- Fires in the Night (1996-2000)
- L'amore ai tempi della Sip (2016)
- Stranizza d'Amuri (2001)
- Reviews
- February (2003)
- La tinozza (2001)
- Mirrors (1998-2004)
- Something they'll never have - Qualcosa che loro non avranno mai (1997-1999)
- Fatal Faith - lyrics (2017-2022)
- La mia disperata speranza (1995) info@evagiulia.it
Mirrors (1998-2004)
a Ramòn,
ovviamente
ERA UN LUMINOSO pomeriggio di mezza primavera e il sole andava a tuffare i suoi raggi negli angoli più remoti delle stradine di pietra di quella sperduta località del viterbese e parte dei raggi o perlomeno della loro luce andava a finire anche in quel bicchiere di birra chiara, doppio malto, gradazione 7.7% per la cronaca e faceva brillare le onde increspate che si sollevavano nel boccale a causa della presa nervosa del suo bevitore.
Il suo bevitore era in giacca (senza cravatta) perché era da poco (ma a lui sembrava un’eternità) uscito dall’ufficio, ma si vedeva lontano un miglio che non era quello il suo naturale abbigliamento e che in quel momento avrebbe barattato la sua intera (mica tanto consistente, a dire il vero) collezione di giacche cravatte e pantaloni con la piega in mezzo nonché orride scarpe di cuoio così eleganti con un maglioncino di cotone o una felpa e un paio di jeans.
“Sara, fammene un’altra” disse svogliatamente alla graziosa cameriera del bar, sentendosi il personaggio di un film o ancor peggio di una telenovela di terz’ordine che sarà pure di terz’ordine ma gli eroi sfortunati, quando hanno il cuore sotto le suole delle scarpe (eleganti), dicono sempre tutti la stessa frase che fa tanto Humprey Bogart con l’aria vissuta e la sigaretta penzoloni: “Giuditta, portamene un’altra”, “Sabrina, fammene un altro”, con quel tono basso per niente aggressivo che però, chissà perché, lo senti subito che non ammette repliche.
Ma Andrea in quel momento non ci teneva proprio a somigliare all’eroe di una telenovela, nonostante i suoi occhi chiari e la sua naturale espressione tra l’afflitto e il romantico creassero più di una similitudine tra le due figure. Era quello che aveva appena saputo a gettarlo in un grave stato di prostrazione: Alice e Federico si sposavano!
La notizia era fresca fresca, era stata Margherita a portarla al bar Bianchi, luogo di ritrovo e conseguentemente fucina dei pettegolezzi di tutto il paese, nel quale Andrea si recava ogni pomeriggio uscito dall’ufficio insieme a due colleghi per una sorta di rito routinario e incrollabile, come tutte le abitudini che si trascinano per anni unicamente per forza d’inerzia. Appena entrato si era subito reso conto che c’era qualcosa di nuovo nell’aria: Margherita accanto al bancone parlava con i baristi e con diverse altre persone ch’erano intorno a lei e persino la cassiera, dalla sua postazione, tendeva l’orecchio il più possibile in quella direzione. Andrea aveva provato una strana sensazione di fastidio e quasi di sgomento, quale provava sempre del resto di fronte all’enfasi che in paese si era soliti dare alle novità che permettevano di chiacchierare ‘di rendita’ per molti giorni.
“Che c’è di nuovo?” aveva chiesto con indifferenza ad Elena, la cassiera.
“Vallo a chiedere a Margherita” aveva risposto questa sorridendo allegramente “Sicuramente sarà felicissima di raccontare anche a te quello che le ha detto Federico Ferrante mezz’ora fa”.
Federico Ferrante! Era una persona che già di per sé gli interessava molto, e a maggior ragione considerato il fatto che qualsiasi cosa riguardasse lui riguardava automaticamente anche Alice. Era corso perciò al bancone e ancor prima d’ordinare qualcosa aveva chiesto a Margherita delucidazioni circa l’accaduto che, a giudicare dal clamore generale, doveva essere di una certa entità. Margherita gli aveva dato così la notizia che per lui, nonostante nessuno lo sospettasse, era stata una vera stilettata.
“L’ho incontrato fuori dal negozio di materiale fotografico” aveva raccontato Margherita, “e mi ha detto nientedimeno che... si sposa! Vi rendete conto? Così all’improvviso! Fra due settimane, a Nepi, non ho capito bene perché! Dice che lui e Alice stanno per partire, anche se non ho capito se poi rimarranno a vivere qui o torneranno a Roma”.
“Secondo me torneranno a Roma” commentò un amico, “Cosa vuoi che restino a fare qui? Però, conoscendo quei due, non si sa mai”.
“Ha detto che è stata proprio una decisione improvvisa, anche se a quanto pare era nell’aria già da un po’. Mi chiedo perché non ce l’abbiano detto l’altra sera, che eravamo tutti riuniti. Forse non erano ancora del tutto convinti. Non ho pensato a chiederglielo. Dice che cercheranno di farci pervenire gli inviti in tempo, e si è scusato per lo scarso preavviso, ma ha detto che lo sappiamo com’è fatto, che se non ci fosse Alice non saprebbe dove mettersi le mani!” aveva continuato la ragazza, divertita. Era poi passata ai commenti personali: “Del resto c’era da aspettarselo prima o poi. Tutto nel loro atteggiamento fa pensare che stiano insieme da un bel po’ di tempo, e da quello che ho capito hanno abbastanza soldi, nonché due famiglie alle spalle, per potersi sufficientemente mantenere. Non sembrano due tipi dispendiosi, e Federico col suo lavoro di fotografo guadagna qualcosa, e sono entrambi laureati, anche se per il momento non hanno ancora una professione stabile”.
Andrea aveva sentito di detestare Margherita, che in realtà gli era piuttosto simpatica, solo per la dolorosa ovvietà dei commenti che stava facendo. Erano osservazioni perfettamente logiche e cose risapute da tutti, ma a lui risultavano insopportabili proprio per questo. Era corso via adducendo la scusa di un impegno dimenticato ed era andato a rifugiarsi in un baretto un po’ meno centrale, molto tranquillo e poco frequentato nel quale era solito rintanarsi quando voleva stare per conto suo, e non era più riuscito a impedirsi di pensare a ciò che aveva appena appreso e di ricordare, con sofferenza crescente, tutto quello che aveva provato da quando aveva conosciuto la giovane coppia.
Alice Mancini e Federico Ferrante, romani come lui, erano venuti a vivere in quel paesino quasi un anno prima. Federico, giovane fotografo molto promettente, vi si era trasferito per fare un servizio fotografico negli angoli più suggestivi dei borghi circostanti, e Alice, appena laureata in Lettere Moderne, l’aveva seguito per concedersi qualche mese di pausa e poter rimanere con lui. Così avevano spiegato i due, che evidentemente non s’erano trovati male lì, poiché, pur avendo Federico concluso il lavoro in un paio di mesi, vi erano tuttavia rimasti in una sorta di rilassata inerzia per quasi un anno. Avevano qualche lira da parte che permetteva loro di continuare a vivere con un piccolo lavoro di commessa che Alice aveva trovato nel frattempo.
Avevano entrambi aspetto e atteggiamenti sinistroidi e liberali che non erano certo passati inosservati nell’ambiente ristretto, perbenista e conservatore del piccolo paese; tuttavia, pur non essendosi mai completamente inseriti tra la gente del posto, erano piuttosto stimati e benvoluti da tutti, ed eccetto i soliti pettegolezzi e qualche invidioso commento sulla loro presunta felicità, nessuno ne aveva mai parlato male. Venivano regolarmente invitati a cene e feste alle quali presenziavano quasi sempre, e uscivano spesso con Andrea e gli altri pochi under 30 di quel paese la cui popolazione era, come ormai in tutti i paesi, composta prevalentemente da persone anziane. Federico era un ragazzone alto, sportivo e piuttosto carino dall’aria simpatica e i modo spontanei; e Alice! Alice era stata per Andrea un vero colpo al cuore da quando le aveva rivolto la parola per la prima volta. Affascinante, se pure non bellissima, con un viso forte, espressivo, eppure tanto delicato nonostante i lineamenti irregolari, ogni sua parola tradiva intelligenza, acume e sensibilità, doti per altro proprie anche di Federico. I due sembravano avere molto in comune ed Andrea considerava Federico una persona eccezionale non meno di Alice (pur essendosi, giacché l’eterosessualità era per lui una condizione almeno al momento irreversibile, innamorato di quest’ultima e non del suo compagno).
Ma Alice stava con Federico: era un dato di fatto così ovvio e scontato che nessuno, pur senza averne prove dirette e senza averne mai parlato con gli interessati, l’aveva mai messo in discussione. I due stavano insieme sempre e ovunque, in accordo apparentemente perfetto, e sebbene alla riunioni o durante le uscite serali stessero spesso ognuno per conto proprio a chiacchierare e fare conoscenza con persone differenti, erano palesemente indivisibili e ogni tanto correvano l’uno dall’altra a darsi di corsa un affettuoso bacio sulla guancia, a farsi una carezza, a prendersi una mano con una spontaneità così candida e disarmante da apparire quasi commovente nella sua naturalezza. Per il resto non si sapeva molto del loro rapporto; essendo entrambi molto riservati, e praticamente tutti gli abitanti del posto abbastanza formali e ipocriti da non far loro domande, si sapeva solo che vivevano in un minuscolo appartamento nel quale passavano la maggior parte della giornata in un’atmosfera – si diceva – originale e bohemién, immersi nel loro rapporto e nei loro hobby comuni, la lettura e la (senza dubbio modesta) pittura.
Andrea era un ragazzo riservato e affascinante, e, per quanto glielo consentisse la limitante mentalità di quel paese nel quale viveva ormai da tre anni (e dal quale aveva sempre sperato d’andarsene presto), covava dentro di sé tendenze progressiste che lo differenziavano dalla grigia conformità della società locale e lo circondavano di un’aura di mistero e di originalità che, anche in virtù dell’invincibile timidezza che si portava dietro fin da bambino, faceva sì che una buona parte della popolazione femminile del posto sospirasse invano per lui.
Anche per questo aveva provato un’istintiva simpatia per la strana coppia arrivata da poco ed era diventato, per quanto l’imperante formalità dei rapporti del paese lo permettesse, ottimo amico di entrambi, anche se il suo amore per Alice – sì, il primo mese di frequentazione l’aveva convinto ch’era proprio amore quello che sentiva per lei – era sempre stato inibito dalla dolorosa consapevolezza del suo legame con Federico, così come un’ulteriore avvicinamento a lei.
Ora questa notizia giungeva più sconvolgente quanto più inaspettata. Pochi giorni prima, infatti, era avvenuto un episodio significativo che aveva gettato una nuova luce sui fatti e aveva acceso di speranza e d’emozione ogni fibra fisica e morale di Andrea.
Era stato il compleanno di Federico e lui e Alice avevano organizzato una piccola festa alla quale avevano invitato tutte le persone che erano soliti frequentare. Era la prima volta che Andrea aveva l’occasione di andare a casa loro; lungo il tragitto si era stupito nel constatare che non c’era mai stato, a maggior ragione considerando che aveva sempre saputo dove abitavano. Altri ragazzi del paese avevano visto la loro casa, ma non aveva mai sentito altro oltre ai commenti scandalizzati sull’aria disordinata e artistoide che vi si respirava. In quell’appartamento invece, Andrea aveva avuto la più grossa sorpresa dell’ultimo anno.
La casa era abbastanza accogliente e originale da suscitare il maligno e ipocrita stupore della gente del luogo. Era pervasa da quel disordine perfetto che tradiva in realtà cura, consapevolezza e forte personalità: ovunque vi erano fogli, libri, prove fotografiche di Federico e appunti letterari di Alice, candele, tazze, altri oggetti folkloristici e alle pareti arazzi indiani e discutibili tentativi pittorici. Ma la cosa che gli altri sembravano stranamente non aver notato, e che colpì Andrea oltre misura, fu il constatare che Federico e Alice avevano due stanze separate, sebbene ognuna piena di oggetti e vestiti comuni. In quella di Federico c’era un letto a due piazze, in quella di Alice un lettino singolo. Cosa poteva significare ciò? Timidamente, con un’osservazione intelligente e discreta meditata a lungo tra il brusìo e le interruzioni degli altri invitati, Andrea era riuscito ad ottenere dai padroni di casa, e nella fattispecie da Alice, la spiegazione di quella stranezza.
“La mia atavica insonnia m’impedisce di dormire con chiunque, anche se potendo non mi dispiacerebbe certo dormire con Fede!” aveva spiegato la ragazza con un sorriso.
Certo, questo poteva non voler dire nulla. Non avevano certo bisogno di dormire insieme per ottenere la legittimità di coppia, quando poi vivevano in simbiosi la maggior parte del tempo. Eppure, eppure, qualcosa si era – irragionevolmente, pazzescamente – acceso dentro Andrea, una fiammella, un debole ma tenace sussulto di speranza. Forse, forse il loro rapporto non era così chiuso e indissolubile come sembrava – certo era da folli illudersi che i due fossero solo amici, ma magari il loro era sostanzialmente un rapporto libero e passibile di variazioni quand’esse si fossero presentate, non era del resto trascurabile la natura fricchettona e liberale dei due...
Andrea bevve nervosamente l’ultimo sorso di birra chiara, doppio malto, gradazione 7.7%, e pagò a Sara il dovuto sforzandosi di mantenere un atteggiamento meno cinematografico possibile, conscio dello stereotipo cui voleva sfuggire. S’incamminò per il vicolo continuando a ripercorrere mentalmente i fatti di quella sera. Alice, a maggior ragione considerata la ricorrenza, era stata stupenda con Federico, piena d’attenzioni e premure più del solito, e Federico dal canto suo non faceva che abbracciarla con evidente gioia e la voleva continuamente accanto a sé. Eppure, passate le prime ore di entusiasmo generale, quando l’atmosfera s’era un po’ calmata, Alice aveva raggiunto Andrea che, come spesso accadeva, era in disparte immerso nei suoi pensieri col bicchiere in mano, si era messa a parlare con lui e vi era rimasta fino alla fine della serata, brillante e interessante più che mai, dissertando il suo consueto posto accanto a Federico. Dopo il primo imbarazzo, Andrea si era sciolto e aveva conversato con lei dando il meglio di sé, e avevano discusso per quasi un’ora di argomenti profondi e intelligenti.
Inutile dire che Andrea era tornata a casa euforico, speranzoso e più innamorato che mai. Sapeva perfettamente che tutto ciò poteva non significare nulla, se non la prova dell’evidente simpatia che Alice gli aveva sempre dimostrato, eppure, con l’irrazionalità tipica degli innamorati non poteva impedire che da quella sera una nuova speranza gli fosse nata dentro. Le due stanze separate, ok, per problemi personali di Alice, ma pur sempre separate, e poi la ragazza che proprio in quella circostanza aveva lasciato Federico in balìa degli invitati, senza di lei, per ore...
Andrea aveva pensato febbrilmente a queste cose per il (poco) resto della notte. E poi, per la strana legge del destino che raramente lascia isolato un evento importante, la mattina dopo aveva trovato un’altra sorpresa ad attenderlo, non meno entusiasmante della prima. La lettera di risposta della Fate! La lettera di assunzione della Fate, importante azienda milanese con la quale Andrea, speranzoso di poter finalmente abbandonare quella sperduta località viterbese, aveva sostenuto un colloquio un mese prima! La Fate si diceva soddisfatta dell’esito del loro incontro e pronta ad assumerlo anche subito, dopo un ulteriore colloquio pro-forma, pregandolo anzi di contattarli tempestivamente e cominciare a organizzare il suo trasferimento a Milano.
Andrea non ci poteva credere. Aveva tanto sperato in quella risposta, sua unica possibilità al momento di poter tornare in una metropoli, certo non la sua natìa Roma ma pur sempre un’importante città piena di opportunità. E ora la risposta era arrivata, proprio all’indomani di quella splendida serata, proprio nel momento in cui, assurdamente, lui si sentiva meno disposto ad andarsene! Non sapeva se sentirsi al colmo della gioia o nella più penosa incertezza, così come non sapeva se essere più felice per quella lettera o per l’accaduto della sera prima.
Aveva accettato, certo; ma aveva detto alla Fate, che avrebbe gradito una collaborazione immediata, che erano nel frattempo sopraggiunti dei problemi e aveva chiesto qualche giorno per dar loro la conferma definitiva. Aveva deciso: avrebbe parlato con Alice. Si rendeva conto di avere aspettato anche troppo e di non aver mai avuto il coraggio di fare alcunché di concreto per tentare di far evolvere quella situazione. Ora non c’era più tempo per crogiolarsi. Voleva conoscere l’esatta natura del suo rapporto con Federico. Cosa ci voleva, in fondo? Bastava una domanda qualsiasi, né indiscreta né compromettente, come ad esempio “È tanto che tu e Federico state insieme?”, per avere finalmente le risposte di cui, si rendeva conto, aveva sempre abbisognato e che al contempo aveva sempre temuto.
Gli sembrò improvvisamente tutto così semplice che si meravigliò di come non si fosse deciso a farlo prima, né di come nessun altro in paese l’avesse mai fatto, se pure per semplice curiosità. Nel suo caso la paura aveva sempre avuto la meglio sulla necessità, certo. Ma ormai non aveva granché da perdere: se anche la risposta fosse stata assolutamente sgradita, se anche avesse saputo che Alice e Federico erano felicemente e indissolubilmente fidanzati da anni, be’... Tanto, stava per partire. Avrebbe avuto tempo e modo di dimenticare. Ma considerava ora l’inerzia e la paura che l’avevano bloccato per quasi un anno assolutamente inaccettabili essendoci in gioco qualcosa di molto più importante, la cosa più importante della sua vita.
Ora che aveva deciso sentiva di non poter più aspettare oltre: doveva risolvere la questione immediatamente. Avrebbe telefonato ad Alice il giorno seguente, appena uscito dall’ufficio, chiedendole di vedersi. E il giorno seguente era oggi!... Per tutta la giornata Andrea aveva contato i minuti che lo separavano dalla telefonata che si accingeva a fare, e mai come quel giorno le otto ore d’ufficio gli erano sembrate interminabili. E poi, finalmente uscito dalla grigia palazzina ecco, eccola la bella notizia, giunta puntualissima quale sinistra ammonitrice a distruggere le sue sciocche illusioni e a riportarlo alla realtà!... Andrea vide una bottiglia a terra e le diede un calcio rabbioso. “Bell’idiota sono stato!...” si disse a mezza voce irrigidendo tutti i muscoli “Bell’illuso. Chissà cosa mi credevo. Chissà cosa cazzo speravo” imprecò tra sé e sé. “L’episodio dell’altra sera mi ha fottuto il cervello. Meno male che l’ho saputo subito, immediatamente, prima di fare qualunque sciocchezza. Meno male che sono passato al Bianchi anche oggi, nonostante avessi fretta di fare quella stronzata. Pensa al lato positivo, mi sono risparmiato una bella figura di merda. Pensa che bello, le chiedevo ‘Alice, che rapporto c’è tra te e Fede?’, e lei mi rispondeva ‘Splendido, stiamo per sposarci!’”.
Aveva appena pronunciato quest’ultima frase, a mezza bocca con se stesso, quando alzando finalmente lo sguardo dal marciapiedi, sul quale l’aveva tenuto incollato fino ad allora, vide Alice che proveniva dalla direzione opposta. La ragazza l’aveva visto e si stava dirigendo verso di lui, e ormai era tardi per evitarla, nonostante Andrea l’avrebbe nettamente preferito. Inghiottì nervosamente e si preparò a bere fino in fondo l’amaro calice.
“Ciao!” lo salutò Alice col suo sorriso deciso non appena gli fu abbastanza vicina.
“Ciao” rispose lui senza fiato.
“Come stai?” continuò lei, luminosa e cordiale come sempre.
“Bene... bene” borbottò lui, incapace di aggiungere altro. “Dovrei dire qualcosa” pensò desiderando d’essere altrove, “Almeno domandarle come sta lei”.
Ma non ci riuscì. Alice aspettava che lui parlasse e lui non ce l’avrebbe fatta a rompere quell’imbarazzante silenzio con una banalità qualsiasi, quando poco prima era venuto a conoscenza di qualcosa di ben più importante.
Decise di dire le cose come stavano. Sì, l’unica era giocare finalmente a carte scoperte, chiamare le cose coi loro crudeli nomi. E poi dentro di lui c’era ancora una tenue voce, ormai quasi ridotta al silenzio, che gli diceva che chissà, magari non era vero, magari era solo un pettegolezzo messo in giro dalla malefica congrega del Bianchi, in fondo il compleanno di Federico era stato appena tre giorni prima e ad Andrea pareva quantomeno strano che i due non avessero colto l’occasione per fare l’annuncio... Magari, magari, magari c’era ancora una speranza, un piccolissimo appiglio a cui aggrapparsi per non affondare nei cupi flutti della certezza...
“Ho... ho saputo del matrimonio” disse quindi in fretta, sperando ardentemente in una smentita “E che... ve ne andate”. Era anche troppo. Rapido ed essenziale – di più non poteva. Già la parola matrimonio gli provocava dolorose fitte allo stomaco, non ce l’avrebbe fatta a precisare ulteriormente: ho saputo che ti sposi. E poi, che differenza c’era?
“Hai saputo! Te l’ha detto lui? Sì, è vero” rispose lei euforica, con un sorriso radioso che Andrea non ricordava d’averle mai visto “Non posso ancora crederci. Ho aspettato questo giorno per anni... Certo, non immaginavo che sarebbe successo tutto così in fretta, il fidanzamento, tra virgolette s’intende”, s’interruppe per riprendere fiato, “E poi, poi la decisione, così all’improvviso... Non è incredibile?” rimase a guardarlo con aria estasiata.
Andrea era impietrito. Altro che smentita! “Eh... eh sì, infatti. Sì, davvero, incredibile” fu costretto ad ammettere suo malgrado “Ma... ve ne andate. Te ne vai” precisò.
“Sì, ma poi torno, eh?... Non subitissimo, magari... ma torno, figùrati. Ah” aggiunse come colta da folgorazione “Ovviamente ti arriverà l’invito, a giorni. Scusa, sai, per il ritardo... non avrai pensato che non... Ma Fede te l’avrà detto, immagino. Capisci, tutto organizzato così in fretta, all’ultimo momento... Fra l’altro è a Nepi, e non penso che tutti avranno voglia d’arrivarci... ma ci terrei che tu venissi... davvero, non sarebbe la stessa cosa senza di te!” s’interruppe imbarazzata e tacque di colpo, come pentita d’aver parlato troppo.
Andrea si sentì come se qualcosa, un’atavica e segreta ma purtroppo essenziale parte di sé gli si frantumasse dentro. Non sarebbe la stessa cosa senza di te. Proprio non si rendeva conto! Non l’aveva proprio mai guardato diversamente che come un caro e semplice amico!... O forse in realtà aveva capito tutto e stava semplicemente ridendo di lui? No, era impossibile. Era impossibile che avesse capito qualcosa. Andrea non aveva mai lasciato trapelare nulla, un po’ per timidezza, un po’ per istinto di autodifesa e un po’ per rispetto verso Federico, che era un ragazzo in gamba e che gli aveva subito dimostrato amicizia.
“Oh... ma sì certo, naturalmente verrò” mentì “Nepi...”
“Sì, lì, perché mia cognata... be’, sì, posso chiamarla cognata, ormai! Mia cognata è di lì, e ci teneva tanto...”
“Capisco” replicò lui seccamente, ansioso di andarsene. Non ce la faceva proprio più. Sentirla così entusiasta, così ingenuamente felice nel metterlo al corrente, nel condividere con lui quella gioia... addirittura mia cognata, la chiamava già, quella tale sorella di Federico. No, non poteva ascoltare oltre. Ma lei continuava, ormai travolta dall’entusiasmo: “...Rito civile, sì, perché Federico non è nemmeno battezzato, la madre permise ai figli di scegliere... A differenza della mia... Anche per questo è stato possibile organizzarlo così in quattro e quattr’otto...”
Basta. Ad Andrea era bastato un attimo per decidere. Avrebbe accettato la proposta della Fate. Non aveva più senso rimanere lì, in quel paese sperduto dimenticato da Dio e dagli uomini, dove ogni aspetto della vita quotidiana era regolato dal pettegolezzo e dalla maldicenza. Era miseramente crollato anche l’ultimo motivo che l’aveva persuaso a rimanervi fino a quel momento, l’incontro quotidiano col sorriso forte e sincero di Alice, stagliato tra il grigio e la luce dei vicoli... Ora che anche quel sorriso se ne andava, ora che i vicoli grigi avrebbero perso la loro luce rimanendo semplicemente grigi, non aveva proprio più ragione di restare. Lei sarebbe tornata, certo. L’aveva appena dichiarato. Ma sposata. Quel sorriso sarebbe stato forse ancora così intenso e forte e vero, ma sarebbe appartenuto definitivamente a un altro.
“Ma che differenza c’è poi?... Cos’è un matrimonio?... Non è sempre stato di Federico quel sorriso, non l’ho forse sempre saputo?... O forse mi illudevo, stupidamente, puerilmente, che potesse essere diversamente?... Sì, m’illudevo, l’altra sera mi sono illuso... È solo colpa mia, che sapevo fin dall’inizio come stavano le cose, e non sarà un rito civile a privarmi di quel sorriso che non ho mai avuto, che è sempre stato di quel legittimo proprietario che adesso va a ufficializzare il suo possesso”.
No, non ci sarebbe stato, al ritorno di Alice. L’indomani stesso avrebbe comunicato alla Fate la sua decisione. Non sarebbe più tornato in quella sperduta località del viterbese. Nulla aveva costruito nei pochi anni che vi aveva trascorso: né soddisfacenti rapporti sociali, né avanzamenti sul lavoro, che causassero rimpianto o nostalgia e motivassero un suo ritorno lì, fosse pure un week-end fuori porta o una breve deviazione tornando a Roma. Avrebbe accettato il trasferimento a Milano, alla sede centrale della Fate, sparendo dalla circolazione così, da un giorno all’altro, senza informare nessuno. Nessuno lo meritava, tranne Alice e Federico che però, per forza di cose, erano i primi da cui doveva allontanarsi senza dar spiegazioni. Voleva dimenticare l’insignificante soggiorno che aveva trascorso in quel paese, voleva imparare a considerarlo una parentesi irrilevante e marginale, a cui non dare alcuna importanza nello scorrimento della sua vita. Ma per farlo, doveva andarsene senza lasciar traccia di sé. Guardò l’orologio: erano ancora le sette. Aveva ancora qualche minuto per mandare un fax alla Fate, intanto, per preannunciare il suo consenso. Perché tanta fretta? Aveva forse paura di cambiare idea? No. Aveva solo paura di illudersi ancora e di aggrapparsi ancora una volta a sciocche illusioni. Per questo non avrebbe posto tempo in mezzo: avrebbe mandato il fax, avrebbe iniziato a raccogliere le quattro cose sparpagliate che teneva nel monolocale in cui aveva passato gli ultimi tre anni, e l’indomani stesso… Via, di corsa in macchina verso Milano, dove il suo amico Luca sarebbe stato felice di ospitarlo mentre cercava una sistemazione.
“Oh, scusa” disse Alice, a cui non era sfuggita quella rapida occhiata all’orologio “Ma forse hai un impegno? E io sto qui a trattenerti con le mie chiacchiere...”
“Figurati” rispose Andrea deciso, sorridendo (ora riusciva a sorridere. si sentiva già lontano, altrove. quel sorriso non era altro che l’ultimo piccolo sforzo, un pedaggio da pagare per poter essere finalmente altrove) “Mi ha fatto piacere incontrarti, e sono contento di vederti così felice. Ma ora devo proprio andare. Devo mandare un fax e vorrei farlo dal mio ufficio, prima che anche la donna delle pulizie se ne vada e stacchi tutto” spiegò tranquillamente.
“Oh... Qualche problema al lavoro?” si preoccupò lei.
“No, niente di che” rispose lui senza cambiare espressione “Devo comunicare a un cliente l’importo di una transazione, ho dimenticato di farlo stamattina e deve assolutamente averlo entro domani”.
“Va bene” sorrise lei “Allora ci vediamo, eh. Manca ancora un po’ alla mia partenza. Intanto ti farò pervenire l’invito.”
“Sì, grazie” rispose lui meccanicamente, già lontano, distante...
“Ciao” disse lei sfiorandogli la guancia con un bacio.
"Ciao, Alice...ciao” rispose lui con un ultimo, incontrollato fremito, poi prese a camminare e si allontanò senza voltarsi indietro.
“Questa devo raccontarla subito a Fede” pensò Alice col cuore in tumulto, e si diresse in fretta verso casa. Spalancò la porta di slancio interrompendo così il bacio che si stavano scambiando Federico e una graziosa ragazza bionda.
“Barbara! Scusate... Barbara, non sapevo che saresti venuta!” esclamò correndo a salutare la futura sposa di Federico.
“Sono venuta a prendermi quest’impiastro” spiegò la ragazza sorridendo “Partiamo domattina per Nepi. Capisci, ci sono un sacco di cose da fare giù, e lui se ne sta qui tutto tranquillo... Sicuramente, nella sua limitata mentalità maschile, lui pensa che per sposarsi basti informare le persone e presentarsi in Comune il giorno stesso... Così se ne sta qui a fantasticare ed io e mia madre stiamo diventando matte, quasi più di quanto già siamo!...”
“Hai ragione” disse Alice abbracciando Federico “Ma del resto, hai detto bene: è una mentalità tipica maschile! Non ti ha insegnato niente la tua Alice? Eh?” disse poi rivolta al ragazzo che sorrideva divertito fra le due donne, “È questo il modo di fare? Lasci la tua futura consorte a naufragare in mezzo ai preparativi e tu te ne stai qui a goderti la scena di come la voce delle tue nozze fa il giro del paese?...”
“Certo!...” rispose Federico divertito “Almeno ho dato qualcosa di cui parlare a questi quattro morti di noia!”
“A questo proposito, non sai chi ho appena incontrato!”
“Non mi dire… Andrea?” chiese il ragazzo, interessato.
“Proprio lui! L’aveva già saputo, pensa... Glielo hai detto tu? Mi ha chiesto un po’ di cose... Fede, non puoi capire... Sembrava dispiaciuto, del fatto che per un po’ me ne andassi anch’io, che dovessi venire con voi a darvi una mano e sistemare un po’ le cose mentre voi sarete a Bali...”
“Per quanto mi riguarda, Ali, io vorrei che venissi con noi, te l’ho già detto. Cosa devi sistemare, tu, a Nepi? Vieni con noi, dài... Non mi dirai che ti senti di troppo!” disse Federico, stringendola affettuosamente.
“Ha ragione, Alice, perché non molli tutto e vieni anche tu? Ho paura che quest’impiastro subisca un trauma, allontanandosi da te così bruscamente. E ti proibisco di muovere un dito, a Nepi... L’hai già viziato troppo, mi pare. Come se non ci avesse già pensato sua madre!...”
“Ehi, fanciulle, avete finito di mettermi in mezzo?...” protestò Federico ridendo.
“A proposito, Fede, quasi dimenticavo” disse Alice all’improvviso, sentendo nominare la madre di Federico “Ha chiamato tua madre, stamattina. Voleva sapere quand’era stata l’ultima volta che avevamo visto papà... Dice che non riesce a rintracciarlo, ha chiesto a me, ma neanche mia madre ne sa nulla, l’ho chiamata subito dopo e pare che non abbia sue notizie da settimane”.
“L’ho sentito l’altro giorno” rispose Federico, “Mi ha chiamato per sapere come procedevano i preparativi...” i due fratellastri si guardarono, trattenendo una risata “Starà forse cercando di sfuggire a entrambe?...” aggiunse Federico, e tutti e tre scoppiarono a ridere.
“Ve lo dico sempre, siete stati fortunati voi” osservò Barbara, “a incontrarvi e prendervi così tanto al punto di andare a vivere insieme alla faccia delle beghe familiari. Quasi vi invidio... Spesso, anzi quasi sempre, non si va così d’accordo nemmeno coi fratelli naturali... Come io col mio”, concluse tristemente.
“Forse è proprio perché ci siamo voluti incontrare, voluti prendere, per nostra scelta... Noi non siamo fratellastri, siamo amici... complici” commentò Alice.
“Sì, però, ti ricordi quando all’università pensavano tutti che stessimo insieme?” disse Federico ridendo, “E di quel tipo che non ti filava perché era convinto che stessi con me?... Quelli sì erano tempi!...”
“E ci ride, anche. Io sono rimasta traumatizzata da quella storia, e lui ride!” strillò Alice fingendosi indignata.
“Mah”, commentò Federico raccogliendo dal divano un pacchetto di Camel e frugando tra i cuscini in cerca dell’accendino “Sono cose che potevano succedere a vent’anni. Ora ne abbiamo qualcuno in più... Comunque, dimmi un po’ di Andrea? Io non l’ho visto, ma oggi ho incontrato Margherita, probabilmente l’avrà saputo da lei. L’hai invitato?”
“Certo, perché, se aspettavo che lo facessi tu che sei il diretto interessato, stavo fresca! Niente, ti dicevo, sembrava dispiaciuto che partissi anch’io... Ma glielo ho detto, che tornerò presto. A buon intenditor…”
“E soprattutto che tornerai senza di me, così finalmente sarà la volta buona che succeda qualcosa, che sarebbe quasi ora…”
“Veramente non gliel’ho specificato, che voi rimarrete lì, ma tanto è ovvio che, anche se torni, non torni certo a vivere con me... Fammi fare un tiro” disse sfilando la sigaretta al ragazzo con gesto fulmineo.
“Insomma” continuò, “Io ho deciso che domani sera... lo chiamerò e gli chiederò di uscire. Da soli, senza gli altri. È un anno che viviamo qui, ormai, e abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto con lui, e ancora non ho avuto il coraggio di far niente... All’inizio pensavo di non interessargli, lo sai, ma poi ho saputo che è molto timido, e certe facce che ha fatto oggi, mentre parlavamo, e anche l’altra sera, te l’ho raccontato, no?...”
“Come no” rispose Federico fingendo di rabbuiarsi “Se penso che mi hai snobbato così allegramente, proprio la sera del mio compleanno, lasciandomi a conversare per ore coi nostri simpaticissimi compaesani! E col pensiero di Barbara ammalata, poi… Ma ti ho già perdonata. Forse se fossi stato una donna l’avrei fatto anch’io, per un tipo così irresistibilmente affascinante come il tuo Andrea” disse sghignazzando.
“Idiota” commentò Alice sbattendogli in faccia un cuscino.
“Scherzo, lo sai che mi piace molto Andrea, e se vuoi proprio sapere la verità anch’io penso di piacergli... Non quanto gli piaci tu, ovviamente”.
“Hai finito?” chiese Alice minacciosa, mentre Barbara rideva assistendo all’ennesima sit-comedy dei due fratelli.
“Dài, tanto adesso mi tolgo dai piedi così è la volta che lo conquisti, il bel tenebroso”.
“Speriamo, insomma, io ho deciso che domani ci provo” annunciò poi fumando nervosamente, un tiro dopo l’altro.
“Ohhh!...” esclamò Federico rivolto a Barbara “Così forse finalmente la smetterà di ammorbarmi ventiquattr’ore su ventiquattro. Ma scusa” chiese poi, “Ora che hai trovato il coraggio, prima che ti passi di nuovo, perché non lo chiami subito?... Tipo stasera?”
Alice ci pensò su. Poi rispose: “No... Stasera voglio stare con voi, è l’ultima sera che siete qui... Magari domani sarò doppiamente motivata, visto che mi ritroverò da sola come una scema. Poi lui stasera aveva una grana di lavoro, da quello che ho capito. Domani... domani è la soluzione migliore”.
“Come minimo esigo che poi mi telefoni e mi racconti tutto” disse Federico. “Allora, stasera che si fa? Ci andiamo ad alcolizzare come ai vecchi tempi?” propose poi rivolto alle sue donne. Cominciò a snocciolare idee per la serata, per quel poco che il paese offriva.
Alice non lo stava più a sentire. Pensava ad Andrea e a quello che gli avrebbe detto l’indomani. Sarebbe passata al bar Bianchi nel tardo pomeriggio, all’orario consueto in cui sapeva che era solito andar lì dopo il lavoro, e se non l’avesse trovato gli avrebbe telefonato. Gli avrebbe detto in maniera disinvolta Che fai stasera, esci? No, sai, perché Fede ha anticipato la partenza ed è la prima sera che mi trovo qui da sola, non mi va di stare a casa...
Sì, poteva andare. Tutto deciso, tutto organizzato nei minimi dettagli. Non avrebbe potuto dirle di no. L’indomani, l’indomani finalmente qualcosa sarebbe successo. Alice non vedeva l’ora.
“Allora, che si fa stasera?...” chiese di rimando a Federico. Era felice.
Sono stata adesso a parlare con Axel.
Stava bene, lui si sforza sempre di star bene, o quantomeno di apparire tranquillo e razionale, come sempre. Attivo, come se stesse ancora ai tavolini dell’After Midnight. Quel che è certo è che non s’è rassegnato, o forse cerca di convincersi che sia così. Credo non voglia che lo vada a trovare, ma non me lo dice per non offendermi, così come ha smesso di opporsi alla mia decisione di cercare i contatti insieme a Claudio. È dimagrito: la maglietta grigia gli scopriva le braccia scarne e lo scorpione tatuato sembrava avvizzito.
Forse l’unica impressione che ho trattenuto del nostro colloquio è stata il mio folle desiderio di toccarlo, anche solo con la punta di un dito, e di ritrovarmi i polpastrelli gelati dal contatto con quel maledetto vetro. È crudele e insensata, la giustizia, più con le persone collaterali che con lo stesso imputato – come se volessero colpire il suo intero contesto, dacché non gli procura, evidentemente, abbastanza soddisfazione punire il diretto interessato. Carolina, poco fa, per telefono mi ha detto che si tratta di una questione di sicurezza – non ci credo. Mi stringevo le dita per non piangere, ne ho abbastanza di discorsi della serie non farne una malattia o ancor peggio non è mica il tuo ragazzo. O forse no, forse preferirei che me li facessero; almeno potrei rispondere che nemmeno prima era il mio ragazzo, eppure non mi schiodavo dai tavolini dell’After e chiunque si guardava bene dal farmi paternalismi sentimentali, e lo sapevano, sapevano bene che ero lì per lui.
La cosa peggiore è che pare lui sia colpevole, pare che abbia davvero infranto varie leggi fiscali e oltre, e le cose si mettono male, lo capisco dal fatto che Claudio non riesce più a parlarne mentre andiamo in giro per la Cassia a contattare i gestori dei locali con cui Axel collaborava da tempo. È colpevole di qualcosa che ai miei occhi non ha alcun tipo d’importanza e che comunque è meno grave di uno scippo o di un reato contro la persona, ma che per i sedicenti tutori dell’ordine ne ha eccome, di importanza, ed è molto più grave di uno scippo, di un reato contro la persona e di tutte le cose contro le quali io mi scaglierei indignata.
Lo scorpione di Axel, ribattuto da poco, sbatteva sul bianco e grigio asettico di quel posto, non differente da un ospedale e nel contempo peggiore. Era così nitido, scivolava da sotto la manica della t-shirt grigia – come quel posto – ed era così vivo, come lui, come il suo sguardo non rassegnato, mi dava la misura della vita che hanno imprigionato quando questa è ancora così intensa e attiva negli occhi di questo trentenne per loro colpevole, come un falco rinchiuso a forza in una gabbia, e ho pensato che in fondo aveva ragione Stendhal quando diceva che una delle disgrazie della vita è che la gioia di vedere l’amato non lascia ricordi precisi, poiché l’anima è troppo turbata per poter porre attenzione a ciò che li produce e li accompagna.
Quando ho conosciuto Axel c’eravamo già visti due o tre volte in qualche birreria rock; al concerto dei Lacuna Coil, al Black Out, lo avevo accanto nella ressa e avevamo scambiato qualche entusiasta ma stringato commento. Lui era il solito tipo alto e magro e vestito di nero, borchie e accessori d’acciaio più o meno in vista. Non sembrava uno di quegli esibizionisti da baraccone metal, ma non era nemmeno uno qualunque. La sua competenza in fatto di musica e locali e costumi sociali trapelava da ogni gesto apparentemente casuale, come pure la sua sicurezza. Pochi anelli, pizzetto e maglioncino nero, un mix bizzarro.
All’After Midnight lo conoscevano tutti tranne me, che del resto frequentavo il locale da poco, mi ci aveva portata Carol un paio di settimane prima.
Quella sera Carolina e Mauro stavano facendo esperimenti con l’assenzio, io li guardavo annoiata e bevevo il mio drink con i piedi buttati sulla sedia davanti. Quando Axel arrivò non lo riconobbi, indossava però dei bei pantaloni da rettile e salutava tutti con fare sicuro e modesto.
“Erin, tu lui già lo conosci, immagino” mi disse Carol dopo averlo baciato con affetto.
“No” dissi, guardando distrattamente quell’ennesimo prototipo di uomo-di-mondo.
“Ci siamo visti, però” disse lui facendo un cenno di saluto a Claudio.
Lo guardai interrogativa.
“Non avevi i capelli neri? Stavi al concerto dei Lacuna Coil” mi disse, rivolgendosi a me come si fa con un vecchio amico. Ricordai in un lampo.
“Sì, tu sei… Ma è passato diverso tempo”.
“Be’, ci siamo visti lo stesso” disse, e andò da Claudio, raggiungendolo dietro il bancone come se fosse un suo ovvio territorio.
Ci rimase un’eternità, e quando tornò si sedette con noi, estrasse una Camel dal pacchetto e l’accese.
Era ben strano, Axel, nella sua normalità. Avevo sempre rifuggito l’arroganza di questi personaggi eclettici conosciuti ovunque e comunque, e non avevo ancora pensato che uno di questi potesse essere tranquillo, trasparente, umile come lui. Non faceva alcun tipo di sfoggio né scivolava nella falsa modestia; parlava tranquillamente di quello che faceva e di quello che si aspettava; ascoltava tutto; ci si poteva parlare di tutto, si confrontava con qualunque cosa; aveva un modo di ragionare logico e preciso che mi lasciava perplessa e al tempo stesso mi dava la misura di come la sua buona riuscita nelle cose non fosse frutto del caso. Cantava in uno dei soliti gruppi della capitale, e dai compagni della band aveva preso il soprannome con cui era diventato noto un po’ ovunque.
“Axel sta per rilevare questo posto” m’informò Carol, e lui sorrise con modestia da dietro gli occhialetti.
“Ah. Questo vuol dire che cambierai l’orribile stoffa di queste sedie?” dissi guardandolo di sbieco.
“Ah! Ah! Be’, ci penserò, comunque sono ben accetti pareri e suggerimenti, soprattutto dai clienti abituali.” disse, e bevve un sorso di birra. “Posso considerarti tra questi?” aggiunse.
Poteva, eccome se poteva. Da quella sera, non vi fu più notte che non mi vide passare all’After Midnight, anche solo per mezz’ora, per salutare Claudio e vedere se c’era Carol e farmi una birra e; dapprima inconsciamente, poi con sempre maggior certezza del motivo di ciò che facevo e minor controllo di ciò che facevo.
“Erin, guarda che fico, guarda come si scioglie lo zucchero” disse Carol, come sempre d’ottimo umore, proseguendo i suoi rendez-vous con l’assenzio di Mauro.
“Io guardo solo che qui ci si bevono tutti” risposi io, sigaretta incollata alle labbra, col mio consueto scettico distacco.
“Macché, questo non è illegale”.
“Sicura? Vi guardano tutti” dissi masticando la sigaretta.
“È perché sono curiosi e invidiosi. Quelli non sanno manco cosa sia, l’assenzio. Comunque ho chiesto a Claudio se lo potevamo fare. Ah, sai, Axel non sa più se prenderà l’After, perché ha trovato un locale sulla Cassia, un posto fighetto e ben avviato. Dice che potrebbe pure decidere di fare le cose in grande, anche per cambiare un po’ ambiente, e dedicarsi a quello” disse, piegata di lato a reggere il coltello con la zolletta di zucchero.
Mi tolsi la sigaretta dalla bocca e buttai fuori il fumo. “Ah. E Claudio?”
“È questo il bello. Pare che Claudio vorrebbe unirsi a lui, il che converrebbe senza dubbio a entrambi”.
Era l’una e Axel non si vedeva; non passava all’After da due giorni.
“Perché a entrambi, scusa? Ad Axel posso capire, per l’investimento eccetera. Ma Claudio qui sta bene, è avviato a meraviglia, no?” dissi, aprendo le braccia a indicare i tavolini stracolmi.
Carolina, bella e bionda con la testa girata sul coltello, fece una lieve smorfia con la bocca e non mi rispose. “Per un anno l’After è stato di Claudio e Axel insieme” disse dopo un po’, con un tono strano e indecifrabile. Me ne stupii un po’ perché nelle nostre conversazioni la cosa non era mai trapelata, ma non avevo voglia di chiederle altro al momento; tornai a guardarmi intorno con aria annoiata.
“Non le hai viste, le foto dietro al bancone?” aggiunse Carol dopo alcuni secondi.
“No” dissi cercando di guardare dietro Claudio, ma ero troppo lontana. “Non ci ho fatto caso”.
Quella notte, dopo la chiusura dell’After, Axel arrivò sulla sua scassatissima 205 e ci salutò tutto contento, la sua sola presenza fu un respiro che mi allargò il petto. Andammo a bere al bar dei Ferri che era aperto tutta la notte, Carol, Mauro e Giulius s’incamminarono a piedi, io e Claudio salimmo in macchina con Axel. Era una notte stranamente calda, stellata come tutte quelle di ottobre, Axel si tolse la camicia e rimase in una t-shirt nera che metteva in risalto la sua magrezza pulita. Lo scorpione ben dipinto usciva fiero e nitido dalla manica, come fosse vivo.
“Bello, eh?” disse sorridendo. Gli sedevo accanto, s’era accorto che lo guardavo. “L’ho fatto ribattere oggi. Tutto sta andando per il meglio. Claudio, poi di quella cosa parliamo domani, eh? Stasera non voglio pensare a niente”.
“Axel, veramente sarebbe meglio parlarne subito, o almeno prima di domattina” disse Claudio da dietro, cercando di sovrastare con la sua voce la musica dei Depeche Mode.
“Come? Non ti sento”.
Mi sentivo bene. Carol e Mauro giocavano al video-poker, Giulius li guardava, Claudio camminava nervosamente di qua e di là facendosi un whisky dopo l’altro; io e Axel eravamo seduti ad uno dei tavoli di legno, a bere Heineken e a parlare di tutto e di tutti, delle mode effimere e di quelle durature, dei locali di questa cavolo di città, di persone più o meno note e molto poco rispettabili, della vecchia new-wave, dei nostri progetti. Non temeva l’inverno, lui, era contento perché si stava impegnando a far cose e sperava in una buona riuscita e l’incombere della brutta stagione non poteva alterare alcunché, e mentre diceva tutto questo era sempre così trasparente, razionale e appassionato insieme, pochi anelli, maglietta nera e occhialetti che a tratti si toglieva per asciugarsi il sudore e beveva un altro sorso di Heineken dalla bottiglia comune, ciocche nere sparate per aria e scorpione sull’avambraccio magro e gli chiesi quanti anni aveva, perché sembrava molto più grande di me e Carol, e quando disse di averne trenta mi stupii più per le cose che diceva e come le diceva e la capacità di emanciparsi dall’arroganza – mi sentivo in inferiorità su tutti i fronti, io di solito indifferente alle mode e ai giudizi, mi sentivo inferiore proprio perché lui non mi giudicava.
Ci sono momenti in cui tutto sembra così facile, e ti domandi come hai fatto in passato a farti certi problemi, e la sigaretta diventa dolce. Gli chiesi del locale sulla Cassia, disse che c’erano alcuni problemi ma che la cosa si sarebbe fatta, anche perché Claudio s’era stufato di combattere con l’After Midnight. Gli chiesi se era vero che due anni prima lui e Claudio erano stati in società all’After, annuì energicamente. Ne era uscito perché aveva bisogno di mettere da parte qualche soldo con un lavoro più stabile, e dopo un anno da impiegato era pronto a riprendersi Claudio, disse scherzando, e a ricominciare con lui da qualche altra parte.
Era tutto così semplice, Dio mio. Axel era con me, allo stesso tavolo, occhialetti e occhi vivi e scorpione sotto la maglietta, pochi anelli d’argento. Carol allegra come sempre rideva con Mauro davanti allo schermo del video-poker, dando grosse pacche sulla schiena a Giulius. Axel era con me al di là di un tavolino di legno, con la sua parlata precisa ma piena di calore, mi sarebbe bastato allungare un dito per toccarlo, e fu proprio quello che feci. Gli toccai una spalla e lo baciai e lui mi baciò, e le mie dita potevano toccare la sua maglietta e la sua pelle, potevano fare qualcosa che credevo semplice e scontato, ma che adesso è al di là di un vetro freddo e insopportabile.
Due sere dopo all’After Midnight non c’era Axel e non c’era neanche Claudio, un anonimo sostituto serviva da bere mentre Carol e Mauro non avevano più voglia di giocare con l’assenzio e questo quadro generico mi stava già innervosendo quando Carol, salutandomi, mi prese una spalla con un fare apprensivo che non era da lei. Guardai la sua mano sulla mia spalla ossuta, guardai il barista anonimo e guardai la sedia su cui era stato seduto Axel meno di ventiquattr’ore prima.
“Erin, sei stata con Axel, ieri? Volevo chiamarti”.
“Sì” risposi secca, prevenuta contro eventuali pettegolezzi, fissai un long drink che andava nascendo sotto le abili mani del barista e sapevo già che non si trattava, non si trattava di pettegolezzi. “Perché?”
“C’è una storiaccia… Ascolta” disse Carol, tenendomi salda davanti a sé.
L’ascoltai in silenzio per tutto il tempo, la ascoltai mentre mi diceva che Axel aveva già avuto in passato storie con qualche roba e varie intemperanze giovanili e alla legge non importava se le cose erano separate e distanti di anni, ed io guardavo un tizio che rideva con la sua ragazza e sapevo già che non avrei mai riso in quel modo con Axel; la ascoltai mentre mi diceva che in quel momento Claudio era in questura e lei era disperata, ed io mi sforzavo di pensare che forse non avrei avuto chance con Axel nemmeno se lui fosse rimasto fuori e quindi non avrei dovuto soffrire troppo; la ascoltai mentre mi diceva che Axel era ormai segnalato da tempo e fino al processo sarebbe sicuramente rimasto in custodia cautelare, e mi dissi Erin, è meglio così, tanto lo sai che non ti avrebbe amata, almeno così lo dimenticherai più in fretta, e mi diressi al bancone per chiedere al nuovo barista una tequila sunrise, incurante di Carol che continuava a parlare.
“È successo oggi alle tre” continuò lei sapendo bene – ci conoscevamo da anni, e lei sapeva cosa si nascondeva dietro al mio freddo riserbo – che la stavo ascoltando come mai prima d’allora. “Io ero con Claudio. Sono andati a prendere Axel, con un mandato e certe pratiche e un tono... Avresti dovuto vederli…” disse, mostrando sintomi di cedimento, e la sigaretta mi cadde per terra. “Sono contenta che tu non ci fossi. Axel ti saluta. Ha avuto questo pensiero per te. Lui detesta queste storie di una sera, ma tu gli piaci… come persona… ma che cazzate, poi. Ti saluta. Dice che avete appena fatto in tempo a conoscervi, e che è meglio così, almeno la cosa non è andata troppo in là. Sai, lui non aveva… non ha una donna fissa”.
Aveva detto quest’ultima parte a denti stretti, sentendo a un tempo la vacuità di tali argomenti e l’importanza che potevano avere per me – mi ribellai ad entrambe le interpretazioni, rovesciai mezza tequila sunrise sulla maglietta di Carolina, e lei non parlò, ma fece un gran gesto stizzito.
“Ma perché fai così?” disse offesa “Come se la situazione non fosse già abbastanza grave? Io capisco il tuo stato d’animo da quando tua madre non c’è più, ma sto cercando di rendere tutto accettabile per tutti, me compresa”.
“Scusa” dissi, coprendo con la mano le macchie di tequila come a voler cancellare il mio gesto. “È che detesto ogni genere di precauzione nei miei confronti, lo sai. Con Axel è stata la storia di una sera, una delle tante, e non saremmo qui a parlarne se lui… se lui fosse con noi, adesso”. Cercai di smacchiarle la maglietta con una fazzoletto intriso d’acqua, ma vidi le lacrime affiorare nei suoi occhi chiari, così diversi dai miei. “Carol, dov’è adesso?” le chiesi.
“Non lo so… Non so neanche dov’è Claudio, e sto di merda”.
“Ma di che reato si tratta, evasione fiscale?”
“Qualcosa del genere, più frode e altre cose che non ho capito” disse Carolina. Il mio sguardo incrociò casualmente quello dello sconosciuto barista, e in esso lessi la fine di molte cose, tra cui anche la mia.
Pensiamo sempre di avere tanto tempo, ma non è quasi mai così. Pensiamo di avere tanto tempo e diluiamo le nostre azioni nei giorni, un po’ per volta per non comprometterci, e rimandiamo il grosso a domani, certi che un domani ci sarà. E quando qualcuno ci dice che tempo non ce n’è, pensiamo sempre e subito alla morte, chissà perché, come se fosse l’unica cosa in grado di spezzare una giovinezza e tutti i progetti e le ansie e le persone ad essa legata.
Ma ce ne sono altre, di cose, e poco importa se sono meno definitive. C’è una lastra di vetro, legittima, voluta e costruita in questo mondo, a gelare i polpastrelli mentre cercano di raggiungere l’unica cosa che vorrebbero toccare, l’unica cosa che spetterebbe loro di diritto.
Claudio e Axel non hanno rilasciato scontrini per un anno, giovanile illusione di aggirare le regole, smania di risparmiare per comprare un futuro a buon prezzo. Le transazioni coi fornitori erano irregolari e sballate, e a quanto pare nascondevano anche impicci di altra natura. Axel ha lasciato l’After per questo motivo, sapendo di essere un soggetto più a rischio; lì per lì aveva sottovalutato il tutto, un giorno s’è svegliato e aveva paura. A quei tempi stava con la cantante di un’altra delle band della capitale, una tipa bella, forte, voce limpida e intensa. Quella che tutte vorrebbero essere, insomma, tranne me fino a un mese fa. Chissà com’era lui allora, e chissà perché non li ho mai incontrati.
Ora sì, ora vorrei essere lei.
Ma lei non ci va, a trovarlo. Si lasciarono male, pare che lei mal sopportasse la sua incoscienza e fosse stata proprio lei a fargli venire la paura e a suggerirgli di cambiare registro; era troppo tardi, però…
Claudio, da parte sua, soffre di sensi di colpa: essendo incensurato è stato denunciato a piede libero, vive ormai nel logorante terrore del peggio, ma non si dà pace visto che lui conosceva i precedenti di Axel e non ha fatto nulla per dissuaderlo. Credo stia diventando nevrotico: Carol dice che non riesce a mangiare, fatica ad uscire e parla ininterrottamente di Axel e di quel loro periodo. Ora io e lui siamo insieme sulla Cassia, unico impegno a cui non può sottrarsi nella speranza di trovare qualcuno disposto a testimoniare in suo favore, cosa che sente di dovergli. A tratti sembra avercela con me perché sono andata a innamorarmi di lui, poi si scusa e comincia a tremare, mette la prima e cerchiamo il locale successivo. Mi sono offerta di aiutarlo perché non c’è altro che io possa fare, perché è l’unico modo che ho per far parte di una vicenda in cui sono entrata troppo tardi, oltre che per fare qualcosa per Axel, qualcosa che porti anche il mio nome.
Axel non vorrebbe. Credo che sia perché non è interessato a me e nella sua situazione non può permettersi di sentirsi in colpa per qualcun altro. Carolina, quando le dico quello che mi passa per la testa, cercando di mantenere un lucido distacco, apprezza la mia razionalità e non sa confermare né smentire. È da sempre la migliore amica di Claudio e fatica a destreggiarsi tra i diversi tipi di dolore, compreso il proprio che non è da meno.
Ci sono esperienze il cui fascino è dovuto al fatto di durare poco. Questa è evidentemente una di quelle, e sono consapevole che l’eventuale prosieguo di uno splendido incipit avrebbe forse comportato noia, fastidi e delusioni. Ma avrei dovuto saperlo prima, che si trattava di questo tipo di fascino, del fascino dell’effimero; l’eco dell’allegria di Axel al bar dei Ferri e dei suoi progetti infranti stride, mentre apro un pacchetto di Camel al tavolino dell’After Midnight.
Perché io ci vado ancora, all’After Midnight. Quando Carol non lo sa ed è altrove, perché voglio star sola. Il nuovo barista ha rilevato il locale, la stoffa delle sedie è ancora orribile.
Ci vado ancora, all’After, e resto sola per ore a ragionare su quello che vorrei e quello che non voglio ammettere, sui progetti di Axel e le paure di Claudio e la paura che avrei provato accanto ad Axel e quelle che provo in questo modo astratto e vuoto. Le foto dietro al bancone sono ancora lì, sono infine andata a guardarle, ce n’è una che ritrae Claudio e Axel insieme ad altra gente, dietro a quello stesso bancone quand’era loro.
Axel aveva i capelli lunghi.
La settimana prossima tornerò a trovarlo. Manca ancora molto al processo e nel frattempo ci sono i giri con Claudio e la malinconia serale, per me, c’è la rabbia impotente di quel vetro gelato che arresta le mie dita mentre cercano di dar coerenza a ciò che sento e un senso a ciò che ho vissuto fuori tempo massimo, quel tempo che pensavo di avere e che è stato spezzato all’improvviso come uno scontrino strappato, uno scontrino rilasciato e lacerato.
and I thank you
to bring me here
to show me Home
Depeche Mode
Decidi di dare da subito una certa impostazione, fai dei buoni propositi, tipo quello di non legarsi subito troppo perché in fin dei conti ci conosciamo appena ed è meglio non correre ed io ancora non sono proprio sicura e tu nemmeno e non possiamo rischiare di bruciare tutte le tappe e inoltre pensa a come ci siamo conosciuti, proprio in un locale fumoso come nei film che noi ballavamo mezzi sbronzi con le sigarette incollate alle dita tipo protesi e ci siamo baciati quasi subito eccetera… Insomma parti con tutte le migliori e più sagge intenzioni, e lui è d’accordo dice, ed ecco che dopo una settimana io e Pierpaolo siamo praticamente fidanzati e discretamente persi l’uno per l’altra, ed ecco la piccola Livia coi capelli corti e una t-shirt qualsiasi passare le giornate nella sua deliziosa soffitta a Capena, mentre lui è davanti ai monitor della sede nord della Stream, a trastullarmi con tutte le diavolerie elettroniche che riempiono tavoli, scaffali e persino le credenze della cucina, nella quieta attesa di riaverlo tra le mie braccia.
Lo stereo e i videoregistratori della stanzetta in cui ci amiamo e dormiamo, i due pc posti in equilibrio precario sul tavolo della cucina con tutto il loro seguito di stampanti, scanner, prese multiple e molti altri apparecchi dei quali ignoro l’uso e la funzione, inquietano leggermente la mia natura refrattaria alla tecnologia portata all’eccesso – ma quelli sono gli apparecchi coi quali Pierpaolo studia e lavora da oltre dieci anni, oltre ad esser diventati gli strumenti della sua creatività artistica, i lasciapassare dell’espressione delle sue nevrosi – e del resto non posso negare che la comodità di potermi duplicare un cd, di scansionarmi le sue foto e aver così in mano subito degli oggetti, uscire dalla sua casa e dal suo mondo con in mano qualcosa di tangibile, qualcosa per cui due anni fa dovevo aspettare e dipendere da fotografi, copisterie, negozianti vari e delle cui possibilità di velocizzazione cinque anni prima ignoravo persino l’esistenza, è incredibilmente bello e comodo.
È proprio vero che, per quante ore si possano passare con una persona, non la conosci realmente finché non si osserva e ci si muove cauti nel suo territorio, nella casa che si è costruito e nella quale trascina la sua lenta quotidianità e la soddisfazione delle proprie esigenze. È il pomeriggio di una domenica rovente durante cui la maggior parte dei miei concittadini (che non sono gli stessi di Pierpaolo, osservo con un vago sorriso) starà ad abbronzarsi su qualche spiaggia sovraffollata, e la mia persona è completamente tagliata fuori dal mondo, aleggia in una casa fino a poco fa sconosciuta dalla quale non posso comunicare con nessuno visto che l’unico assenteismo tecnologico è quello di campo telefonico, il che impedisce anche un’eventuale connessione in rete. Rovisto dappertutto nell’ansiosa curiosità di entrare nella sua vita, vita peraltro piuttosto diversa da tutte le (numerose) altre che hanno incrociato la mia, ovvero la vita di un cameraman-operatore di ripresa-regista amatoriale che, vivendo a Roma da solo da pochi anni e facendo la professione che fa, dimostra molto più dei suoi ventott’anni ed è proprio il prototipo dello scapolo impenitente e affascinante, coi panni sporchi accumulati in bagno e posacenere stracolmi ovunque.
Meticolosità e dolce sorpresa restringono il mio sguardo man mano che vado avanti nella mia indiscrezione. Passo in rassegna i cinquecento cd che riempiono lo scaffale di metallo da tecnico operoso, scorgo distrattamente i documenti relativi alla sua professione, al neoacquisto della casa di Centocelle e ai dati anagrafici suoi e dei suoi tre genitori coi quali è, registro con un lieve e irrazionale stupore, in ottimi rapporti; catalogo mentalmente tutti i flaconi sparsi sulla mensola del bagno e sulla vasca, la mia memoria olfattiva ne assorbe i profumi ritrovando con compiacimento in ognuno una componente del delizioso odore di Pierpaolo; vedo nel piccolo frigo alimenti d’ogni genere in parte precotti e comprati senza cognizione precisa, trovo negli angoli del sottotetto giacche e maglioni e molte cravatte dalle tinte sobrie che deve aver indossato chissà quante volte durante le diverse vicende del suo lavoro. Ovunque sono sparse videocassette vergini o contenenti film, cortometraggi suoi ed esperimenti e diavolerie realizzate con amici e colleghi. Nel complesso però è tutto piuttosto ordinato, un ordine un po’ forzato nel quale leggo dedizione e impegno verso di me che ho iniziato a frequentare una casa che amerei comunque.
Poi – poi ci sono le foto. Buste e scatole zeppe di foto che riassumono alla perfezione quelli che devono esser stati i suoi ventott’anni di vita. La sua passione per le arti visive palese già da piccolo, interi blocchetti di foto scattate con gran sforzo artistico, desiderio di dar basi tecniche alla sua attitudine naturale. Primi piani delle sue sorelle, che gli somigliano – in bello! – come gocce d’acqua, dei suoi due padri, di paesaggi piemontesi, di sua madre il cui viso esprime dolcezza e simpatia – sua madre che gli ha dato la vita, e i principali tratti somatici inconsueti e affascinanti... E poi, le sue foto da adolescente torinese prima e da adulto romano poi. È fin troppo facile capire come sia sempre stato il classico tipo sopra le righe, e la sua creatività e il suo carisma hanno fatto sì che sia stato sempre circondato di amici, evidentemente attratti dalla sua natura trainante, e di ragazze belle e originali.
Indosso la sua camicia bianca, bevo le sue Splugen e guardo le folgoranti immagini che lo ritraggono ventenne, disordinato coi capelli per aria, gli occhialetti da addetto ai lavori e la perenne maglietta dei Cure, mentre armeggia con gli amici attorno a telecamere, bizzarri make-up e pose artefatte, in un vortice continuo di iniziative, progetti e tentativi artistici; leggo i suoi manga giapponesi e osservo perplessa le pile di foto in bianco e nero scattate alla ex con la quale è stato tre anni, una ragazza bellissima, più alta e più magra di me, mezza brasiliana, con un’autentica faccia da cazzo e un’espressione molto più ambigua della mia che ormai sono la quintessenza di una spontaneità, sconosciuta in altri tempi, che rasenta la goffaggine… Guardando quelle foto non mi ci vuole più molto a inquadrarlo in definizioni geometriche: sicuro di sé sul lavoro, adorabile con gli amici, dolcissimo con le sue donne.
Ora sono in questa realtà e ascolto i Cure tutto il giorno, ininterrottamente. Pierpaolo ne possiede circa cinquanta cd, tra originali, copie e rarità che trova tramite internet: fantastico, chi l’avrebbe mai detto. Uso uno dei suoi due computer per continuare a scrivere. Lui mi telefona ogni mezz’ora, per chiedermi cosa sto facendo, sentire la mia voce e pretendere rassicurazioni sui miei sentimenti. Con le donne è premuroso e, noto con un certo stupore, insicuro. Non riesco a credere che la persona che mi porta dove voglio, che mi guarda come se fossi l’unica luce delle sue notti e che cerca di comprarmi la birra e i cd sia lo stesso ragnetto gracile, scarruffato e carismatico che nelle foto appare al fianco di ragazze spettacolari o con una telecamera pesantissima sulla spalla, con indosso la maglietta di un vecchio film da estimatori. Mi rendo conto, con un sottile e allarmato compiacimento, che è già un legame travolgente e pericoloso per entrambi. Lui divora benzina e ricariche Omnitel e chilometri di strada per me, e non è il primo – solo che stavolta mi lascio impetuosamente trascinare, senza più i miei consueti paletti, in questo nuovo tipo di vita, nella sua vita, e pretendo tutto ciò che posso permettermi di chiedere e chiedo tutto ciò che lui è disposto a darmi… non senza aver ben chiaro che ci conosciamo da appena due settimane.
Mi prendono frammenti di sentimenti mescolati tra loro così stretti che è difficile distinguere quello dominante, quello possibilmente trascurabile, il pensiero del sollievo e tutti quelli che potrebbero supportarlo e quello dello sconforto e tutti quelli che potrebbero aggravarlo e così via… A volte letteralmente non lo sopporto ma questo paradossalmente non diminuisce di un punto ciò che ormai sospetto essere amore né il benessere che provo con lui né quella persistente sensazione di familiarità che fin dal principio mi ha tanto colpita…
Sono gelosa del suo passato, anche. Pur sapendo che, almeno in campo sentimentale, ne ho avuto quanto o più di lui – anche se lui non ci crede più di tanto e continua, credo, a considerare i miei accenni come l’autocelebrazione di una ragazzina dalla percezione teatrale delle cose. Ma il pensiero di tutte le cose che ha fatto senza di me, di tutte le mura tra le quali ha vissuto da quando è in questa affollata capitale, di tutti gli sguardi e i sorrisi identici a quelli che vedo ora ma sicuramente, impercettibilmente diversi, dei cortometraggi e i progetti e le bevute e le minchiate con gli amici e i diversi tagli di capelli e le magliette dei Cure e tutti i maglioni invernali che non gli ho ancora visto addosso e il suo anno in Mediaset e i cortili di Centocelle, mentre io vivevo una vita differente, la mia com’è stata satura e labile fino a un mese fa e ignoravo la sua esistenza e lui la mia,
mi procurano uno strano rimpianto dolciastro e un po’ masochistico, compiaciuto quasi, che credo però sarebbe doloroso se non avessi avuto anch’io, appunto, una vita densa che mi ha portata a mia volta in case e in città e in sentimenti e in rapporti lontani e totalizzanti…
Più si va avanti con gli anni più è peggio, è il discorso che ho fatto a lungo qualche anno fa, quando ho realizzato che incontrarsi e conoscersi a vent’anni non era già più come a quattordici perché a quel punto ognuno aveva già un vissuto, un passato che non fosse solo quello, di equivalente natura, di famiglia e scuola e giochi d’infanzia – figurarsi a venticinque anni, a ventotto, all’età mia, all’età sua.
Mancano pochi giorni al suo trasloco, al suo glorioso ritorno in quel quartiere – Centocelle – nel quale ha tanto vissuto e tanto fatto, è apparentemente scontato che lo aiuterò e che ci trasferiremo in un certo senso insieme nella sua nuova casa, per la quale lo sto aiutando a tirar fuori, catalogare e impacchettare quel passato a cui non ho assistito e che in questo momento è chiuso in scatoloni polverosi nei sottotetto della mansarda di Capena assieme ai libri di Stephen King e ai quaderni del Centro Sperimentale di Cinematografia e a qualche foto di B.,
(che quelle sono dappertutto)
e chissà se un giorno qualcun’altra troverà in un cassetto una foto mia
e
e
e sì, penso proprio di amarti, tu il tuo passato le stanze di Centocelle i tuoi scatoloni nel sottotetto i dvd di Martin Scorsese e le colline piemontesi su cui correvi da ragazzino con la tua prima telecamera in mano.
Un qualunque panorama urbano scivola, lento e ignobile, al di là del finestrino del tram. Colori in movimento, rapide alternanze – lettering strascicati diventano geroglifici.
Il semaforo arresta ogni cosa ed un unico, grande cartellone pubblicitario, un 6x3, riempie buona parte del vetro al di qua del quale il mio sguardo fisso registra tutto con morbosa precisione. Pubblicità di calze o creme depilatorie, senza dubbio- una delle due, mi scopro pettegola a giocare mentalmente con l’altalena delle ipotesi: quale delle due? Una gamba femminile lunga, liscia e lucente come non più del venti per cento della popolazione femminile avrà, ma a cui il settanta per cento cercherà disperatamente di adeguarsi e ne farà materia della propria frustrazione.
No, non ho sbagliato i calcoli: c’è ancora un dieci per cento, lo so. Il dieci per cento delle donne come me, che lavorano con le immagini e che, forse proprio per questo, le disprezzano profondamente. Perché conoscono quello che c’è dietro, hanno la misura della loro falsità, oltre ad essere, come donne e come persone, distanti mille miglia dal culto della perfezione estetica.
E morale, penso scendendo dal 60 e attraversando la strada sulle strisce, assieme ad una piccola folla che evito di guardare. Non sono una martire, io. Cammino a testa alta perché detesto le persone, e quelle belle e perfette, poi, mi fanno schifo. Anche quelle che mi compaiono sul monitor del computer ogni giorno, per le quali devo elaborare sfondi e slogan- soprattutto quelle… Diciottenni senza cultura che venderebbero i nonni per emergere sulle loro identiche coetanee, ventenni che perdono ore davanti alla propria faccia impietosamente riflessa da specchi beffardi, manichini seriali che vivono per la stessa cosa che ha distrutto la mia vita: il culto della bellezza esteriore.
La nostra vita, penso entrando nell’ascensore mentre un quarantenne belloccio mi cede gentilmente il passo. Anche lui darebbe uno stipendio per uno stacco di coscia e due occhi da cerbiatta, penso osservandolo con una punta di disprezzo. Senti gli anni che passano, eh! Ti scivolano sotto le ruote della macchina quando la sera torni a casa. Adesso sei ancora bello, certo; anzi forse questo è proprio il tuo periodo migliore – lo ricorderai per tutta la tua sfibrante vecchiaia – , un mix di fascino ed esperienza. Poi… puff! Rimpianti colorati, a tinte tanto più forti quanto più inesorabilmente ultime - rimpianti acuiti dalla lenta età della pensione.
Perché questo tipo la vivrà, l’età della pensione, e i rimpianti a tinte forti stampate sulle confezioni delle pillole contro l’ipertensione.
Matteo, invece, probabilmente non la vivrà, quell’età; e se anche la vivesse, avrebbe ben poco da ricordare.
“Ciao, Erika” mi fa Patrizio appena mi vede entrare.
“Ciao” replico io, fredda e altera come sempre.
Non lo ero, una volta.
“Come va? Oh… Mi spiace aggredirti subito, andiamo a prenderci un caffè”.
“È per quelli della Tronelli, ok?” comincia, cauto, davanti alla macchinetta del caffè. Vaglielo a spiegare che non ce l’ho con lui. Che lui è un mio collega, di poco superiore, che ha a che fare con la stessa merda con cui ho a che fare io. Lui potrebbe farsi seghe sulle foto della lingerie, però. Ma non credo: qui dentro siamo tutti fin troppo esasperati da immagini di quel tipo. Perché allora ho scelto questo lavoro, direte voi? Semplice, così semplice da risultare offensivo per tutti: perché quando lo scelsi ero ben lungi dall’immaginare che Matteo si sarebbe ammalato, ecco tutto.
In fondo, perché dovrei rassicurare Patrizio sul fatto che non ce l’ho con lui?
Matteo. Matteo pieno di vita, al bancone di un bar, un ciuffo di capelli lisci a nascondergli gli occhi. Basette lievi e anacronistiche, abbigliamento anni ’70. Rideva. Ancora non lo conoscevo ma una pubblicità l’avrei fatta, su di lui. Avrei studiato la sua foto, i colori, le linee. Quello che comunicava. E ne avrei fatte cento, di pubblicità con lui come modello, perché a me comunicava, eccome. E mi comunicava non una volta sola, ma per dieci, cinquanta, cento messaggi diversi, appunto.
“…Dicono che ci siamo allargati troppo. Quei colori… Sono troppo accesi, capisci, fanno quasi perdere risalto agli indumenti, invece di valorizzarli. Uno di zucchero, giusto?”
Matteo sul letto, angoscia sul bel viso da bimbo, viso a metà deturpato da bolle verdastre - la metà sinistra, quella della cicatrice e dell’orecchino. Come anche la gamba dello stesso lato, fasciata stretta, odore acre di disinfettante.
“Lo dico a te perché sei tu che te ne sei occupata in prima persona, ma sia chiaro che la cosa riguarda in egual modo me, te e Mauro. Mauro non viene però, oggi, ha preso una giornata di permesso. Una giornata di permesso proprio ora, lo so, non me lo dire. Dài, beviamoci ’sta schifezza”.
“Dài, bevi anche questa schifezza” dico a Matteo, improvvisandomi crocerossina- mai ruolo fu per me più lontano. Matteo in quel letto bianco, gli occhi lucidi ormai attorniati da piaghe orribili; al letto accanto un vecchietto catarroso, da giorni abbandonato a se stesso, emblema ingombrante della nostra bella società. “Non sto con te per questo” dice Matteo, e le lacrime rimangono bloccate nelle piaghe della carne “Se fossimo in un film ti chiederei di lasciarmi solo al mio destino, ma io ti amo e ho bisogno di te, però vorrei che sapessi che rimango con te non per necessità, ma che ci sarei stato comunque”. “Lo so, smettila” rispondo io raschiandomi la gola e ingoiando muco e lacrime “Quando sei fuori di qui facciamo l’amore tante di quelle volte che ti dimenticherai di tutto il resto”.
Matteo guarda altrove, forse il vecchietto abbandonato, e non risponde.
“Quindi, a maggior ragione, io e te dobbiamo metterci sotto. Oggi ci dedichiamo solo a quello, ok?” conclude Patrizio. Finisce il caffè e getta il bicchiere dentro al cestino.
“Certo” rispondo, perché lui non c’entra niente.
“A proposito, come sta Matteo?” aggiunge, e non lo fa col tono delle gravi formalità.
Forse è per questo che non ce l’ho con lui.
“Uguale” rispondo, appena immalinconita.
Matteo che piange.
“Non ti… faccio schifo?”
“Come fai a dire una cosa del genere? Lo sai che ti amo. Se è per me, possiamo pure tenere la luce accesa”.
“Ma ormai… ormai, non ho neanche più la schiena sana”.
“Fa niente. Vuol dire che assaporerò quei pochi centimetri sani, come dici tu, con ancor maggior piacere”.
(Non sto mentendo.)
“Erika, non guarirò più”.
“Lo so. Non ha senso illuderci”.
“E sai anche che probabilmente intaccheranno gli organi interni?”
Intaccheranno? Chi? Datemi un pronome, Cristo.
“Questo non succederà”.
“Erika, io… non posso”.
“E allora ti amerò io. E sia chiaro che lo faccio per me, non per te”.
Premi tasto-inserisci password-carica file-apri programma.
Automatico come bere un caffè in plastica.
Ed eccola, la modella. Quanti anni avrà? Io e Matteo ne abbiamo ventinove. Lei ne ha probabilmente dieci di meno, e questo è il suo primo servizio importante, certo… per la Tronelli. Avrebbe dato qualsiasi cosa, lei che non è molto generosa nemmeno con le amiche. Avrà pregato ogni sera per ottenerlo- lei che non va in chiesa. Avrà smesso di mangiare patatine fritte… lei che le adorava. Matteo le adora, ma non basterà smettere di mangiarne per guarire; anzi, ultimamente, gliene faccio a scodelle.
Perché ormai è l’unica cosa che posso fare.
Cos’ho contro questa ragazza? Niente, è così giovane! E dolce, sembra. No, non penso sia una colpa aspirare a un lavoro fatuo e pretenzioso come questo; ma anche se lo fosse, perché allora non prendere le foto dei politici e cominciare a inveire e ad amareggiarsi su di esse? Le modelle, almeno, sono belle.
E dire che anch’io sono bella. Non come una modella, forse, ma dieci anni fa era venuto in mente anche ai miei parenti di mandare in giro le mie foto. Ma a me non interessava.
Anch’io sono bella e forse è per questo che non sono mai stata gelosa delle modelle sulle riviste, quando Matteo, nell’unico anno felice passato insieme, le guardava.
A lui piacevo per altri motivi.
Sì, ho avvertito per un attimo, d’impulso, il desiderio bruciante di cestinare la foto della modella Tronelli, spegnere il Mac e licenziarmi su due piedi.
Ma non l’ho fatto.
I 6x3 sembrano sorridere e ammiccare; in realtà ghignano, ridono e sghignazzano a gola piena, di noi piccoli e poveri invidiosi.
Perché, potrei forse negare di invidiare morbosamente quella pelle liscia e sana, per Matteo che non ne ha più?
Ho comprato le sigarette, alcune paste mignon, un libro di aforismi ed uno di poesie spagnole. (Ho pure sistemato, in parte, i colori della Tronelli, ma non è questa la cosa più importante.)
Malattia degenerativa della pelle, la chiamano. Un caso su… lasciamo stare. A qualunque età. Non ereditaria. Non contagiosa. Non mortale, se non in rarissimi casi, uno su.
Matteo sonnecchia ascoltando i Pixies. Sono otto mesi che non esce di casa, ed io gli ho dipinto il mondo nella stanza- un mondo deserto e pieno di luce, senza persone fuorché me e lui.
Matteo mi guarda col suo viso deforme e tenta un sorriso che gli riesce a metà. Non ha più camicie a fiori, solo felpe larghissime, e lacrime agli angoli degli occhi, bloccate da borse di pelle gonfia.
Ed io penso che, in fondo, non avrebbe mai potuto fare pubblicità, perché è alto appena un metro e settanta.
a Lorenzo
Il conto si rovescia
e ingolli quel che resta dell’angoscia
(Marlene Kuntz)
Via Zamboni, Cluricaune Irish Pub, ore ventitré. Coppie di ragazzi in maglietta spingono per una pinta, bariste della mia età strillano frasi in bolognese, studenti con ancora gli zaini in spalla – è venerdì – imbastiscono progetti per il fine settimana.
Io sorseggio la mia birra, a un tavolino in cui mi sono infilata e che adesso è solo mio, con buona pace delle ragazze che lo puntano ma che non hanno – chissà poi perché – il coraggio di avvicinarsi per prendervi posto. Tavolino mio in una città non mia dunque, questa Bologna rossa, intellettuale e mangereccia in cui ogni tanto sento il bisogno di tornare.
Accanto a me, una copia di un giornale locale dedica un trafiletto al suicidio di un ragazzo del posto. “…Il corpo senza vita di Marco D., 23 anni, è stato trovato nelle prime ore del mattino da una squadra di operatori ecologici alla periferia nord-ovest di Bologna, nei pressi di Via Zanardi…”
Pochi caratteri neri sul bianco sgranato della pagina equivalgono a una vita spezzata, e chissà chi era, questo ragazzo, chissà com’era, cos’era che avrebbe desiderato più di ogni altra cosa e se ha lasciato a piangere degli amici sinceri oltre alla solita folla vociante d’ipocrisia e frasifatte.
Una vecchia canzone degli Smiths distoglie la mia attenzione dal Resto del Carlino e mi riporta all’allegro chiasso della realtà circostante. Ci sono molti stranieri, anche, biondi e arrossati dal sole e dall’alcol; e c’è un ragazzo alto, esile, cappottino nero e aria molto british, ma è certamente italiano. È solo, si guarda intorno con aria spaesata e distratta insieme, giocherella col ciondolo che ha al collo. S’infila nella ressa del bar e poco dopo ne esce col cappotto storto e una birra in mano. Come se seguisse il tracciato invisibile del mio sguardo viene verso di me, poi poggia la pinta traboccante a un lato del tavolino.
“Scusa, è occupato?” chiede, piantandomi addosso due occhi di cioccolata liquida.
“No, scusa tu, occupo un tavolo da sola… Dài, siediti così la smettono di guardarmi male”.
“Di dove sei?” chiede, notando il mio accento.
Glielo dico, lui mi sorride ed estrae il tabacco da una tasca del cappotto – poi inizia a rollarsi una sigaretta.
È molto carino, ha qualcosa di etereo, di limpido, eppure non deve essere uscito da un collegio: ha le occhiaie, le mani leggermente rovinate, il collo magro solcato da vene tese come nervi. E ha un piccolo neo sulla guancia sinistra – gli sta bene, come il tocco finale a un bel quadro.
“Vuoi chiedermi come mi chiamo, quanti anni ho, di che segno sono?” mi chiede all’improvviso, leccando con cura la cartina. La neutralità del tono m’impedisce di formulare una risposta immediata.
“Dovrei?” dico infine, sorridendo lievemente.
“Be’, in genere è così che va, no? Incontri qualcuno da qualche parte, e quando cominci a parlare le prime tre domande sono come ti chiami, quanti anni hai, e di che segno sei. Be’, a volte tra queste tre s’intromette la due-bis: che fai nella vita?”
Bevo un sorso. “Come ti chiami, quanti anni hai, di che segno sei?”
“Mi chiamo Marco, mi piace Pennac, ma tra la poesia e la musica sono costretto a dare la mia preferenza alla musica, pur amando entrambe”. Sigilla la sigaretta e l’accende. “E tu? Come ti chiami, cosa ti piace leggere, ti senti più vicina alla poesia o alla musica?”
“Mi chiamo Livia, ho venticinque anni e sono dello scorpione” rispondo ridacchiando e rispettando il copione da lui giocosamente infranto “Perché dici di essere costretto a preferire la musica?”
“Perché sono un compositore, o almeno ci provo”.
“Allora io sarei costretta a dire di preferire la poesia, visto che sono scrittrice”.
“Perfetto. Siamo complementari” dice, e sorride largamente.
È il primo vero sorriso che gli vedo fare, ed è luminoso, bellissimo, con quei denti imperfetti e il neo che si solleva.
La musica sotto continua a suonare, una frase dei Marlene Kuntz cattura i miei sensi e mi fa voltare verso il bancone. Mi mordo il labbro, guardo intorno e penso che sì, le domande di circostanza sono le più solide, forse, ma anche quelle che ti parlano meno di una persona.
Via Zamboni, Cluricaune Irish Pub, ore una e cinque. Marco aveva appena preso la seconda birra, io ero alla terza.
Mi aveva raccontato della musica che stava ideando per uno spettacolo teatrale indipendente, pieno di folletti e di elfi e di come si divertiva ogni volta che doveva creare la musica per l’entrata di queste creature e gli venivano cose buffe e strampalate; di come era ancora iscritto a Lettere pur non dando esami da due anni; delle droghe che aveva provato e di come si era sentito, dei momenti in cui era stato preso da qualche sconforto e aveva pensato di non farcela.
Questo mi aveva fatto tornare alla mente il trafiletto che avevo letto qualche ora prima sul ragazzo morto suicida. “Non è che te la sto tirando, eh” gli avevo detto, cercando di sdrammatizzare “Ma si chiamava come te”. Mi ero guardata intorno alla ricerca del Resto del Carlino, ma non c’era più.
“Marco? Che originalità”.
“Quel giornale è scomparso” dissi, constatando la sua sparizione.
“Deve averlo buttato prima la tipa che svuota i posacenere” disse lui “Per quanto può essere terribile, capita… qui come in qualunque altra città, solo che qui ha un po’ più di risalto perché Bologna alla fine è piccola, e passa anche per una cavolo di città di gente strana e allucinata. Luoghi comuni”.
“Eh, lo so” convenni.
Brindammo a Ginsberg e a Burroughs e a Kerouac, insieme a due studenti aggregatisi al nostro tavolo, brindammo a chiunque si fosse battuto e si stesse battendo per la coscienza di sé e del tutto; gli studenti bevevano birra corretta e ne offrirono una anche a me e Marco, palesemente contenti di averci incontrati. Marco disse che la prossima poetessa rivoluzionaria avrei potuto essere io, io lo guardai felice e stranita ad un tempo. “Perché mi dai tutta questa corda? Pare che lo fai apposta, ad assecondarmi” dissi, alticcia e carica come una pila a voltaggio.
“Non lo faccio apposta” replicò lui, scomposto e alticcio a sua volta “Non posso mica contrastarti a bella posta, come quelli che obiettano su tutto per puro spirito di contraddizione. Io sono d’accordo con te, quello che dici mi piace”.
Non replicai – lo guardavo.
Gli occhi gli luccicavano per l’alcol e la foga ed erano più grandi e limpidi che mai. Non mi costringevano ad abbassare i miei, la sua intensità non mi metteva in soggezione – al contrario, mi scaldava. Un essere pensante, sensibile, caldo e bellissimo. Mi scuoteva ben oltre la razionalità e, al tempo stesso, oltre la mia folta parte sensibile; mi chiedevo quanto giocasse in questo la sua bellezza esteriore, ma non ero certo l’ultima arrivata.
Forse fu in quel momento che decisi che, anche se non lo avessi più visto, avrei scritto del nostro incontro, e di tutto l’incanto di quegli occhi lucidi.
Via Massarenti, bar notturno, ore tre e venti.
Visi stanchi, il mio e quello di Marco, tanto stanchi quanto inesausti a fare la fila insieme a una folla di nottambuli straniati ed empatici. Per un attimo l’ansia mi assale; mi sembra che sia successo chissà cosa, fra me e questo ragazzo dinoccolato; invece non è successo nulla, di concreto intendo; torneremo alle rispettive abitazioni, io domani partirò, lui rimarrà qui, ancora non abbiamo parlato di rivederci, e se non ne parlassimo?
“Una Ceres, una Beck’s e quelle pizzette” dice Marco al cassiere, prendendo il portafogli dalla tasca del suo cappottino tanto british e tanto tabaccoso.
Zac, con mossa fulminea glielo tolgo dalle mani, e lui neanche protesta, dice “Ehi, dammi i soldi per pagare, almeno!”
“Non ti incazzi?” dico, allungandogli una banconota da dieci euro, “Neanche un po’?”
“Lo preferiresti?” ridacchia.
Nella saletta interna sono strie di fumo, polvere alcolica e chiacchiericcio elevato. Su tutto, anche qui gioca l’incanto della chiara notte bolognese.
“E domani parti?” mi chiede il mio Angelo in Cappottino, divorando pizzette mentre io strappo nervosamente l’etichetta della Ceres.
“Sì”.
L’Angelo seguita ad abbuffarsi di pizzette. “Tu vorresti che ti chiedessi di rimanere, ma non posso farlo, e poi credo che tu l’abbia già capito che mi farebbe piacere”.
Mi strappo a forza la Gauloise dalle labbra. “Scusa…?”
“Sai benissimo quello che intendo” dice con la bocca piena “Sei tanto bella, in vari sensi… Sono contento di averti conosciuta” conclude, ed è come se mi stesse dicendo addio.
“Scusa, non capisco il senso generale di… di quello che stai…”
Marco ha smesso di mangiare pizzette; lo guardo, mi guarda, fa “Vado in bagno, torno subito”.
Bevo un sorso di Ceres, aspetto trenta secondi e, colta da un istinto nebuloso, lo raggiungo.
Ci incontriamo nell’atrio della toilette come due presenze casuali, come se non fossimo allo stesso tavolo e alla stessa radice emozionale.
“Ehi” dice lui, dolce e mezzo sbronzo “Dove vai?”
“Veramente, venivo a cercarti”. Gli prendo una mano e lui me la stringe.
“Lo sapevi che ero al bagno” dice, sempre immobile e sospeso.
“Lo so” dico, senza cercare di dare un senso al mio comportamento illogico.
Poi, come se fosse la cosa più ovvia del mondo, mi avvicino ai suoi occhi e lo bacio. Lo bacio piano, con delicatezza estrema, per sentire le sue reazioni – e Marco risponde al bacio, prima lentamente, poi divorandomi con la sua dolcezza.
È così, nel cesso del bar notturno di via Massarenti, che io e Marco ci baciamo stretti, dolci e ansiosi, come se avessimo paura che l’altro, uno qualunque di noi due, dovesse d’un tratto svanire nel nulla.
Il suono del telefonino-sveglia mi strappa a sogni profondi chilometri, sogni di Marco e di portici di pietra e del marciapiedi largo di via Massarenti. Mi sembra di non essermi mai addormentata, di non avere mai smesso di pensare a Marco e di avere ancora, da questa notte, il suo viso davanti agli occhi. Sono le nove, ho dormito tre ore, devo lasciare la stanza per le dieci, penso maledicendo gli alberghi tutti; comincio ad ammucchiare la mia roba, vado in bagno a darmi una sciacquata.
Attraversare la stanza e rimanere fulminata è tutt’uno. Sulla scrivania, appoggiata per caso, c’è una copia del Resto del Carlino: la stessa di ieri sera, quella col trafiletto sulla morte di quel ragazzo. Quella che a un certo punto scomparve dal tavolino, ed ora eccola qui. Sì, ecco anche il trafiletto… Possibile che fossi così ubriaca, già alla prima-seconda birra, da infilarmela nella borsa senza accorgermene?
Ripongo il giornale nello zaino in mezzo a tutte le mie cose, poi, lucida e inquieta come non mai, comincio a vestirmi. Infilo i jeans che portavo ieri sera, qualcosa mi preme su una chiappa.
Un portafogli. Il portafogli di Marco, è vero, poi me ne ero dimenticata… Anche lui, a quanto pare… Me lo stringo nella tasca come fosse un tesoro, e lo è, perché, come prevedevo, non mi è rimasto alcun recapito di Marco. Marco, già… “Che originalità” – una frase mi risuona nella testa, mentre fantasie macabre e assurde galleggiano nella mia mente labile e assonnata…
Pago la stanza, esco su San Vitale e, seduta sul muretto del portico, studio a fondo i documenti di Marco. Marco Devenuti, nato a Bologna il 15 luglio 1980, recita la sua Carta d’Identità.
Nato a Bologna il… Siamo nel 2003…
Al primo bar che trovo bevo un cappuccino e accendo una sigaretta, chiedo un elenco telefonico che mi viene negato, quindi, per non perdere altro tempo, chiamo il 412 di Telecom Italia.
Chiedo e ottengo il numero dell’unica famiglia Devenuti. Lo scrivo dietro allo scontrino, poi mi avvio lungo San Vitale masticando controvoglia un cornetto integrale.
La targa della stazione di Bologna, in memoria dei caduti nella strage del 2 agosto, fa sempre il suo effetto, anche per chi l’ha vista cento volte come me e aveva pochi anni al momento della strage. I primi due nomi, peraltro, sono di un padre e del suo figlio seienne.
Volgo lo sguardo e tiro fuori il telefonino. Certo, non ha senso ora che parto, ma un istinto senza nome mi spinge a non lasciar perdere.
Tu – tu – tu – tu – tu.
Nulla.
Guardo l’edicola e riprovo.
L'Intercity proveniente da Milano Centrale per Roma Termini è in arrivo al binario 3...
“Sì?”
“Pronto! Cercavo Marco, per favore. Marco…”
Silenzio.
Silenzio.
Silenzio, poi rumori lievi.
La cornetta, lo sento, passa in mano a qualcun altro.
“Pronto, chi è?”
Un tizio, lo vedo, sta piantando grane alla biglietteria. Ha uno zaino rosso e almeno dieci persone dietro che lo guardano con disappunto.
“Cercavo…”
Perché, perché ora la voce mi si strozza in gola e gli occhi mi bruciano?
Perché?
“Cercavo Marco, sono un’amica” risolvo infine.
Silenzio.
Silenzio.
Silenzio, poi rumori lievi e confusi.
“Marco è… venuto a mancare. Buongiorno”.
“Mancare?!” strillo “Aspetti…”
“Sì, mi dica” seguita, a fatica, la voce di prima.
Dove sono le sigarette, mi chiedo frugandomi convulsamente nelle tasche? Dove sono io?
Ma già lo sapevo, in fondo. Sono di nuovo davanti alla targa, testimonianza di una strage collettiva e ingiustificabile.
Ma quale morte prematura, quale, può essere giustificabile?
“È morto… quando?” chiedo, sfacciata e insistente.
“È stato trovato ieri mattina” replica una voce stanca, esausta, quasi proveniente dall’aldilà.
Lo stesso aldilà in cui, a quanto pare, si trova il mio angelo già da un giorno e mezzo.
Spengo il telefonino.
“…Il corpo senza vita di Marco D., 23 anni, è stato trovato nelle prime ore del mattino da una squadra di operatori ecologici alla periferia nord-ovest di Bologna, nei pressi di Via Zanardi…” – il trafiletto di un giornale locale mi offende orribilmente la vista…
Ed ecco chi era, com’era, questo ragazzo spezzato da un’angoscia invisibile – ma ancora non so cosa avrebbe desiderato più di ogni altra cosa e se ha lasciato a piangere degli amici sinceri oltre alla solita folla vociante d’ipocrisia e frasifatte.
Ma sì che lo so, in fondo. So che era amato, che aveva un neo delizioso e che era un artista e che il suo unico difetto era forse quell’incapacità di comunicare, di spiegare a qualcuno la sua angoscia nera e anonima. So che era esile e bello e che ha lasciato a piangere anche qualcuno che non l’ha mai conosciuto… Com’è possibile, mi chiedo stringendo il portafogli di stoffa nera?
L'Intercity proveniente da Milano Centrale per Roma Termini è in arrivo al binario 3...
Raccolgo lo zaino e imbocco il sottopassaggio. Il portafogli lo metto nella tasca interna, lo stringo tra le mani, lo ripongo nuovamente, al binario 3 mi accendo una sigaretta stanca e non riesco a piangere.
Sull’Intercity proveniente da Milano Centrale per Roma Termini ritaglio il trafiletto dal Resto del Carlino e lo infilo nel portafogli. Do un altro sguardo alla Carta d’Identità, alla foto di Marco che, stanco e alienato, guarda con aria vaga un obiettivo invisibile, e non mi stupirei se documento e portafogli dovessero sparirmi dalle mani da un momento all’altro.
È l’ultimo ricordo che ho di te
So che non lo scorderò
Fuori dal finestrino, un sole crudele incendia la periferia bolognese.