare e se i miei genitori sarebbero stati severi o permissivi. Per i bimbi non esistono vie di mezzo, le persone sono buone o cattive; la mamma è buona se ti compra la Casa di Barbie, è cattiva se non ti manda alla festicciola di Roberta; e così il signore del piano di sotto, la portinaia, il figlio del panettiere, in una percezione assoluta, inderogabile delle cose, delle risposte, dei divieti, dei colori. Io sapevo che avrei odiato i bambini-ragazzi se avessero cercato di fare subito quella cosa. Dieci anni dopo sapevo che li avrei odiati se non l’avessero voluta fare, perché avrebbe voluto dire che ai loro occhi, ai loro sensi, quindi agli occhi e ai sensi del mondo, non ero abbastanza desiderabile.

Sono in viaggio con R. che, a parte baciarmi, non mi ha toccata con un dito, in nome del suo rispetto o insicurezza o chissà quale logica d’onore che a me, giovane donna centro-settentrionale, sfugge quasi in toto; e mi sembra sia la cosa più normale del mondo, non cerco legittimazioni del mio fascino o pretesti del tipo ‘non è successo niente perché eravamo nell’albergo’, non cerco nulla, perché tutto è accanto a me.

“R.” gli faccio a bassa voce “Per te, com’è?...”

Lui dormicchia appoggiato alla mia spalla, il suo peso è senza peso. Dischiude gli occhi gonfi e arrossati.

“Com’è cosa?” sussurra.

“Mah... non so. Cosa volevi... cosa pensavi delle ragazze, delle bambine, quand’eri piccolo... No, è una domanda troppo impegnativa. Cosa vuoi... cosa vuoi adesso?...”

Mi sfiora una guancia con la mano tiepida di sonno.

“Averti conosciuto... Sono stanco e stupido, ma in questo momento penso che... che non stavo così bene da... che non sono mai stato così bene... che ho sempre aspettato che arrivassi tu a portarmi via”.

“Ma io non ti sto portando via. Siamo in Sicilia”.

“Mi stai portando via con te... Sei così bella e così vera, così grande...”

Non posso rispondere. Fisso un punto davanti a me, un punto occupato da Costantino che dorme fondo, e non oso accendermi una sigaretta.

 

 

Le ultime parole quando ci siamo alzati dal tavolino del bar accanto alla stazione, stamattina. Il cappuccino era stato amaro, la sigaretta intollerabile. La tentazione di prendere il primo treno per Roma e da lì tornare a Leo, a Giacomo, alle sicurezze che solo un’ora prima mi stavano strette.

Ma R. era lì, non ero sola col pc dello studio del notaio, né con Giacomo che, spesso, sembrava agire come un pc. C’era il suo sguardo antico e mediterraneo, solido come un impegno viscerale.

“Ora vado a casa” aveva detto guardandomi come se mi odiasse “a prendere un po’ di cose e a raccontare cazzate a chi di dovere. Non so come fare col proprietario dell’albergo. Vedrò... E tu? Ti lascio un po’ di soldi. Ma dove vai?”

Avevo stretto i denti, subito sulla difensiva. Liquidazioni, avevo pensato con ferocia.

“Al mare. Non ho bisogno di soldi”.

“Te li do lo stesso”.

“R., non mi servono i tuoi soldi... Mi serve di sapere come posso rintracciarti in caso di necessità”.

Mi aveva lasciato il suo numero di casa, da usare solo in caso di estrema urgenza, trentamila lire e l’appuntamento alle otto in stazione.

“Ti rendi conto” avevo detto, “Abbiamo ventisette anni e ci comportiamo come se ne avessimo dieci di meno”.

Mi aveva guardata severo, non sapevo se perché non capisse quello che dicevo o perché, al contrario, capiva fin troppo e approvava.

“È vero” aveva detto infine “È che...”

Non aveva finito la frase, mi aveva abbracciata ansioso. “Presto. Dio, che casino. Non posso crederci”. Sorrideva elettrizzato. Per così poco. Poi ci siamo voltati e ce ne siamo andati ognuno per conto proprio, e appena svoltato il primo angolo ho pensato che avrei potuto benissimo essermi sognata tutto.

Ho passato tutta la giornata al Lido M., in un dormiveglia ansioso fuori dal mondo e da qualunque canone di una metà d’agosto standard. Una nota radio commerciale, trasmessa da altoparlanti da stabilimento, gracchiava slogan e massime e ritornelli del momento. Ho mangiato sfoglie che costavano il doppio di quelle del Foro. Ho dovuto tenere il telefonino acceso perché stasera sul treno sarebbe stato persino più rischioso. Giacomo non ha chiamato, mi ha mandato sms ai quali ho risposto in modo efficace e convincente, e la mia spontaneità nel fingere mi ha quasi spaventata: io non mento mai.

Ho passato tutta la giornata nel timore soffocato – sonno o dignità – che R. cambiasse idea, che il suo fragile coraggio si sgretolasse a contatto con le difficoltà pratiche, ma in quel caso avrei deciso al momento cosa fare. L’idea che mi avesse puramente, biecamente presa in giro non mi sembrava invece credibile, mancavano le motivazioni, gli scopi, l’essenza.

R. non ha cambiato idea. Alle otto e cinque era in un angolo dell’androne della stazione, lungo e sbiadito da un neon più dispersivo di quello della reception. Abbiamo preso un caffè al bar senza quasi guardarci in faccia. Il treno era già pronto e vi siamo saliti, non eravamo i primi, e poi d’un tratto, un brivido e un sorriso e la voglia repressa di abbracciarci in mezzo al viavai.

 

 

Catania. La città di Franco Battiato e un mare di visi, di smorfie compresse, come un documentario cinico, di regista esordiente. Il mio dormiveglia neonato viene scosso nel profondo, nel respiro.

Ancora famiglie e famiglie, ancora stanche e accaldate, ancora rumorose e apparentemente povere, ancora con bambini e ancora vocianti in dialetti a me ignoti. Ancora donne grasse malamente coperte da vestiti dozzinali, impudicamente evidenziate da colori pacchiani, ornate da bigiotteria grossolana. Ancora uomini baffuti, cotti dal sole, asciutti nel fisico e nella parola come per compensare l’esuberante abbondanza delle loro mogli. Ancora bambini bellissimi che appena aprono bocca tradiscono le loro origini e il loro sangue, l’astuzia innata e l’orgoglio fatale che tra qualche anno li renderà identici ai loro padri scuri che adesso li sorvegliano in piedi accanto alle portiere di metallo; e il mio sguardo assonnato quanto attento che va da loro a quello altrettanto assonnato e attento di R., R. scuro e non arruffato, ma siracusano, che mi ha presa sotto la sua protezione prima ancora di toccarmi, come per l’eco di una promessa senza suono, ma che forse su quest’isola echeggia ancora, e il treno riparte, carico di donne e di promesse antiche, quelle non mantenute, storie di dolore e tradimenti, il treno va, oltre le nostre palpebre stanche, oltre Catania.

 

 

Poi c’è un altro rumore, imprevisto, aggressivo come una stilettata nella densa opacità del sonno.

“Paniiini” recita una voce stridula, automatica come un lettore cd programmato “Caffè, bibite, birra”. Dlin dlon.

Mi accorgo d’essermi addormentata profondamente. I miei arti sono di piombo fuso, non sento più la ferraglia trascinata che prima m’aveva esasperata, ma bastano pochi confusi istanti perché il frastuono torni a sobbalzare nelle mie orecchie.

Sono accoccolata addosso a R. in maniera quasi invadente. Strano, io non dormo mai addosso a qualcuno, il sonno è proprio il momento in cui, di norma, spingo all’estremo la mia indipendenza inconscia. Sono avvolta alla meno peggio nella mia felpa bianca, ombrata di cenere e screzi notturni. Fa freddo, ora. Freddo e smarrimento improvvisi. Panini, caffè, bibite. Anche R. sembra dormire. Nella penombra distinguo passivamente la sagoma immobile di Costantino, davanti a noi, e ci metto ancora un po’ per realizzare che l’ostacolo spugnoso che i miei piedi toccano sono i calzettoni bianchi che indossa. Un walkman gracchia musica isterica di cui distinguo solo i colpi di batteria – questo dev’essere Alex. Acqua, birra, caffè. Dlin-dlon.

E Taormina? mi chiedo in un angolo di coscienza. L’abbiamo passata? Dovrei svegliare R., dovrei svegliarlo.

Ma non lo farò. La voluttà del sonno è di una dolcezza estenuante, più forte di quella del cappuccino sintetico che non so che darei per prendermi, che vorrei aver già preso per serbarne il sapore sulla lingua e fonderlo col dolce smarrimento del torpore, del ritmo monotono del treno, del corpo spigoloso di R. che giace rannicchiato contro il mio in un’incoscienza senza nome. O con mille nomi.

Resto immobile. I fiati notturni sono coperti di polvere e oscurati dal frastuono delle rotaie. L’omino delle bibite non si sente più. Forse Alex sta ascoltando qualcosa tipo AC/DC o simili. Forse sta dormendo anche lui e sogna se stesso nei panni del chitarrista degli Iron Maiden o fantomatiche avventure sotto al cielo notturno della Capitale. Aggiusto appena la posizione. Chissà come mi andava, a vent’anni, di truccarmi anche in viaggio e di lasciare puntualmente il tutto sulla gomma impregnata dei sedili, sui cuscini sconnessi delle pensioni, nei miei pori già otturati da fumo e smog.

Nonostante lo stupore della mia improvvisa arrendevolezza notturna, mi stringo ancora un po’ di più a R.. Freddo e smarrimento e dolcezza e niente più panini bibite caffè, solo due teste l’una contro l’altra complici in un’incoscienza senza nome, o con mille nomi diversi e sconosciuti.

 

 

“Christina” Una voce misteriosa entra in un soffio nella mia incoscienza “Bella, svegliati” mi sussurra R., e mi mette una mano sulla spalla scuotendomi leggermente.

Apro gli occhi a fatica, con fastidio. Stavolta avevo dimenticato tutto, R., Siracusa, Taormina, questo loculo sporco. Stavo sognando, non saprei dire cosa, qualcosa di lontanissimo; l’accento siculo di R. e il contatto con la gomma lurida del sedile aggredisce con violenza la mia parte più innocente. Guardo R. con evidente sofferenza, i suoi occhi grandi e lucidi fanno sgorgare un fiotto d’amore che mi sveglia immediatamente.

“Siamo arrivati. A Taormina, no? È la prossima” mi dice sciogliendosi dall’allaccio, con delicatezza, per non traumatizzarmi.

“Com’è possibile? Quanto tempo è passato?”

Mi sembra d’avere minuscole e insidiose schegge di vetro sotto le palpebre, trattengo a stento l’impulso di strofinarmi gli occhi.

“Sono le undici meno dieci”.

“Possibile? Mi sembra d’aver dormito per ore”.

“Sempre così, quando si dorme. Una volta... Be’, te lo racconto dopo” fa alzandosi e cercando di mettere a posto il proprio sedile.

“È passato il tizio delle bevande” gli dico, senza apparente filo logico.

“Be’, sì, sale a Catania”.

Mi aiuta ad alzarmi e tira giù il mio zaino dall’affollatissimo vano. Lo guardo con gratitudine, io non ci sarei riuscita, ora. Piuttosto sarei arrivata a Roma Termini anch’io.

“Ehi” dice qualcuno dei nostri compagni di viaggio “Arrivati?”

“Pare di sì” rispondo, cercando d’individuare il proprietario della voce.

“Accendete, non si vede una minchia”.

È Alex.

Al diavolo i convenevoli. “R., accendi un attimo”.

R. esegue, traumatizzando tutti e regalandomi l’ultimo quadro completo della situazione.

Alex è seduto, piedi allungati sull’ex posto di R., walkman spento e testa sulle vibrazioni del finestrino – un vero elettroencefalogramma di viaggio, per la miseria. Il tipo del Topolino dorme, seduto e composto, con le avventure di Paperinik spiegate sulle ginocchia, apparentemente indisturbato. Costantino, fessura d’occhi e smorfia statica, jeans logori e calzini bianchi, strofina i capelli chiari contro il sudore del sedile, mi fa tenerezza, i continui bruschi risvegli che gli infliggiamo m’ispirano qualcosa che non è dispiacere e non è soggezione, vorrei offrirgli una sigaretta, ma in questo momento mi manderebbe a quel paese – una sigaretta non è un risarcimento adeguato per un neon sparato nel mezzo di sogni lunghi chilometri.

“Peccato che scendete” borbotta Alex “Appena se ne accorgeranno, un sacco di rompicoglioni là fuori verranno a litigarsi i vostri due posti”.

Sorrido e mi ricordo che c’è effettivamente un sesto nella carrozza, un passeggero fantasma che finora è stato a sbronzarsi con il vento, trascinato per chilometri, di questo tratto di costa ionica.

“Ciao ragazzi, buon viaggio” diciamo io e R.

“Buon viaggio a voi” risponde Alex con un cenno della mano. Il suo disneyano dirimpettaio dischiude appena gli occhi, Costantino ha un breve lampo nella fessura d’occhi e mi dice qualcosa che non capisco.

“Eh?” faccio chinandomi su di lui.

“...sigaretta?”

“Eh? Ah, sì”.

Gliene do due, se ne infila una in bocca e mi guarda con una cert’aria strana. Lo faccio accendere. Allunga l’altra ad Alex, mi ringrazia e chiude gli occhi.

Coincidenze strane, a volte.

In corridoio c’è il loro amico, il passeggero fantasma. Ha una lattina di Heineken in mano e si regge su un piede solo, come le gru. Dev’essere stato in piedi per tutto il tempo. Io e R. ci facciamo largo attraverso una folla sfatta e ciondolante che adesso, come ha detto Alex, andrà a litigarsi i due posti insperati, e in quella il treno ferma. R. affretta lo slalom umano.

Taormina Giardini recita il cartello blu oltremare delle FS. Sgattaioliamo giù per i tre ripidi scalini di ferro e finalmente possiamo prendere fiato, calma, aria aperta e terra e notte ampia.

“Dobbiamo sbrigarci” mi fa R. stanco e provato, più magro del solito “Dovrebbe esserci adesso l’ultimo pullman per Taormina”.

“Per Taormina? Ma scusa, qui dove siamo?”

“A Taormina Giardini, ovvero, là ci sta Taormina e di là i Giardini di Naxos” mi spiega lui muovendo le sue lunghe braccia in direzioni immaginarie, come un vigile scomposto.

Non ho capito, ma non importa. Mi prende la mano e mi trascina verso la fermata del bus, appena fuori la stazione, avrei urgente bisogno di un caffè o di una brioche o, meglio ancora, di entrambi. Non so se comunicargli prima la mia necessità o chiedergli nuove spiegazioni in merito alla topografia di Taormina, ma lui d’un tratto mi abbraccia, stretto accanto a me, mi punta addosso i suoi occhi di opale lucido e mi bacia prima su una guancia, poi sulle labbra.

 

 

 

 

 

 

 

TAORMINA È UN paese dei balocchi stile Riccione, le eccezionali bellezze naturali sono state offuscate, più che valorizzate, dall’interminabile sequela di gelaterie e bottegucce di finto artigianato e insegne vomitanti neon e pizzerie sul mare, ristoranti sulla terrazza, club-privé sulla riviera, disco-bar sui pendii e così via – mi sembra tutto piuttosto offensivo, quasi un insulto alla storia, un inno al commercio invece che al fascino naturale, anche se una parte di me non può evitare di voltarsi ammirata verso le file di sandali e le trafile di anforette e ceramiche disposte accanto agli unguenti antizanzare.

R. guarda avanti a sé e guarda me aspettandosi probabilmente un mio commento. Sorrido lievemente, lo guardo a mia volta, lui mi abbraccia e mi stringe senza stringermi, con cautela, come fossi un oggetto fragile.

“Vuoi mangiare? O bere?”

“Tutt’e due” rispondo “Non so. Non mi va di inchiodarmi in un ristorante, ma nemmeno di camminare. Dio, che mal di piedi... ma, del resto, è forse tardi per un ristorante...”

“Non qui, qui non è mai tardi, non siamo mica a Siracusa! Semmai i prezzi, mi dirai, non sono quelli di Siracusa, e questo non è un bene. Non hai fame?”

“Sì, sto morendo. E anche di sete, di tutto. E tu?”

“Anch’io”.

“Allora facciamo così. Qui la fanno, la pizza da portar via?”

Mi guarda come se non capisse, non so se perché sia stupida l’idea della pizza da portar via o il dubbio che qui non la facciano.

Davanti a una trattoria dall’aria un po’ più abbordabile aspettiamo un quarto d’ora di mezzi sguardi e stanchezza dolce, poi ci dirigiamo verso la piazzetta dei taxi con due Margherite che scottano il cartone.

“Scommetto che a Siracusa ce le avrebbero fatte più grandi” commento ridendo.

“Sicuramente ce le avrebbero fatte pagare di meno”.

Le uniche due panchine sono occupate da signore con bambini e una coppietta di adolescenti, ci sediamo sul gradino dell’aiuola decorato da bottiglie di Peroni vuote. Addentiamo le pizze con gli sguardi persi nel buio della Taormina storica che s’intravede tra un pub e una strada in salita, la mozzarella bollente fila, ci guardiamo con gli occhi accesi e il formaggio in bocca, ridiamo.

Fa caldo. Fa sempre caldo, a qualunque ora, un caldo umido che ti toglie il respiro, sento il sudore colarmi sulla fronte e sugli zigomi, incollarmi alla nuca i capelli legati – non lo tollero, dovrò ricordarmene quest’inverno quando avrò voglia di lamentarmi per il freddo. R. dev’esserci abituato, ma anche lui ha un’aria piuttosto affaticata, del resto l’accaduto delle ultime ventiquattr’ore è stato a dir poco destabilizzante. Gli prendo la mano libera e lui mi guarda indagatore, quasi minaccioso.

Ventiquattr’ore fa non ero ancora rientrata in albergo.

Ventiquattr’ore fa eravamo ancora in tempo, penso.

E glielo dico.

“Sto meglio adesso” risponde lui con un’alzata di spalle e un sorriso semplice, addentando la crosta bruciata.

 

 

Non ho amiche donne. Non mi ci trovo, non capisco i loro atteggiamenti, e loro non capiscono i miei – quel che è certo è che condannano la mia libertà e invidiano il mio successo con gli uomini. Loro chiamano successo anche situazioni come questa, dall’esito incerto e probabilmente doloroso, anche l’inaspettato colpo di fulmine con un portiere di notte bello e inquietante e la partenza non programmata per altri lidi, tradendo fiducia e fidanzato e andando incontro a catastrofe certa; quel che conta per loro è avere il coraggio di farlo, di rischiare di perdere tutto, di prendere un treno squallido in piena notte senza certezze, trucco e parrucco.

L’importante è avere il coraggio di farlo, che io ho avuto e loro no. Se poi il portiere di notte mi spezzerà il cuore, se mi lascerà sulla via per Ragusa distruggendo sul più bello quella che m’era sembrata una storia bella come un cd, se mi ritroverò con le mie illusioni infrante e le mie gambe magre e chiuse, sola su un’isola tanto bella quanto crudele, non conterà nulla per loro – quello che conta è che io ho avuto l’illusione, perché ho avuto il coraggio, e loro pagherebbero, e molto, per stare al posto che alla fine mi avrà fatta soffrire.

 

 

Bevo rum e batida di cocco, io e R. abbiamo ricominciato a parlare come ieri notte anzi, molto meglio, finalmente liberi da clienti dietro gli angoli, senza video musicali a trasmetterci nelle vene la vita che c’era fuori dalle pareti di quell’albergo e che era a noi in quel momento inaccessibile; attorno c’è un viavai mostruoso di turisti chiassosi e persone ognuna con la loro storia e un loro desiderio e progetto per stanotte e una miriade di dialetti e lingue straniere, sento l’inglese mescolato al caldo delle notti siciliane e tutto non è che un remoto sottofondo alle confessioni che io e R. abbiamo iniziato a farci. Dalle sette e mezza di stasera, quando l’ansia vera e propria ha cominciato ad avviluppare ogni mio singolo organo, ho spento il telefonino e l’ho riposto in una tasca interna dello zaino da viaggio. Qui potrei riaccenderlo, in caso di chiamate di Giacomo potrei fingere e sviare e dire qualunque cosa, ma non voglio seccature – non voglio stonature, non voglio che elementi esterni sconfinino nel quadro perfetto nel quale, in questo momento, qualche illuminato pittore mi ha dipinta con R. – tanto più che, a quest’ora, Giacomo avrà saputo del rientro di Leo e avrà certo qualcosa da chiedermi.

Io e R. parliamo bene e tanto, non riusciamo a finire un argomento per tutte le diramazioni che ci nascono da ogni spunto di esso, ci mangiamo le parole di bocca per l’ansia senz’ansia di comunicare all’altro tutto quello che ci viene in mente; e così andiamo avanti senza affettazione, con sorrisi colmi e partecipi, in questo giardino di un pub che vogliono definire irish.

Piante umide sfiorano la mia pelle nuda; il ghiaccio nel bicchiere smorza un po’ il rum e lo sguardo di R.; ne prendo un altro. R. mi parla come se fossi un’amica, mi tocca come se fossi l’unico oggetto del suo desiderio e mi guarda come se temesse di soffrire e di farmi soffrire – paura, desiderio, caldo e ancora paura, un mix che in parte sento anche mio e che tutto il ghiaccio di Taormina non basterebbe a smorzare. R. sta provando a parlarmi dei suoi problemi col sesso, dice che non riesce ad apprezzarlo del tutto, che non riesce a lasciarsi andare, oppure lo fa troppo e si sente troppo preso ed è persino peggio... o... ma tanto è peggio comunque... I suoi occhi obliqui scivolano ancor di più.

“Parli come un ragazzino” osservo, senza volontà di ferirlo.

Mi guarda male, orgoglio ferito. Divento seria.

“Scusa. Ho capito. È che per me è diverso, cioè, volevo dire che non avevo mai sentito... cioè, no...”

“...sono anni che non senti minchiate simili, giusto?”

“No! Cioè...”

Se avessi cinque anni in meno gli butterei le braccia al collo e gli direi che conoscerlo ed essere con lui in un posto come Taormina, di notte, all’insaputa di tutti, è la cosa più bella che mi potesse capitare – ma ho ventisette anni compiuti e vissuti, il che equivale a dire orgoglio e ferite e sciocche dimostrazioni di non si sa cosa, per cui taccio. Gli prendo una mano e la bacio al di sopra del tavolo, lui mi guarda dolce, dice “Sei così bella, tu, e così grande rispetto a me, e così dolce, chi ti ha mandata”, poi alza lo sguardo fiero come se niente fosse e ordina rum e succo di pera. Ride.

“Me lo ricorderò per sempre” dice “Me lo ricorderò per sempre” ripete, doppiando il mio più intimo sentimento.

Io guardo le piante che continuano a molestarmi il braccio abbronzato. Ridono anche loro.

 

 

Alla reception prendiamo la chiave della stanza, R. ridacchiando mi dice in un orecchio qualcosa su questo portiere di notte che a differenza sua non è un ragazzo ma un uomo di mezz’età stempiato e azzimato, commenta la differenza e io rido, l’avevo notato; saliamo le scale abbracciati bisbigliando e ridendo, la sbronza crea una complicità giocosa che rende tutto finalmente semplice, anche l’improvvisa coscienza che dividiamo la stessa stanza, che abbiamo preso una stanza insieme noi che ci conosciamo da un giorno ma non siamo qui per un’avventura, anche l’entrare dentro premere l’interruttore e buttarci sul letto senza quasi guardarci intorno, senz’esplorare il territorio… persino l’entrare premere l’interruttore e buttarci subito sul letto senza guardarci intorno ed esplorare il territorio. E per la prima volta forse da quando ci conosciamo, tutto è così facile che quasi mi vergogno della scarsa attenzione che sto prestando ai dettagli, tutto è così bello che ho il dubbio di non saperlo apprezzare ora quanto dovrei, i nostri sorrisi splendono di qualcosa la cui essenza fortemente, amaramente, rimpiangerò di non aver colto in questo travolgente tempo reale.

Perché sorride, R., ma non come al solito, o forse sì, ma di più o più spontaneamente, si sdraia supino e si mette le mani sul viso e ride felice e strilla “Oddio!… Quanto sto fuori, oddio, come sei bella, oddio, che minchia di cosa meravigliosa abbiamo fatto, non mi credevo capace”, e la sua voce è molto più alta del solito e ride, io mi sfilo le scarpe da ginnastica senza slacciarle e le butto per aria e mi sdraio e faccio per abbracciarlo senza seguire il movimento discendente delle scarpe, poi ci ripenso penso che voglio vedere se mi abbraccia lui per primo così mi scosto, il tonfo delle scarpe non ci scompone minimamente e R. mi stringe per primo con forza e autentica gioia e ci baciamo non si sa chi per primo anzi tutti e due per primi come se per tutta la vita non avessimo aspettato altro.

Sta accadendo tutto troppo in fretta, all’improvviso realizzo la necessità di fermare e registrare questi momenti nella memoria e rallento, rallento i baci che ora si susseguono continui senza attese e riflessioni, rallento le mani che hanno smesso di seguire i tempi della mia cognizione, trattengo le mani che non sono quelle di Giacomo ma la cui appartenenza, a differenza del bacio dell’altra notte, non mi crea alcuna inquietudine sospesa.

È notte fonda e solo voci remote aleggiano fuori dalla finestra spalancata senza entrarvi, senza addensarsi sul legno delle persiane. La lentezza imposta accresce l’eccitazione che rimane ora morbidamente posata sui nostri corpi, ora scattosa in un subdolo passo in avanti, poi di nuovo densa e immobile – è un gioco delizioso, un gioco sottile come la lama di un coltello, morboso come una stanza chiusa da anni, eccitante come una parola non detta. In questo gioco ci amiamo, all’unisono seguiamo i ritmi che ho involontariamente creato con l’esigenza emotiva di rallentare; ha uno strano odore, R., fresco e dolciastro insieme; è impacciato come un ragazzino e passionale come un figlio della terra del sole, un mix curioso che si fonde a scatti col chiarore spettrale della luna calante che ci invade la stanza e disegna ancor meglio il profilo di R.; un mix curioso che mi suscita quasi più tenerezza che piacere fisico, fino a quando mi sento travolgere da un qualcosa che non ha nome o forse ne ha mille, differenti e sconosciuti e allora lo amo anch’io, al di là di giochi e pensieri incompleti, è come se tutto si riflettesse in una miriade di frammenti di specchio che non fanno altro che assorbire e rigettare il calore, l’amore, l’afa e la pelle e il sesso e tante di quelle voci e fasi lunari che poi rivedrai per anni senza sapere se stai guardando al tuo vissuto o a quello di qualcun altro, poiché nessuno specchio è uguale a un altro e ognuno riflette infinite vicende accadute a tutti e a nessuno.

 

 

Mi risveglio nel sogno più bello e limpido che sia possibile vivere da svegli – un senso di felicità tranquilla segue il torpore della mia mente come uno strumento musicale che entri armoniosamente in un’orchestra già accordata. R. dorme immobile su un fianco, quello che dà verso di me, la linea obliqua dei suoi occhi è perfettamente stesa; è la prima volta che lo vedo con gli occhi chiusi, senza subire l’inquietudine di quei due laghi scuri dilaganti nel viso. I suoi capelli sono sottili righe nere che sembrano seguire la linea degli occhi, e sono composti anche liberi dal codino notturno. Tanta quieta compostezza mi commuove stranamente, mi fa salire le lacrime agli occhi, come la visione di un quadro che resta immobile e invariato nei secoli, protetto dall’alone di sacralità che è proprio delle cose immutabili. Sento la mollezza inerte del mio corpo nel letto, mi domando come sia stato possibile tutto ciò; vorrei fumare, dovrei accendere il telefonino – no. Bevo un sorso d’acqua e mi guardo finalmente intorno, nella penombra dolce delle due del pomeriggio.

Ora posso osservarla. La stanza è bianca di calce e luminosa, i mobili sono di legno scuro – apparentemente non c’è niente di diverso dalla stanza che io e Leo occupavamo a Siracusa, nell’alberghetto in cui lavorava R., ma tutto un altro stile trapela da ogni oggetto e ogni singolo spigolo, non saprei dire cosa esattamente, è una complessiva atmosfera meno spontanea e più artefatta, certamente studiata che trasuda, mi pare, persino dai pori delle pareti. Dalla finestra spalancata entra profumo di pane e dolci, insieme a qualcosa che mi fa pensare a mattoni cotti – non so, una mescolanza deliziosa. Mi crea un tumulto dentro, quest’odore poroso e dolciastro, un senso di torpore, di struggimento che fa quasi male – mi avvio verso il bagno per sottrarmi all’ennesima suggestione.

Sotto la doccia, per la prima volta dopo due giorni, torno un essere umano e completo il mio benessere, o lo trasformo in consapevole compiacimento fisico. Il sudore, il vento, la polvere, l’amore – nulla ti sembra così vero, così autentico e dominante come in estate, quando i vestiti sulla pelle sono pochi e inconsistenti ed è più il tempo che passi a toglierli e rimetterli che quello che passi intabarrato dalla mattina alla sera. Allora le sensazioni si amplificano, così come i fastidi, e l’epidermide assorbe tutto, il torpore e il caldo e una saturazione appiccicosa che, se non rigettata altrimenti, crea uno stato di carnalità nel quale tutti i tuoi sensi rischiano di rimanere invischiati.

Ecco – ho capito. Ecco perché la gente di quest’isola è così, permeata, trattenuta, rappresa. Perché vive nella terra del sole e del mare e di sole e mare è gonfia, satura; per la gente di qui le sensazioni che sto provando io da pochi giorni sono la norma, un retaggio inconscio nel quale nascono e che si portano dietro per sempre, nel midollo – come l’orgoglio fiero e immobile dei loro sguardi.

Il getto d’acqua mi ridà vita, consapevolezza e quasi rivelazione del mio corpo, come lo guardassi per la prima volta. Sono piuttosto freddolosa, è raro che in città mi scopra più di tanto, salvo ovviamente quando faccio l’amore… con Giacomo.

Sarebbe stato carino fare la doccia con R., in questa bella mattina – in questo bel pomeriggio – , forse mi sarebbe piaciuto. Forse no. Forse questa è un’altra differenza coi ragazzi del continente: ai miei conterranei si può tranquillamente proporre una cosa del genere, spesso la propongono loro, spesso nasce spontanea l’idea a entrambi. È un atto istintivo e sensuale che, nel caso di un rapporto stabile, assume tinte di complicità e divertimento altrimenti inedite.

Non ho mai fatto la doccia insieme a Giacomo.

Mi specchio, nuda e gocciolante sul tappetino. Mi avvolgo nell’asciugamano. Non ho voglia di pettinarmi, preferirei morire piuttosto che truccarmi, che meraviglia, i miei capelli finalmente liberi e puliti, ulteriormente schiariti e sfibrati dal sole.

“Sei bellissima” mi dice R. seduto sul letto, fissandomi con aria rapita. Ma lo dice con voce triste. Si è svegliato, s’è legato i capelli, fuma. Mi sono persa la tenera rivelazione del suo risveglio, penso vagamente amareggiata.

“Lo dici come se ti dispiacesse” commento, sedendomi timidamente sulla sponda del letto.

“Vieni qui” mi fa battendo la mano accanto a sé.

Non mi piace quel gesto, non so perché. Lo guardo interdetta.

“Vieni qui” ripete lui, stavolta tendendo le braccia nel vuoto che ci separa, ed io capisco perché non mi è piaciuto il gesto di prima: l’inconscia sottomissione femminile che si portano nell’epidermide gonfia di sole è un invito eccitante prima della seduzione, sgradevole dopo.

Come se anche così non fossi la sua schiava, in un certo senso? La sua femmina.

Ma forse ora non sono più quella di ieri sera, quella di stanotte al pub – ora rifiuto quel modo di rivolgersi a me, e non sono la sua schiava, ma sono la sua donna. Perché ora l’ho legato a me con qualcosa a cui loro danno molta più importanza di noi – di me. Perché l’ho legato, ed era quello che volevo. Ed ora, cosa voglio?

Salgo sul letto e mi avvicino lentamente a lui.

 

 

In una trattoria con terrazza, vista su cumuli di meraviglie storiche, resti di orpelli architettonici che fotograferei se mi fossi ricordata di farmi lasciare da Leo la macchina fotografica, io e R. mangiamo pesce spada e patatine fritte, come due granturisti o due ragazzi squattrinati nella sfolgorante Taormina. Ho sempre avuto un certo pudore a mangiare con gli estranei, chissà perché – mi sono sentita più in imbarazzo quando ci siamo seduti al tavolo che ieri sera quando ci siamo buttati sul letto, e non solo per l’alcol. La nostra complicità è come un bambino cagionevole, cresce con ansia e fatica, ma cresce.

“Stasera sarei dovuto essere a Ragusa con alcuni amici” dice R. prendendo una patatina “C’ero andato con loro anche la sera prima di conoscerti, tu c’eri già all’albergo la sera prima di quella in cui ci siamo visti per la prima volta, no?”

“Sì, eravamo arrivati quel giorno, io e Leo”.

“Già… Leo”. Mastica e rimugina, poi apre la bocca per dir qualcosa, ma la richiude immediatamente.

“E cosa fareste, a Ragusa?” chiedo.

“In genere ci andiamo almeno una volta alla settimana. Lì qualcosa da fare c’è, niente di eclatante ovvio, ma sempre meglio che a Siracusa. La sera che tu sei arrivata all’albergo, infatti, io non c’ero proprio perché ero a Ragusa, a una sottospecie di concerto rock. Al lavoro mi ha sostituito Giuseppe, o il proprietario stesso, non lo so. Stasera ce n’è un altro, sempre della stessa organizzazione. Io vorrei andarci, ma tu? Tu non eri mai stata a Taormina, se vuoi restiamo qua”.

Mi scappa un sorriso. “Vuoi fumare?” gli chiedo estraendo dalla borsa un pacchetto accartocciato.

“Sì, grazie. Pausa-digestione prima del prosieguo”.

“Quanta roba, mamma mia. Meno male che non abbiamo preso il primo!”

“Hai visto? Non potevamo permettercelo, però è stato meglio così. Anch’io sono quasi pieno”.

“Quasi?” rido. Gli metto in bocca una Gauloise e gliela accendo, poi faccio lo stesso con me.

Brinderei con le sigarette, se fosse possibile. R. è più bello che mai, cristo, ad ogni spostamento che compiamo, col suo corollario di situazioni, di colore del cielo, di sfondo e cambi di vestiario seppur non molto vari, mi appare sotto una luce sempre nuova, sempre migliore – eppure è sempre lui, capelli legati nel perenne codino, occhi obliqui, sguardo di opale e caffè. E la straordinaria magrezza del suo collo, così femmineo… così virile.

È vero, Taormina è splendida, penso guardando il mare che s’apre sconfinato sotto le gradinate e allungando lo sguardo fin dove posso, come a voler diventare tutt’uno. Ma per me sarebbe assolutamente privo di senso rimanere a Taormina senza R. – assolutamente, dico, come se con la sua assenza l’intero paese si svuotasse di colpo, perdesse voci, colori e rovine antiche e rimanesse solo un’ossatura vuota e spettrale, come nelle migliori scenografie di città-fantasma.

“Per me va bene andare a Ragusa” dico, e mi chino a cercare il telefonino che ho riposto nella borsa prima di uscire. Lo accendo, ancor prima di trovare campo m’informa che sono le sei e trentacinque – credevo più tardi. “Qui è proprio stupendo, sono d’accordo… Ma l’ho vista, e poi costa troppo per come sto adesso, ci tornerò di certo, ma per ora mi va bene andare da qualche altra parte”.

Sto per chiedergli com’è Ragusa, ma vengo interrotta dal bip bip del cellulare che, tornato alla vita dopo più di dodici ore, è ansioso di comunicarmi tutto quello che è successo in nottata, lontano da qui: qualcosa mi dice che gli sms saranno ben più d’uno. Lo dico a R. e mi accingo a leggere quello appena arrivato. Giacomo, ovviamente – cosa speravo? È speravo, poi, la parola giusta? Leggo rapidamente le cifre digitali, dice che ho il tel staccato o comunque non prende, mi prega di farmi sentire appena leggo il messaggio, eccetera.

Mentre lo leggo, ecco arrivare il secondo; poi, in rapida successione, il terzo e il quarto e forse anche il quinto, fra trilli e pulsanti fatico a contarli. Tutti sullo stesso tono, in un crescendo d’affetto e ansia malcelata. Mi mordo un labbro – non è giusto, lo so. Dovrei chiamarlo per tranquillizzarlo, ma non mi va, non posso, né sarebbe corretto chiamarlo ora, davanti a R. Un messaggio però è di Leo: Ciao dove sei finita? Sei riuscita a div miss sicilia? Io ho passato ferragosto lavorando, spero tu meglio ih ih…fammi sapere 1bacio.

Mi affretto a spegnere l’amato-odiato lingottino magico per evitare il rischio che si metta a squillare e lo getto nella borsa, alla prossima – ma sono ben cosciente che a Giacomo dovrò pensarci, prima o poi.

Riferisco brevemente a R. che rimane muto e indecifrabile, apparentemente indifferente come nelle sue performances migliori .

“Dicevamo?” spezzo io, che ho ormai finito la sigaretta, senz’essermela gustata affatto, e la schiaccio col piede sul pavimento di cotto.

“Di Ragusa, no?…” fa come a cercare conferma, “Il problema è che da qui Ragusa non è collegata in nessun modo. È un po’ complicato, dovremmo tornare a Siracusa e da lì prendere un altro treno, oppure potremmo anche andare in macchina, se torniamo a Siracusa la posso prendere tranquillamente”.

“Tornare a Siracusa?… Be’, dov’è il problema?” dico io che, dopo aver attraversato mezza penisola in lungo, non faccio quasi più caso né alla spesa né allo stress di ulteriori tragitti, per quanto mi sembri strano essere fuggiti come clandestini su un regionale notturno e poi tornare, come niente fosse, tranquillamente e a testa alta e prendere legittimamente un’automobile, cosa che avremmo potuto fare fin dall’inizio ma che avrebbe forse tolto poesia e suggestione al tutto.

Sono in viaggio con R. da poche ore, lo conosco da meno di due giorni e, pur nella complicità di due notti di confidenze, so così poco di lui, quasi nulla. Ma va bene così. Strani, sottili sentimenti di confidenza e protezione mi si sono innescati nei suoi confronti. Per quanto riguarda quelli di confidenza non c’è molto di strano, li ho sempre avuti per i ragazzi – per questi maschietti che ho fin troppo conosciuto, ai quali ho consacrato in un senso o nell’altro gli ultimi dieci anni della mia vita, per questi esseri così esteticamente veri e spontanei, senza trucco, che mangiano senza pose e dormono in calzini sui sedili dei treni e sono talvolta così vulnerabili e si amano tra loro più sinceramente di quanto facciano le donne. E non poteva essere un siciliano orgoglioso e misurato, alla resa dei conti tanto insicuro, a mettermi in soggezione, anche se bello come il sole e quasi esasperante nel suo orgoglio muto – che forse sono riuscita a incrinare. Verso l’esigenza di protezione nutro invece sentimenti contrastanti: non ne ho bisogno materialmente, ma ho bisogno di sapere che potrei averla. Il fatto che R. abbia preso e mollato tutto, quasi da un’ora all’altra, per venirsene via con me potrebbe non essere una garanzia sufficiente: potrebbe semplicemente aver finto e affrontato rischi che in realtà non esistono per concedersi un’avventura, per quanto quest’ipotesi mi appaia improbabile viste le circostanze e vista la mia stessa situazione sentimentale, penso con un certo senso di colpa verso entrambi, verso me stessa.

Ma mi basta, di più: è quello che voglio. Ho genitori protettivi e innamorati di me, fino all’eccesso e oltre. Giacomo, il mio ragazzo, è un ingegnere nel quale avevo visto più follia e fanciullezza di quanta ce ne fosse in realtà. Ora c’è R., scivolato dal bancone della reception di un alberghetto di Siracusa, e mi sembra la somma perfetta di una protezione che posso elargire, certa della sua richiesta, e di una che posso ricevere ma in maniera più implicita, discreta, fuori dagli affetti soffocanti che da tempo mi opprimono. E con lui sole, sale, mare che non vivi ma vedi ovunque, e lo stordimento perenne degli odori, in una terra che sembra essersi mossa con lenta indolenza rispetto al resto del continente…

“È che non so se ci sia un treno serale poi, per Ragusa” continua lui “Potrebbe pure essere che il primo treno per Ragusa c’è solo domattina, in quel caso dovremo andare in macchina per forza. Oppure, cambiare a Modica…” mangia una patatina e pensa brevemente “Ma no, figurati. Non c’è la coincidenza da Siracusa, figuriamoci da Modica”.

Ovviamente non riesco a seguire il filo del suo tragitto mentale, ma gli assicuro che per me non ci sono problemi.

“Tu sai già gli orari dei treni?” gli chiedo.

“No. Oggi è pure Ferragosto, minchia. Dobbiamo tornare a Giardini, il primo interregionale lo prendiamo. Tanto sono solo due ore, abbiamo tutto il tempo”. E così dicendo mi sorride e si tuffa sulle ultime patatine.

“Mangia” mi esorta sorridendo.

“Finisco il pesce. Ne hai lasciato la metà. Scommetto che è perché non lo sai mangiare”.

Sorride a bocca piena. “Ah, ho capito, tu sei una… mmgh… una di quelle fanatiche che non sopportano che si sprechi un grammo di pesce”, si strozza nell’impulso di ridere e parlare e masticare contemporaneamente, “…quello rimasto attaccato fra due spinette, mmh… cough… piccole così… cough…” tenta, poi inizia a tossire sinceramente.

“Va be’, va be’, me lo dici dopo, eh?” me la rido.

Lui agita il bicchiere di bianco e tenta di dire qualcosa, ma non ci riesce – ha la bocca piena, povero cucciolo.

“Sì, ho capito…” lo aiuto “L’abbiamo finito, però, non era poi molto!”

“Mmh. Be’, prendiamoci due birrette, poi andiamo”.

Mi perdo nei suoi gesti, nei suoi movimenti più elementari.

Che la notte di Ferragosto sia stata quella di ieri, 14, o quella di stasera, 15, è oggetto di vecchia disputa ma per me non fa alcuna differenza: è un incanto di Ferragosto come certo non avrei sperato nemmeno nelle mie più rosee aspettative, penso guardando R. così magro, scuretto e ragazzino, mentre una parte di me travalica le mie stesse riflessioni e mi precede nelle astratte, rockettare ore notturne di Ragusa.

 

 

È una mia impressione?

Man mano che risaliamo lungo la via che porta alla piazza degli autobus, accanto a un sole basso ma ancora vivo e colmo di aspettative, R. mi sembra più serio e rabbuiato del solito – quando non dovrebbe, in teoria, considerata la piacevolezza lieve di tutto quello che stiamo vivendo, che abbiamo vissuto insieme fino a questo momento.

Fino a questo momento.

“Ehi” gli stringo un fianco “Come va?”

Si gira, mi fissa ancora una volta con quello sguardo che ormai conosco a memoria – mi congela con quello sguardo che ormai conosco a memoria. Torna a contare i propri passi e non risponde.

“Ehi. Mi rispondi?”

“Eh?… Mah, niente”.

“Allora perché questa faccia?”

“Pensavo”.

Lo guardo e un dolore muto mi lacera le fibre per un attimo, tento di scacciarlo. Lo amo, questo ragazzo, realizzo d’un tratto, lo amo davvero, cazzo, ma non mi piace la sua espressione né il tono della sua voce – improvvisamente non mi piacciono più, e detesto le meraviglie architettoniche che vedo oltre il muretto, a cui guardavo estaticamente fino a poco fa.

“A cosa?”

“Pensavo… Vuoi che te la tenga io? Dài, te la tengo io” insiste, come rianimandosi, indicando la mia borsa.

“No, lascia stare. Dicevi?” Qualcosa mi fa male, non so bene cosa.

“Be’, pensavo che non mi sono comportato molto bene con te; voglio dire…”

Questa è una frase che odio. Da sempre.

“Mmh. Cioè?”

“Cioè, temo di non averti rispettata abbastanza”.

In un attimo mi ricordo dove sono e con chi.

“Rispettata?... Oh, starai mica tentando di rifilarmi qualcuna di quelle ataviche teorie che avete qui in Sicilia?”

“Calmati, mica ti ho detto niente, anzi. Penso solo che per come mi sono comportato, non mi sono comportato… cioè, insomma… Non sono stato molto sensato” mi getta una rapida occhiata di sbieco e continua “Ho approfittato subito di te, e non è stato un bel comportamento… Se pensassi male di te mi sentirei giustificato, cioè, non mi sentirei… insomma non me ne fregherebbe niente… Ma, insomma, io ora lo so che tu mi vuoi bene, cioè, almeno lo spero… E con quello che è successo io mi sono legato a te, e ora sono responsabile di te e non potrei più, per esempio, lasciarti o mandarti a quel paese”.

Per esempio?!

Ormai sono responsabile di te.

Mi ha disonorata, capisco. Non credo alle mie orecchie.

“È assurdo” sbotto in un moto di sincerità “Io lo sapevo che qui la pensavate ancora così, ma… fino a questo punto… Pensavo che fosse una mentalità in parte superata, cioè, non ti sto dicendo che siete arretrati, ma…” lo stupore mi strozza le parole.

“Sì, lo so che ci considerate arretrati” ribatte piuttosto freddamente.

“Ma ti rendi conto? Non è che vi consideriamo arretrati, ma alcune cose stonano col tempo in cui si vive, cioè, come il cristianesimo che oramai è un dogma astratto di cui si è perso il significato, e perché se ne è perso il significato originario?... Perché non è più adeguato ai tempi, è… anacronistico”, ho trovato la parola che mi sfuggiva.

“E in questo caso cosa sarebbe anacronistico, scusa?”

“Ma…” dico guardando un negozietto di souvenir nel quale volevo comprare alcune anforette viste ieri sera, che, ora lo so, non comprerò mai “È anacronistica la tua… la vostra mentalità. Quello che tu dici poteva esser giusto una volta, quando le cose andavano in un certo modo, ma adesso?… Scusa, eh” insisto, forzando il mio pudore nella speranza di scuotere il suo, “Ti pare forse che io fossi vergine? Ti sembra di avermi convinta o costretta a fare qualcosa che non volevo, o di avermi sottratta alla mia famiglia? Eravamo in due, fidanzati entrambi per giunta, abbiamo deciso in due, e tu non sei responsabile proprio di niente”.

Ma R. è siciliano nel midollo, l’ho ripetuto tante volte – ed è impossibile far ragionare un siciliano su certi argomenti. Mi guarda scettico, chissà se almeno mi è stato a sentire.

“Tu puoi mandarmi a quel paese quando vuoi” aggiungo, orgogliosa e spaventata al tempo stesso della mia coraggiosa affermazione.

“Sé, dopo che ti ho portata fin qui e…?”

“Senti, fin qui sono due ore scarse di treno da dove stavo prima, ed è pure più vicino alla mia città, se la metti in termini di distanze. E comunque non mi ci hai portata tu, ci siamo venuti insieme”.

Siamo nella piazza degli autobus e andiamo a informarci per il prossimo, un breve momento di vicinanza nell’insostenibile situazione che si è creata. È fra venti minuti – voglio vedere come li passeremo, a parte una doverosa sosta al bar.

“Senti, ma tu hai intenzione di lasciar perdere?” gli chiedo di punto in bianco.

“No!” risponde senza quasi farmi finire la domanda, tanta prontezza non mi piace.

“E allora smettila di rimuginare, perché mi innervosisci” dico con tono piuttosto irritato, quasi stridulo. Accanto a noi c’è una comitiva napoletana chiassosa fino all’esasperazione – poche ore fa mi sarebbe piaciuta, ne sono certa.


 

 

 

 

  

 

UN ALTRO TRENO – non li conto più.

Un altro treno, interregionale verso Siracusa, accanto al malumore, al silenzio, al nervosismo tangibile di R., R. che conserva la medesima bruna bellezza di sempre e lo stesso fascino obliquo di quando l’ho conosciuto ma per il resto, è come se avesse perso la linfa vitale che alimentava i suoi giovani anni e la mia passione per lui. Potrei anche vincere il premio originalità dell’anno dicendo che non ha niente a che vedere, che è orribilmente diverso dalla persona che era con me fino a due ore fa. Farò a meno di questo premio: a ventisette anni una cosa che ti sei stancata di fare è dare gli ultimi ritocchi a simili quadri di dolore.

Incollata al solito sedile unto e appiccicoso ripenso, chissà perché, a un viaggio in Scozia che feci qualche anno fa con un paio d’amiche, ricordo il verde, l’ampio respiro dei paesaggi, le pinte di birra nei pub di legno, il freddo pungente che cercavamo di sopportare grazie a giacconi e tazze colme di tè bollente. Era ferragosto anche allora – mi fa strano pensare che in questo momento, mentre il sudore ricomincia a colarmi sul collo, da qualche altra parte i giovani turisti si stringono nelle giacche, ripiegandosi su se stessi, serrando nelle tasche i pugni pieni di esperienze estere. Potrei anche pensare al Polo nord, alla foresta equatoriale, al deserto del Sahara e a tutti gli altri nomi imparati a memoria alle elementari – ma, per me come per molti altri, sono semplici nomi imparati a memoria e privi di colori, contorni, connotazioni, cosicché non mi pongo il problema. Le gocce di sudore non sciolgono l’ansia, semmai la diluiscono in una durata che non potrò sopportare.

Gli sguardi avidi e senza ritegno che mi lancia qualche maschio senza bimbi o donne al seguito mi disturbano – no, non mi disturbano, mi addolorano. Mi addolora il contrasto fra la loro inequivocabile morbosità e la palese indifferenza di R. che, ormai, ha raggiunto livelli tali che potrei pure star da sola, mi addolora pensare che è a causa di certi sguardi, di un certo pensiero che è nato e permane il retaggio culturale che stasera mi sta condannando.

R. sembra avermi letto nel pensiero.

(Quel giorno stavo sul treno Manchester-Glasgow… Era così carino, foderato di stoffa come si usa su, tutto aveva – o forse mi sembra nel ricordo? – tinte allegre ma sobrie, quelle nei toni freddi come li chiamano i fotografi, blu-verdi, che s’intonavano così bene al paesaggio, e qualcosa di legno c’era certo pure lì dentro… Erano le sei del pomeriggio, come adesso. Silvia s’era addormentata sulla mia spalla… non l’ho più vista, Silvia… Al di là del finestrino il cielo era biancoceleste, senza sole ma neppure grosse nubi. Verde. Blu scuro. Legno. Colori tenui, freddo, bevande calde e spazi ampi e letti a castello coi piumoni a quadri…)

R. mi lascia dicendomi: “Scusa, ma è meglio che non andiamo a Ragusa. Anzi è meglio che lasciamo proprio perdere. Tu sei… È inutile. Se te lo dicessi non mi crederesti… Del resto abbiamo entrambi un’altra persona, anche se, per quanto mi riguarda, non è per quello che ti dico quello che ti sto dicendo”.

La sua parlata breve in questo momento ha stonato con tutto: con la pronuncia chiara degli scozzesi, con le immagini fredde e tenui che sfilavano nella mia memoria, con le sue stesse vocali aperte da siciliano. Ha assecondato solo il mio ultimo desiderio, quello rassegnato, quello del condannato che pensa già al dopo.

Non riesco a stabilire se mi abbia guardata parlando, perché sono completamente voltata dall’altra parte. Primo pensiero: dove siamo? L’ultima fermata che ricordo è Aciqualcosa. Be’, sarà quale sarà: lo zaino, del resto, non l’avevo neanche messo su, pigrizia o preveggenza. Lo raccolgo come fosse una piuma, una parte di me capisce che mi sono graffiata da qualche parte, ma non sento dolore. Scatta in piedi e si risiede – questo lo so, eppure sono voltata come prima, di più, sono di spalle.

“Non l’ho fatto per… Lo so che ora sembra incredibile, cioè, suona da non credere proprio ora…”

Non voglio sentirlo, faccio per andarmene. Ma di colpo mi rendo conto della fatica che sta facendo per riuscire a finire la frase e mi volto lentamente, sadica. Rivincite a buon prezzo, quando non ti è concessa nemmeno una vendetta gratuita.

“Per…?” chiedo.

“Per… Non l’ho fatto per” mormora lui, disperato.

“Non l’hai fatto per” ripeto tra i denti, furiosa.

“Non l’ho fatto per portarti a letto”.

L’ha detto. Così facilmente? Esco dalla carrozza sbattendo la porta nella mia mente, ma all’atto pratico non posso, perché è scorrevole; la chiudo in modo da farle fare il massimo botto possibile, e il risultato mi lascia insoddisfatta. Il treno rallenta. Quanta cavolo di gente schifosa. Leggo il solito grande cartello: Catania. Ah, be’, non ci posso credere. Una signora dietro di me parla in dialetto stretto a un’altra, poco più anziana; le racconta non so quale aneddoto di famiglia. Le pesto un piede inavvertitamente e mi giro a guardarla, nello stretto corridoio – lei pure mi guarda, mi fissa in volto un po’ attonita, evidentemente aspettando le scuse – che non arrivano, che non le porgo. La scruto anzi con aria di sfida e anche di vago disgusto, lei sussulta nella veste a fiori. Non me ne importa, non me ne importa assolutamente nulla. La voce di un capotreno annuncia Catania, stazione di Catania ed io scendo.

 

 

Il treno è ripartito. La consueta folla di viaggiatori ansiosi, sandali e sudore, ha affollato il marciapiedi per molti minuti, occupata in sgomitate e pericolanti movimenti di salita e discesa dalle scalette di metallo, liberandomi così dalla tentazione di voltarmi verso il convoglio. Non ho avuto quindi bisogno di muovermi rimproveri, non ho cercato di contare le carrozze e d’individuare quelle recanti il numero 2 e il simbolo della sigaretta, sono scivolata tra decine di volti senza identità e solo giunta nell’androne mi sono fermata nel primo angolo che ho trovato, sfrattando brutalmente un giovane immerso nella lettura di non so quale gazzetta. Senz’accorgermene devo essermi già accesa una sigaretta, perché sto fumando convulsamente come se m’avessero lasciata senza nicotina per ventiquattr’ore. Accanto a me c’è una stupida macchinetta per fototessere, vederla e provare l’impulso di darle un calcio è tutt’uno. La rabbia soffoca il dolore sul nascere – bene. Lo ricaccia nell’utero, come con un bambino al quale si voglia impedire di venire al mondo – ma automaticamente, senza sforzo, al limite lo sforzo lo fa la controparte: i muscoli uterini spingono, le contrazioni straziano il corpo della madre, il bimbo, trattato alla stregua di mero oggetto subisce entrambe le spinte senza godere della risultante di nessuna delle due, e la mano invisibile del dolore lo ricaccia dentro, puf, lui guadagna un altro centimetro, la madre un altro urlo, la mano invisibile dà un colpetto incondizionato, puf, il centimetro guadagnato è immediatamente perduto. Bene. Ma il veleno m’impedisce di star ferma. Faccio l’ultimo tiro, raccatto le mie cose appena smesse e mi dirigo verso il bar, la cicca la butto perché è finita.

C’è una fila mostruosa, anzi, magari fosse una fila: è un informe ammasso di villici segaligni, di mogli unte e di bimbi abbronzati che ai miei occhi non ha proprio più nulla d’affascinante. Forse mi sono stancata di vederli, di farmi perforare i timpani dalle grida incomprensibili delle donne, o forse li reputo responsabili del comportamento di uno di loro, di un loro discendente di penultima generazione, dei dogmi che gli hanno trasmesso insieme a tutto quel cavolo di retaggio culturale per me incomprensibile, assolutamente inaccettabile e di ciò che tali dogmi e tale retaggio culturale hanno prodotto ai miei danni. Qua e là militari, coppie di coniugi nordici un po’ snob e turisti con zaini simili al mio si distinguono nettamente sullo sfondo altrimenti omogeneo.

In casi come questi di solito sgomito, m’intrufolo, cerco di prenderla bene, ma adesso non ne ho la forza o, forse, la speranza. Puzza di sudore e caldo, questo caldo mi esaspera. Qui dentro l’afa viene smossa dall’aria condizionata che la rarefa e, nel peggiore dei casi, te la asciuga sulla pelle. E poi il caffè neanche mi andava. Esco dal bar e dalla stazione.

Catania, la città di Franco Battiato. Sarebbe questa?... Edifici grigi dalle sembianze cittadine e dalla decadenza paesana. In lontananza, gru che lasciano intuire cantieri e un’aria vagamente industriale – una stonatura generica. D’accordo col mio stato d’animo, del resto; non me ne curo.

Mi siedo sul marciapiedi e tiro fuori il telefonino. I rinnovati messaggi di Giacomo raddoppiano la rabbia e il mio rimpianto razionale, senz’affetto; mi vien voglia di odiarmi per il casino che ho combinato, e trasferisco su R. anche quest’odio. Mi vien voglia di incazzarmi con Leo perché non ha insistito per farmi tornar su con lui, e per la legittima risposta che mi darebbe se m’incazzassi, ovvero che mi conosce e non sarei tornata comunque e che sono adulta eccetera, e trasferisco su R. anche il fastidio per quest’inutile e umiliante botta-risposta che avverrebbe fra me e Leo. Per cui chiamo Leo per dirglielo, pur sapendo benissimo che qui per qui, a parole e al telefono, non riuscirò a spiegarmi come si deve.

Ho fatto bene a chiamarlo al cellulare perché è fuori, sta per la via della stazione (anche lui!) coi suoi colleghi Lisa e Stefano.  

“Christina!” dice “Finalmente…”

“Volevo chiamarti oggi per dirti quant’ero felice, ma temo che la telefonata di adesso avrà tutto un altro tono”.

“Ma dove sei?”

“Catania Centrale” faccio accendendomi una sigaretta “Cioè, Catania e basta, perché non credo ci sia un’altra stazione… A meno che Franco Battiato non se ne sia fatta costruire una sua, personale, nella villa che avrà da queste parti…”

“Hai parlato con i tuoi?”

“No, stavo per telefonare a mio padre, ma prima ho preferito chiamare te. Perché? Tu li hai sentiti, immagino, quando sei tornato?”

Davanti a me sono parcheggiate un paio di biciclette. Un tipo, in canotta e qualcosa che somiglia a un sigaro, arriva e ne prende una. Sarà il proprietario? Boh – qui mica le legano, e la nonchalance varrà più di dieci catene, immagino.

“No, non ho avuto tempo, ma oggi pomeriggio mi hanno chiamato loro. Non riuscivano a rintracciarti perché dicono che hai sempre il telefonino spento”.  

È un po’ brizzolato, abbronzato più di tutti quelli che ho visto finora, eppure non dev’essere tanto vecchio.

“Tu questo non lo sai, immagino, visto che di certo non hai provato a chiamarmi” dico, sulla difensiva.

“Be’, non volevo disturbarti. Com’è andata poi, col tipo?”

Avrà quarantacinque, cinquant’anni al massimo.

“Non ti affannare a metterci una pezza. Insomma, che dicevi dei miei?”

È filato via, per le strade di Catania. Non saprò mai se la bici era davvero sua.

“Be’, tuo padre mi ha telefonato oggi, alquanto alterato per usare uno dei tuoi eufemismi. Dice che gli hanno telefonato dall’albergo di Siracusa, che sei andata via senza pagare l’ultima notte. Sono risaliti al tuo numero col 12 e…”

Per qualche istante, realizzo, non lo sono stata a sentire.  

“Ehh?!… Quale albergo?” chiedo incredula.

“Ma… il nostro, suppongo, no? Tu dove sei stata, l’ultima notte?”

“Sono stata…” Faccio un tiro, e una lampadina mi si accende in testa. A basso voltaggio, a dire il vero, non sufficiente a rischiarare il tutto. L’ultima notte…

“Dice che non se ne sono accorti subito perché non c’era né il proprietario né la moglie, ma uno dei dipendenti. Col quale, dice, hanno già preso provvedimenti… o forse dovrei dire contro il quale…”

“Leo, aspetta. Lo hanno almeno sentito, prima di prendere provvedimenti?”

“Perché, anche lui aveva il telefonino spento? A Catania Centrale i telefoni si spengono” dice, senza tono né ironia.

Mi sembra d’averlo già detto: mica è stupido, Leo.

“No!” strillo “Io sto da sola, qui. Sola, capito? Ma… comunque potrebbe esser vero”.

“Insomma poi il brav’uomo ha detto le solite cazzate del caso per tener fede alla loro pretesa di essere grandi uomini d’onore quando invece, diciamocelo, sono simpatici pezzenti come noi peninsulari, né più né meno. Ha detto che una notte costa così poco, che non l’ha fatto per i soldi ma perché non gli… diciamo andava giù di venire fregato al tempo stesso dal lavorante e dalla bella cliente”.

“Ah certo, perché gli abbiamo smontato la cassa e siamo partiti per… per… per Pantelleria! Sarebbe stato già tanto poter lasciare Siracusa, con l’incasso che doveva avere quello…”

“Non sottovalutare i siciliani. Comunque ora so che ignoravi la tua mancanza fino a cinque minuti fa, e so pure perché la ignoravi, eppure, udisci udisci, ti faccio i miei complimenti più entusiasti! Sei una grande, come sempre. Ma adesso il punto non è questo. Il fatto è che tuo padre ha promesso di fare un vaglia, ma spera che, se tu sei ancora nei paraggi, vada a riportarglieli di persona e a fare pubblica ammenda, o merenda, fa’ un po’ te. Anche perché, ti preparo subito, non si spiega perché tu l’abbia fatto ed è incazzato nero”.

“Splendido”.

“Ah, un’altra cosa: Giacomo è disperato”.

“Giacomo?!”

“Sì, si dà il caso che mi abbia chiamato anche lui… La prossima volta che combini una cosa del genere spengo il telefono anch’io. O cambio numero”.

Mi accendo un’altra sigaretta con quella dolcemente consumata.

“Ma tu guarda se a ventisette anni non posso nemmeno sentirmi libera di decidere come mi va”.

“Il povero Giacomo è disperato” dice, e mi fa ridere il tono con cui gli attribuisce un aggettivo tanto emblematico “Non sa più dove sei, odia la Wind, non si spiega perché sei rimasta giù, ha paura che ti sia innamorata di un altro”.

“Ma guarda un po’”.

“Senti, se sei ancora lì, portaglieli i soldi al tipo… Siracusa era abbastanza vicina, mi sembra, no? Sarà meglio per tutti, non credi?”

Mi mordo le labbra. “Non posso”.

“Christina, ma cos’è successo, dopo che sono partito?”

“Non posso dirtelo ora, sto spendendo un miliardo”.

“Ma a Catania che stai facendo? Da sola, poi?”

A Catania.

Ottima domanda, penso spegnendo anche questa sigaretta.

 

 

Gironzolo a passi larghi e casuali per il piazzale della stazione di Catania, come una bimba che s’intrattiene con qualche sua fantasia divertendosi e annoiandosi al tempo stesso, e le mie scarpe da ginnastica scalciano ciottoli e polvere, si dondolano pigramente; lo zaino è appoggiato al marciapiedi, accanto alle biciclette – chissà, forse così scongiurerò anche eventuali furti. Ingenua.

Ebbene, il destino mi ha fornito l’alibi eccellente: se avessi dieci anni in meno non potrei sperare in qualcosa di meglio, e non potrei sentirmi più intimamente soddisfatta. L’alibi per tornare a Siracusa senza conflitti con la mia presunta dignità: sono così vicina! Non vorrò mica far arrabbiare mio padre?! Macchiarmi senza motivo di un reato tanto squallido? Dover perdere tempo, una volta tornata a Roma, con le poste e il vaglia etc, quando adesso sono qui e non ho nient’altro da fare? Poi scusa, mica ci vado per lui. Anzi non è neanche detto che lo incontri, anzi spero di non incontrarlo; eccetera, eccetera…

Ma non ho dieci anni in meno, penso fermando i miei dolci piedini, guardando con sconforto le scarpette impolverate e voltandomi verso il marciapiedi. Raccolgo lo zaino e torno nell’androne.

Non riesco proprio a realizzare che questa sia Catania, penso poco dopo, dirigendomi verso un caffè d’angolo adiacente al piazzale della stazione; e, del resto, non vedo perché dovrei realizzarlo a tutti i costi. Per fortuna, a parte un gruppetto di omaccioni baffuti accomodati a un tavolino e un paio di ragazzini in maglietta a righe che smanettano su videogiochi antidiluviani, non c’è nessuno – si vede che il grosso della folla viene inglobato dalla stazione. Ordino una spremuta a un donnone bello in carne come gli altri ma, a differenza degli altri, su tutti gli ampi toni del biondo cenere, carnagione troppo chiara per una di qui e occhi azzurrissimi – dev’essere una di quelli del ramo normanno o la nipote di qualche fautore dell’unità d’Italia, come da luogo comune. La discendente di un garibaldino, insomma.

“Basta così?” mi fa con tono gentile, non sembra solo interessata alla vendita del bendidio locale che – diciamolo – splende opulento dietro il vetro del bancone.

“Sì, grazie…” 

Ci penso. Ora la sola idea di mangiare qualcosa mi appare inconcepibile, ma è pur vero che non ho idea di quello che farò di qui ai prossimi quindici minuti e in questi casi, lo so, un minimo di previdenza può essere utile. Prendo quindi anche una sfoglia con ricotta e spinaci e me la faccio incartare.

“Ah, be’!” fa lei sollevata “Meno male! Siete così magra… Per carità, siete bellissima, proprio bella! Però, se per essere così bella non mangiate…”

Sorrido, tra il rassegnato e il divertito – prediche sulla salute e sui tempi d’oggi, aneddoti famigliari o cosa? Attendo nel mio sorriso, niente, niente di tutto questo. Silenzio, il profumo della sfoglia calda nella busta, una luminosa stampa di limoni appesa accanto a un orologio rotondo, una bella musica diffusa nella pigra ora dell’aperitivo che, senz’altro, qui non si usa. La discendente del garibaldino mi fa la spremuta dandomi le spalle.

Di chi può essere questa musica? Tocco la bustina della sfoglia e ritiro la mano. Viene da un radio-registratore posto su una piccola mensola, l’antenna fende il vuoto, sarà la radio o una cassetta? La normanna torna con la spremuta ed io, perplessa, vado a sedermi a uno dei tavolini di plasticaccia bianca. È pulito, e la cosa mi sorprende quasi. Poso la mia tazzina e lacero la bustina dello zucchero.

Il treno per Siracusa parte alle 22 e qualcosa, ma è un Intercity.

Gli omaccioni stanno giocando a carte, sono fin troppo discreti visto il target imperante. Uno dei ragazzini, che dimostra sedici anni ma ne avrà sì e no tredici, strilla invece: “Rosana! Mi dai mille lire? Ti prego, domani te le riporto”.

“Ma nemmeno per idea! Fila che è tardi. Domani a tua mamma glielo dico”.

“E dai, ti prego. Queste me le ha fregate, non vale”.

I pischelli aprono le vocali, soprattutto le e, più degli adulti. Forse poi le stringono un po’ per il senso del pudore e dell’onore (eccetera) che subentra entro pochi anni.

“Allora te ne do cinquecento, e poi te ne vai. Ma a tua madre glielo dico lo stesso”.

Torno a occuparmi delle mie cose.

Dovrei decidere il da farsi. So che dovrei prendere una decisione sul da farsi, ma il solo pensiero toglie al mio corpo stanco quel po’ di forza d’inerzia che ancora lo sta animando. Negli ultimi due giorni le decisioni da prendere sono state così tante, frastuono nella testa, un coro vociante e impaziente, che l’idea di doverne prendere un’altra adesso mi ripugna e mi fa venire voglia di dormire, di morire – una decisione ulteriore, isolata e così meno importante, così assolutamente priva d’importanza ora che riguarda me sola e coinvolgerà me sola, sì, che all’idea di dovermi sforzare per essa c’è proprio da dormire e morire, dormire e poi morire nel sonno.

Poche note dalla radio mi distolgono dal fastidio di questa considerazione, dalle suppliche del ragazzino, dal profumo scemante della sfoglia agli spinaci. Una serie di accordi di piano, arpeggi semplici di straordinaria dolcezza, probabilmente musica di puro effetto, insomma, per allocchi come me in pieno disastro emotivo.

“Scusi, ma questa musica, è una cassetta o…”

“Questa musica!…” risponde lei felice, troncandomi la frase in bocca “Possibile?… Possibile? Vedi che voi giovani… Oh no, che frase da vecchia. Eppure tu mi sembravi così, così diversa e sensibile dagli altri ragazzi della tua età, oh non sto dicendo che tu non lo sia, intendiamoci eh. Ma tu, bella figlia mia, non conosci Franco Battiato, il nostro Francuzzo?…”

Spalanco la bocca.

“Ma sì, certo che lo conosco!” dico, e fino a questo momento pensavo fosse vero.

Mi guarda con un che di furbesco e severo, e tace. La dolce voce di Franco Battiato, quel Battiato catanese che cantò di religione, filosofia, storia e dottrine orientali ma sopra ogni altra cosa sempre d’amore, mi avvolge con calore struggente – spezzata ogni tanto da uno strillo di scalaquaranta proveniente dal tavolo accanto al frigo Sammontana.

“Ma non capisco una parola” dico in un accesso di spontaneità, sempre più stupita.

“Certo” risponde Rosana pronta, appoggiata al bancone “Questa è tutta fatta in dialetto, sai? In dialetto siciliano, ovviamente. Tu lo sai che Battiato è di qui, ha casa a Giarre”.

“A Giarre? È sicura?”

“Vah! E come non sono sicura io, santo Dio! Ora vediamo come si chiama questa canzone…”

Prende la custodia della cassetta, appoggiata con cura in un angolo, e individua subito il titolo: “Eccola. Stranizza d’ammuri. Stranezza, turbamento d’amore! Vedi? Tu sei innamorata, bella signorina? Oh, scusa… Lo sai che Battiato è stato qui, pochi giorni fa? Non proprio qui, ma qui vicino, a Taormina, al Teatro Greco che è la cosa più bella che ci sia. Tu ci sei stata a Taormina? È bellissima”.

Ci stavo fino a due ore fa, vorrei risponderle, invece balbetto solo: “Io…”

Il treno per Siracusa parte alle 22 e qualcosa, ma è un Intercity.

“Scusa, tesoro, ti sembrerò la classica barista impicciona. È tanto che stai in Sicilia?”

“Ma lo sa che non lo so?” dico recuperando un’ironia non scevra da sincerità “A me sembra un secolo… eppure…”

Mi posa una mano sulla spalla – non è grande come l’avrei pensata.

“E tu mi credi se ti dico che non sei la prima che mi dice una cosa del genere?”

Volgo lo sguardo – è ora di muoversi, è ora di decidere.

“Quanto ti devo?” chiedo, passando al tu senza accorgermene.

Fa un passo indietro, penso che stia facendo il conto, invece si accende un’MS.

“Di dove sei?”

“Roma, diciamo”.

“Perché diciamo?”

“Poco fuori”.

“E ti chiami?”

“Christina. E tu?”

“Tu lo sai” dice aspirando il fumo lentamente, “Hai sentito: Rosana”. Mi sorride del sorriso più ampio e solare che abbia mai visto, denti, limoni, cieli azzurri e sgranati, musica di un filosofo catanese, c’è tutto, tutto questo e infinitesimamente altro. “Rosangela, sarebbe. Vorrei darti questa cassetta, ma non posso. Te la ricorderai? Pensi che ti verrà voglia di sentirla?”

“Sì, Rosana, e non lo dico così per dire, ma perché davvero… Tu di dove sei?”

Sembra rabbuiarsi.

“Non di qui, anche se l’avrei preferito”. Aspira ancora. “Siracusa”.

“Siracusa?!”

“Sì, i miei sono di Lentini, in provincia… Io sono nata a Siracusa”.

Il treno per Siracusa parte alle 22 e qualcosa, ma è un Intercity.

Questa faccenda ha qualcosa di surreale, considero facilmente – e non mi stupirei se d’un tratto questa donna bionda, il cui interesse non mi dà fastidio, le cui domande non riesco a considerare come indiscrezione, mi rivelasse tutt’intera la mia storia con l’ansia di una maga o mi presagisse fortuna e bellezza con l’ipocrita solennità d’una zingara. So che non lo farebbe – ma, comunque, per me è ora di andarmene, e il fatto che non mi chieda se ripasserò di qui conferma la mia sensazione. Tuttavia la saluto in fretta e in furia, cosa della quale mi pentirò, lo so, pago una cifra inconsistente per spremuta e sfoglia, e mi dirigo all’uscita ancora inseguita dalla voce di Battiato.

Il ragazzino con la maglietta a righe mi aspetta dietro al frigo Sammontana.

“Scusi” mi fa con aria di timido rispetto “Mi darebbe cinquecento lire?… Per mangiare”.

A quest’età non hanno imparato nemmeno l’orgoglio, i pischelli di qui, oltre a non saper stringere le e.

“Uah!” strilla Rosana dal banco “Piezz’accattòn, non disturbare le signorine più grandi, veh!… Non te l’insegnò il babbo, eh?… Debbo proprio dirglielo, eh?…”

Quello indietreggia spaurito, ma mica tanto convinto.

Lo aspetto fuori. Anche Rosana lo sa. Gli do mille lire senza dire una parola, lui mi guarda come se fossi un angelo, coi suoi occhioni di petrolio, ed io vorrei solo dirgli di comportarsi sempre bene e di essere sempre sicuro, in futuro, di quello che farà con le signorine più grandi; ma lascio perdere, le favole sono finite.

Alle ventidue e venti, dopo aver fatto il supplemento corsa, salgo sull'Intercity per Siracusa.

 

 

 

 

 

 

SUL MIO ULTIMO  treno per Siracusa, dentro l’alba di una sera, finalmente accuso il colpo; Madre Dolore dà alla luce del neon il suo parto amaro, senza che alcuna mano glielo respinga più nel grembo.

Fuori la penombra del panorama è diventata un delirante quadro scorrevole, qualcosa di uniforme e interdetto che si fonde con la mia passività. Ho la testa schiantata sullo schienale come un sacco vuoto, pesante nel suo peso statico, come un corpo morto che non possa essere spostato senza un misterioso consulto interno. Riesco a malapena a strusciarla contro il poggiatesta, in un inutile accesso di volontà, e mi accorgo come in una rivelazione che i miei capelli sono finalmente puliti e leggeri, proprio ora che non ce n’è più bisogno.

Non mi chiederò nulla, non mi farò domande, questa è l’unica decisione che è sorta, fulminea e solida, nell’angosciante vuoto che mi ha risucchiata quando mi sono ritrovata improvvisamente sola su questo treno. Non penso nulla, non sono convinta di niente – come sempre, conta solo il pensiero dell’istante o, forse, neanche quello. Non mi chiederò nulla e non mi farò del male gratuito, non indugerò in perché, allora, quella volta; ho ventisette anni, un ragazzo, un lavoro, luci su pareti molto lontane da qui. Vago per il convoglio come un automa, come un sacco vuoto pesante solo del suo peso statico, come un corpo morto che può trascinarsi solo per forza d’inerzia, un corpo morto con capelli puliti e leggeri che nessuno accarezza più. Vago per questo treno di cui non colgo più né temperatura né condizioni igieniche, solo l’inconsueto vuoto, così simile a quello che mi dilaga nella mente: interi scompartimenti vuoti, spazi nei quali il mio corpo può muoversi agilmente, solo poche comitive di ventenni locali – siciliane in fiore lasciate mezze nude dai top coi laccetti che vanno di moda già da alcune estati – , corridoi deserti che posso percorrere agilmente, cessi liberi, e le solite famiglie con bambini orgogliosamente muti, molto più silenziosi dei treni precedenti.

Proprio ora che non ne ho più bisogno, che tutti questi spazi m’incutono gelo e timore, proprio ora che i cessi non mi servono più, perché ho capelli ordinati e pelle pulita, proprio ora che avrei forse bisogno di colori e schiamazzi, di tinte aggressive, di folla invadente e di suggestioni personali che questo paese scatena così prepotentemente.

Accendo una sigaretta, fumo in piedi. Finalmente ho preso l’ultima decisione, ma la chiarezza con cui questa disegna la parola fine al termine della mia umiliante vicenda non mi ha arrecato il sollievo sperato.

Rimango in piedi come un’idiota, piantata sul barcollante pavimento di quest’Intercity come una statua deportata, come una pianta sradicata dal proprio ambiente, dal proprio habitat naturale. Entroterra siciliano. Campagne e case di calce decennale, di polvere accaldata, verde mal curato, verde arso dal sole – sterpaglia morta, triste e orgogliosa nella sua inutilità, come una nobildonna dimenticata da tutti coloro che un tempo frequentavano i suoi salotti. Una vecchia nobildonna dimenticata da tutti che guarda passare, sfrecciare i suoi ex amanti ancora giovani e virili, morbosamente orgogliosa della propria invisibilità, del fatto che nessuno più badi a lei.

Un ragazzo s’affaccia nello scompartimento con aria incerta sotto al ciuffo biondo. Lo intravedo dall’angolo basso del mio rapido sguardo e chino leggermente il capo, desiderio di non scoraggiarlo ma pudico bisogno di non mostrarmi così come mi sento, nuda, insicura, gelata dentro.

Resta lì per qualche secondo e la cosa esaspera la mia provata pazienza di viaggiatrice. Squadra me per alcuni densi secondi, squadra i sedili, infine entra senza chiedermi nulla, del resto si vede, che lo scompartimento è vuoto. Sistema con diligenza il gigantesco zaino – di tessuto mimetico – sui supporti d’acciaio, si siede, mi guarda di nuovo e, non so bene perché, mi viene da piangere.

Si vede tanto?... Sedotta e abbandonata nella patria ad hoc, o ventisettenne fragile e attraente con lineamenti esotici e capelli lunghissimi, bisognosa e refrattaria insieme di calore umano?... Giro la testa dall’altra parte, lo odio, non trattengo il pensiero sfacciato quanto scontato R., perché mi hai lasciata sola, perché mi hai resa passibile di situazioni come questa, come questa cosa poi non lo so, come questa e basta, e odio il biondastro per questo pensiero, lo odio come causa responsabile di esso, lo odio al posto di R., come un paio d’ore fa ho odiato R. per me stessa e per Leo.

“Scusa” dice il tizio a bassa voce, e aggiunge qualcosa che non capisco, vuoi per il dialetto, vuoi per la parlata o per la discrezione.

“Come, scusa?” chiedo, educata e infastidita insieme.

“...Tu sei quella che stava sul treno per Roma, l’altra sera” ripete lui senza scomporsi “Stavi col ragazzo moro, andavate a... Taormina, giusto?”

In un sussulto interiore un velo mi cade dagli occhi e mi rivela una realtà diversa e più dolce, dissolve le mie paranoie, cela momentaneamente i miei rancori dietro a una porta sul retro, da qualche parte lontana e vicina al tempo stesso. Costantino! Il ragazzo dagli occhi verdi che dormiva davanti a noi sull’interregionale per Roma Termini, appena due giorni...uno... ieri sera, realizzo stupita.

Quella smorfia lieve e qualche pelo chiaro perso sul mento, lo zaino mimetico e lo sguardo sfuggente, così diverso da quello dilagante e incisivo di R., è lui, per forza – la postura dinoccolata e incerta che non sbaglia un colpo, è Costantino.

“Costantino?” chiedo incerta.

“Eh, sì”.

“Scusa, mi ricordo di te, ma non ti avevo riconosciuto”.

“Io invece ti ho riconosciuta subito, anche se lì per lì non ero sicuro, ma non mi ricordo come ti chiami” dice con quella cert’aria sorniona e quasi sfacciata.

“Non so nemmeno se te l’avevo detto. Christina”.

“Ah, sì, me l’avevi detto, ma stavo mezzo a dormire”.

“Christina con l’h. Col ch” preciso, chissà perché.

Un surplus di coscienza si fa largo, s’insinua e mi fa chiedere a me stessa perché parlo, per chi – c’è qualcosa che mi sfugge, anche stavolta, una stonatura nella mia percezione che mi ricorda la discrepanza delle famose brevità di R., brevità che me l’hanno infine fatto perdere.

“Christina. Bello, ma come quella zoccola di Christina Aguilera?”

“Eh già” commento ridendo. Sì, anche lui è siciliano, non c’è dubbio.

“E lui?” mi chiede a bruciapelo da sotto il ciuffo.

“Lui chi?”

“Il tuo ragazzo”.

“Non era il mio ragazzo”.

“E dov’è?” insiste.

Faccio un gesto vago con la mano. “Andato”.

Si morde un labbro e tace, però continua a guardarmi. Non c’è malizia, mi pare, solo qualcosa di pigro e interessato insieme, è curioso – non mi stupirei se d’un tratto cominciasse a saltellare e a propormi avventure impensabili, né se si mettesse a dormire come ieri sera. La posizione informale che lentamente va acquisendo dà sempre più credito alla seconda ipotesi. Porta una maglietta verde militare e la prima cosa che mi colpisce nel castano e paglia dei suoi capelli, nei toni verdastri e terreni del suo zaino, dei suoi occhi, della sua t-shirt, di tutto il suo essere, è la differenza cromatica con R., R. che era sempre bianco o nero, nella pelle nei vestiti nelle ombre: bianco d’immaturità, nero di sguardi e di capelli, bianco o nero nel contatto fisico.

Costantino non è di Siracusa ma di Lentini, come i genitori di Rosana; mi chiede perché sono sola e perché sto già tornando a Siracusa e solo allora realizzo che avrei anch’io la stessa domanda da fargli, l’ho lasciato in viaggio per Roma, addormentato su quei sedili affollati quando io e R. siamo scesi a Taormina Giardini, ma a Roma non c’è mai arrivato a quanto pare; meno di ventiquattr’ore dopo è già di ritorno a Siracusa senza Alex e il loro terzo amico, quello che beveva la Heineken nel corridoio mentre tutti intorno si arrabattavano alla ricerca di un posto a sedere, e il sospetto che possa essergli accaduto qualcosa di lontanamente simile alla mia vicenda somiglia stranamente a una speranza, regala un sentore dolce alle mie fibre come una goccia di latte rimasta sul palato, trasforma la sua buffa ciocca di stoppa e il suo zaino mimetico in agganci solidi come indicazioni stradali.

Costantino, Alex e Marcello, il passeggero fantasma, stavano andando a Roma per passare il Ferragosto lì o in zone limitrofe, ma Costantino aveva anche, in una borgata romana, il carico pendente di una mezza fidanzata con la quale definire la rottura. All’ultimo momento non se l’è sentita, si è chiesto chi glielo facesse fare, ha preferito non mescolare quest’ansia con le voci e i colori di una settimana estiva lontano da casa, col sacrosanto diritto di una settimana estiva lontano da casa, probabilmente dopo tutto l’anno che l’aspettava. Ha girato i tacchi, come me e R. per altre ragioni, ha augurato agli amici una buona vacanza dopo una breve sbronza presa insieme al bar di non so quale stazione, e ora sta tornando nella sua comfort zone, dove qualcun altro lo aspetta per un altro motivo, per un’altra vacanza.

C’è probabilmente qualcosa di superficiale, della superficialità amorosa che le mie colleghe detestano tanto, nel suo racconto fatto con leggerezza e un lieve rammarico insieme, ma mi va benissimo così – perfettamente a genio, legittimo e leggero come la maggior parte del suo tono, forse perché non è una cosa che riguarda me, forse perché a me è tornato alla fine meglio così, forse, penso senz’alcun pentimento per la mia cattiveria da animale ferito, perché se soffro io è giusto che soffrano anche le altre.

Come in sogno ripenso a certi romanzi di Ammaniti, di Tondelli, storie immorali quanto realistiche, linguaggio serrato quanto espressivo, uno specchio lucido degli imprevisti, lacrime e piccole soddisfazioni delle ultime due generazioni – forse tre, dimentico sempre che dopo la mia ce n’è già un’altra, che i nati negli anni ’80 già amano e bevono e piangono e si lacerano i neuroni di musica (house) e castelli in aria e passioni inconsolabili, proprio come noi con altro tipo di musica e letture. Ma sì, se mi fermo a ventisette anni, e per una cazzata del genere, sono proprio fottuta in partenza, penso, incoraggiata da un senso lungo di vita – della mia vita come una tra le tante e inconfondibili insieme, sature di gioie e delusioni come quelle dei diciottenni, sature di gioie e delusioni come quelle dei quarantenni, come quella di Rosana; della mia vita diluita tra porzioni di altre vite che salgono e scendono dai treni e della mia vita che in questo momento sfiora l’ombra di Costantino.

 

 

La crisi è passata, e con essa frammenti di tensione e motivazioni senza istinti; ma ci vorrà del tempo, temo, per levare tutti i filtri alle mie oscillazioni di autoprotezione, autoconservazione e furia cieca.

“Ora che fai?” chiedo a Costantino, lui si mette una mano sul ciuffo sbiadito e mi lancia uno sguardo chiaro.

“Scendo ad Augusta. Ma tu me la daresti un’altra sigaretta?”

L’idea che mi lasci anche lui, che non venga a Siracusa con me, che non scenda dal treno con me mi procura una fitta bruciante, invisibile, che riempie appena lo spazio di un attimo ma la cui intensità mi lascia i muscoli indolenziti.

“Dov’è Augusta?”

“Poco prima di Siracusa. L’ultima fermata prima”.

“Vuoi una sigaretta, eh. Ma scendi ad Augusta” dico, come se le due cose fossero collegate da un filo logico, da uno sviluppo di pensiero che renda l’una consequenziale all’altra.

“Vado a trovare un mio amico, già che ci sono. Domani mi porta a Siracusa, o a Lentini, a seconda di quello che avrò deciso di fare. Se avrò deciso”.

Lo guardo con tutta la vuota tristezza di questo mondo e gli porgo meccanicamente il pacchetto di Gauloises. “Perché non te le compri?” aggiungo.

Sorride, si sporge in avanti. “Ehi. Stai proprio tanto giù?”, e si pente immediatamente di avermelo chiesto, lo vedo. La luce brutta dello scompartimento gli cade sull’attaccatura dei capelli – non l’ho mai visto di giorno, ma è molto biondo, a volte, quando la luce lo coglie in certe angolazioni.

“Che c’è, me lo chiedi perché ti ho detto di comprarti le sigarette?”

Si scosta, dischiude la bocca e gli occhi, volta il capo a sinistra, verso la porta – e tace, lo stesso orgoglio muto di R., di tutti, possibile?

No.

“No. Te lo chiedo perché mi dispiace, perché non lo meriteresti, perché...”

"Perché?"

Sorride, sgrana gli occhi chiari, sì, è bello, anche lui; uno strano destino, o la mia esigente predisposizione, attira a me persone esteriormente belle – bellezza chiama bellezza, direbbe Leo, da sempre convinto che io sia una delle donne più affascinanti del Paese, isole comprese. O forse è solo una presuntuosa fantasia creata, in sublime collaborazione, dal mio umano egocentrismo e dalla complicità di Leo.

Si accende la sigaretta e i suoi occhi tornano alla fessura consueta, a tratti cisposa, come quella umida dei gattini appena nati. Starebbe bene in t-shirt nera, ha nell’aspetto e nel modo pigro di muoversi qualcosa che fa pensare alla vecchia America, alle canzoni country degli anni ’70, agli spazi enormi e desolati e ottimisti, ai racconti on the road della beat generation di mezzo secolo fa. Poi fa per muoversi, lo guardo interrogativa.

“Augusta” dice a voce bassa e strascicata, “Sono arrivato”.

“Augusta?”

“La prossima”.

Cazzo.

Prende lo zaino militare, guarda fuori, si gira due o tre volte verso di me, sempre sull’evidente punto di dire qualcosa – parla, Cristo, parla.

“Io...” dice, e d’un tratto si china su di me, con lo zaino sulle spalle che gli dà una pericolosa spinta in avanti, mi bacia fra i capelli come un pazzo, senza decisioni pregresse né progetti seguenti, senza alcun criterio. Io vorrei abbracciarlo, stringerlo, almeno una volta – non lo faccio, non posso.

Perché?

Vertigini e impotenza mescolate a dogmi assorbono anche le mie fibre sottili. Costantino si stacca a fatica dalla mia testa, mi lascia sulle labbra un bacio leggero, appena sfiorato, riconquista l’equilibrio con lo zaino e corre via, come se fuggisse da qualcosa di pauroso e potente insieme. Mi alzo di scatto prima di averlo deciso, lo raggiungo davanti alle portiere proprio mentre il treno comincia a rallentare.

Si mette una mano tra i capelli, è molto alto, anche.

“Scusa” mi fa con un sorriso imbarazzato “Sono molto timido”.

Cosa dirgli? Sono invasa da un moto di tenerezza e provo la stessa sua inquietudine di poco fa, quell’urgenza di parlare, di dire qualcosa qualunque cosa, ma la consapevolezza di non potere perché qualunque pensiero o sensazione risulterebbe a parole inadeguata e scontata, e qualunque desiderio o progetto irrealizzabile – perché qui tutto è irrealizzabile, diversi parametri e margini di realizzazione rendono impossibile a loro, e di conseguenza anche a me, decisioni che in un altro posto, in un’altra città sarebbero fattibilissime.

“Non scendere” mi esce però dalla bocca senz’averlo deciso, come la corsa di poco fa.

Ha un sussulto – è evidente che ci aveva già pensato. Mi guarda come a cercare conferma di quello che ha appena udito – forse vuole che glielo ripeta, forse vuole che insista, forse cerca solo di cogliere nel mio sguardo una parvenza di convinzione, della loro stessa serietà. Ma io non gli do nulla di tutto questo, sono la prima a non avere abbastanza sicurezza: qualche maledetto siracusano bello, moro e forte me ne ha privata, realizzo con rabbia ma senza possibilità di compensazione. Sento la luce nei miei occhi spegnersi con una dissolvenza da cinema da intellettuali e, con essa, anche quella che ingrandiva gli occhi chiari di Costantino. Lo abbraccio solo, in un accesso di dolore irrazionale, e lui ricambia a pieno slancio.

Ad Augusta scende, a differenza di tanta gente si volta subito verso il vagone, sperando di scorgermi. Non c’è affettazione, non lo fa per posa o per convincermi di chissà che; mi identifica dietro al vetro sporco e sorride debolmente, poi si gira e si allontana in fretta, Costantino mezzobiondo che la prima volta – ieri – dormiva davanti a me, Costantino la cui voglia di fumare avevo prevenuto, Costantino sceso ad Augusta senza aver avuto il coraggio di portarmi con sé.

Quando torno a sedermi su un sedile qualsiasi, il mio stato d’animo è qualcosa che nessun impressionista sarebbe in grado di dipingere.

 

 

Il cartellone azzurro delle Ferrovie dello Stato rifrange la scarsa luce artificiale e mi provoca un’esasperazione che credevo, a questo punto, di aver bene assimilato. Quante volte sono che lo vedo, sempre il medesimo? Due, tre, quattro o più?

Siracusastazionedisiracusaterminecorsa...

Mi lego i capelli, scrollo i resti di cenere dalla maglietta e mi alzo, prendo le cose, esco dallo scompartimento – ultima occhiata a un fazzoletto sporco abbandonato sul sedile, triste nella sua completa inutilità, come me. Pochi altri passeggeri da termine corsa dell’ultimo Intercity scendono con me, alcuni senza fretta, quasi svogliatamente ora che è tardi e non ci sono coincidenze di treni o pullman da prendere, altri con fretta raddoppiata dall’ansia di aria, casa, ultimi sprazzi di Ferragosto. Mi attardo volutamente, penso a Costantino sceso ad Augusta, infine esco dalla stazione, per ultima.

Appena fuori, avverto presenze al mio lato sinistro – è una Siracusa buia, questa, la vita turistica di Ortigia è già lontana quanto i ricordi scozzesi, e non c’è niente di più triste di una stazione dove l’ultimo dei treni in partenza è partito, dove l’ultimo dei treni in arrivo è arrivato e i neon fiochi sembrano illuminare solo le speranze sfuggite a un’altra disattesa quotidiana. Se poi non hai neanche più speranze, è quasi peggio: la polvere dei neon è inutile oltre che brutta, come il fazzoletto di carta abbandonato sul sedile, come la mia persona stanca che avverte presenze al lato sinistro.

Volto la testa, un ragazzo magro e bello, in jeans, camicetta e capelli lisci sta piantato accanto all’entrata con aria infelice. Il neon che illumina i primi due metri del piazzale dice la sua pure su di lui e dipinge strane striature lucide, quasi verdastre, sulla sua chioma corvina.

Perfetto – penso seguendo il programma scritto nella mia mente, ora si va all’albergo a pagare. Poi una breve notte in quello di fronte, e domattina, finalmente…

Mi sento sola mentre scompaio nella zona non sporcata dal neon, ma sento cose dietro di me – qualcosa di lasciato e trattenuto insieme che vaga nel mio umore, e poi passi, bisbigli, frasi che mi riecheggiano in testa come storie disadattate – nessun odore, stavolta, strano.

“Christina”.

Mi giro, le sfumature verdastre sono scomparse.

Non ho veramente più niente da dire né da rispondere, sono stanca, ne ho abbastanza di tutto e di tutti. Aspetto qualche secondo per un estremo residuo di educazione, ma lui non parla; meglio, riprendo a camminare.

“Christina!”

Che palle. Le scene da telenovelas no, per piacere – risparmiatemele. Estate del 2001, nel torrido scenario del sud della Sicilia non vennero consumati delitti d’onore, ma qualcosa accadde ugualmente…

“Dimmi, che c’è? È per il debito? Pensa che io non me n’ero neanche accorta, e sono tornata apposta per saldarlo” – bene, precisiamo bene.

“Debito?…” ripete lui, che sembra, del resto, più stanco di me.

“Ma sì dài, non fare il farlocco, quello col tuo esimio padrone”.

Si passa una mano sulla fronte, ad asciugare sudori invisibili.

“Ah… Parli dell’albergo? Io non ci sono ancora andato, ma mia madre mi ha detto che non mi vogliono più. Tu sai di che debito si tratta…” mi guarda, si scuote “Ma a me non interessa affatto, ora che ci penso. Va be’, poi semmai ci parlo”.

“Perfetto” rispondo, già lontana, camminando tra fantasmi che non hanno fatto in tempo ad invecchiare.

“Tu non ce l’hai con me” strilla lui, con la sua parlata chiusa ma sonora, ed è come se la sua voce mi giungesse da distanze incolmabili.

“Dovrei?”

Mi raggiunge. “Dove sei stata?”

“Nelle ultime due ore? Ho incontrato un facoltoso cinquantenne catanese, ovviamente mafioso anche se in Sicilia non siete tutti mafiosi, e ho passato un po’ di tempo nella sua villa di Giarre” rispondo senza fermarmi e senza guardarlo. Giarre. Sarà poi vero che Battiato abita lì? Le note ascoltate nel bar di Catania, l’allegra dolcezza di Rosana, alla quale non ho chiesto niente, che non rivedrò mai più… E la sua Stranizza d’Amuri…

Lui mi guarda perplesso e preoccupato. “Stai scherzando, ovviamente”.

“Voleva riaccompagnarmi ma mi andava di prender questo treno per la quarta volta, sai, mi mancava”.

“Stai scherzando” ripete, più stretto.

“Chi lo sa?”

“Non puoi aver incontrato un cinquantenne così, all’improvviso, ed esserci andata a Giarre, non avresti avuto il tempo materiale… Stai scherzando, vero?”

“Ecco un’altra grave mancanza di voi siciliani: siete del tutto incapaci di cogliere l’ironia”.

Sorride sollevato, è chiaro che il mio rimprovero alla sua gente non l’ha minimamente toccato e che è solo contento di sapere che non ho incontrato nessun cinquantenne. Ma cosa vuole?! Quella camicetta, poi, Dio mio – avrei dovuto vederlo da prima, certo che se quando l’ho incontrato avesse avuto indosso una cosa del genere non gli avrei dato tutta l’importanza che invece gli ho dato.

“Senti, ma che cazzo vuoi?” sbotto “Io sto andando all’A. a pagare, sai, una certa notte, e penso che se ti vedono, con me per giunta, ti sparano. Con la lupara” aggiungo.

“È vero, ne abbiamo di difetti noi siciliani” dice lui nella parlata più bassa e stretta che mai “Ma io non voglio rimanere come sono…”

Non mi ascolta più, è evidente, ma sembra stranamente più quieto, rilassato, ormai. E mi segue come se fosse un suo diritto, o quantomeno la cosa più giusta e normale da fare. La camicettina bianca, o quella che è, nasconde a malapena il suo torace bruno, sottile. E i capelli? Un codino lucido, stanco, che mi parla col suo nome, che si distingue pure nel buio di via Francesco Crispi.

Apri, Spennacchiotto.

“Posso prenderti la mano?” chiede poi, basso e timido.

“Fa’ come ti pare”.

Sta per aggiungere qualcosa, ma ovviamente non lo fa. Mi tocca la mano con gesto sottile e mi prende due dita, poi tre, poi mi ritrovo a un contatto di pelle che provoca tremori e rancori, un contatto di pelle che non ha fatto in tempo a invecchiare.

“Sono orgoglioso di camminare accanto a te” dice, ed io so con esattezza matematica che era questo che stava per dire, poco fa.

“E lei?” domando, seguitando a guardar fisso davanti a me.

Alza le spalle, un fremito lieve scuote le sue scapole sporgenti, così mal celate sotto la stoffa sottile della camicetta. “E lui?”

Alzo le spalle anch’io, ormai stanca dei pronomi.

Ma lui no, a quanto pare. “Sarei orgoglioso di farmi vedere con te” dice, e mi sembra la cosa più bella e più insensata che mi abbia detto finora.

È una Siracusa buia, questa, le luci e la vita di Ortigia sono lontane quanto i ricordi scozzesi, nel beffardo gioco della memoria che traccia linee di straordinaria sensibilità ed altre di oblio silenzioso a velare ogni impulso e nasconderlo forse per sempre, proprio come il sole di qui che in questi giorni ha bruciato in fretta ogni fotogramma, ogni soggettiva per passare all’angolazione seguente.

È una Siracusa buia, diversa da quella in cui sono arrivata, quasi per caso, una settimana fa con Leo, dopo quattro giorni di campeggio selvatico che sembrava aver mostrato tutti gli umori e il caldo torrido e gli sguardi pungenti di questa intera isola chiamata Sicilia.

È una Siracusa buia, penso a Rosana che è di qui, mi chiedo se avrà chiuso il bar e starà mettendo a letto i suoi bimbi, cantandogli in dialetto una splendida melodia del nostro Francuzzo.

È una Siracusa buia, e io e R. continuiamo a camminarci dentro, fluttuanti nel buio granuloso della strada delle pensioni a una stella, affogati nell’incognita di una notte come tante, di due vite diluite fra le tante, di emozioni e coincidenze e percorsi che non hanno nome o forse ne hanno mille, diversi e sconosciuti.

 

 

 

 

 

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