Eva Giulia P. ( Faith )

L'amore ai tempi della Sip (2016)

 

Stella si trova in un bar di Palermo, senza sapere come vi è giunta né come affrontare il suo passato. È in uno stato di “pigra indolenza” quando arriva Emilia, ragazza che dice di venire dal 1987. Emilia non conosce gli euro, il web, i social, guarda i ragazzi in tatuaggi e piercing pensando che parlino da soli. Stella decide di portarla con sé a Roma, schivando controlli e documenti scaduti, in un locale frequentato da personaggi pittoreschi. Non per molto, ovviamente, perché nulla può essere per sempre, soprattutto in un tempo senza tempo. Ma non è detto che il tempo, il passato e il presente non possano ribaltarsi, rinnovarsi e durare… Chi ha bisogno di chi? Emilia se la caverà in un mondo a lei ignoto, ma Stella riscoprirà emozioni, empatia e contatto. Confronto generazionale tra analogico e digitale sulla falsariga delle mode, musica, amori e incontri triti e ritriti ma sempre intensi, nel 1987 come nel 2016.

 

 

 

Non si esce vivi dagli anni ’80 

 

Afterhours
 

 

 

 

 

 



 

 

Ero a Palermo e non sapevo perché, ero me stessa e non sapevo perché, forse perché non c’era un perché, ma questo l’avrei capito solo tempo dopo.

La gente vuole costringerti a motivare qualcosa quando gli fa paura, quando non sa catalogarlo. Albert Camus scrisse che bisogna presentare al mondo una faccia che esso sappia comprendere, e dopo ottant’anni era ancora così. Il mio ex marito mi aveva tolto il saluto ancor prima di divorziare, amici non ne avevo perché li avevo uccisi tutti. 

Dunque ero a Palermo sola, eppure, con mia gran sorpresa, qualcuno venne a cercarmi.

Ero in un baretto color pomeriggio, bevevo un caffè al di qua dei miei Persol e ammiravo il dorato al di là di essi, al di là di tutto. Mi crogiolavo nella mia indolenza, da mesi attività preferita se non unica, quando una ragazza con una t-shirt fluorescente e una molletta fiorata in testa si avvicinò al mio tavolo.

“Ciao. Io sono Emilia” disse, stagliata nei bei colori delle diciassette. 

La guardai, ero in buona disposizione.

“Credo che tu e io abbiamo qualcosa in comune” continuò con fermezza “Entrambe ci troviamo all’improvviso da una parte senza sapere come ci siamo arrivate”.

L’idea di chiederle come facesse a saperlo non mi passò neppure per la testa. 

“Be’, in effetti…” convenni dondolando lo sguardo.

“E, soprattutto, non sappiamo come tornare dove eravamo. Almeno, io non lo so”.

“A dire il vero io non sto male qui. Anzi. Sono di Roma, e tu?”

“Io vengo dagli anni ’80”.

“Be’, non sei molto originale. Conosco un centinaio di persone, me compresa, che vengono dagli anni ’80. Anzi, la maggior parte ci sono rimasti”.

Emilia strinse i begli occhi chiari marcati da un ombretto improponibile. 

“Mi sa che non mi sono spiegata. Io non sono una nostalgica degli anni ’80. Io vivo negli anni ’80. Ieri era il 17 agosto 1987, stamattina mi sveglio ed è il 18 agosto 2016. Eppure non vedo astronavi in cielo e i cassetti della munnizza puzzano come prima. Solo casa mia non è più casa mia, cioè è quella ma è completamente diversa”.

“Cioè, fammi capire” dissi sollevandomi un poco dalla sedia e dalla mia indolenza “Mi stai dicendo che hai compiuto un salto temporale per ragioni a te ignote?”

“Be’, insomma, non è che ho la DeLorean. Oh scusa, mi riferisco a...”

Qualcosa mi pizzicò gli occhi, chissà se la dolcezza o i bei colori del tardo pomeriggio.

“Non preoccuparti, conosciamo tutti la DeLorean, è una nostra vecchia amica”.

“Ma… allora non è vero che siamo nel 2016… Io sto parlando di un film di due anni fa”.

“Sì, anch’io. Ritorno al futuro è rimasto eternamente un film di due anni fa”.

Distolse lo sguardo disorientata, come se il mio excursus avesse compromesso un contegno e un discorso sostenuti a fatica. Tentai di rimediare.

“Insomma, mi stai dicendo che ti sei svegliata in un’altra epoca”.

“Sì. E solo tu puoi credermi, Stella. I miei sono partiti, mi chiamano loro una sera sì e una no”.

L’idea di chiederle come facesse a conoscere il mio nome non mi passò neppure per la testa. 

Il sole seguiva il retro delle case ma i colori erano ancora pietra, giallo, qualche cupo tono turchese. Più dieci di contrasto su photoshop, pensai. Chissà che faccia avrebbe fatto Emilia se le avessi detto una cosa del genere, pensai. Chissà come ero arrivata a Palermo, pensai.

“Scusa, hai provato a telefonare a qualcuno dei tuoi amici?”

“Certo che ci ho provato, è la prima cosa che mi è venuta in mente! Ma le cabine non ci sono più e i telefoni non prendono le monete, funzionano con le schede”.

Anzi che qui ci sono ancora, pensai: a Roma ormai è un miracolo trovarne qualcuno, e i pochi rimasti sono oggetti di modernariato, feticci vintage in terra sconsacrata.

“Sono andata dal tabacchino a comprarne una ma s’è messo a ridere, mi hanno trattata come una scimunita. Pensavano a una trovata pubblicitaria o a una fuori di testa”.

La guardai accigliata.

“Dicono che le lire non ci stanno più! Ma scusa, siamo ancora in Italia, no?!” disse stridula.

Mi misi le mani nei capelli e non sapevo cosa dire, ma qualcosa mi esortava a rimanere. 

Calma, mi dissi, qua la faccenda si fa seria. 

“Vuoi qualcosa?” dissi, indicando il banco del bar.

“Magari…”

“Guarda. Ognuna di queste vale circa duemila lire. Cosa vorresti?”

“Una coca cola. Ehm… esiste ancora?”

“Purtroppo sì” sospirai. “Allora tieni: questo è un euro. Si chiama così. Questi bastano e devono anche darti il resto”.

Un lampo di panico deviò i suoi begli occhi accesi dal fluo. 

“Non puoi andarci tu?”

“Finché non trovi il modo di tornare negli anni ’80, sarà meglio che ti ci abitui” dissi, sentendomi immediatamente una sadica. “Okay. Ti accompagno, ma devi parlare tu”.

Andammo al bancone, Emilia chiese e ottenne la coca cola e tentennò solo quando vide le misteriose monete che il barista le diede come resto.

“Per me una Nastro Azzurro, grazie. Credo proprio di averne bisogno”. 

Non sapevo se mi servisse per stordirmi o festeggiare. Un latente senso di gioia nasceva in qualche angolo delle mie fibre: avevo sempre sognato di conoscere una persona che vivesse realmente negli anni ’80, ai tempi ero troppo piccola.

“Quanti anni hai, Emilia?” chiesi. 

“Ventinove” rispose aspirando dalla cannuccia. “Oddio, almeno penso. Sono del ’58. Cavolo, quanti anni avrò adesso?!  Quanti ne dimostro?” 

“Ventinove”.

“E tu?” 

“Trentacinque, ma sono dell’81”.

La vidi eseguire un rapido calcolo mentale e rabbrividire leggermente.

“Nell’81 avevo ventitré anni”.

“E io nascevo, ma questo è l’ultimo dei problemi”.

“Perché non ci sono più le lire?”

“Hanno istituto la moneta unica europea nel 2001”.

“2001, come Odissea nello spazio! Non posso credere che voi l’abbiate vissuto”.

“Be’, non è stato esattamente come nel film” dissi sorridendo, e mi resi conto che era il primo vero sorriso da molto tempo a quella parte.

Avevo talmente tante cose da chiederle che non sapevo da quale iniziare, ma lei ne aveva certamente più di me e giocherellavo col tappo, incerta tra domanda e risposta, attacco e attesa, passato e presente.

“Senti, Emilia, ti renderai conto che la tua storia è quantomeno, ehm, inverosimile”. 

Le credevo con ben poche riserve, ma non mi andava di assecondarla troppo facilmente.

“Lo so. Ma guarda”. 

Estrasse dalla tasca un portafogli Naj Oleari. Mio dio, erano almeno trent’anni che non vedevo qualcosa di Naj Oleari – dal 1987, appunto. Lo aprì e tirò fuori una carta d’identità. A dire il vero scorsi anche banconote da cinque e diecimila lire, ma non le venne in mente di mostrarmele, forse perché ancora non ne comprendeva l’anacronismo.

“È vera” disse porgendomi la carta d’identità. 

Era nuova di zecca, scritta a mano e diceva: Emilia P., nata a Palermo il 15/05/1958. Nella foto era proprio lei, trucco e parrucco annessi.

“Be’, potresti averla fatta con photoshop”.

“Eh?”

Scoppiai a ridere. Questo l’avevo fatto apposta, lo ammetto. 

Riflettei un attimo o finsi di farlo, perché in realtà avevo già deciso. Se questa ragazza veniva veramente dagli anni ’80, l’unico modo per farla sentire a casa era portarla nell’unico posto che conoscevo in cui il tempo pareva essersi fermato: il Galileo, covo di fricchettoni, nostalgici e gente che davvero non era mai uscita dalla famigerata decade.

“Sei mai stata a Roma, Emilia?”

“Una volta, in gita scolastica”.

“Ti piacerebbe tornarci? Puoi allontanarti da Palermo per qualche giorno?”

“Bah, sto in ferie. Sono passata anche al bar in cui lavoro, ma ci ho trovato un alimentari di negri”.

L’ennesimo sorriso mi scappò prima che riuscissi a trattenerlo.

“Sai, ora non si dice più così. Si dice di colore. Probabilmente sono bangladesi”.

Ignorò l’indicazione geografica e fece una smorfia tra l’annoiato e il seccato. 

“Sì, lo so che non si dovrebbe dire, ma sempre negri sono, no?”

“Quindi puoi assentarti per un po’?”

“Assentarmi da dove? Non so nemmeno dove siano i miei amici, non so neanche se io in quest’anno di merda esisto ancora! Quel fetuso di Michele mi ha lasciata prima dell’estate, e sì che lui lo diceva che sono una munsignara. Sicuramente è colpa sua se mi è successa questa cosa”. 

Iniziava ad agitarsi, come darle torto? 

“Va bene. Vuoi venire a Roma con me? Se devi prenderti una vacanza dalla tua vita, tanto vale che te la prendi come si deve”.

“Boh. Okay. Ma che facciamo, lì? E poi devono chiamarmi i miei”.

“Puoi farti chiamare a casa mia, dici che sei andata a trovare un’amica”. 

Per fortuna avevo ancora il telefono fisso.

“Va bene” disse a malincuore.

“Allora domattina ce ne andiamo. Sempre che tu non sia già tornata negli ’80, ovviamente. Ah, però devi farmi un piacere, Emilia…”

“Quale?”

“Togliti quel cavolo di mollettone dai capelli”.

 

 

 

Internet è tutt’intorno ma non è visibile a occhio nudo, soprattutto da chi non immagina che possa esistere qualcosa del genere. Lo smartphone sì, per questo evitai il più possibile di tirarlo fuori. Volevo prima spiegare a Emilia dove l’aveva portata la sua personale DeLorean, ma non sapevo da che parte iniziare. 

Il giorno dopo, sul treno per Roma, ebbi il tempo di approcciare la questione in qualche modo.

“È vero, nel 2016 non voliamo con le astronavi, ma è successo qualcosa di ancor più bizzarro” dissi con i piedi buttati nel nulla, accanto ai suoi jeans a vita altissima. “Hai presente i computer?”

“Sì, mio cugino ne voleva uno, ma gli zii non se lo potevano permettere”.

“Lo voleva per i videogiochi, immagino”.

“Sì, era fissato con Asteroid”.

“Bene” dissi, del tutto ignara di cosa fosse Asteroid. “Adesso ognuno ha un computer, un pc, è normale come avere un telefono, e ci si fanno moltissime cose, non solo i videogame. Ci si scrive, si fanno le foto, si ascolta la musica, si vedono film”.

Mi ascoltava fissa e attenta, come avesse paura di non capire qualcosa o di lasciarsi distrarre dal look e gli accessori dei passeggeri in transito. Ci eravamo accoccolate in corridoio, ma ogni momento c’era qualcosa che la distraeva o che mi costringeva a zittirmi. Cercai di non perdere il filo del discorso, non sono mai stata una grande oratrice.

“…E ce ne sono di varie dimensioni, peraltro. Li fanno sempre più piccoli. Ma la vera novità è un’altra”.

Un ragazzetto in tatuaggi e auricolare ci passò davanti, conversando amabilmente con l’aria.

“Non sta parlando da solo” dissi, sentendo che la situazione mi sfuggiva di mano. 

Decisi di passare alle vie di fatto ed estrassi lo smart. 

“Vedi questo? Questo affare piccolino è il computer con cui si può far tutto. Parlarsi e guardarsi in tempo reale, ascoltare e registrare musica, fare filmini… Tutto, insomma. Guarda…”

Dopo una foto, un sms e due canzoni, una dal mio archivio e l’altra su youtube, Emilia era tanto entusiasta che i suoi begli occhi illuminavano i rarefatti dintorni. 

In quegli occhi c’erano macchine fotografiche e rullini da acquistare e sviluppare, lettere da affrancare e smarrire nel viluppo delle poste italiane, audiocassette da registrare e nastro da avviluppare quando il forward faceva le bizze. C’erano cose ingombranti che richiedevano tempo e impegno: foto scure duplicabili a fatica, calligrafia attenta in attesa, titoli da imparare e cercare. Cose lente e materiali, con un peso e una sostanza.

“Aspetta, non è tutto. Guarda: queste cose si possono inviare in qualsiasi momento a qualsiasi persona sulla terra”. 

Nell’ansia della dimostrazione inviai al mio editore lo screenshot del mio emocromo, ma questo era l’ultimo dei problemi.

“È stupendo” disse Emilia in un sussurro, come in un sogno sublime. “È… non posso crederci. Com’è possibile? L’altra persona legge davvero tutto subito? In tempo reale, voglio dire? E può rispondere allo stesso modo?” 

Più dell’audio e del video l’aveva colpita l’immediatezza della comunicazione. Ovvio, pensai, colpiva anche me che avevo avuto tempo per abituarmi. Mi sentivo più inadeguata di lei.

“Sì”. 

“Allora è questo che fanno tutto il tempo le persone che ho visto? Si mandano le cose?”

“Esatto. Si chiama condividere”.

Non era una stupida, mi piaceva quel modo di sgranare gli occhi ma sempre con un pensiero dietro, con un colore, con un calore ancora scevro dalla Gran Ragnatela. 

“Certo, a volte possono esserci problemi. Tutto questo funziona grazie ad una rete invisibile che avvolge tutto il mondo, si chiama internet. A volte la connessione salta e allora i messaggi arrivano un po’ in ritardo. Cioè, voglio dire, quelli trasmessi attraverso la connessione… perché gli altri…” 

A tratti annaspavo proprio, non capivo se la mia goffaggine dipendesse dall’impreparazione o da un approccio analogico a qualcosa che analogico non era più. Poi mi venne in mente che Emilia ignorava persino l’esistenza dei cd e dei semplici telefoni cellulari, e chiusi gli occhi sullo schienale: rinunciare o spiegare a quel punto era lo stesso, sarebbe stato comunque troppo e troppo poco. 

“Non va tanto veloce questo treno, chissà che mi credevo” disse di colpo, come una bimba capricciosa, come se fino a tre secondi prima non si fosse stupita delle novità del terzo millennio.

“Be’, non avevamo molta scelta. Non so se la tua carta d’identità sarebbe stata apprezzata quanto l’ho apprezzata io. Se non altro perché la data di scadenza, se non erro, era nel 1990”.

“Era…” 

“A proposito” dissi “Come si chiamava nell’87 l’aeroporto di Palermo?”

Mi guardò incerta, come se fossi scema o col timore d’esserlo lei.

“Punta Raisi… Perché?”

“Ora si chiama Aeroporto Falcone e Borsellino. Tu saprai chi era Falcone” dissi, incerta a mia volta.

“Certo!” strillò. “È un giudice che si sta esponendo contro la mafia, mio padre ne parla sempre, dice che è dai tempi di Dalla Chiesa che qualcuno non faceva tanto per noi. Dice che farà una brutta fine”.

“Infatti l’ha fatta. Nel ’92 è stato ucciso sulla strada che costeggia il mare, non so come si chiama, quella per venire a Palermo dall’aeroporto” dissi, come se fossi ancora lì, sul bus che per primo mi aveva mostrato suggestioni e contrasto.

“Dici sull’autostrada? Gli hanno sparato?” 

“No, hanno fatto saltare in aria lui e la sua scorta mentre tornavano da Punta Raisi. Due mesi dopo hanno ucciso anche Borsellino, quindi ora l’aeroporto è intitolato a loro, c’è una stele sulla vostra autostrada e molte piazze e scuole in tutta Italia. Anche a Roma”.

“Quindi mio padre aveva ragione” disse dopo un breve silenzio.

Aveva una faccia strana, come se capisse ma senza realizzare del tutto. Mi pentii immediatamente.

“Scusa, è che tu hai parlato del treno…”

“No, scusa tu. Non so cosa avrei fatto se non fossi venuta a cercarti. È solo che immaginavo macchine volanti e cose del genere, non pensavo alle cose brutte, tipo altri giudici ammazzati nella mia terra” disse, prendendo fiato. 

Si spulciò un attimo l’ombretto ed ebbi l’impressione che cercasse un calendario, che non c’era. Si schiarì la voce roca.

“Dopo gli aerei non hanno inventato nient’altro?”

“Intendi le astronavi e le automobili volanti?”

“Vabbuò, era per dire…”

La guardai, era molesta e ingenua proprio come una bambina. Nei suoi occhi c’era un mondo a lei ignoto e nei miei un mondo a me perduto… C’erano cose importanti che richiedevano vita e desiderio. 

Trentasei foto e lo scatto giusto, quello irripetibile ed eterno. 

Una lettera nella cassetta della posta dopo mattine di spasmodica attesa. 

Diciotto canzoni da ascoltare all’infinito, avanti e indietro in uno splendido circolo vizioso.

“Le nostre astronavi sono gli smartphone” dissi, guardando la notte fuori dal finestrino.

 

 

 

La fortuna di Emilia era che io sono un’inguaribile nostalgica, per cui avevo casa piena di ammennicoli dei tempi andati. Quando vide il radioregistratore e il mio amato walkman della Sony in bella mostra su una mensola, il suo bel viso si rilassò in un attimo di sollievo. Quando sul tavolino lì sotto però, più all’immediata portata, vide il modem e altri dispositivi sconosciuti, il suo bel viso tornò ad accigliarsi. Gli oggetti misteriosi erano un lettore mp3, un hard disk esterno, una chiavetta e altre cianfrusaglie.

“Allora, Emilia, a livello domestico le cose non sono cambiate poi molto. Almeno credo. Il gas è gas, il bagno è uguale, lì c’è il telefono fisso e ora ti scrivo il numero così puoi darlo ai tuoi”. Continuavo a sentirmi un’ebete. “Comunque, fatti un giro e se c’è qualcosa che non ti quadra te lo spiego”.

Ma, ripeto, nel mio bilocale non c’era nulla di sospetto, a parte il pc e i suddetti dispositivi, quindi dopo qualche occhiata Emilia mi chiese se poteva farsi una doccia e un caffè.

“Il caffè lo faccio io, dai. Quando esci dalla doccia lo prendiamo insieme”.

“Perché, ora come si fa?”

“Le dirò una cosa che la sconvolgerà, signorina P. Lei non può immaginare come facciamo il caffè adesso, per questo è meglio che lo faccia io”.

Di nuovo attesa sospesa e ansiosa nei begli occhi. Ma non più di tanto, ormai si aspettava qualsiasi cosa.

“Guarda, ti mostro cosa abbiamo inventato nel frattempo” dissi solennemente, estraendo la mia caffettiera maculata “Ta-dahh. Si chiama caffettiera, altresì denominata moka, altresì…”

Il sorrisone che fece mi ripagò delle spese del viaggio e della tensione emotiva che avevo vissuto – scoppiammo a ridere, ci guardammo e lei andò a fare la doccia. 

Mancavo da casa da settimane, spalancai le finestre e guardai distrattamente fuori, quiete estiva tagliata da grilli e altri eventi accidentali. Erano le due di notte e l’asfalto continuava a rigettare l’afa dell’infinita giornata metropolitana.

Presi asciugamani e lenzuola, controllai gli interruttori e infine andai a riempire la moka, canticchiando un motivetto di Prince nonostante la stanchezza. Sentivo la doccia di Emilia nell’assoluto silenzio condominiale.

Cazzo, avrei dovuto informarla di tutti i cantanti che erano morti nel frattempo, pensai accendendo una sigaretta.

 

 

 

“Non sembri tanto siciliana, Emilia”.

Era una bella ragazza: alta, occhi verdi, capelli permanentati come si usava all’epoca.

“Perché non sono siciliana. Io sì, ma mio padre è dell’Emilia Romagna, venne in Sicilia in vacanza e incontrò mia madre. Come nei film”. 

Si adombrò di colpo, stringeva la tazzina e non capivo. 

“Nel 2016, probabilmente io sunnu ’na vecchia e mio padre è morto” disse.

“Non dire sciocchezza. Tu qui sei solo in vacanza. Va’ avanti”.

“Non fu facile per mio padre trasferirsi qui, cioè lì, in Sicilia. Ma mia madre non poteva muoversi, la famiglia non glielo permetteva… Così alla fine venne lui, aprì il cantiere da capo. Però le sue origini gli sono rimaste e per questo mi ha chiamata così. Dice che da quelle parti molte si chiamano così, ma quando ci sono stata non ne ho conosciuta nemmeno una”.

Ebbi un lampo. 

“Tu probabilmente non lo sai perché non era musica commerciale che passava per radio, o almeno credo, ma qui in Italia negli anni ’80 c’era un gruppo punk molto interessante, innovativo per quei tempi, cioè per i tuoi, ma anche per i nostri…” dissi. 

Di nuovo inciampavo e di nuovo non capivo se fosse dovuto alla mia insicurezza o all’incertezza del contesto, ma inaspettatamente fu proprio Emilia a togliermi dall’impasse.

“Ho capito. Vuoi dire che è una canzone punk e in Italia la schifano” disse tranquilla, col tono serafico dell’alunno che a sei anni ha capito come nascono i bambini.

“Sì, esatto. Comunque loro sono delle parti di tuo padre e hanno fatto una bellissima canzone che porta il tuo nome, poi te la faccio ascoltare. Ah, a proposito, lo sai che non c’è più il muro di Berlino?” aggiunsi senza soluzione di continuità, come se fosse l’unica cosa che potesse interessare a una frivola barista degli anni ’80 arrivata in un mondo tecnologicamente e socialmente ostico.

“Cioè non c’è più la divisione in Germania?”

“Esatto. Alla fine degli anni ’80 è finita la guerra fredda”.

“Mio padre sarà contento… o almeno lo sarà stato” disse, rabbuiandosi di nuovo.  

“Lo sarà ancora, vedrai. E non esiste neanche più la Jugoslavia. Nemmeno la Cecoslovacchia, in effetti. Ah, ma tu non sai dell’11 settembre…”

“Quale 11 settembre?”

“L’11 settembre del 2001, visto che prima di 2001 parlavamo, non c’è stata un’odissea nello spazio, ma è accaduto un caso storico. Qualcosa di grosso…”

Avevo in libreria un paio di quotidiani. Erano tangibili, di carta, inchiostro e polvere. Mi fece effetto la testata, la stampa a tutta pagina, volutamente amplificata, di quello che adesso guardiamo su un display ad alta risoluzione, ma pur sempre un display. Forse non avevo realizzato che persino dal 2001 la fruizione fosse tanto cambiata: mostrare qualcosa ad Emilia era anche mostrarlo a me stessa.

“Oddio, ma cos’è questa roba” disse, impressionata dalle enormi foto del disastro.

Tentai di spiegarglielo, ma mi resi conto che avrei dovuto risalire a premesse che non poteva conoscere. 

L’unica cosa che mi divertì fu tentare di sintetizzarle l’evoluzione musicale degli ultimi trent’anni. Era una grande fan degli U2 e ciò che le premeva maggiormente era sapere se ancora esistessero. Dopo un paio d’ore su youtube il cervello cominciava a squagliarmisi, ma lei non ne aveva mai abbastanza, voleva vedere tutto e sapere tutto. Era un continuo di domande e cambiamenti di registro, dai clip degli anni ’70 alla perfezione del digitale; era in preda alla frenesia, non riusciva a guardare un video per più di trenta secondi. Era in pieno delirio da sovraesposizione, a stento riuscivo a immaginare cosa provasse.  

Rimase sconvolta dalla longevità di Madonna e dall’impero che aveva creato, storse il naso di fronte a fenomeni tipo Britney Spears e simili, approvò l’evoluzione della musica italiana, sorrise nello scoprire che gli anni ’70 e ’80 erano di gran voga. Le sembrò strano che lo fossero persino i ’90, che per lei erano un’incognita assoluta. 

Tutta la notte la passammo così. Io ero estenuata come se non dormissi da mesi, o dal 1987. Stai calma, mi dissi: quello che sta succedendo non capita se non nei film, vedi di apprezzarlo e viverlo appieno.

“Stella, quindi adesso i negri sono in tutta Italia?” chiese Emilia mentre struccavo la mia parte migliore.

“Non si chiamano negri, sono neri o persone di colore”.

“E tra negri o di colore che differenza c’è? Sempre loro sono. A Palermo avevo un amico negro”.

“Infatti non c’è nessuna differenza, è solo un modo più educato di chiamarli. A proposito, devo dirti una cosa” dissi, posando il cotone. “Michael Jackson è morto”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

“Così sei stata sposata?” mi chiese Emilia la sera dopo, mentre parcheggiavo nei pressi del Galileo.

“Sì, ma solo per sei mesi”.

“E lui frequenta questo posto”.

“Ormai poco e niente, meglio niente. Evita di incontrarmi, e pensa che ci siamo separati consensualmente, anzi va dicendo d’essere stato lui a decidere”.

“Quando è successo?”

“Il divorzio l’abbiamo firmato un anno fa, e dopo quella volta non l’ho più visto. A parte uno spiacevole incontro con lui e la sua nuova ragazza, in effetti”.

“Quindi non lo troviamo qui?”

“Emilia, se lo troviamo qui ti conviene attrezzarti per tornare nell’87, perché vengo immediatamente con te” dissi infastidita, centrando il paraurti della Smart davanti.

Guardavo il Galileo ed era strano che lì tutto fosse immutato. Mancavo da due mesi ma, forse perché ero stata a Palermo, forse perché ero stata nel 1987 (seppur di riflesso), mi sembrava di mancare da due anni. E invece era tutto tale e quale, al mio ricordo e a se stesso. Le locandine sulla porta parlavano di eventi di tre anni prima, adesivi anni ’90 erano incollati dall’afa e dalle risse. Un’inserzione copriva maldestramente uno sgarro nel legno e diceva “entro il 30/9/2014”, lo sgarro era stato fatto molti anni prima da un amico dello Zingaro.

Questo era il biglietto da visita del Galileo, luogo immobile nel tempo: consolante e senza scampo. Era tutto così decadente, sublimemente decadente e antico, che non mi stupii nel cogliere lo sguardo rasserenato di Emilia. Forse avevo visto giusto.

La Comare era seduta al tavolo dietro la porta e consultava i tarocchi con aria lugubre, palpebre attente ad ogni movimento. Emilia stava per chiedermi qualcosa, ma non fece in tempo e il suo bisbiglio si smorzò sul nascere.

“Ciao, Stella. È un po’ che non ti si vede” disse lo Zingaro, sorridendo e avvicinandosi.

Un borbottio indistinto, che solo io mio malgrado comprendevo, stenografò: “Certo, sicuramente perché non voleva incontrare Emme”. La Comare si esprimeva solo a gutturali e fondi di caffè.

“Ciao, Roby”.

“Ti trovo bene, sei stata al mare?”

“Sì, e non solo…”

“Non ci presenti la tua amica?” disse, guardando Emilia con benevolenza.

“Certo. Emilia, Roberto, Roberto, Emilia”.

“Sei un’amica di Stella, Emilia? Non ti ha mai portata qui”.

“Sono di Palermo” rispose lei, rivolgendomi il suo ombretto allarmato.

“Sono stata a Palermo, l’ho conosciuta e ho pensato di portarmela a Roma” dissi abbracciandola – l’abbraccio mi venne spontaneo come se fosse una sorella o un’amica che non vedevo da anni, notai con stupore.

La Comare si beava della novità e, senza toglierci gli occhi di dosso, estraeva un nuovo mazzo di carte dalla borsa indiana.

“Ah, che bello. Quindi sei stata a Palermo, Stella” disse lo Zingaro, e socchiuse un po’ gli occhi nella vodka.

“Ciao Stella, bentornata. Che pezzo mettiamo?” chiese Rocko accennando al pc nell’angolo, pc sul quale tutti si scannavano per quale brano mettere, per chi dovesse metterlo e per chi fosse più ferrato in materia.

Uno del 1987, pensai.

“Che ne dici di Blue Monday dei New Order?”

Fece un cenno soddisfatto e andò a eseguire.

“Hai visto che mortorio, Stella” continuò lo Zingaro “In estate è sempre la stessa storia, non c’è un’anima. Meno male che almeno tu sei tornata” disse, a dispetto del fatto che prima che partissi mi dicevano peste e corna.

Guardai intorno e notai che aveva ragione: due fricchettoni giocavano a carte, un terzo li osservava annoiato, due ragazzine sui gradini, la Comare, lo Zingaro e Rocko: questa era la clientela del Galileo nella seconda metà di agosto.

“Ma questi sono i New Order” esclamò Emilia, scuotendo sedie e apatie col suo bello sguardo “Pensavo d’essere l’unica a conoscerla! I miei amici mi pigghianu pi fissa perché mi piace questa canzone. Voi come fate a conoscerla?” aggiunse in un bisbiglio rivolto a me.

“Te l’ho detto, c’è stato un ripescaggio negli ultimi anni. Nel 1987 probabilmente la conoscevano in pochi anche qui”. 

In realtà il ripescaggio c’era stato anche degli anni ’90 e persino dei 2000, ma evitai di dirglielo, non sapevo se il riguardo fosse rivolto a lei o al mio disagio.

“Bevi qualcosa?” le chiesi. Per circostanze fortuite e irripetibili, potevo provvedere a qualche drink e spesa in più. Le avevo anche comprato un pacchetto di Merit, che ignoravo esistessero ancora.

“Va bene… ma…”

“Dai, ne abbiamo già parlato. Però per piacere non dirmi che vuoi una coca cola…”

“Veramente vorrei una birra”.

“Bene. Giacomo, due birre” dissi al barista.

Uno dei motivi per cui avevo portato Emilia al Galileo era che volevo chiedere informazioni circa le teorie sui viaggi nel tempo, e nessuno come quella fauna di tuttologi poteva essermi utile. Certo, avrei potuto consultare la Gran Ragnatela, ma necessitavo di spiegazioni sintetiche e, per quanto possibile, accessibili a due profane come noi. Lo Zingaro era perfetto allo scopo, ma non mi fidavo a parlare con la Comare nei paraggi. Non che credessi alle sue presunte doti divinatorie, ma temevo che avrebbe intuito la verità e avrebbe cercato di mettere in difficoltà Emilia; decisi di rimandare la questione ad un altro momento, tanto più che si trattava di approcciare il discorso in un modo casuale.

Ci sedemmo a un tavolino io, Emilia e lo Zingaro. Rocko no, la Comare glielo aveva proibito, predicendogli sciagure se avesse dato confidenza a me o a qualcuno dei miei compari. Aveva già sgarrato interpellandomi sul brano da mettere, quindi non sedette con noi – ma neanche con lei, rimase in disparte con aria inquieta.

A volte mi chiedevo cosa gliene venisse, alla Comare, a rendere inquiete le persone, ma la mia era una domanda retorica: l’avevo conosciuta a mie spese. Antonietta aveva bisogno di condividere la tristezza, aveva bisogno di creare una Comune della Tristezza per sopportare e legittimare la sua. Ed è quello che aveva fatto, con scaltrezza e disperazione. Lei cercava un mal comune, gli altri cercavano un mezzo gaudio. Lei metteva a disposizione entrambi e gli altri finivano da lei, nella sua grande casa piena di letti, tarocchi e cristalli.

Ma ora c’era l’ombretto di Emilia a parlare per tutto e mi sembrava di respirare, o di non farlo affatto, perché con lei non me ne accorgevo e anche il respiro veniva spontaneo.

In quella entrò il Rigido, all’anagrafe Alessandro A. Alto, spocchioso, noioso e pedante, detestava essere appellato Ale e perciò, dopo numerosi rimbrotti, chiunque aveva rinunciato ad appellarlo del tutto: Alessandro era troppo impegnativo per gente di scarsa memoria e surplus di bicchieri. Quella sera però non era solo, con lui c’era un tipo con gli occhi vitrei e un giubbottino jeans.

“Ciao, Rigido” lo salutò lo Zingaro dandogli la mano.

Il Rigido fece una smorfia. Non per il soprannome, di cui era al corrente, ma perché faceva smorfie e storceva la bocca di continuo.

“Ciao” disse senza sorridere, non ci presentò l’amico e si diressero al bancone.

“Perché l’hai chiamato Rigido?” chiese Emilia allo Zingaro.

“Non l’hai visto?” rispose lo Zingaro pacioso “Perché è rigido”.

“E l’amico?”

“Boh. Non lo conosco”.

Guardai Emilia con vago stupore, ma la sua attenzione era divisa tra i video di youtube, i look delle pischelle e i piercing dei ragazzetti stilosi. Il Rigido e l’amico si avvicinarono al tavolo, drink in mano e aria livida.

“Sedetevi” li invitò lo Zingaro.

“Veramente volevamo sapere se possiamo cambiare musica. Vorrei mettere qualcosa di serio, tipo un po’ di jazz”.

“Perché, questa non va bene?” replicò lo Zingaro senza scomporsi “Dài, sedetevi e state un po’ con noi”.

“Sempre la mania di mettere ’sta robaccia… Lo sanno tutti che gli anni ’80 sono stati il decennio più vacuo che ci sia stato”.

Lo Zingaro non rispose, io trattenni l’impulso, un tempo sfogato, di tirargli un posacenere. Emilia era perplessa e ci guardava. Il Rigido borbottò qualcosa, afferrò una sedia e si accomodò, imitato dall’amico vitreo. Aveva ormai rinunciato a scontrarsi con la serafica indifferenza dello Zingaro.

“Emilia, loro sono Alessandro e…?”

“Lorenzo” disse il Vitreo, rivelando un tono di voce ancor più incolore del giubbotto.

“Sei di qui, Emilia?” chiese il Rigido.

“No, di Palermo”.

“Che fai qui, sei in vacanza?”

“Sono un’amica di Stella”.

“Ah” disse il Rigido lanciandomi un’occhiata.

Eravamo stati in buoni rapporti, un tempo, quasi amici. Quasi perché lui rifuggiva il termine, a cui attribuiva connotazioni diverse, più elevate o meno emotive o vaffanbene. La sua simpatia s’era freddata di colpo quando la Comare lo aveva convocato per dirgli che gli parlavo alle spalle. Lui si era indignato che lo avessi fatto, io mi ero indignata che le avesse creduto. Mi aveva tolto il saluto, io gli avevo tolto il rum che stava bevendo. Dopodiché ci eravamo messi tranquilli e convivevamo al Galileo in perfetto disprezzo reciproco.

Lui ed Emilia iniziarono però a chiacchierare, a stento e del più del meno, eppure tentavano una qualche forma di conversazione e la cosa mi stupì, poiché non era del Rigido dar confidenza a qualcuno che non avesse avuto modo di studiare per almeno un mese.

“Perché porti i capelli di quel colore?” disse una voce fuori campo, una specie d’interferenza senza tono.

Mi girai e il tipo vitreo mi fissava, occhi acquosi e inespressivi, tanto che sembrava non fosse stato lui a parlare.

“Perché, non ti piacciono?”

“Non ho detto che non mi piacciono. Ho semplicemente chiesto perché li porti così” replicò, come se il mio sarcasmo non l’avesse toccato. Cazzo, aveva un che di autistico.

“Questa è stata un’estate azzurra, perciò mi sono fatta la frangia azzurra”.

“Azzurra nell’accezione di allegro colore estivo, o blue inteso come vaga malinconia?”

Sembrava che mi guardasse e non mi guardasse. L’osservazione mi colpì perché era quello che m’ero chiesta quando, prima di partire per Palermo, avevo scelto quel colore.

“Stella” irruppe Emilia prendendomi un braccio “Alessandro mi sta dicendo che non gli piace questa musica”.

Era allegra, brilla, finalmente a suo agio.

“S’era capito. E quindi?”

“E quindi vuole farmi ascoltare le canzoni jazz, per me andrebbe anche bene, ma dovete dirmi voi…”

“Io non devo dir nulla, Emi. Qui non c’è un diritto di prelazione, ognuno può mettere quello che vuole”.

“Appunto” si ringalluzzì il Rigido “Tu che ne pensi, Emilia?”

“Veramente… non conosco il genere”.

“Cosa ascolti di solito?”

“Be’, veramente, questa”.

Il Rigido non si perse d’animo.

“Be’, allora dovresti ascoltarlo. Magari ti piace”.

Superfluo dire che, se si fosse trattato di chiunque altro, si sarebbe alzato e avrebbe girato i tacchi disgustato.

“Va bene…”

“Non glielo puoi far ascoltare un’altra volta o in separata sede?” disse lo Zingaro “Mandale qualche link”.

“Ragazzi, Emilia non ha lo smartphone” dissi allegramente “È una nostalgica, ha un telefonino antico”.

“Eh, già” confermò lei.

Il Rigido perse la pazienza che non aveva mai avuto.

“Gliela faccio sentire adesso e basta. Vieni, Emilia, così ti spiego” disse, e si diressero al pc.

Lei mi guardò con un sorriso, non temeva più il 2016 né eventuali gaffe.

“Il Rigido s’è innamorato” disse lo Zingaro, e terminò la vodka. “Bene ragazzi, io vi saluto qui. Si è fatto tardi”. Baciò me, diede la mano al Vitreo, salutò da lontano Rocko, poi andò al pc. “Ti fermi qualche giorno, Emilia?”

“Sì” rispose lei senza esitare.

“Bene, allora ci vediamo. Ciao, bella. Ciao, Rigido”. Andò a salutare la Comare e scivolò fuori dal locale.

“E a te che musica piace?” mi chiese il Vitreo ora che eravamo rimasti soli al tavolo.

Youtube trasmetteva virtuosismi jazz e vedevo il Rigido prodursi in spiegazioni, gesticolando e avvicinandosi a Emilia; lei sorrideva e annuiva, ma si capiva che della musica non gliene importava nulla.

“Non questa” risposi, prevenuta.

Nessun commento, nessun’altra domanda.

“A te sì, suppongo” aggiunsi. Quel tipo mi irritava ancor più del Rigido.

“Veramente, non mi fa impazzire. Ascolto un po’ di tutto, ma tendenzialmente sono più sul rock classico. Un po’ di punk, e qualcosa di italiano abbastanza recente”.

“Tipo?”

“Cosa vuoi sapere?”

“Di te nulla” risposi d’impulso.

“Perché ce l’hai con me?” chiese tranquillo.

La sua espressione era talmente immobile, come il suo sguardo, che sembrava bidimensionale – non muoveva un muscolo, non tradiva un pensiero.

“Non ce l’ho con te, scusa”.

“Ma sì, è talmente palese. È perché sono amico di Alessandro?”

“Figurati”.

Inaspettatamente la faccia gli si scompose in un sorrisetto mentre si alzava dalla sedia senza lasciarla.

“Alessandro, ora glieli hai fatti sentire un paio di brani ad Emilia. Puoi accontentare anche me? Vorrei ascoltare i Led Zeppelin” disse a voce alta.

“Sì, ora te li metto” rispose il Rigido dal pc, per nulla seccato.

Ricordai che anche con me, tra l’iniziale e la conclusiva diffidenza, non si seccava mai, e un moto di rancore mi tornò in circolo. Chissà se era nostalgia, pensai. Certo mi colpiva che fosse nata una simpatia tanto fulminea tra lui ed Emilia, mi indispettiva stare al tavolo col suo amico di plastica, e mi faceva incazzare che la Comare non perdesse un frammento della situazione, della rete d’impulsi, emozioni e gesti che si andava sviluppando fra il tavolo e il pc.

Il vocione di Giacomo strappò ognuno dal proprio film.

“Ragazzi, tra dieci minuti si chiude. Sbrigatevi, su su”.

La Comare fece una telefonata, si alzò e se ne andò senza salutare. Il Rigido fece una smorfia.

“Che fate, andate subito a casa?” chiese a Emilia, che si girò a guardarmi.

Ebbi un attimo di esitazione, ma considerai che come primo giorno poteva bastare: eravamo ancora provate dal viaggio e dalla frenesia delle ultime quarantott’ore, e temevo che Emilia sarebbe andata in overdose di emozioni.

“Sì, siamo un po’ stanche”.

“Tornate domani?” chiese il Rigido.

Tornate, borbottai tra me. Non risposi, Emilia non sapeva che dire e la domanda cadde nel vuoto.

“Torniamo?” mi chiese a bassa voce.

“Può darsi, vediamo domani” risposi senza guardarla.

Mi accorsi che il Vitreo ci fissava con gli occhi sbarrati.

“Ciao ragazzi” dissi, tirandomi dietro Emilia che rivolgeva al Rigido un sorriso pieno di speranze.

Ce la squagliammo lasciandoli lì, in piedi che ci guardavano, e fu finita.

 

      

 

Dormire era impossibile.

C’erano così tante cose l’una sull’altra, affastellate come pietre, che era impossibile persino provarci.

Emilia era elettrizzata, di colpo non le mancava più la sua vita e il suo mondo, era nella vacanza che avevo sperato, in una gita scolastica in cui ogni cosa era nuova, fatta di istanti e istinti assoluti. Parlava della musica, parlava di youtube, parlava dei capelli colorati. Parlava di Roma, dei locali e dei ragazzi che andavano in giro. Parlava di me e dello Zingaro, del Galileo, di Rocko e della Comare… Soprattutto parlava del Rigido, com’era chiaro. Non riusciva a staccarsi da youtube e alla fine inventai che era caduta la connessione: temevo che, a lasciarle il pc acceso, avrebbe combinato qualche casino per sbaglio.

Iniziavo a riflettere su quanto stava accadendo e sulla situazione in cui ci eravamo infilate: un conto era una vacanza, anche per me, dalla mia vita, un altro era un tempo indeterminato, h24, le cui implicazioni e complicazioni riuscivo appena a intravedere.

La verità è che avevo portato Emilia con me non solo per stare con qualcuno degli anni ’80, ma anche perché speravo che lei potesse… ricambiare l’ospitalità, diciamo, una volta scoperto il quid.

Anche per questo volevo informarmi.

Ma, del resto, che m’importava? pensai soffiando il fumo e la frangia. Ero stata a Palermo e non sapevo perché, ero col 1987 e non sapevo perché.

Forse certe cose è meglio non saperle, pensai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“In pratica io parlo al telefono con i miei genitori, ma loro sono in un paese del 1987 ed io nella Roma del… 2016. Parliamo in tempo reale, hai sentito, non me lo sto inventando” disse Emilia ciccando in mezzo ai turisti. “Quello cos’è?”

“È per farsi i selfie da lontano, in panoramica o di gruppo”.

“Geniale…” Si era certo ambientata meglio lei in ventiquattro ore di me in dieci anni. “Perché non ci abbiamo pensato con le macchinette?”

“Non lo so, in effetti l’avrei desiderato anch’io, ma ora che esiste mi sembra ridicolo. Ah, Emi, non ciccare per terra”.

“Perché?”

“Perché è antiecologico. Sai che una cicca ci mette mille anni per distruggersi?”

Sgranò gli occhi e mi guardò strana.

Gli stati d’animo andavano e venivano per entrambe, e non sempre in sincrono. A questo sì, che ero abituata. L’85 passò, scritta scorrevole in cima.

“Così è comodo, si vede dove va. Che vuol dire MA?”

“Metro A”.

Camminavamo per i Fori Imperiali, piccioni, turisti e bastoni da selfie. Camminavamo e sostavamo nell’area pedonale e me l’ero già chiesto, com’era possibile che i coniugi P. parlassero con Emilia dal telefono di un albergo del 1987 al cordless di una casa del 2016? Avevo ascoltato la conversazione, ovviamente. Qualche interferenza e nient’altro, un normale dialogo tra genitori e figlia distanti quattrocento chilometri e non ventinove anni – ragion per cui ero dovuta correr giù a bere uno shot all’ora di cena.

“E se… ci andassi?”

“Dove?”

“Al paese. A Palermo non c’è traccia del mio tempo, ma con i miei ci parlo, quindi magari lì li trovo. Riesco a incontrarli”. 

“Non credo” dissi, pesando le parole. “Insomma, non hai trovato i tuoi amici a Palermo, perché dovresti trovare i tuoi genitori a Cento? È evidente che siete in due universi paralleli, o come si chiamano. Vocalmente riuscite ad avere un contatto, ma anche Cento è nel 2016 e lo troveresti nel 2016 e loro, in quest’anno, non sono lì. Almeno, non come lo erano nel 1987”.

“E cosa accadrebbe se li chiamassi da lì una volta arrivata?”

“Ci parleresti per telefono, come fai da qui, ma non credo che riusciresti a incontrarli. Il problema non è che sei a Roma, è che sei nel 2016” dissi, inquieta e impotente. L’unica cosa che mi pareva certa è che non avesse voglia di tornare nel suo tempo ma solo di vedere i suoi genitori, affetto e rassicurazione.

Era ancora estate, era ancora agosto e il sole picchiava le ombre del mezzo pomeriggio. Ero pervasa da una strana malinconia, non sapevo perché; in realtà somigliava più a una tenue felicità, quieta e sospesa, uno stato di aspettativa lenta e densa mescolata al torpore estivo. Del resto era chiaro che ormai non sapevo apprezzare più nulla, luce o ombra, vuoto o vita. Solo il passato riuscivo ad amare, come avevo sentito quel pomeriggio a Palermo – ma non il presente, perché era in bilico, e non il futuro, perché era informe e invisibile.

“È proprio bella Roma, non la ricordavo più. Ero una picciotta quando ci venni con la scuola… Che bello” disse, con l’ombretto rivolto all’aria. 

Sorrise dolcemente e sorrisi anch’io. 

“Vorrei farmi i capelli colorati” aggiunse dopo un po’.

“Staresti benissimo” dissi, immaginando il contrasto dei colori coi suoi occhi verdi “Ma io non sono capace, e comincio a non avere più tanti…”

“Shhh” fece, strizzò l’occhio e mi abbracciò. “Non preoccuparti. Tu hai fatto fin troppo. Ora ci penso io, se ho più o meno capito come funziona questo strano mondo”.

La guardai allarmata.

“Devo solo procurarmi uno smartphone, o anche?... un telefono come quello dello Zingaro. Non posso presentarmi a nessuno senza averne uno, giusto?”

Senza essersene accorta aveva centrato il punto: non poteva. Nessuno poteva nulla se non aveva un telefonino, nessuno era qualcuno senza un telefonino. 

Non sapevo cosa avesse in mente ma non stentavo a crederle – era ingenua senza ignoranza, luminosa senza invadenza, solo bella e scevra come m’era sembrata all’inizio.

“Io ce l’ho, un vecchio telefono, e ho anche una sim che non uso” dissi.

Mi guardò vuota.

“La sim è la micro scheda che bisogna inserire nel telefono, quella che determina il numero e rende il telefono…un telefono. Cioè, operativo. Oh, cazzo” mi lagnai.

“Va bene” mi assecondò.

“Appena siamo a casa ti do entrambi e ti spiego un po’ di cose”.

Il sole era breve e le ore accelerate, questo non pesava ma metteva una strana ansia. Il cielo era un incanto sull’arco di Costantino, rosa e blu, ma implicava già il tempo a seguire. Anche Emilia sentì qualcosa perché intristì, d’un tratto i begli occhi erano lucidi di lacrime da fotoromanzo.

“Che ti prende?” chiesi avvicinandomi.

“Non lo so, mi sento strana e ti sto creando un sacco di problemi… Io vorrei fare qualcosa per te”.

Odiavo affezionarmi e non sopportavo che qualcuno dipendesse da me, ma lei mi serviva frasi da film su uno splendido piatto d’argento. 

“Lo stai già facendo” dissi.

Non era convinta e non replicava.

“La fate, o facevate, a Palermo, la carbonara?”

“Dici la pasta?”

“Sì”.

“Insomma… non lo so. Mia mamma no, ogni tanto la faceva una nostra amica ma gli altri dicevano che non era la vera carbonara. Però era buonissima”.

“Ti piacerebbe mangiarne una come si deve?”

“Minchia!”

“Allora se andiamo a fare la spesa, ti faccio una carbonara che non te la scordi più. Probabilmente è l’unica cosa che il mio ex marito rimpiange di me”.

Sorrise di nuovo, guardavo l’afa dissolversi in mezzo ai turisti e ai selfisti.

Questo strano mondo sarebbe stato un buon titolo per un romanzo, pensai.

 

 

 

Era divertente cucinare con lei, era brava e dotata, solo mi subissava di domande, osservazioni e complimenti, e alla fine metà delle uova erano invischiate nei miei traumi infantili. Non ero più abituata a tanta esuberanza, cercavo di ignorare il campanello d’allarme e mi piaceva sentirmi di nuovo brava e utile. Pura autocelebrazione, da anni me ne accusavano come se loro ne fossero immuni. 

Dopo cena sbrigammo le pratiche telefoniche, le diedi il vecchio Nokia e le spiegai le cose di base, anche se Birra Moretti e Talking Heads ci distraevano alquanto. Ok, non lo guardava come un regalo di Natale, ma continuava a rigirarselo fra le mani, premeva tutti i pulsanti e non vedeva l’ora che fosse l’indomani per andare a caricarlo. Evitai di dirle che sarebbe stato possibile anche a quell’ora.

 

 

 

Quando entrammo al Galileo era già piuttosto tardi e mi stupii di non trovare il Rigido, non sapevo se provare sollievo o dispiacere per Emilia che, nonostante avesse cercato di dissimularlo, durante il tragitto era stata sulle spine. C’erano invece i fratelli Ossimoro e, devo dire, la serata era piuttosto animata rispetto al giorno prima.

I fratelli Ossimoro erano due gemelli monozigoti che ricalcavano il più ovvio stereotipo narrativo: Ossy era insicuro, discreto e riflessivo e, nonostante fosse molto carino, era spesso innamorato di qualche tipa che lo considerava l’amico del cuore. Il Moro era estroverso, allegro e sbruffone e circondato da donne alle quali raramente dedicava più di una notte. Diversi nell’indole, ciò in cui esulavano dallo stereotipo era invece il look, che azzerava le differenze e li ribadiva come gemelli: analogo abbigliamento casual, stessi capelli e pelazzi, era difficile distinguerli in figura statica e silente – tuttavia il rischio non esisteva visto che era impossibile trovare il Moro in quiete.

Erano in piedi davanti al bancone e la Sciantosa si stava producendo in una delle sue performance con Ossy, il quale era muto e guardava il fratello in cerca di imbeccate, ma invano: la Sciantosa e il Moro erano stati insieme anni prima, ora erano ottimi amici e lui non costituiva più un pubblico su cui far colpo. Lo Zingaro era pappa e ciccia con la Comare, probabilmente cercava ospitalità per la notte, e Rocko stava dando giù su youtube con una selezione rock che non si cagava nessuno.

“Ciao, ragazze” disse lo Zingaro dal tavolo della Comare, che lo fulminò immediatamente.

Ricambiai, ignorando tarocchi e occhiatacce, e lui proseguì: “C’era il Rigido, prima. Ha detto che andava a fare un giro e poi tornava”. 

Sentii il calore di Emilia senza voltarmi a guardarla.  

Non eravamo ancora arrivate al bancone che già la Sciantosa aveva cominciato a sbracciarsi sfoderando i suoi perfetti trenta denti incorniciati da un perfetto rossetto.

“Oh mio dio” borbottai, alzando gli occhi al cielo.

“Stella!” esclamò abbracciandomi come se fossi una sorella ritrovata. Via alla rappresentazione, pensai. “Come sei bella, e guarda che capelli. Che bel colore, come ti è venuto?... E abbronzata, anche! Sei stata al mare? Dove? Con chi? Ho chiesto a tutti di te, ma nessuno ha saputo dirmi nulla. O forse non hanno voluto, io la gente non la capisco… Voglio dire, ti manca una persona e chiedi di lei, giusto? e gli altri non ti rispondono, non è normale, giusto? Ti piace questo vestito? Oh mio dio!” esclamò, sfoggiando una mossetta “Ma tu non hai visto il mio nuovo fidanzato. Non è qui, stasera, perché sta lavorando, sai, lui è un ballerino. Però ti faccio vedere le foto, le stavo giusto mostrando ad Ossy. E tu ti sei messa con qualcuno? Ma lei è una tua amica? E non me la presenti? Che bella ragazza, be’ per forza visto che è tua amica, giusto?”

La descrizione non è caricata, magari lo fosse: questa era davvero la Sciantosa, e poteva andare avanti per la sera intera. Mi ero spesso chiesta se il suo stereotipo fosse spontaneo o deciso anni prima, a tavolino alla ricerca del proprio ruolo, studiato e imparato per insicurezza o cos’altro. Bella era bella, ed erano tutti innamorati di lei, anche i più intransigenti venivano rapiti dalla sua esuberanza e le perdonavano molte cose. Persino il Rigido, pur non avendole mai dato corda, ne parlava con benevolenza ed era rapito dai suoi atteggiamenti.

Le presentai Emilia e la Sciantosa la travolse col suo entusiasmo di complimenti e attenzioni, che elargiva a tutti, donne bambini anziani lampioni che fossero, probabile ragione per cui era così benvoluta. Oltre al metro e ottanta di mossette, lascivia e abitini, ovviamente. Non stetti a preoccuparmi, le sue erano domande retoriche e non c’era rischio che Emilia potesse tradirsi. Salutai invece gli Ossimoro, presi un drink e feci un cenno a Emilia, frastornata dalla valanga di chiacchiere e incerta sullo svincolarsi. Ci sedemmo a un tavolo seguite dalla Sciantosa, mentre il Moro aveva già attaccato bottone con una ventenne.

La serata si dipanava pigra tra i personaggi abituali e comitive che strillavano sui mazzi di carte, incuranti dell’estate ancora piena. La Sciantosa faceva a Emilia i complimenti per l’ombretto e iniziò una dissertazione cosmetica, Emilia annuiva remissiva, si capiva che avrebbe preferito parlare con me ma non poteva essere scortese e io non avevo voglia di aiutarla, non potevo rovinarmi la serata appresso a dinamiche che da tempo avevo rinunciato a sopportare. Ossy era la compagnia ideale perché parlava poco e con lui il silenzio non era imbarazzo, c’era una sottotrama di affetto che smussava i miei deficit.   

In quella entrarono il Rigido e l’amico. Non so perché ma il loro ingresso produsse un certo senso estetico: entrambi seri, compiti e alteri, sembravano stonare con l’atmosfera di degrado del posto che eppure il Rigido frequentava da sempre. Emilia scordò di colpo la buona educazione e distolse lo sguardo dalla Sciantosa, che non fece una piega e cercò di proseguire la conversazione con me, trasferendo pari pari ciò che stava dicendo a lei. Mi alzai e lasciai che se la vedesse col povero Ossy. Quasi inciampai nel Vitreo che piantato in mezzo ai tavoli guardava intorno senza profferir parola, avrei voluto scusarmi ma sembrava non essersi accorto della mia presenza, così passai oltre e andai al bancone. Era solo la seconda sera al Galileo e già mi tornava il voltastomaco per le dinamiche che dominavano quel posto, gioco delle parti, movimenti fittizi, strategie di sopravvivenza e insofferenza. 

“Giacomo, me ne fai un’altra” dissi, già che c’ero. Emilia poteva cavarsela da sola, pensai accigliata, e subito dopo: no, voglio tornare al tavolo.

Il Rigido non si era seduto, in piedi diceva qualcosa ad Emilia che si protendeva per sentirlo sopra la musica di Iggy Pop. Rocko era in gran forma, in effetti. Il Vitreo si camminava intorno e non per modo di dire, faceva due o tre passi di qua e di là senza spostarsi e senz’ansia. La Sciantosa s’era fatta vicinissima ad Ossy, lo Zingaro due tavoli più in là alzava la voce con la Comare, una coppia ubriaca accennava a ballare, il Moro al bancone baciava la ventenne. 

Tornai a sedermi con aria di sfida, non sapevo verso cosa. Stavo meglio stavo peggio, c’era qualcosa nella serata che non quadrava, al Galileo gli umori erano tangibili, stati d’animo come nervi scoperti. Mi voltai di scatto e ora il Vitreo mi guardava, sempre in piedi muovendo quei passetti da automa. Portava le Doctor Marten’s. Gli feci una smorfia del tipo checcazzovuoi ma non fece una piega, anzi venne a sedersi. Mi guardava, sorrideva e non diceva una parola. 

“Be’?” dissi.

“Be’ cosa?” rispose con la sua morbida vocina d’oltretomba.

Guardai dall’altra parte, il Rigido continuava a tenere una conversazione a distanza: Emilia non s’era scomodata ad alzarsi e pareva non ne avesse bisogno, era sorridente e a suo agio parlando dalla sedia, accanto ad Ossy e la Sciantosa. Il Rigido era quindi l’unico in piedi di tutto il tavolino e non sapevo se queste sue pose mi facessero più ridere o incazzare. 

Stavo quasi meditando di tornare a Palermo, da sola lasciando Emilia al mio posto, quando accadde ciò che chiunque teme. Qualcuno strillava fuori, ma Rocko non abbassava la musica e sulle prime non capii. Vidi lo Zingaro alzarsi, vidi il Rigido che già in piedi guardava e intesiva… E poi incontrai lo sguardo beffardo della Comare che, per la prima volta dopo mesi, entrò dritto nel mio. Un orrendo sentore mi colse e istintivamente anch’io guardai fuori – come si fa con i film dell’orrore durante la scena clou, per intenderci. 

Emme, il mio ex marito, era sulla soglia e davanti a lui la sua ragazza strillava con violenza. Non mi serviva vedere la faccia di lui per saperla, non mi occorreva ascoltare le parole di lei per riviverle. Era come se fossi ancora io a strillare a quel modo, non lo ero ma la cosa non mi consolava affatto.

In un attimo ricordai l’ignavia con cui accettava le scenate per poi riderne, in un attimo ricordai la supponenza con cui tollerava gli sfoghi altrui, per primi quelle delle persone che diceva amiche e che poi, a casa, descriveva e condannava con spietatezza geometrica. 

Durante la separazione avevamo parlato a lungo e lui mi aveva detto che dopo di me non si sarebbe più messo con una donna aggressiva, anzi non avrebbe più avuto alcuna storia a causa delle dinamiche passionali per lui incomprensibili e insostenibili. 

Ed ora era al punto di prima, ignavo e impotente. Io ero stata più coerente, non mi ero più messa con un uomo passivo come lui – in effetti non mi ero messa con nessuno, pensai. 

Lui sì, e sentii uno strappo.

Lo Zingaro fece una smorfia incurante e tornò a sedere, la Comare uscì a svolgere il suo ruolo di pacificatrice, o per confermare gli adepti della Comune della Tristezza. Il Rigido mi guardò per un attimo e mi parve di scorgere una vena, una luce ironica non verso di me, ma verso tutto e tutti loro. Guardai quello sguardo inespressiva e come morta. Rocko non aveva abbassato la musica, ma loro se n’erano andati comunque.

“Che è successo?” chiese Emilia “Chi erano, amici vostri?”

Il Rigido taceva e questo la impressionò, si rivolse a me.

“Chi erano? Perché fate quelle facce?”

Tacevo e la guardavo vuota.

“Stella?...”

“Emme” bisbigliai.

Occhi sgranati, apprensione e sensi di colpa, tutto ciò che non volevo. 

“Ne parliamo dopo” dissi.

“Vuoi andare vi…”

“No”. 

Il Vitreo era ancora lì. Di nulla s’era accorto e di nulla chiedeva, autistico come sempre – fastidio e sollievo al tempo stesso. “Cosa stai bevendo?” chiese.

“Merda”.

“Sempre gentile. Perché ce l’hai con me?”

“Ancora?”

“Finché non mi rispondi” continuò quieto.

“Be’, allora te lo dico, stronzo”. Non mi pareva vero di potermela prendere con qualcuno che non c’entrasse nulla, o forse sì. “C’è che tu stai qui con questa faccia da cazzo. Tu sei un guardone dell’emotività altrui. Sei qui per questo, no?... Sennò perché verresti qui a fare i tuoi balletti del cazzo al seguito di Alessandro? Per quello, certo, o no?...”

Come al solito non era impressionato, ma almeno evitava di sorridere. 

“È questo che pensi di me?” disse.

“Certo”.

“Alessandro me l’ha detto che hai un carattere particolare”.

Mi alzai e feci per andarmene.

“Stella, che fai?” chiese Emilia alzandosi, e di fronte al suo sguardo recuperai la ragione.

“Niente, vado in bagno”.

“Posso venire con te?”

“Sì”.

Chiusi la porta del cesso. “Non è successo nulla. Te lo giuro. Stiamo al tavolo e mi fa piacere, ma ti prego, non chiedermi di essere socievole o allegra con persone che non mi piacciono”.

“Guarda che Alessandro non ce l’ha con te. Parla di te in un modo bellissimo”.

Pisciavo e scuotevo la testa. “Emi, tu vuoi vedere il buono dappertutto”.

La guardai, il suo ombretto e i suoi begli occhi e mi rendevo conto di quanto fosse felice nonostante l’assurdità che le era successa, e quanto riuscisse a mantenere un equilibrio in quell’assurdità – e quanto per me fosse normale considerarla una nuova amica malgrado l’assurdità della situazione. Già tendevo a scordare che lei non esisteva, che nella realtà doveva avere cinquantotto anni e vivere chissà dove chissà come, ammesso che fosse viva o che lo fosse mai stata. La situazione era sfuggita di mano a entrambe, ed erano solo quattro giorni che era successo tutto. C’era ancora la possibilità che tutto fosse un sogno e che mi svegliassi a Palermo senza che nulla fosse realmente accaduto.

Forse fu questo che mi scosse: io non volevo che questo non fosse successo, non volevo ritrovarmi a Palermo senza Emilia. Il pensiero che lei non ci fosse mi fece apprezzare di nuovo la sua presenza, la serata riacquistò un senso e mandai a fanculo i miei limiti.

“Senti, se vuoi ne parliamo dopo o domani. Non preoccuparti di nulla. Voglio sentirmi libera nei miei stati d’animo, ma non sto male, sennò me ne andrei”.

Mi guardò nello specchio e sorrise. “Posso fare pipì anch’io?”

“Certo”.

La fece, davanti a me che la guardavo fissa.

“Emi…”

Mi prese le braccia e le strinse, niente più ombretto.

“Non hai capito. Io venni a cercarti apposta. Ora sono qui e farò io qualcosa per te” disse, guardandomi, stringendomi e sfumando ogni cosa col suo abbraccio.

Tornammo al tavolo.

“Va meglio?” mi chiese il Vitreo.

“Sì grazie, suppongo che ora sarà all’ordine del giorno” dissi strafottente.

“Soffri di manie di persecuzione?”

“Certo, non te l’ha detto Alessandro?” risposi voltandomi e sbuffandogli il fumo in faccia.

“No” disse stropicciandosi un occhio.

Silenzio.

Apprezzavo il silenzio e, soprattutto, non avevo più voglia d’andarmene. D’un tratto gli raccontai qualcosa, anzi mi confidai in toto. Sbagliando, ovviamente.

“Anch’io stavo per sposarmi” disse.

“Davvero? E cosa è successo?”

“Mi ha lasciato”.

“Be’, non stento a crederlo”.

Fece un sorrisetto. “Proprio non ce la fai, eh?”

“A fare cosa?”

“Ad essere gentile con me”.

“Non riesco a fare un sacco di cose, non è questa la più grave”.

“Sei una scrittrice, vero?”

“Sì, fallita”.

“Me l’ha detto Alessandro”.

“Che sono una scrittrice fallita?”

“Che sei una scrittrice. Dice che scrivi molto bene”.

“Il fatto che Alessandro dica un sacco di cazzate emerge da affermazioni come questa, visto che non ha mai letto nulla di mio. Comunque faccio la correttrice di bozze”.

“Perché avete litigato?”

“Chi?”

“Tu e Alessandro”.

“Perché non ti fai i cazzi tuoi?”

Altro sorrisetto. Mi dava fastidio. 

“Di tuo marito mi hai raccontato, però”.

“Del mio ex marito”.

“Che tu vorresti fosse ancora tale”.

“Questa conversazione è giunta al termine”.

Il locale non accennava a svuotarsi, erano quasi le quattro ed era giunta ogni sorta di insonni e senzatetto che a quell’ora di notte non trovavano pace. Anche noi probabilmente eravamo arrivati al Galileo in quel modo, durante una stantia notte di mezza estate in cui trovare un buco aperto e accogliente era un miraggio – ma non lo ricordavamo più. Giacomo non aveva fretta di chiudere, anzi aveva iniziato a esibirsi nel suo celebre 1+1 di tarda ora: per ogni shot che faceva, uno se lo beveva lui. Va da sé che non faceva più caso al volume della musica che il Moro, con la ventenne in braccio, aveva iniziato a mettere dando il cambio a Rocko.

L’alba ormai era tardiva, le guardie erano in ferie e continuavamo a bere e continuavo a non capire, il Rigido, Emme, Palermo, le mezze parole di Emilia… o me le ero sognate?

Alle cinque decidemmo di dare forfait, stremati dall’alcol e dalle baruffe. Emilia e il Rigido avevano chiacchierato tutta la sera senza cagare nessun altro, era tanto che non vedevo al Rigido uno sguardo così dolce. In lei invece mi sembrava del tutto ovvio, intonato alla figura estetica ed emotiva. 

“Stella, vi accompagniamo?” chiese lui. Mi guardava per la prima volta dopo un anno, ero rivoltata tra rancore e dignità.

“No grazie, stiamo in macchina”.

“Sicure?”

“Se vuoi accompagna Emilia, io sto bene” dissi.

“No Stella, vengo con te” disse Emilia.

Dissi nulla.

“Come volete” disse il Rigido senza tradire emozioni. Ecco, così lo riconoscevo.

L’alba irruppe infine gialla e striata, più suggestiva e meno consolante. Era l’alba bassa di settembre, pensai. Avrei voluto parlarne con qualcuno, ma l’unica persona con cui avrei potuto farlo era Emme. Emme che litigava con la nuova fidanzata. Emme che non amavo più da prima di lasciarci, Emme che giurava che non si sarebbe più messo con una donna incazzosa.

Ed io?... Ero stata con un altro, ero con una ragazza del 1987, chi cazzo ero per giudicare?

Eppure continuavo a farlo e il Vitreo mi porse la fine del bicchiere.

“Ci vediamo domani” disse uno dei due, e non capii se fosse una domanda o un’affermazione.

I colori erano bassi e bellissimi. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cominciavo a pensare che le fiction e i film avessero un fondo di verità, se per mesi non mi era accaduto nulla e poi, in pochi giorni, la mia vita fosse tanto stravolta. Da quando ero tornata non ero ancora andata a trovare mia madre. Inoltre Emilia, l’indomani, mi disse di aver visto un’inserzione sul vetro di un bar.

“Ieri, quando ci siamo fermate a prendere le sigarette prima di andare al Galileo. C’era solo scritto Cercasi barista e di rivolgersi dentro, nient’altro. Lì per lì andavamo di corsa, non era il caso. Anche perché ci sono un po’ di cose che prima ti dovevo chiedere” disse, in t-shirt e coca cola. Eravamo in cucina e io cercavo invano di sterminare le zanzare che inquinavano il pomeriggio.

“Che genere di cose?” chiesi, stupita. Non pensavo si fosse già attivata e non potevo non constatare ancora una volta quanto fosse sveglia.

“Be’” disse, spostando gli occhi “Come faccio con i documenti, e le referenze? E poi, qualcosa sarà cambiato in trent’anni, le bevande, le ordinazioni”.

Mi grattai il labbro mentre una zanzara mi grattava la coscia. Il caldo era intollerabile, mutande e ventilatore erano inutili.

“Tu a Palermo lavori in un bar, giusto? Cioè, lavoravi”.

“Sì, da quando ero nica”.

“Quindi l’esperienza ce l’hai”.

“Sì, ma non posso provarla. E non posso provare nemmeno chi sono”.

Mio malgrado mi veniva da ridere, un riso amaro – sapevo qualcosa di come funzionavano, ancora nel 2016, le logiche dei bar.

“Perché sorridi?” chiese, arrotolandosi un ricciolo.

“Perché, se è il tipo di bar che conosco, nessuno ti chiederà nessun documento, a malapena ti chiederanno come ti chiami”.

“Qundi mi prenderanno a nero?”

“Uh, su questo puoi scommetterci!”

“Ma siamo a Roma. Siamo nel 2016”.

“Infatti è una vergogna, una vergogna che stavolta può tornare utile”.

“E le referenze?”

“Ci inventeremo qualcosa, ma considera che a nessuno importa nulla manco delle referenze. Ti fanno fare una prova e se va bene, se dimostri di essere sveglia e di sapere il fatto tuo, ti prendono e non gliene può fregar di meno di chi tu sia. Non hanno interesse, gli importa solo che la persona lavori e di non dover renderne conto a nessuno”.

Sembrava sollevata e non capiva perché continuassi a pensarci. Riuscii a schiacciare una zanzara, lasciando sulla parete una bella traccia ematica. Forse mia, forse di Emilia, forse di entrambe. Chissà, forse quella zanzara aveva appena officiato un patto di sangue.

“Il problema è un altro, quello dei soldi. Non di quelli che ti danno, che saranno sicuramente una miseria, ma del fatto che dovrai fare i conti con gli euro”.

“Ci avevo pensato, ma se non sto in cassa non dovrei aver problemi…”

“Un minimo dovrai pur maneggiarli. Tu ancora non ci hai capito nulla, immagino”.

Assunse un’aria colpevole.

“Non preoccuparti, sapessi che campagna informativa hanno fatto a noi, e quando è arrivato il momento del cambio ancora non ci avevamo capito nulla! Ci hanno addirittura lasciato la doppia valuta per due mesi, per dar tempo di abituarci…”

“Cioè? Due mesi sia con la lira che con l’euro?”

“Esatto”.

“Minchia, che casino! E come pagavate?”

“Con entrambi, era una vera babele monetaria. Ora non ricordo bene, ma è probabile che fino all’ultimo siamo comunque rimasti attaccati alla lira. Poi un giorno ci siamo svegliati e il tempo era scaduto, la lira era fuori corso. Aspetta” urlai, colta da folgorazione.

Una delle cose che mi piaceva di lei era che non s’impressionava alle mie brusche alzate di tono, si limitò a guardarmi interrogativa mentre mi scastravo dalla sdraio e correvo in salotto.

“Hai visto che io non butto mai nulla” dissi, facendo mente locale “O quasi”.

Frugai in un paio di vecchie scatole e alla fine trovai quello che cercavo – il mio feticismo non era del tutto dannoso, pensai gongolando. Emilia non aveva fatto una piega e succhiava le ultime gocce dalla lattina vuota.

“Attenta che ti tagli” dissi.

“Non preoccuparti, sono una campionessa indiscussa. Come tu nell’aprire le bottiglie, a ognuno il suo”.

“Guarda, per un po’ ci hanno dotati di queste macchinette. Le vendevano, le regalavano, le davano come gadget”.

“Cos’è?”

“Un convertitore lira-euro. Ora la pila è scarica, sono passati quindici anni. Ma credo funzioni ancora. Scrivi la cifra in lire, premi il tasto e ti appare l’equivalente in euro. E viceversa”. Guardava la macchinetta un po’ incuriosita un po’ illuminata. “Vestiamoci, andiamo a cercare un elettricista aperto. Sarà difficile, ma qualcuno troveremo”. Roma alla fine di agosto era ancora una città fantasma, saracinesche abbassate e cartelli fluorescenti.

“Dobbiamo anche caricare il mio telefono…”

Sorrisi. “Quello è facile, lo facciamo dal tabaccaio”.

“Allora lo porto” disse sparendo.

“Quando torniamo ti faccio un po’ di lezione, devi impegnarti. Non potrai farti vedere ad armeggiare con questo coso, è solo per studiare e per i casi d’emergenza” dissi dal bagno.

Mi affacciai ed era lì, che si legava i capelli con aria felice. Questo strano mondo doveva piacerle proprio tanto, pensai.

 

 

 

Due quartieri, una pila e un’ora di lezione dopo, Emilia aveva la testa in fiamme e anch’io non scherzavo. L’alba alcolica e i trenta gradi alle otto di sera cominciavano a sortire un effetto allucinogeno.

“Sicura di volerci andare oggi?” chiesi.

“Sì, devo solo fare un’altra doccia” disse stringendo il mollettone “A Palermo il caldo non è così, qui c’è qualcosa che non va”.

“Eh, lo so” sospirai “Dillo a qualunque romano e troverai piena solidarietà. Con gli anni sarà pure peggiorato, immagino”. Le porsi un mio paio di calzoncini. “Comunque anche secondo me fai bene a sbrigarti. A Roma in estate i bar rimangono a piedi perché vanno tutti in vacanza e nessuno è disposto a lavorare con questo clima”.

“A piedi?”

“È un modo per dire che rimangono senza dipendenti. Certo è strano perché siamo a fine agosto, spero che il cartello fosse recente”.

“Il pennarello era quasi fresco”.

“O liquefatto dal caldo”.

“Che belli questi pantaloni!” esclamò rapita, girandosi nello specchio. “Certo mi dà un po’ fastidio la vita così bassa. Mi sembra di avere la patata di fuori”.

“È normale così, poi ti ci abitui. Ti stanno benissimo. Piuttosto, ho dimenticato di chiederti una cosa”.

“Cosa?”

“Lo sai l’inglese?”

“Be’, veramente…” arrossì un po’ “A livello scolastico, diciamo”.

“Che è un modo per dire che non lo sai. Non avevate clienti stranieri, nella Palermo del 1987?”

“Pochi. Io l’ho studiato un po’ a scuola e un po’ con le canzoni…”

“A livello di bar te la dovresti cavare, quindi”.

“Ma sì… se non mi chiedono cose troppo complicate”. Non sembrava tanto preoccupata.

“Ok. Se il tipo te lo chiede dì che lo sai, però. Poi in qualche modo si farà”. Guardai l’orologio. “E adesso sbrighiamoci, andiamo a trovare questo lavoro” dissi, stringendole una spalla.

 

 

 

Il bar lo conoscevo di vista, non ci ero mai entrata. Era un locale aperto fino a tardi, di notte frequentato da sfascioni ed extracomunitari. Notai che la gestione era passata in mano a una famiglia di rumeni e sperai che questo non avrebbe costituito un problema per Emilia, non abituata a rapportarsi con la nuova realtà multietnica. Le dissi un paio di dritte e il minimo sindacale che avrebbe dovuto accettare, poi ordinai un caffè e mi feci da parte. La vedevo parlare col capofamiglia, un uomo dall’aria decisa e gentile. Inizialmente lei ascoltava solo, poi rispose a qualche domanda, la vidi annuire e infine prendere confidenza, gesticolava col suo solito calore.

Ad un tratto mise in stand-by il titolare e venne da me.

“Stella, dice che posso iniziare anche domani. Che faccio? Che dico?” chiese, vagamente in preda al panico.

“Calma. Che orario? Quanto ti danno?”

“Dalle otto a mezzanotte, ma quello che gli serve davvero è il fine settimana, dalle otto fino alle quattro del mattino”.

“Quanto?”

“Trenta euro il mezzo turno, cinquanta il fine settimana”.

“A te l’orario va bene?”

Sbarrò gli occhi e non seppe rispondere.

Ragionai in fretta.

“Senti, fino a mezzanotte va bene così poi stiamo in giro. Accetta anche la notte, è solo il week end e starò anch’io qui con te”.

Era incerta, ma il tipo la guardava e recuperò il sangue freddo.

“Quindi a quell’ora puoi accompagnarmi?” mi chiese ad alta voce, per farsi sentire e motivare il mio intervento.

Feci un sorrisetto.

“Ma sì, tanto anch’io e Alessandro stiamo in giro nel week end” dissi a voce altrettanto alta.

Tornò dal tipo, parlarono brevemente, lui prese un foglietto e scrisse nome e numero di telefono. Del mio vecchio Nokia, ovviamente. Poi si sorrisero, si diedero la mano e ce la squagliammo.

“Oh madonna non ci credo” disse lei mentre svoltavamo l’angolo a braccetto, come nei film “Ho un lavoro, ho un lavoro nel 2016. E sono a Roma!”

Era radiosa, le brillavano gli occhi e anch’io ridevo, incredula e contagiata dall’euforia.

“Sì, in effetti è incredibile. Io ci ho messo mesi a trovarne uno, tu dalla sera alla mattina! Dimmi tutto, tutto quello che ti ha detto”.

Accese una sigaretta. “È come dicevi tu, la ragazza si nni iu per l’estate e lui non trova nessuno. È venuta una ragazza ma non va bene. Comincio domani alle otto”.

“Cosa facevi nel bar di Palermo?”

“Questo. Banco e servizio ai tavoli, ma chiudeva prima di cena. Solo un’estate ho lavorato di sera, ma era il bar di un’amica, a Mondello”.

“Perfetto. È lo stesso. Alla grande, andrai benissimo”.

“Parla bene l’italiano quel signore…”

“Sì, sono bravi. Dovrai solo fare attenzione agli euro e ai clienti molesti. Tipo spacciatori e pischelli ubriachi, a quell’ora c’è di tutto… Dai, andiamo al Galileo. Dobbiamo brindare e soprattutto devi dirlo al Rigido” dissi, tirandola per un braccio.

Sorrise e corremmo alla macchina, due bimbe complici e felici.

 

 

 

Era tardi, ma il Rigido non c’era. Emilia era di buonumore e non sembrava accusare, ma capivo che un po’ le pesava.

“Ve lo siete scambiati il numero?” chiesi.

“No, non me l’ha chiesto. Eppure ora è più facile di prima, no?”

“Sì, ma il Rigido è strano, lui non segue le regole moderne. Anzi è quasi meglio, ora tutti si scambiano il numero con perfetti sconosciuti, lui ha ancora un suo codice morale”.

Mi accorgevo che ogni volta che parlavo del Rigido evidenziavo le sue qualità migliori, e non per compiacere Emilia. A quanto dicevano Emilia e il Vitreo, anche lui faceva lo stesso con me… Mi distolsi, era un pensiero scomodo e non volevo seguirlo.

“Bellezze, vi disturbo?” disse lo Zingaro prendendo la sedia.

“Per niente”.

“Starete certamente facendo le vostre chiacchiere femminili, ma grazie per la bugia. Giacomo, mi porti uno shot” disse al bancone.

“Il servizio è al banco” grugnì Giacomo.

“E dai, fratello, non brontolare sempre. Sto seduto con due belle donne. Cosa avete fatto fino a quest’ora, ragazze? Siete state a cena?”

Ebbi un’illuminazione, ora o mai più.

“Sì, a casa, e poi abbiamo guardato Ritorno al futuro. Che figata, me l’ero dimenticato”.

“Anch’io non ci avevo più pensato! Davvero intrigante” fece eco Emilia, ormai calata nella parte e più sveglia di me e di tutti noi messi insieme.

“Sì, bel film. Nei limiti del commerciale, ovviamente, ma migliore di tanti altri. Grazie, Giacomo” disse lo Zingaro, prendendo la vodka e l’occhiataccia annessa.

“A proposito, Roby” dissi “Da bimba non ci pensavo, ma dimmi, tu che ci capisci qualcosa, scientificamente è possibile qualcosa del genere?”

“Cosa? Un ritorno al futuro?”

Ehm.

“No, in generale, i viaggi nel tempo”.

“Be’, tutto è possibile”.

“Okay, ma tu che ti intendi ad esempio di fisica quantistica, che ne pensi?”

Fece un tiro di tabacco spento e puntò altrove lo sguardo di mare invernale.

“È lo spaziotempo, Stella, che non è disgiunto come si pensa. È un unicum, come questo bicchiere col tavolo e in relazione al tavolo” disse, e sul tavolo sbatté la vodka, possibile dimostrazione empirica.

Toccai la gamba di Emilia, ma non ce ne sarebbe stato bisogno, era svagata e attenta al tempo stesso.

“Bah, io non capisco nulla di queste cose, lo sai. Non c’è un modo per spiegarlo a un’ignorante come me?”

“Tu non sei un’ignorante”.

“Zingaro, lascia perdere” irruppe il Moro, effervescente e inopportuno come solo lui riusciva ad essere “Del resto tu Stella non ha mai saputo come prenderla”.

“Io non voglio prendere nessuno, fratello”.

“Neanche lei?”

“No Moro, neanche lei” disse lo Zingaro, ed era vero. A differenza del Moro, che faceva la pantomima perché una volta, dopo due bacetti, mi ero tirata indietro e il suo orgoglio ancora ne risentiva.

“Dai Moro, mi interessa davvero” dissi sperando di annoiarlo. Infattì si allontanò, sbuffando appesantito. “Ho rivisto il film e mi è venuta questa curiosità… Allora Roby, mi spieghi?”

“Spiegarti cosa?” Lo Zingaro già andava da sé. “Due belle donne mi chiedono di spiegargli qualcosa, dev’essere la mia serata fortunata”.

“Stavamo pensando alle teorie dei viaggi nel tempo, ci chiedevamo se è possibile quello che film e libri ci propinano da secoli”.

“Sì, in teoria è possibile”.

“Ah, allora è vero? E come?” disse Emilia, sgranando gli occhi.

“Avrai sentito parlare del wormhole…”

Emilia mi guardò ignara.

“Sì, ho visto Donnie Darko” dissi.

Con gesto deciso spezzò lo shot, mi toccò la guancia e stampò le occhiaie.

“Non sto parlando di Donnie Darko. Lo spaziotempo è un continuum, non si può separare l’uno dall’altro. Questo è quello che voi non capite. Non sai nulla della relatività ristretta?”

“No, nulla”.

“Allora ascolta. Il tempo come noi lo concepiamo non esiste. Cioè esiste nel nostro frangente, ma…”

“Mi stai propinando la teoria bergsoniana?” dissi, alludendo al pensiero del francese Henri Bergson. Varie discussioni col mio ex marito mi tornavano in mente e, al di là di lui, cose a cui non credevo a priori.

Prima di incontrare Emilia, pensai mio malgrado.

“No. Bergson era un filosofo, io parlo di fisica…” Rifletté un attimo, dita sul cicchetto. “Ok Stella, tu scrivi sempre, no?”

Annuii.

“Dammi un foglio”.

Aprii la borsa e strappai un foglio dal notes.

“Immagina che questo foglio sia l’universo. Tu fai due punti, uno qui e un altro qui”. Fece due punti qualsiasi. “Quando tu scrivi o disegni, tracci una linea tra i due punti, in piano”. Tracciò una specie di retta. “Ma è ovvio, Stella, che da un punto all’altro si può andare anche in un altro modo”.

Con la coda dell’occhio vidi un’Emilia concentrata, tipo studentessa, con gli occhi fissi e la fronte aggrottata.

“Okay. Quale?”

“Eh, quale, tu mi chiedi quale. Tesoro, che belle che siete” disse, dandomi un buffetto sulla guancia. “Se io piego il foglio, invece di andare in piano possiamo andare da qui a qui in quest’altro modo, vedi?” sovrappose due lembi della carta come quando da piccoli costruivamo il gioco dell’indovino, “trovando una strada diversa per arrivare al medesimo punto. Diversa a livello spaziale ma è la stessa cosa, si potrebbe anche dire diversa a livello temporale perché dipende dal punto di vista, come ti ho detto spazio e tempo fanno parte di un unicum”.

“Ovvero passando da una parte all’altra? Come se invece di fare mille chilometri di autostrade, ne fai seicento in linea d’aria?”

Lo Zingaro piegò la testa. “Eh… diciamo una specie. Tu ragioni in base alle tue cognizioni, questa è fisica… È una cosa diversa. Comunque sì, il concetto è quello”.

“È attraversare uno spazio in modo diverso modificando quindi il tempo che ci si impiega, in questo senso fanno parte di un unicum?” insistetti.

“Diciamo così” sorrise “Non so come spiegartelo meglio. Non perché tu sia scema, ma è difficile spiegarlo a una persona che non è esperta di queste cose”.

“E il wormhole è quel tipo di passaggio? Tramite esso si potrebbbe andare da un punto all’altro in questo modo? Non necessariamente seguendo la linea spaziale? E quali sono le condizioni perché si verifichi?”

Si agitò, aveva finito la materia alcolica e ne sentiva la mancanza, per cui andai a prendere una birra per me e uno shot per lui, generosità o corruzione. Bevve un sorso e riprese il discorso esattamente da dove l’avevamo lasciato.

“Sì, i wormhole possono esistere. Ma non come li intendete voi. Non dar retta ai film e alle stronzate hollywoodiane, sei troppo intelligente”.

“Non do retta a nulla, Roby” dissi guardandolo “Per questo lo sto chiedendo a te”.

Chiese una sigaretta, gliela accesi e fumammo un po’.

“Sono in effetti quello che hai detto. Cunicoli da un punto all’altro dello spaziotempo. È un’ipotesi dichiarata plausibile, ma occorrerebbero tali e tanti di quei requisiti e di quelle condizioni che non saprei come dirteli, non è un discorso che si può fare in due parole” disse, agitandosi di nuovo.

Aveva ragione, pensai.

“In linea teorica è possibile, però?”

“Sì, in linea teorica sì”.

“Dimmi un requisito, un solo requisito necessario”.

Pensò un attimo.

“Be’, occorrerebbe energia. Un sacco di energia”.

“Energia in che senso? Anche emotiva e via dicendo, o per forza energia fisica?”

Finì la sigaretta e si alzò. “Tutti noi disponiamo di una gran quantità di energia, ma non la mettiamo a frutto. Che ti succede Stella? Tu non ti interessi mai a queste cose”.

Dissi nulla.

“Ultima cosa, scusa” scattai mentre se ne andava “Ma questo è possibile solo a ritroso o anche in avanti?”

“Nel futuro, dici?”

“Detto così sembra ridicolo, comunque sì…”

“Be’, diciamo che nel futuro è un po’ più difficile…” disse, prendendomi la mano e la coscienza. “Buonanotte, ragazze” disse, ci baciò e portò via le occhiaie.

Io ed Emilia restammo lì, non ci eravamo accorte che il locale s’era riempito di ragazzi senza spiaggia e senza sede, di nuovo non facevo caso all’intorno.

Guardavo l’ombra di Roby e guardavo i miei traumi, mi era venuto un brutto dubbio.

 

 

 

Ora era notte fino a tardi, o fino a presto. Era ancora agosto e già mi mancava l’estate. Emilia non faceva parola della sparizione del Rigido, disinteresse o pudore?

Sotto casa parcheggiai, strinsi i pensieri e dissi: “Emilia, non hai pensato che potresti essere ancora nel 1987?... Io credo che tu ti sia in qualche modo sdoppiata”.

L’avevo buttata lì, bluff da azzardo.

Il problema dei bluff è che funzionano quasi sempre e quasi sempre rivelano che hai bluffato anche con te stesso, per non ammettere, per non perdere o entrambi.

Emilia chinò l’ombretto e fece una smorfia.

“Sì, a dire il vero… lo penso anch’io”.

Avevo quell’ansia di verità che viene solo quando si è ubriachi o disperati, o entrambe le cose. Quando non si ha più paura di nulla, per intenderci.

“Perché lo pensi?”

“L’ho pensato… parlando con i miei a Cento. E forse so anche il motivo. Ti prego, non ti arrabbiare, io non sapevo dove andare. La parte di me che stava male, intendo”.

“Che vuol dire che non sapevi dove andare? E perché dovrei arrabbiarmi?” dissi, con un fastidio che saliva da qualche parte.

“I miei parlano con me… come se mi avessero parlato il giorno prima o un’ora prima. E devo stare attenta a non contraddirmi. Sono venuta da te perché…” disse, e di colpo scoppiò a piangere.

Era la prima volta che la vedevo così e non era un pianto ricattatorio, somigliava più a uno sfogo senza nome.

“Perché sei venuta da me? Mi conoscevi? Rispondimi, cazzo”.

Ancora una volta, pur nella rabbia non potevo fare a meno di ammirarla e ricordare quando anch’io ero come lei, quando piangevo senza imbarazzo.

“Io… volevo venire qui. Non so se proprio qui, ma ero disperata dopo che non ero più zita a Michele, stavamo insieme da quando avevo vent’anni… Pensavo che avrei voluto che fossero passati, non so, trent’anni, svegliarmi dopo trent’anni…” disse confusamente, e si asciugò il naso con la t-shirt. “A te non ti conoscevo, ma quando l’altra mattina mi sono svegliata non ho avuto il panico, perché sapevo che dovevo venire da te”.

“Da me?... E chi te l’ha detto, mi hai sognata? Io ero in un bar del Capo, un baretto qualunque”.

“Non lo so…”

“Rispondimi! Come hai fatto a farlo? L’energia di cui parlava lo Zingaro… È questo? Tu sapevi già qualcosa?” dissi, senza rendermi conto della mia assurdità.

“No, io non ho mai avuto nessuna energia. C’era una fattucchiera a Palermo che faceva dei riti, era famosa, ci andavano pure i politici, ma io non ci ho mai creduto a queste cose”. Tirava su col naso. “Quando mi sono svegliata non capivo dov’ero e non sapevo cos’era successo”.

“E allora come hai fatto? Come mi conoscevi?”

“Non ti conoscevo, ma era come se ti conoscevo già. Non lo so come ho fatto, qualcosa mi diceva che dovevo andare al chiosco di Zi’ Vicenzu. Che adesso è diventato una munnizza, ma almeno c’eri tu”.

Guardavo il buio e rimpiangevo il mare, rimpiangevo Emme, rimpiangevo d’aver sospettato e bluffato.

Non potevo lasciarmi sopraffare, era questione di sopravvivenza. A fatica dissi: “Domani è il tuo primo giorno di lavoro. Saliamo, dai”.

“Ti prego, lasciami dire…”

“Lascia stare” dissi, scuotendo la testa “Ne parliamo domani”.

A casa mi chiusi in camera e mi sentivo in bilico – ma non poteva essere peggio di quando avevo divorziato, pensai seppellendomi nell’altro lato del letto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

Alle tre del pomeriggio Emilia si decise a bussare e a entrare.

Ero a letto, sveglia da ennemila ore, non volevo saperne di lei né di nessun’altra cosa al mondo, probabilmente perché non volevo saperne di me.

“Ce l’hai con me?” chiese.

“No” dissi nel lenzuolo, ed era vero.

“Non ti ho mentito”.

Silenzio.

“Stella…”

Mi rivoltai nel letto e nelle paure. “Non mi hai mentito, ma non mi hai nemmeno detto la verità”.

“Non la sapevo neanch’io. È vero che sono venuta a cercarti, ma ti giuro che fino a quando non ti ho detto tutto… fino a quando non ti ho detto, cioè, quello che avevo pensato… di… Neanch’io m’ero resa conto di quello che poteva essere accaduto”.

“Lascia stare. Senti, vai di là, ora arrivo”.

Il caldo era intollerabile, Emilia era in calzoncini davanti al ventilatore.

“Lì c’è il caffè, io l’ho preso freddo, se vuoi lo preparo anche a te” scattò appena mi vide.

“Va bene così” borbottai andando al fornello “Tanto è solo il primo di una lunga serie, immagino”.

“Senti Stella, tu hai ragione ad arrabbiarti” disse agitata “Ma fino a ieri non avevo pensato che potessi essere stata io, e forse non lo sono stata. Voglio dire, queste cose accadono solo nei film, no? Uno esprime un desiderio impossibile, fra sé e sé, in un momento di disperazione… e crea un varco nello spaziotempo o quello che diceva lo Zingaro ieri sera”.

“Non me la sono presa per questo, me la sono presa perché non mi hai detto com’era andata. Magari non subito, ma potevi dirmelo in questi giorni” dissi stanca, bevendo il caffè e sapendo che la questione non aveva ormai importanza.

“Ma non c’era niente da dire, avevo avuto questa sensazione fortissima che dovevo andare al chiosco, ma non sapevo perché. Quando ti ho vista, da sola a quel tavolino, ho sentito una cosa strana come se già ti conoscessi e ti avessi ritrovata. Però lì per lì non mi sono resa conto di tutte queste cose, ero in confusione, ci ho pensato bene ieri quando me l’hai chiesto”.

“Come se mi avessi ritrovata?”

Guardò da un lato per ricordare – o per inventare?

“Sì, come se ti conoscessi, ma l’avessi scordato, e ora che ti rivedevo ti riconoscevo e mi ricordavo” disse di getto.

Voltai il viso, l’ipotesi che ci fossimo già trovate in una situazione del genere, che a causa di altri improbabili wormhole ci fossimo incontrate altrove, in età diverse e proporzionali o inverse ai tempi, magari quando io ero bambina e lei adulta o viceversa, era intollerabile in quel momento e a priori.

“Va bene, lasciamo stare” dissi.

“Comunque per me sei come una sorella, e non lo dico perché mi hai aiutata. Veramente è come se ti conoscessi da sempre, forse ti conosco davvero da ventinove anni… Forse adesso ne ho proprio cinquantotto e tutto questo mi è successo trent’anni fa e una parte di me lo ricorda…”

Perse il filo, era facile smarrirsi nei paradossi temporali.

Feci appello a una calma che cercavo disperatamente di acquisire, presi una sigaretta e mandai a fanculo il pensiero dei wormhole.

“Senti, ormai siamo in ballo ed è impossibile fermarsi o tornare indietro” dissi “Oggi hai il primo giorno di lavoro, pensiamo a questo”.

Chinò la testa e sorrise, probabilmente aveva temuto che mandassi tutto a puttane.

“Allora, io adesso devo andare da mia madre, da quando sono tornata non l’ho ancora vista. Tu intanto ti prepari e quando torno andiamo. Devo solo farmi una doccia e tornare presentabile, ammesso che lo sia mai stata” dissi alzandomi.

Emilia sorrise più forte e andò a lavare le tazzine, io strisciai in bagno.

 

 

 

Fu difficile parlare con mia madre senza tradire la situazione in cui m’ero cacciata, se non altro per il fatto che stavo ospitando una sconosciuta. Per fortuna non abitavamo vicine e lei non veniva quasi mai a trovarmi. Era contenta di vedermi e i racconti su Palermo fecero il resto, scongiurando imbarazzo o incidenti di percorso.

Mi propose di restare a cena ma le dissi che dovevo vedere degli amici. La sua gioia era palese nel sapere che avevo di nuovo degli amici, per cui mi lasciò andare senza insistere.

Le avevo mostrato una foto in cui ero in un vicolo della Vucciria, me l’aveva fatta Emilia per provare lo smartphone. Tornai a guardarla mentre scendevo le scale e pensai che sì, forse nonostante tutto era vero.

 

 

 

Tornai a casa, Emilia era intenta a stecchire zanzare con la racchetta elettrica, compiacendosi dell’invenzione. Era vestita e truccata di tutto punto e davanti a lei, su un piatto, c’erano due panini col tonno e uno shaker di caffè freddo. Il ventilatore freddava sudore, gocce d’olio e cadaveri invertebrati.

“Non so se potremo mangiare al bar, quindi ho preparato qualcosa” disse, posando la racchetta e prendendo l’inseparabile lattina di coca cola.

“Grazie, hai fatto bene” dissi senza guardarla. Avevo lo stomaco chiuso, ma i panini avevano un’aria davvero invitante. “Facciamo così, li incartiamo e ce li portiamo, è già tardi”.

“Okay. Io sono pronta”.

Chiusi le finestre mentre Emilia incartava i panini e travasava il caffè in una bottiglietta. Il ghiaccio a scaglie era uno spettacolo, rinfrescava solo a guardarlo.

“Non lo mangi, il tuo?” chiesi poco dopo, accostando davanti al bar – senza traffico e nulla, ci avevamo messo nemmeno dieci minuti. “Siamo in anticipo, potresti mangiare qualcosa prima di andare”.

“Neanch’io ho fame” disse con una smorfia “Prendiamo un caffè però, ti va?”

Annuii. Tirò fuori una busta di bicchierini di plastica che non sapevo di avere, versò il caffè e me lo porse. Era squisito, forte e fresco. Accesi una sigaretta e gliene offrii una, erano le otto di sera e la calura non andava scemando.

“Senti Stella, non voglio che ti senta obbligata a venire con me” disse, guardandomi senza problemi. Io ancora non ci riuscivo, ero proprio pessima.

Ciccai nel bicchierino e lei continuò: “Ci avevo già pensato prima che… prima di ieri notte. A quanto pare venire qui è stata una mia scelta, voglio imparare a cavarmela”.

“Forse è ancora troppo presto” dissi, senza staccare gli occhi dal volante. “Ci sono tante cose che non sai, potresti trovarti in difficoltà”.

Alzò le spalle. “Io non penso. Se dovesse accadere farò finta d’essere un po’ scema e mi manderanno via, pazienza”.

“Non voglio che accada, voglio che tu vada alla grande”.

“Semmai… ti telefono, posso?”

“Sì, anzi, me ne vado solo se mi prometti che lo farai. Anzi, appena hai una pausa devi chiamarmi in ogni caso” dissi, girandomi infine a guardarla.

“Okay” sorrise.

“Ah, e un’altra cosa: se ti chiedono di mandare messaggi o far cose strane col telefonino, dì che sul tuo non hai credito e che lo smartphone non lo sai usare bene. Non è inverosimile, fino a poco tempo fa non ero capace neanch’io”.

“Okay”.

“Comunque torno verso le undici e mezza, mi farò una birra mentre stacchi”.

“Se non mi avranno cacciata prima” disse con una smorfia. “Vado”.

D’un tratto immaginai me stessa, bambina, che negli anni ’70 mi trovavo in mezzo a un gruppo di hippy al centro di Palermo insieme a un’Emilia bellissima con una fascetta sulla fronte, e tutti mi coccolavano e distribuivano sfinci assieme ai ciclostilati per qualche manifestazione pacifista o antimafiosa.

“Perché ridi?” chiese Emilia perplessa con la mano sulla portiera.

“Nulla”.

“Sicura?” chiese sospettosa, guardandomi meglio.

“Sì”.

Forse a certe cose era meglio non pensarci, mi dissi ancora una volta. Mannaggia ai wormhole e ai film hollywoodiani, pensai continuando a sorridere mio malgrado.

 

 

 

Mi sentivo un po’ in colpa, ma in effetti morivo dalla voglia di star da sola. Ero stata sola per mesi, anni forse, e adesso era una settimana che vivevo in simbiosi con un’altra persona, un’appartenente al bizzarro genere umano. Genere umano da cui mi ero allontanata lentamente, quasi senza accorgermene, prima per dolore e poi scivolando in quella che era diventata la mia ovattata condizione. Una condizione le cui carenze e dispiaceri erano certo meno gravi di quelli che si rischiavano avendo a che fare col bizzarro genere umano.

Mi chiesi se questo fosse normale, se fosse normale star meglio soli che con gli altri. La gente non era così. Cercai di ricordare se anche anni addietro amassi tanto la solitudine, non ero sicura che ciò fosse dovuto al divorzio o almeno non solo. C’era qualcosa di altezzoso nel mio stare rinchiusa in una torre di carta, arroccata a osservare gli altri senza più interagire con loro, e c’era anche una forma di dispetto nel mio distacco, una sorta di ripicca infantile. Mi chiesi quali meccanismi mi portassero a trattare con sufficienza le persone, come avevo fatto col Vitreo i giorni addietro. Si trattava di antipatia o della sua amicizia col Rigido? Nel primo caso era maleducazione, nel secondo puerilità, quindi non andava affatto bene.

Stavo scivolando in una serie di riflessioni pericolose e m’infastidiva pensare a un tipo come il Vitreo, con la sua spocchia e il suo gelo, gli stessi con cui il suo amico mi aveva condannata anni prima. Ora potevo passare qualche ora per i fatti miei, decidere dove andare e cosa fare senza metterne a parte nessuno. Il pensiero mi diede una specie di vertigine che annullò ogni scomoda introspezione.

Perché in fondo lo sapevo che quelle riflessioni erano scomode perché portavano a ipotesi che rifiutavo… Ma questo non potevo comprenderlo in quel momento, non ancora, sarebbero occorsa qualche altra sofferenza e qualche ultimo tassello al mio incerto castello di carta.

 

 

 

Infatti, gira che ti rigira, amavo così tanto la solitudine che finii per andare al Galileo, anche stavolta che non ne avevo motivo. Non so perché avessi voglia di affossarmi nelle dinamiche che mi avevano rovinato gli ultimi anni, o forse lo sapevo ma non volevo ammetterlo.

Quel posto era l’insegna del nonsense anche nella frequentazione: infatti, dopo il pienone del giorno prima, aveva riacquisito la tipica desolazione delle serate estive. Immaginai tutti stesi a vomitare dopo la lunga notte precedente, fatta eccezione per la Comare, che leggeva i tarocchi a un tipo che aveva la metà dei suoi anni. A un tavolo c’era Ossy da solo. A volte quando lo vedevo senza il fratello stentavo a distinguerlo, eppure eravamo anche stati insieme.

Mi accolse col suo sorriso caldo e discreto. “Che fai?”

“Ho accompagnato Emilia al primo giorno di lavoro” dissi toccandogli una spalla “Ora ti dico. Ti fermi un po’?”

Annuì. Era bello, Ossy, come dicevo ai tempi, carino da matti. Ed era forse l’unica persona lì dentro per cui provassi un affetto autentico e da cui non mi sentissi mai minacciata o sminuita – la sua discrezione non era indifferenza, il distacco fisico non aveva a che fare col rifiuto. Forse per quello tra noi non aveva funzionato: andavamo d’accordo e avevamo diverse cose in comune, ma il tutto senza nerbo, senza pathos. Dopo la rottura non ci eravamo salutati per una settimana, non ci eravamo parlati per un mese dopodiché eravamo tornati più complici di quando stavamo insieme. Non tutto è perduto, pensai, non tutto in me è rancore o misantropia.

Questo accadeva cinque anni prima, comunque, ed ero certa che nessuno ricordasse più la nostra storiella.

“Ti prendo una birra?” chiesi.

“Eh, è finita” disse sgocciolando il bicchiere sul tavolo “Ma pago io”.

“Sta’ zitto. Se dovessi sommare le birre che mi hai offerto tu, ci faremmo un week end a Barcellona”.

“Meglio a Manchester, allora” disse sorridendo.

“Giusto”.

Presi due birroni e andai a sedermi con lui.

“Insomma Emilia ha trovato lavoro così, da un giorno all’altro” dissi in tranquillità “Certo è solo una prova, ma credo che andrà bene. A proposito, come ti è sembrata?”

“Ci ho parlato poco, ma mi piace. Ha qualcosa che ti scalda”.

Ecco perché lo adoravo, pensai. Io e lui vedevamo le cose in maniera analoga, pur nelle differenti indoli – tranquilla la sua, impulsiva la mia – due diverse angolazioni, ma gli stessi colori. Cosa che in fondo non era mai stata con Emme, che avevo conosciuto subito dopo: non c’era mai stato lo stesso colore, la stessa sostanza a compensare caratteri e approcci diversi.

“Secondo me… Non ti offendere, però” aggiunse, alzando le mani.

“Cosa?”

“A te ti ci voleva un’amica così. Si vede che vi siete trovate”.

Più che altro mi ha trovata lei, pensai.

“Che bella cosa che hai detto. Lo penso anch’io. Perché temevi che mi sarei offesa?”

“Eh… lo conosco il tuo carattere” disse, con lo sguardo di sbieco che regalava solo alle più intime. Quasi quasi mi rinnamoravo. “Ma da quanto vi conoscete? È siciliana, vero?”

“Sì Mati, sono stata a Palermo quest’estate, in realtà l’ho conosciuta la settimana scorsa” dissi, ed era vero.

Chiacchierammo. Non ci vedevamo mai e l’occasione era buona per parlare in santa pace, e mentre gli raccontavo di Emilia m’ero del tutto scordata la sua provenienza temporale.

“L’altra sera non ho avuto modo di dirtelo, ma stai bene con questi capelli” disse, senza chiedermi né quando né perché.

“Grazie. Ma ora basta parlare di me sennò il mio egocentrismo si ravviva, e tu sai di cosa è capace. Dimmi di te, che hai fatto quest’estate?”

“Eh… Ricordi quello che ti avevo accennato l’ultima volta?”

“La tua collega?”

“Sì insomma, quella che lavora con me… Non con me, ma nello stesso studio”.

“Chiamasi ugualmente collega” dissi ridendo “Dimmi, non fare il timido con me”.

Ogni tanto guardavamo l’orologio – al Galileo ce n’era ancora uno – io per controllare l’orario di Emilia, Ossy perché aveva punta con Rocko per parlare di un progetto. Erano le undici, erano entrate due comitive di ragazzini ma nessuna traccia dei soliti noti.

Provavo un’ansia strana e volevo chiamare Emilia, ma avevo paura di disturbarla. Stavo pensando di andare al bar a vedere come andavano le cose quando entrarono il Rigido, il Vitreo e Rocko, tutti e tre insieme.

La mia angolazione cambiò di nuovo.

Il Rigido sostò sulla porta facendo immediatamente il giro del locale con lo sguardo. Rocko e il Vitreo discutevano allegramente, il Vitreo alzava la voce e gesticolava. Era diverso da come lo ricordavo, ma forse non l’avevo mai guardato davvero, e mi venne in mente che non sapevo o non ricordavo il suo nome.

“Ciao” disse il Rigido avanzando verso me e Ossy, seguito dai due che continuavano a divertirsi fra loro.

“Ciao Stella” strillò Rocko “Ancora nessuna bella canzone stasera?”

Restai immobile.

“Ci siamo incontrati qua dietro e siamo andati a farci un kebab e uno shottino” continuò “Più shottini che kebab, in effetti” disse, e scoppiò a ridere.

Restai immobile.

“Ciao” disse il Vitreo abbassando il tono e girandomi dietro “Mi insulterai anche stasera?”

Mi voltai e qualcosa, non so cosa, mi gelò. Lo sguardo era acquoso ma mischiato ad alcolici chiari, qualche benevolenza e un sorrisetto.

Pensai che Emilia non aveva ancora mangiato un kebab e ne sarebbe andata pazza, pensai che detestavo il Vitreo e me stessa per averlo pensato anche di striscio, pensai che il Rigido era l’unico che manteneva un contegno, pensai che Ossy e Rocko erano le uniche anime candide e per questo le uniche che non mi attraevano. Pensai di andare da Emilia ma qualcosa mi tratteneva, indolenza o cosa?

“Emilia sta lavorando” dissi alzandomi e rivolgendomi al Rigido “Oggi fa il giorno di prova”.

“Dove?” chiese, trattenendo le emozioni come al solito.

“Al bar Silver, lo conosci?”

“Sì, ma… non è un bel posto”.

“È un posto come un altro. Stacca a mezzanotte, ora vado a prenderla”.

“Vengo anch’io”.

Feci finta di non sentire, uscii senza salutare e andai alla macchina.

Per un attimo sperai che mi seguisse. Non lo fece, ma quando dal retrovisore vidi una Punto rossa che partiva dietro di me, feci un pensiero.

 

 

 

Il bar Silver era mezzo vuoto ed Emilia stava sparecchiando un tavolo fuori, per cui la vidi subito. Mi erano bastate un paio d’ore da sola e lo stranimento era scomparso, mi capitava spesso. Poi mi resi conto che in realtà non ero stata sola, ero stata con Ossy.

“Come va?” le chiesi a bassa voce.

“Bene” rispose tranquilla, come se fosse la cosa più naturale del mondo lavorare in un’altra epoca. “Non c’è stata molta gente, e Ovidium è gentilissimo”.

S’era ambientata subito, non c’era dubbio.

“E… il resto?”

Mi fece uno sguardo significativo.

“Okay, dopo mi dici. Chiedo una Ceres a… Ovidium”.

Erano le undici e mezza, il tipo mi diede la Ceres e andai a sedermi fuori, in tempo per vedere il Rigido che accostava la Punto. Differita tattica di tre minuti, come se non l’avessi visto dietro di me fino a metà tragitto. Bene, voglio proprio vedere che fa, pensai allungandomi sulla sedia.

Scese dalla macchina e guardò intorno, guardò me, guardò dentro e infine entrò. Da fuori non lo vedevo, dopo un minuto uscì e sedette a un tavolo con un amaro in mano.

Vedevo Emilia scherzare con Ovidium, darsi da fare e pulire il bancone, tornar dietro e scrivere qualcosa sul notes.

Poi si affacciò. “Ragazzi, tra cinque minuti stacco” disse, incurante della scissione. E della puerilità, pensai.

“Bene. Con chi vieni in macchina?” dissi “Sei una donna fortunata, hai persino la scelta”.

“Con te, no?” disse, ma fece un sorriso al Rigido per non scontentare nessuno.

“Non preoccuparti, se vuoi…”

“Non dire minchiate. Ora finisco un attimo e vengo via”.

“Ok. Io finisco la Ceres”.

Mi chiedevo a quel punto cosa fosse venuto a fare il Rigido, e c’era una sola risposta: che volesse controllare la situazione dato che non reputava il bar Silver un posto raccomandabile. In altre parole, che avesse del tutto perso la testa per Emilia.

 

 

 

“Perché sei venuta con me?” dissi allacciandole la cintura, cosa che non c’era verso di convincerla a fare. “Credo che Alessandro sia venuto qui apposta”.

“Che domande. Io qui sto con te. Però sono contenta che sia passato” disse, con uno dei suoi irresistibili sorrisi.

“Dimmi com’è andata”.

“Bene. Non è molto diverso da quello che facevo a Palermo. Ho avuto solo qualche problema con due comande perché erano cose che non conoscevo”.

“Tipo?”

“Boh, una birra che non ho mai sentito e un cocktail… Poi c’erano dei cornetti senza glutene, e mi vergognavo a chiedere cos’erano”.

“Poi l’hai capito?”

“Che la gente è allergica a qualcosa, giusto?”

“Sì. Negli ultimi anni sono uscite fuori un sacco di intolleranze alimentari”. Accostai per parcheggiare e vidi che il Rigido ci aveva precedute. “Come siete rimasti tu e Ovidium?”

“Domani c’è un’altra ragazza, poi io faccio giovedì, venerdì e sabato”.

“Be’, benissimo! Non sei contenta?”

“Sì, sono un po’ preoccupata per venerdì e sabato che devo fare la notte. Ah, Stella, mi spieghi una cosa?”

“Cosa?” chiesi facendo la retro.

“Chi sono i vegani?”

Cazzo, c’era sempre qualcosa che mi sfuggiva, pensai battendo una mano sul volante.

 

 

 

Il Galileo era ancora mezzo vuoto, ma i soliti noti avevano preso possesso della situazione: Rocko si stava sbizzarrendo al pc, il Rigido parlava con Ossy, e quanto al Vitreo, be’, era diventato il migliore amico di Rocko e stava in piedi accanto a lui, bicchiere in una mano e ampi gesti nell’altra. La Comare e lo Zingaro si abbracciavano dietro la colonna.

Emilia era stata pagata per la serata e mi offrì da bere, non le sembrava vero. Ci sedemmo con Ossy e il Rigido che, presi in chissà quale discorso, non ci filarono per niente, così potei spiegare a Emilia la questione dei vegani.

Non si riusciva a parlare per il volume che Rocko sparava sul Tubo, mi arrivava la voce del Vitreo, allegra e alterata, e la parlata di Rocko che rideva e metteva un altro brano.

“Non dovevate parlare, tu e Rocko?” strillai a Ossy.

“Eh, ma per come stanno è meglio lasciar perdere stasera” strillò a sua volta.

Il Rigido si seccò dell’interruzione ma ovviamente non fiatò, anzi ne approfittò per attaccar discorso con Emilia.

“Rocko, mi metti i Dire Straits?” dissi alzandomi e andando verso il pc.

Lo sguardo del Vitreo si girò a fissarmi, liquido e beffardo. Ecco, forse in quel momento avrei dovuto capire cosa stava accadendo, ma ero anestetizzata da mesi di fastidio e per me era solo un’altra cosa che non sopportavo, come l’orgoglio del Rigido o l’invadenza della Sciantosa.

Non avevo fatto in tempo a spostarmi che la Comare e lo Zingaro, spalla a spalla, erano andati al tavolo e si erano seduti con gli altri. Vidi la Comare presentarsi a Emilia con una smorfia stucchevole e vidi Emilia ricambiare allo stesso modo, con un sorriso ipocrita che nulla aveva a che fare col suo, quello che riservava a me e al Rigido e a tutto ciò che amava.

Non avevo intenzione di presenziare e non era necessario, tanto più che Rocko mise il brano e mi tratteneva – solo che, nel farlo, rovesciò il bicchiere con un braccio.

“Scusate, scusate” disse scattando e facendo peggio “Vado a prendere qualcosa per pulire. E anche un altro drink, eh eh”.

Mi avvicinai al pc per selezionare il brano che aveva già caricato.

“Ti piacciono i Dire Straits?” chiese il Vitreo guardando il monitor anziché me.

Erano questi gli atteggiamenti che mi mandavano in bestia, per cui non reputai il caso di rispondere.

“Visto?” disse girandosi a guardarmi “Non mi parli neanche stasera”.

Con la Comare nei dintorni non era il caso di alzare la voce, sebbene la tentazione fosse forte.

“Se non ti parlo è perché non sono abituata a conversare con persone che guardano altrove”.

Mi aspettavo un’altra risposta sarcastica, invece mi stupì. “Scusa. Stavo guardando il video. Non ti siedi?”

Sedetti con l’aria di fargli un grosso favore.

“Sì, mi piacciono molto, a te no?” dissi, educata e guardinga.

“Sì, anche a me, mi ricordano periodi più spensierati”.

“Come vi conoscete tu e Alessandro?”

“L’ho conosciuto il mese scorso alla proiezione di un lungometraggio di Agosti. Conosci?”

“No, non m’intendo di lungometraggi, purtroppo”.

“Se dici purtroppo vuol dire che ti piacerebbe conoscerli”.

“Può darsi”.

“È per Alessandro che non ti siedi con loro?”

“Tu i fatti tuoi non te li fai mai, vero?” dissi, scordando di nuovo le buone maniere “Comunque no, non è per lui. Tutte queste sere siamo stati in compresenza”.

“Compresenza?” sorrise “Si vede che sei una scrittrice”.

“Si sente, semmai”.

Scoppiò a ridere e la risata era spontanea e distesa, lontana dalle sue pose. Rimasi di stucco, era la prima volta che lo vedevo senza la maschera di cera che gli fissava l’espressione. Sembrava più giovane.

“Quanti anni hai?” chiesi d’impulso.

“Poi sono io che non mi faccio gli affari miei, eh?” disse, senza smettere di ridere.

“Questa era una domanda innocua” risposi, offesa.

“Dai, non ti arrabbiare. Trentasei. Tu?”

Tornò Rocko, in tempo per la fine della canzone e per evitare spargimenti di sangue. Aveva due shot in mano.

“Gran pezzo! Tieni Lorenzo, questo è per te. Che mettiamo adesso?”

Lorenzo!, pensai. Eppure me l’aveva detto quando ci eravamo presentati.

“Oddio Stella, scusa, che cafone. Vado a prendere uno shot anche per te”.

“Non preoccuparti, sto bevendo…”

“No no no. Non se ne parla. Cosa vuoi?”

“Quello che ti pare” risposi, e non perché non avessi preferenze, ma perché sapevo che da lì al bancone se ne sarebbe scordato e avrebbe comunque ordinato ciò che capitava.

“È forte Rocko” disse il Vitreo “Mi mette di buonumore. È tanto che lo conosci?”

“Più o meno da quando conosco tutti gli altri, sarà una decina”.

Mi ero distratta, vedevo Emilia e il Rigido a un passo dal bacio, soli in mezzo a dieci persone, come se dieci persone e il mondo intero non esistessero. Come in un film anni ’80, appunto. Mi accorsi che li stavo fissando ma non ero l’unica, la Comare li guardava attenta e indisturbata, mentre Ossy e lo Zingaro avevano iniziato una partita a carte.

Poi fu un attimo: ero destabilizzata e non capivo perché, pensai all’alcol e all’insonnia del giorno prima. Ma le facce al tavolo tradivano qualcosa, tranne Emilia che guardava tutti senz’ansia.

“Che succede?” strillò il Rigido, e non era da lui alzare la voce.

La connessione saltò e Rocko rimase senza Tubo, lo Zingaro si alzò, Ossy si guardava intorno. La Comare era scomparsa e non me n’ero accorta, qualcuno mi abbracciò e non protestai.

Dopo pochi secondi tutto era finito e tutti ci guardavamo come ebeti, senza musica senza filtri e senza capire.

Erano le tre e mezza ed era il 24 agosto, la notte del terremoto ad Amatrice. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

        

Uscimmo tutti in strada, seguiti dai ragazzi che erano ancora nel locale.

Roma era mezza vuota, alcune finestre si illuminarono e il portone si aprì, c’era un gran brusio nell’aria. Noi parlavamo tutti insieme e non sapevamo quale voce seguire.

“È stato forte!… Sarà L’Aquila anche stavolta” disse il Rigido.

“Ho finito i giga, qualcuno può connettersi e vedere che è successo?” – Rocko.

“Cosa vuoi che sia successo?” – lo Zingaro.

“Capita spesso a Roma?” – Emilia.

“Non è a Roma, sarà stato da qualche parte qui intorno” – Ossy.

“Ai Castelli” – il Rigido.

“No, non è stato ai Castelli” – lo Zingaro.

“Basta che non mi crolla il locale” – Giacomo.

Il Vitreo era in silenzio e guardava l’aria con occhio spiritato.

I tipi lì vicino discutevano su cosa fosse meglio fare, andare o restare, ed erano in gran dissidio tra loro.

“L’avete sentito?” chiesero altri usciti dal palazzo, imberbi in mutande e maglietta.

“Non è nulla” disse Giacomo andando verso il locale “Tanto a Roma non succede niente di grave. Io torno dentro che a ’sto punto chiudo”.

“Giacomo, può essere pericoloso!” strillò il Rigido. Era il più impanicato di tutti e la cosa non mi stupiva, era sempre stato apprensivo.

“Stella, io vado” disse Ossy “Devo andare da…”

“Sì! Grazie, non c’era bisogno che mi avvertissi”.

Replicò il suo splendido sguardo di sbieco, mosse una mano e andò.

Qualcosa mi scaldava, oltre ai ventitré gradi notturni: forse il terremoto, forse scoprire che qualcuno era complice e mi voleva bene.

“Stella, che fa Ossy?” chiese lo Zingaro guardando i suoi passi “Sta andando via?”

“Sì”.

“Peccato”.

“Be’, anche Antonietta se n’è andata, no? Che fine ha fatto?” chiesi malignamente.

“Antonietta ha paura dei terremoti, e dei moti del cielo, e dei moti in genere… Vabbè, a questo punto ci facciamo uno shot” disse a tutti, e non era una domanda.

“Sì fratello, è quello che ci vuole” approvò Rocko.

Mi mancava il mare.

“Giacomo, potresti offrirci uno shot” disse lo Zingaro affacciandosi da fuori.

“A chi?”

“A noi”.

“Voi tutti?”

“Certo, non vorrai mica escludere qualcuno…”

“Siete troppi” borbottò Giacomo.

“Fratello, c’è stato un terremoto!” disse lo Zingaro, spalancando occhi e mani.

“Ogni scusa è buona”.

“Dai Giacomo, contribuisco io” disse il Rigido.

Io e Emilia ci guardammo, interrogative e un po’ sospese.

“Che dici, Stella?” chiese toccandomi un polso.

“Dico che rimarrei fuori anch’io, ma qualcuno dovrà pur entrare”.

“Non intendevo quello…”

“Siete una massa di frignoni” disse lo Zingaro “Ve li devo portar fuori a tutti?”

“Vengo con te” disse il Vitreo, rompendo il lungo silenzio.

Mi voltai a guardarlo, ma pareva essersi di nuovo scordato della mia esistenza. Meglio così, pensai stizzita.

“Ti sei spaventata?” chiese il Rigido a Emilia, che dal canto suo non faceva una piega. Senza saperne nulla capivo come aveva potuto stare col suo zito per dieci anni, avrei voluto essere come lei.

Lo Zingaro e il Vitreo rimasero dentro qualche minuto, poi Giacomo spense le luci e uscirono coi bicchierini in mano.

“Tieni” disse il Vitreo porgendomi lo shot con sguardo e dolcezza, e qualcosa si stagliò nella notte.

“Aspettate, ce ne sono altri”.

“Chi dobbiamo ringraziare?” chiesi.

“Il terremoto” borbottò Giacomo, e con la consueta grazia buttò giù la saracinesca.

I ragazzetti litigavano ormai apertamente sulle questioni di sicurezza, lo Zingaro andò da loro a elargire perle d’esperienza.

“Ancora nulla” disse il Rigido scorrendo lo smart.

“Risulta subito?” mi chiese Emilia a bassa voce.

“Sì, quasi. Non bisogna aspettare l’edizione straordinaria, ma ci vuole comunque qualche minuto”.

Ci eravamo appena acquietati tutti quanti, sparpagliati tra la strada e il gradino, quando qualcuno urlò e ricominciò il trambusto.

“Di nuovo!”

“Cazzo!”

“Io me ne vado”.

Stavolta non m’ero accorta di nulla, ma anche il Rigido ricominciava a smaniare.

“Che succede?” chiesi incerta.

“Ma come che succede, Stella!” strillò il Rigido indignato e dimentico del nostro tacito dissidio “Non hai sentito? Un’altra scossa, qua facciamo tutti una brutta fine!...”

“Ma quale brutta fine, ma che dite” lo Zingaro tornò a raccogliere l’accendino e venti centesimi da terra. “Fratelli vi saluto, io accompagno questi ragazzetti che sono un po’ preoccupati”.

Ovviamente aveva adocchiato una tipa che gli piaceva e lo conoscevamo, per cui lo guardammo andar via senza commenti.

Anche noi eravamo stremati, straniati e le righe si andavano rompendo. Rocko si defilò, propose al Vitreo di fare un tratto insieme ma lui disse che sarebbe rimasto col Rigido. Di fatto rimanemmo noi quattro, manco a farlo apposta, o forse sì.

Non mi andava di tornare a casa, mi guardavo lo smalto sulle unghie e guardavo l’effetto che faceva sui sampietrini.

Era l’ora di mezzo, quella che separa la serata dal giorno dopo, la terra di nessuno che non appartiene né ai nottambuli né ai mattinieri. E nella terra di nessuno non c’è nulla, pretesti, bar aperti o speranze residue.

“Ma voi volete andare a casa?” chiese il Rigido, interpretando ogni intenzione.

Non risposi.

“Io no” disse Emilia, e si girò a guardarmi.

La guardai anch’io tra il cielo e il sospeso, smorfia incerta.

“Allora andiamo da qualche parte, spostiamoci da qui” disse il Rigido, come se un altro quartiere, un altro locale fossero al riparo dai terremoti. “Lorenzo?...”

Lorenzo annuì senza sillabe. Proprio una bella congrega, l’unica sana era una ragazza venuta dal 1987.

“È tutto chiuso, sono le quattro e mezza del mattino ed è estate” dissi.

“Conosco un posto h24, non è neanche lontano”.

“Impossibile. Nemmeno il bar Silver è aperto h24 in questa stagione”.

“Quello lo è, fidati” disse, ed era la prima volta che mi si rivolgeva dopo anni. “Lasciate la macchina e venite con noi?”

“No grazie, veniamo con la mia” dissi cercando le chiavi.

“Non c’è motivo che sposti la macchina a quest’ora per pochi metri… Vieni con noi e poi ti riaccompagniamo a prenderla. Vi riaccompagniamo a prenderla”.

Gettai un occhio all’ora di mezzo.

“Stella, che facciamo?” chiese Emilia, e lei sì che non si preoccupava del terremoto né delle macchine, pareva non curarsi nemmeno dell’uomo che le piaceva.

Ma già, lei era in vacanza, pensai col mio unico sorriso – ormai tendevo quasi a dimenticarmene, e senza motivo le indicai una piega nel cielo. La colpì molto, come se non avesse mai visto un cielo a Palermo o non a quell’ora o a quella latitudine, mi prese una mano ed ero certa che sentisse una piccola parte di ciò che sentivo io. Anche stavolta non mi aveva fatta sentire una cretina, pensai guardando i begli occhi che trasudavano sogno, stima e disarmo.

“Allora, ragazze, venite?” disse il Rigido di nuovo padrone di sé. Fino alla volta successiva, pensai, sentendo il pensiero che sfumava mentre lo pensavo.

Per me era come essere ancora al bar di Palermo. Dal gradino guardavo il mio autismo e guardavo l’alba prossima a irrompere, incurante dei capricci della terra e di noi stronzi, e mi sentivo felice senza motivo.

 

 

 

Alle cinque del mattino eravamo in una bisca d’alto bordo in cui per entrare dovevi firmare una cambiale, per bere accendere un mutuo. Ma il Rigido li conosceva, per cui vista l’estate, l’ora tarda e le circostanze, molti dei requisiti passarono in cavalleria.

La tv era in collegamento dalle zone terremotate e noi fissavamo lo schermo come sciacalli ubriachi, sparando i soliti luoghi comuni e facendo a gara per raccontare quello che avevamo provato. L’idea di andarcene a casa era affogata nei bicchieri che giravano a raffica, Emilia era la più tranquilla nonostante avesse lavorato. Lei e il Rigido, con la scusa di andare in cerca di sigarette, finalmente se la squagliarono promettendoci che sarebbero tornati dopo poco.

Io e il Vitreo restammo al bancone a bere rum invecchiato e, distrutti dall’alcol e dall’orario, attaccammo a parlare dei nostri ex, alternando rancori a perle d’ipocrita saggezza. Sembrava quasi umano mentre si confidava o fingeva di farlo, lo sguardo aveva preso un po’ di colore e non sembrava quello assente da serial killer che tanto mi dava ai nervi. Forse mi dava ai nervi perché non riuscivo a inquadrarlo e a gestirlo, pensai.

Dopo un po’ il proprietario, un onesto pappa che sembrava uscito dal miglior luogo comune, gentilmente ci informò che se ce ne fossimo andati a fanculo lui avrebbe potuto fare altrettanto. Lorenzo rispose qualcosa che non c’entrava nulla, considerazioni sull’arredamento o simili – ecco, così lo riconoscevo.

Il Rigido e Emilia non erano tornati e quello che mi preoccupava era come avrei fatto ad andare alla macchina, a quell’ora non avevo intenzione di farmela a piedi o coi bus. Telefonai a Emilia ma non rispose, probabilmente non aveva ancora realizzato di avere un cellulare.

“Chiama Alessandro” dissi al Vitreo.

Fece una smorfia. “Ho lasciato il telefono a casa. Perché non lo chiami tu?”

“Non ho il numero” dissi, ed era vero. Erano passati almeno due anni da quando l’avevo cancellato. “Tu non lo sai a memoria?”

“No, o forse sì, ma a quest’ora non mi viene”.

“Fantastico. E adesso? Tu dove abiti?”

“Sono ospite di Alessandro per qualche giorno”.

“Hai le chiavi?”

“Sì, ma non so come ci si va da qui”.

Aveva smesso di nuovo di guardarmi, stavolta non sembrava nevrosi o maleducazione – piuttosto qualche forma di paura che neanch’io conoscevo.

“E quindi come pensi di tornare?”

“Non lo so”.

“Scusa” dissi al gestore che girava lo sguardo da me a lui, “Tu da che parte vai?”

Il pappa mi guardò come se fossi matta.

“Scusa se sono così invadente, mi vergogno io stessa per averti trattenuto fino a quest’ora, ma Alessandro è scomparso e non sappiamo come fare…” Quando era il caso sapevo essere davvero una persona a modo, ma non abbastanza ruffiana. “Io la macchina ce l’ho, ma l’ho lasciata da una parte e siamo venuti qui con lui”.

“E dove sarebbe questa macchina?” chiese il tipo innervosendo, come nel miglior stereotipo. Quasi ero incantata mentre lo vedevo ruminare e lasciare che l’educazione lasciasse il posto a qualcos’altro.

“Non ha importanza…” dissi scoraggiata.

Ci trovammo là fuori, ormai in pieno giorno, mentre il proprietario cancellava le tracce della lunga nottata.

Avevo appena iniziato a imprecare, contro il Rigido contro Emilia e anche contro me stessa che avevo lasciato la macchina, quando la Punto rossa accostò e il Rigido si sporse a guardarci.

“Potevate tornare un po’ più tardi già che c’eravate” dissi, andando alla macchina con aria feroce.

Dieci minuti dopo scesi senza salutare nessuno e senza aspettare o interpellare Emilia, aprii la mia macchina ed entrai. Mi stavo allacciando la cintura quando sentii bussare al finestrino, mi voltai sicura di vedere Emilia e invece al di là del vetro c’erano due occhi giganteschi, due bombe d’acqua gonfiate e sgranate dal chiarore del giorno. Il Vitreo dietro il vetro, ancora più spettrale.

Aprii il finestrino e feci un cenno interrogativo.

“Volevo solo salutarti e ringraziarti per la compagnia” disse, come un bimbo beneducato.

“Stella!” strillò Emilia entrando dall’altro lato “Che fai, vai via senza di me?”

“Pensavo tornassi col Rigido” dissi, e mi rivoltai verso il finestrino. Lorenzo non c’era più e pensai d’essermelo sognato.

Partii sgommando e in dieci minuti eravamo a casa, erano quasi le otto e il sole saliva, caldo e impietoso.

 

 

 

Ormai il sonno era passato, Emilia fece il caffè e lo bevemmo in mutande davanti alla tv. Di ora in ora il bilancio del terremoto peggiorava, il numero delle vittime saliva ma il nostro sguardo non era più morboso, solo automatizzato come quello di tutti.

Anche del Grande Fratello non avevo parlato ad Emilia, ma almeno quello non aveva importanza.

“L’hai mangiato poi il panino?” chiesi.

“No, ho mangiato una cosa al bar. Tu?”

“Neanch’io, con tutto quello che è successo non ci ho più pensato. In effetti mi sa che non mangio da ventiquattr’ore”.

“Mangiamoli adesso, no? Ti va?”

“Sì, ma saranno freddi e rammolliti. Aspetta che accendo il fornetto”.

“Non fa niente, io me lo mangio così”.

“Anch’io” dissi sollevata. Tra alcol, afa, terremoto e notti in bianco non ci si capiva più nulla.

“Madò, guarda questa signora come sta, poverina” disse Emilia masticando e assecondando la speculazione mediatica.

Dissi nulla, era una cosa che non riuscivo a immaginare.

“Tu pensi che io piaccia sul serio ad Alessandro?” chiese d’un tratto.

“Perché, ne dubiti?”

“Da una parte no, cioè sì, mi sembra di piacergli” disse togliendosi una buccia di pomodoro dalla bocca. Sembrava parlasse del meteo, io sarei già impazzita. “Ma non lo conosco per niente, e non conosco questi tempi. A dire il vero non conosco bene neanche il resto, tutta la vita sono stata quasi sempre con Michele”.

La sua spontaneità era disarmante. Per quanto lo sbattimento e la nottata me lo consentissero, pensai di nuovo che non c’era stata malafede nell’omissione circa il salto temporale.

“Avrai pure avuto altre storie…”

“Sì, ma non m’interessavano, per cui non mi facevo tante domande”.

“Be’, cos’è successo mentre eravate via?”

“Mi ha baciato” disse, trattenendo sguardo e euforia in nome della prudenza che s’era imposta.

Sorrisi finendo il panino e versandomi l’ultimo caffè, ormai eravamo due barbone squagliate da insonnia, torpore e salti temporali. E una sigaretta appresso all’altra, ovviamente.

“Lo immaginavo, e quindi?...”

“Minchia, non solo è stato bello, ma lui è gentilissimo e mi guardava in un modo, Stella, in un modo…” disse, rompendo infine le righe. Era felice e il suo sguardo era più largo e verde che mai.

“Da film”, conclusi.

“L’ho detto io?”

“No, lo dico io”.

“E come lo sai?”

La guardai di sbieco come faceva Ossy con me.

“Emi, per rispondere alla domanda di prima, tu ad Alessandro piaci molto. È palese. E poi io lo conosco, l’unico pregio che gli posso attribuire è che in queste cose è una persona seria”.

“Non puoi perdonarlo, eh?...” disse, lasciando indietro quello che avevo detto, cioè che lei gli piaceva molto.

“Non si può perdonare chi non chiede perdono”.

Le zanzare davano il tormento, le cicale già pure.

“Dobbiamo dormire un po’” dissi, “Non si può andare avanti così”.

“Tu hai sonno?”

“No, ma mi verrà”.

“Ma a te…” disse come ultimo tentativo, e già sapevo cosa stava per dire, mi alzai e raccattai le mie cose. “A te Lorenzo non piace… neanche un po’?”

“Lorenzo chi?”

“Lorenzo l’amico di Alessandro” disse, roca e indignata.

Non sapevo come rispondere a una domanda del genere, ma sapevo come respingerla.

“Proprio no. Ma l’hai visto che tipo?”

“Perché, che tipo è? Brutto non è, e sei l’unica con cui parla, secondo me gli piaci”.

Era troppo… soprattutto perché temevo che non fosse vero.

“Emi, capisco che tu ora sia in questo stato e che voglia…”

“In questo cosa?”

“Intendo dire che sei nella fase dell’innamoramento e vorresti vedere anche gli altri nella stessa condizione, ma purtroppo non è così. Le cose non vanno così”.

“Ah sì?” disse, alzandosi di scatto “Allora ti dico io una cosa. Tu sarai pure più grande di me e vivi nel 2016, e io sono una fetusa e forse ho cinquantotto anni, ma in questo sei tu che non capisci nulla”.

La guardai, teneva la caffettiera come fosse un’arma, stanca ed esasperata anche lei. Pensai che sì, non mi curavo degli altri e pensavo solo al mio stato d’animo, come se fossi l’unica ad averne uno.

“Fammela dire una cosa, anche se ti devo rispetto e gratitudine” continuò, tremito alla mano mentre posava la moka.

“Un’altra?”

“Secondo me tu non ti fidi di nessuno e non vuoi provare sentimenti a causa di quello che è successo col tuo ex marito. Lo so che è una frase facile e che tu sei più brava di me con le parole, ma secondo me è così, è quello il perché e basta” disse, e crollò sul tavolo, come avesse fatto uno sforzo troppo grande per sé e per me. “Non mi odiare ti prego se ti dico queste cose… Tu avevi ragione ieri sera, ma in questo secondo me ho ragione io”.

Guardai i cadaveri di zanzare, cadaveri di tonno, cadaveri in tazzine da caffè. Cadaveri del mio matrimonio e della mia supponenza. Ancora una volta ero immobile, sentivo la pelle e lo sguardo spaccarsi e da sotto uscire qualcosa che faceva male, spurgava… come se fossi ringiovanita di cinque anni, così mi sembrava.

“Scusa, hai ragione, è meglio andare a dormire” disse.

“Sono le nove del mattino. Che dici, dormiamo fino al pomeriggio?” chiesi sorridendo, le presi le spalle e il calore girò come un circolo vizioso.

Nella mia stanza corsi a guardarmi allo specchio. No, ero la stessa merda invecchiata in pochi anni, ma ero contenta di avere avuto il dubbio, ed ero contenta di aver abbracciato Emilia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

  

Rinvenni alle cinque del pomeriggio e stavo peggio di quando m’ero addormentata, caldo torpore e mal di testa. Emilia era in cucina ma sembrava che si fosse appena alzata anche lei, aveva un’aria diversa. La tv era spenta.

“Mi fa male tutto” dissi, tirandomi il sudore dai capelli.

Nessun commento.

“Emi?”

“Sono preoccupata” fece con un filo di voce.

“Per il Rigido?”

“No…” disse, ciccando fuori dal posacenere.

Il caffè era appena uscito e lo versai a entrambe. Accesi la tv per sentire gli aggiornamenti del terremoto, era tutto assurdo.

“Emilia, forse hai fatto bene a dirmi quelle cose, ma in questo momento non sono in grado di connettere”.

“Tu non c’entri” disse con un debole sorriso “C’è una cosa che mi preoccupa, e non c’entrate né tu né Alessandro. Senza nulla togliere, ovviamente...”

“Cos’è?”

Esitò.

“Secondo te come faccio… come faccio a essere sicura… che un’Emilia del 1987 sia rimasta lì? I miei sono tornati ieri dal paese, non li ho chiamati, e se mi fossi sbagliata, se non ci fossi? Si saranno scantati” disse. “E poi mi mancano”.

Si asciugò la fronte, era proprio dimessa e mi sembrava la prima volta che la vedevo così.

“E ovviamente non puoi chiamarli, per paura che…” dissi, cercando di concentrarmi – poi ci riuscii ed era troppo assurdo da dire, ma lo fece lei.

“Esatto” disse alzando il suo bello sguardo “Che risponda io, me stessa”.

Mi voltai verso lo schermo e fu peggio, come uno schiaffo in pieno viso.

“M.P., un anno e mezzo, in vacanza con i genitori nella loro casa di Arquata del Tronto. La piccola stava dormendo nel suo lettino, quando la scossa di 6.0 di magnitudo ha devastato l’abitazione” diceva la speaker di Rainews24.

Finii il caffè in fretta, volevo una doccia, volevo essere al mare e non sentire più brutte notizie… Pensai a Lorenzo e non sapevo perché.

“Scusa, torno tra poco” dissi alzandomi e dirigendomi verso il bagno.

Mi diedi una bella lavata di capo e le idee mi si schiarirono un po’. Tornai in cucina, Emilia non s’era mossa e non aveva cambiato espressione.

“Posso chiamare io” dissi sedendomi.

Si accese.

“Stella, se fai questo per me…” disse, e la voce le si ruppe.

Non cercavo sentimentalismi, feci un gesto svelto.

“Faccio tutto per te, lo sai, però dobbiamo pensarci bene. Oggi è il 24 agosto, dobbiamo vedere che giorno della settimana era nell’87”.

“Già ho fatto il conto, era lunedì. Il 18 agosto era martedì, quando sono arrivata qui. Perché, anche questo si può vedere?” chiese, guardando le mie dita sullo smartphone.

“Sì, è come il calendario periodico. E a quanto pare non è neanche una settimana che sei qui”. Mi sembrava un mese, cazzo. “Allora, che giorno eri di riposo al bar di Palermo?”

“Il martedì”.

Avevamo lo stesso pensiero.

“Quindi oggi sei al bar. Che orario fai?”

“Dalle dodici alle venti”.

“Potresti essere in ferie?”

“No, è il primo anno che lavoravo lì e le ho prese a settembre” disse, alternando tempi a caso.

“Quindi, quasi sicuramente, se chiamo a casa non ti trovo”.

“No, ma che importa? Se chiami tu…”

Feci una smorfia.

“Non mi piace, sarà uno scrupolo, ma non mi sentirei tranquilla a sentirmi rispondere da te. Questa è fantascienza, non ci capisco nulla e non so se potrebbe accadere qualcosa, tipo paradossi temporali o qualche altro varco”.

Come minimo mi ritrovo nel 1987, pensai, ma non era questo che mi preoccupava.

“Forse hai ragione” mormorò Emilia.

Meditai un attimo e andai a prendere il cordless.

“Allora. Metto il vivavoce così puoi sentire anche tu. O preferisci di no? Facciamo così, lo attivo solo se rispondono i tuoi. A proposito, hai fratelli?” chiesi, e mi resi conto di quanto poco sapessi di lei.

“Sì, uno, ma è sposato. E tu?”

“Figlia unica” dissi, e non era vero, o forse sì.

“E se dicono che Emilia non c’è, come fai a sapere se sono al lavoro o se… sono qui?”

“Ho in mente una cosa, ma devo essere pronta. La voce di tua madre somiglia alla tua?”

“Un po’, ma lei ha l’accento marcato. Non come mio padre”.

“Mmh. Spero di riuscire a distinguervi”.

“Quando risponde al telefono parla benissimo, e ha la voce più squillante della mia. Io ce l’ho rauca” spiegò.

Pensai alla voce sgraziata che avevo sentito per la prima volta al bar del Capo, che per me sarebbe rimasta eternamente musica con poche odierne variazioni – come i sequel di Ritorno al futuro, come le canzoni di Battiato.

“Dimmi il numero” dissi, trattenni il fiato e mi concentrai.

Tuuu, tuuu, tuuu.

Interurbana intertemporale, dal mio piccolo spazio emotivo e abitativo, com’era possibile?...

A quanto pare lo era.

“Pronto, casa P.”

Click, vivavoce.

“Buongiorno signora, posso parlare con Emilia? Sono una sua amica” dissi, cercando di smussare l’accento.

“Emilia sta al bar a quest’ora, lavora”.

“Ah, è vero… ho confuso i giorni. Senta, ma stamattina le ha detto se sarebbe tornata per cena?”

Emilia si mise una mano sul viso, io chiusi gli occhi.

“Non me l’ha detto, di solito se non mi dice nulla torna”.

“Quindi stamattina non le ha detto nulla…”

“No”.

“Va bene, allora la chiamo stasera…”

“Se mi dici chi sei ti faccio richiamare”.

Sbarrai gli occhi in faccia a Emilia.

“Vittoria” suggerì.

“Vittoria, ma sono fuori Palermo, richiamo io. Grazie molte”.

“Prego, buonasera”.

Click.

Io e Emilia ci guardammo senza parole e senza fiato, immobili – poi lei esplose.

“Minchia, sei un genio!” strillò “Quella trovata di stamattina… È vero, in genere glielo dico la mattina se rincaso. Minchia”.

“Mi pare che sia chiaro, no? Non può essersi spiegata male, non possiamo aver capito male” dissi, sbattendo il cordless sul tavolo e facendo uscire le pile.

“No no, avrebbe detto qualcos’altro. Mia madre è una chiacchierona”. Portò entrambe le mani al viso come se pregasse. “Miii, ma allora…”

“Allora sei lì” dissi. “È incredibile, ti sei sdoppiata. Secondo me questo è un sogno e prima o poi ci sveglieremo”. Sudavo, e non ero sicura che fosse solo per il caldo.

“E se non dovessi tornare più? Se rimanessi qui, senza documenti, senza una casa e una famiglia…”

“Una cosa per volta” dissi. Non capivo cosa desiderasse realmente, ma di certo non lo capiva neanche lei.

Ci ingarellammo tra suggestioni e ipotesi scientifiche, il pomeriggio calava su un altro tramonto rosa e anticipato.

 

 

 

Stavo meglio e, per la prima sera da quando ero tornata, avevo una gran voglia di andare al Galileo. Emilia non tradiva nulla dell’accaduto della notte o della rivelazione del pomeriggio, ed era meglio così, pensai facendo il solito tragitto. Non tutto doveva esser detto, uno stato d’animo non doveva necessariamente essere condiviso, pensai col mio vago sorriso. Alcune cose erano inversamente proporzionali ai tempi in cui vivevamo, per me quasi tutte. 

“Perché ridi?” chiese Emilia giocando col finestrino.

Mi sgamavano sempre, in effetti.

“Non sto ridendo” dissi accostando. “Che effetto pensi che ti farà vedere Alessandro?”

Fece un sorriso breve e denso, forse per lei era lo stesso.

 

 

 

Il Galileo era un po’ più affollato, l’estate finiva e il week end si avvicinava. Accanto a Rocko c’era un caschetto di capelli biondi, mi tornò in mente qualcosa. Erano tutti intorno alla Succube e al Francese, li avevo quasi dimenticati.

Mai dimenticare, pensai senza rancore.

La Succube era un’amica da cui avevo preso le distanze, come del resto da chiunque altro. La chiamavo così perché era la classica ragazza che non sapeva stare senza un uomo, fidanzato o amante che fosse – una che dava buca a un appuntamento preso da mesi se dieci minuti prima un tipo le chiedeva di uscire, per intenderci. Il suo ultimo acquisto era un francese bellino e spensierato che non sapeva l’italiano ma offriva da bere a tutti, il che bastava.

“Stella, è tornata Carla con… Non ricordo come si chiama” disse lo Zingaro, strizzò gli occhi e rinunciò. “Stava proprio chiedendo di te”.

Sorrisi e andai oltre.

“Stella” disse lei alzandosi. “Sei tornata… mi hanno detto che eri fuori… Io sono tornata stasera”.

La guardai senza espressione.

“Ce l’hai ancora con me?”

La guardai e non la vedevo, vedevo invece neri su bianco i caratteri di un sms. Un sms in cui mi rinfacciava d’essermi separata e di essere sola, mentre lei, col suo modo di essere, sola non era mai. E un altro sms in cui mi accusava di aver sparlato del Francese, quando ero stata l’unica a difenderlo dalle maldicenze del Galileo che, ovviamente, il giorno dopo erano passate in cavalleria o rivoltate completamente, tra una bevuta e l’altra.

Per mesi avevo scandagliato gli ultimi anni della nostra amicizia in cerca di un mio errore o di qualche superficialità, di una parola di troppo che potevo aver detto o di una di meno che avevo taciuto, avevo riletto email, ricordato sguardi, guardato gesti e vecchie foto.

Ma il fatto stesso che mi muovesse accuse di più ampio respiro, che mi rinfacciasse scelte inerenti alla mia vita in generale e non al rapporto con lei, la diceva lunga sull’opinione che doveva aver sempre avuto e che non aveva mai lasciato trapelare. Il confine tra diplomazia e ipocrisia era labile, lei mi aveva mostrato l’apparenza dell’una e la consistenza dell’altra, e chissà dov’era adesso, ora che mi chiedeva triste e un po’ incerta se ce l’avevo con lei.

“No” dissi, non volevo parlare e volevo che se ne andasse.

“Ho chiesto di te. Anche Gilbert ha chiesto di te, gli dispiace. Pensa che il motivo per cui non siamo più amiche sia lui”.

“Una birra, grazie” dissi a Giacomo.

“Anche per me. Che hai fatto stasera? Sei più bello” disse Emilia, e Giacomo, nonostante l’età e l’indole burbera, arrossì e sbagliò i bicchieri.

“Stella…”

Mi voltai di scatto. “Non so se per cinque anni tu abbia recitato una parte” dissi, guardandola bene “Ma se mai siamo state amiche, il motivo per cui non lo siamo più sei tu”.

“Non ce l’hai con Gilbert?”

“Che c’entra Gilbert?” dissi incredula. Era frustrante, ogni frase era una conferma.

Parlavamo due lingue diverse e inconciliabili, mi chiesi come avesse potuto esistere e durare l’onda complice dei nostri discorsi sui teorici della società digitale, le pigre chiacchiere pomeridiane e l’armonia dissacratoria delle serate in comitiva, lungo le ore di giorni e mesi che erano presto diventati anni.

“Proprio non riesci a lasciar fuori gli uomini, eh?... Questa è una cosa che riguarda me e te, nessun altro” dissi.

“Sei ancora arrabbiata…” disse, come se avessi parlato al vento. “Speravo ti fosse passata”.

Cosa doveva passarmi, mi chiesi? La delusione per le cose non dette, le aspettative divenute pretese, diplomazia o ipocrisia, tollerare o tagliare. Mi chiesi quando fossi diventata così intransigente, forse quando mi ero separata da Emme, o poco prima o poco dopo.

Fece per toccarmi e mi ritrassi, era qualcosa di estraneo che non aveva a che fare con me e forse non l’aveva mai avuto. Eppure era una persona con cui avevo mangiato e bevuto per anni… Solo quando litigava col tipo di turno, però.

“Non ho problemi con Gilbert, non è stato lui a scrivermi quelle cose. Ora so chi sei e quello che pensavi di me”.

“Anche tu…”

“Io cosa? A me andavi bene com’eri, ti ho sempre detto tutto in tempo reale, non certo su whatsapp” dissi, invidiando Emilia che non conosceva l’impasse di whatsapp.

La Succube guardò me e guardò Emilia, che mi aspettava poco distante cercando di darsi un contegno.

“Forse è per questo?...” disse “Che ora hai una nuova amica e l’una esclude l’altra?”

Non credevo alle mie orecchie, la guardai sperando di scorgere, in qualche lato dei suoi occhi, le ragioni della mia fiducia e della nostra complicità. Ma di nuovo non vidi nulla, il passato era annullato dai giudizi che aveva ipocritamente taciuto e il presente era inficiato dal fair play che le permetteva di fare la vittima.

“Va bene, continua a motivarlo con Gilbert o con Emilia” dissi, “con tutti tranne che con te stessa. Decisamente ti avevo sopravvalutata… Grazie, mi togli ogni remora, se ancora ne avessi”.

“Sì, forse mi sopravvalutavi, ma non te l’ho chiesto io, sei tu che lo fai con tutti...”

Il labile confine s’era azzerato, infine.

La guardai con disgusto e sollievo, presi la birra e me ne andai.

 

 

 

Il Rigido era senza Lorenzo, era con Emilia. Provai leggerezza e mancanza al tempo stesso.

Mancanza di cosa? Di qualcuno da cui farmi ammirare, di qualcuno su cui rivalermi, di qualcuno che. Non chiesi nulla al Rigido e speravo non lo facesse neanche Emilia – mi dava fastidio che si fosse permesso di non venire e temevo che la risposta me ne avrebbe dato ancor di più.

La musica era bella e l’atmosfera anche, decisi di prenderla bene. Del resto era ancora estate, fuori era caldo e non ero più sola.

Un gruppo di ragazzi mi approcciò come fossi una coetanea, facevano complimenti sui capelli e cercavano di mettermi in mezzo. Poi arrivò Anna, la dj dei tempi d’oro del Galileo, che prima di diventare un dimesso bar di nostalgici era stato un bel localino con dj set e musica dal vivo, e furono baci e abbracci tra lei, Rocko e me.

Anna aveva più di cinquant’anni, una presenza scattosa e l’invidiabile capacità di resistere alle avversità della vita. Senza perdersi in convenevoli portò me e Rocko al bancone, stretti uno da una parte e uno dall’altra.

“Anna, c’è una mia amica, devo assolutamente fartela conoscere” dissi scorgendo Emilia che ci seguiva.

“Certo, Stellina”.

Ci slacciammo ed esguii le presentazioni.

“Emilia?” disse Anna, scrutandola per un attimo “Che bella che sei. Mi ricordi una mia amica delle medie. Ma tu sicuramente non eri ancora nata. Dimmi cosa vuoi bere e cosa ti piacerebbe ascoltare”.

Emilia mi guardò frastornata, io feci un cenno assertivo.

“Gli U2 e i New Order” disse, e già Anna l’aveva presa a braccetto e la portava al Tubo, mentre Giacomo ci chiedeva “Allora voi cosa volete? Tu birra, mi sa”.

“Io?” chiesi disorientata.

“Sì, offre Anna. Non la vedo mai, non si degna mai di venire a trovarmi” aggiunse tossendo da un lato.

“Offre anche a me?” chiese Rocko.

“Certo, a te non ti pare vero”.

“Okay, fammi una birra, Giacomo” dissi guardando dietro.

Vedevo Anna ed Emilia sedute davanti al pc e una comitiva di ragazzi che le guardava e studiava il modo per approcciarle, tra informazioni sui brani e commenti sui look attraverso i decenni.

“Rocko, vieni” dissi, e ci sistemammo anche noi presso l’allegra postazione.

Un tempo spensierato passò fra selezioni anni ’80, rock classico e musica da balera punk, qualsiasi canzone ci passasse per la testa – da Raffaella Carrà a Chaka Khan, da Battiato a Nick Cave, con qualche Justin Bieber per non scontentare i minorenni e qualche Tony Hadley per non scontentare me e Anna. Emilia si alzava di continuo, veniva estasiata a chiedere il nome del brano e a guardare il video, e quando mettemmo Un'estate al mare, be’, quella fu proprio l’apoteosi con Giuni Russo che faceva il gabbiano, i ventenni che cantavano alla faccia del gap generazionale ed Emilia che scivolando dall’abbraccio del Rigido mi disse “Sono anni che cerco questo disco, a Palermo non si trova! Lo sai che è siciliana come me? Ora potrò ascoltarla quando vorrò?”

Volevo dirle che anche Giuni Russo era morta, ma fui distratta dall’abbraccio di Anna e dallo shot che bevemmo, incavo nell’incavo. Eravamo state due folli, in passato, quando io avevo vent’anni e lei quindici in più. Ancora ricordavano le sfide col Johnny Walker, vinte ovviamente da lei – ancora ricordavano le risse e la musica a palla, non avevamo paura di nulla e lei era ancora così. Io purtroppo no. Ma mi sentivo come allora mentre sceglievamo i brani dei Clash e del resto non m’importava, ricordavo la magia della musica come quella dei tramonti estivi.

Ormai tutti cantavano e ballavano, cercai lo sguardo di Emilia e lo vidi fisso alla porta. Seguii la traiettoria e il Vitreo era lì, che ci guardava benevolo con le mani in tasca. Feci finta di niente e continuai a strillare con Anna, cantando e decantando la bravura di quel musicista o quell’altro.

Ci pensò Rocko ad accogliere il Vitreo come si doveva. “Ehi!” gridò sbracciandosi dal pc. Ma, dato che non ricordava il nome e non riusciva ad attirare la sua attenzione, si alzò e allungò un braccio verso di lui.

Il Vitreo lo vide, ci vide e sorrise, sembrava più sereno. Rocko disse qualcosa e lo tirò al pc, mentre lui faceva a distanza un gran gesto di saluto al Rigido, che ricambiò alzando il bicchiere.

“E adesso Stella, che ne dici di Johnny Cash?” strillò Anna.

“Io adoro Johnny Cash” dissi rapita.

“Allora te ne metto una…”

“Sì sì, Anna, quale metti?” urlò Rocko.

“Questa” disse Anna, lanciò il brano e alzò il volume.

La sala si riempì di una voce struggente, note e atmosfera che sapevano di posti altri, di debolezze altrui e perdonabili. Mi incantai a sentire e a capire, ascoltare il testo, scoprire la scala minore. Era come se fosse già inverno, un inverno caldo, denso e dolciastro, Anna mi abbracciò e una strana commozione mi avvolse.

Invece era ancora estate, calda ma non densa e non dolciastra… o sì? Guardai oltre le braccia di Anna e il suo profumo, l’ombretto di Emilia e i bicchieri che ci inseguivano, il palliativo diveniva sollievo e mi sembrava di non aver bisogno di nient’altro.

“Spegnete la musica” urlò Giacomo come un tuono fuori campo “Devo chiudere. Anche stanotte sono le quattro, eh”.

Anna scivolò via e andò a intortarselo, io mi guardai intorno e vidi uno sguardo acquoso che mi fissava, immobile come al solito.

Ero abbastanza ubriaca da far questioni.

“E tu che cazzo ti guardi?” dissi a voce alta.

Mi guardò un po’ stupito, un po’ beffardo, in buon equilibrio su un tavolino.

“Mo’ stai sul tavolo, eh. Guardi tutti male perché sono scomposti eccetera… e tu stai su un tavolo. Certo, come piedistallo va bene anche un tavolo, purché si possano giudicare gli altri” dissi.

Sì, a quanto pare mi era mancato qualcuno su cui rivalermi.

Mi voltai e andai al bancone.

“Giacomo, fammi uno shot prima di chiudere”.

Arrivarono Anna ed Emilia. S’erano appena conosciute ed erano già amiche, la cosa non mi stupiva, ho sempre creduto nella proprietà transitiva.

“Tu non bevi shot” osservò Giacomo.

“Vuol dire che non me lo fai?”

“Dipende. Sto chiudendo, però una birra te la faccio. Piccola”.

“Ma io voglio uno shot”.

Girò le spalle e andò a lavare i bicchieri.

“Giacomo, è tutto a posto” strillò Anna a quello che era stato il suo ex “Fai due vodka lemon a me e a Emilia e una birra a Stella” disse, strizzandomi l’occhio.

E, dato che Giacomo faceva finta di non sentire, girò sul retro e andò a baciarlo e a contrattare. Erano stati insieme negli anni ’80, o ’90, non sapevo bene.

“Giacomo, mi spieghi qual è il problema?” chiesi, non contenta – a quanto pare cercavo rissa. “Ho mai fatto casini qua dentro?”

“Tu no” disse srotolandoci davanti una sequela di birre rosse, shot & drink.

“Ah, ecco”.

L’arroganza è immortale perché si nutre di poco, mi dispiaceva scivolare nel meccanismo.

“Ma c’è sempre una prima volta” aggiunse.

“Non farò nessun casino” dissi prendendo un bicchiere a caso “Sto benissimo”.

“Ti vedo” disse con una brutta occhiata.

Sentivo ancora addosso lo sguardo del Vitreo, per quanto ne sapevo poteva essersene già andato, ma la sensazione rimaneva e mi innervosiva.

“Stella” disse Emilia allungando un braccio e tirandomi con lei e Anna.

Ci mettemmo da un lato e vidi il Rigido che parlava col Vitreo, la Succube e il Francese che toglievano le tende e Rocko che non riusciva a regolare il volume della musica.

“Sei ancora incazzata?” disse il Vitreo quando casualmente gli andai vicino.

Stavo per mandarlo a quel paese una volta per tutte, ma ormai poteva bastare.

“Mi fai sempre la stessa domanda. Comunque no”.

Mi sarei persino scusata, ma non bisognava esagerare.

“Ti faccio sempre la stessa domanda perché mi tratti sempre male”.

“Ho l’impressione che questa conversazione abbia già avuto luogo. Forse è un déjà-vu, ma non credo”.

“Sta chiudendo”.

“Eh sì, capita tutte le sere”.

Eravamo appoggiati alla parete, di schiena a parlare al vuoto come estranei casuali, appaiati e distanti. C’era qualcosa d’una scenografia in bianco e nero tipo anni ’50, guardavamo i personaggi scomporsi e lo swing sfumare.

Chissà perché era così difficile dimenticare quelli che ti avevano odiato e ricordare chi ti aveva amato, pensai.

 

 

 

Il cielo andava crepandosi e d’un tratto ero lucida – tutti i colori estivi mi facevano lo stesso effetto, niente da fare. Quelli di fine estate di più, forse perché sapevo che per molti mesi non li avrei rivisti.

Il Galileo aveva chiuso ma la compagnia non s’era sciolta, eravamo rimasti tutti sul gradino a parlottare come sempre, e non m’importava di nulla che non fosse la stria rosa di fine stagione.

Emilia parlava col Rigido, si baciavano, e l’affetto mi piaceva. Mi era sempre piaciuto anche tra la Succube e l’uomo di turno, e tra me e i miei amanti immaginari. Poi tutto aveva perso spontaneità, perso l’ultimo senso, dopo le accuse di Carla.

“Ti sei estraniata di nuovo” disse il Vitreo accanto.

Mi voltai sorpresa e non risposi, lo guardai e guardai intorno.

D’improvviso tutto era diverso, d’improvviso non era più il Vitreo anzi lo era ma il suo sguardo non m’infastidiva più, d’improvviso il Rigido non era più il finto amico che non mi aveva creduto, anzi lo era ma era ancora Alessandro, d’improvviso l’estate non era ancora finita, l’alba non ancora fredda, ogni cosa non ancora tracciata, o non più.

Emilia era bellissima, l’ombretto era color tramonto e i begli occhi color fotoromanzo, colore analogico e fisico, colore che non trovavo nella palette di photoshop e sugli schermi piatti del presente – non c’era nulla di bidimensionale in lei e idealizzare la sua provenienza temporale sarebbe stato come idealizzare il cielo di agosto, l’affetto senza selfie e ritocchi.

Era una mia suggestione ma mi sembrava che tutti fossimo addolciti dall’ingenuità di quel colore e di quel candore, come dal rosa che irrompeva. Guardai il Rigido come l’avevo conosciuto, gentile e attento, guardai Emilia alta e luminosa, guardai Lorenzo e il vetro dei suoi occhi non era più vuoto e inerte, al contrario c’era qualcosa che si muoveva, parti d’acqua, rancore e dolore. Lo baciai senza che il pensiero precedesse l’azione e di colpo, come si va sott’acqua, non sapevo se potevo trattenere o respirare, fingere o lasciare, vivere o temere. All’improvviso non sapevo più nulla, all’improvviso ero sott’acqua e non sapevo perché.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

Ovviamente Emilia ammiccava come una scema, canticchiando un brano di Baglioni e rimarcando le parole cuore e amore – faceva una gran fatica a non scoppiarmi a ridere in faccia, era evidente.

“Guarda che Baglioni ha fatto anche canzoni meno melense, tu non lo sai ma erano di gran lunga migliori” dissi sciacquando le tazzine.

“…ad inventare questo amoooreeeee” fu la stridula risposta.

“Abbi pietà, preferisco l’originale”.

“Baglioni è vivo?” chiese iniziando a passarsi l’ombretto.

“Sì, scoppia di salute e di lifting”.

“Posso mettere una canzone su youtube?”

Ah, quanto le piaceva questo strano mondo.

“Sì, magari qualcosa di serio”.

Lasciò gli ombretti e corse al pc.

“Questa te la dedico” strillò dal salotto “In diretta dai microfoni di Radio Galileo, per la nostra amica Stella…”

Partì un lento strappalacrime del primissimo Claudione.

“Emilia, abbassa un po’!”

“Perché? L’hai detto anche tu che il condominio è deserto”.

“Meno male che avevo detto qualcosa di serio…”

Venne al lavello a darmi fastidio, cantava e fingeva di farmi il solletico.

“Perché, invece di borbottare, non ti decidi a raccontarmi? Io di Alessandro ti ho detto tutto”.

“Ma che c’entra…”

“Dài, non fare la ritrosa”.

“Ritrosa? Ma come parli?”

“Lo dice sempre mia nonna” disse prendendo una tazzina d’acqua “Allora?... Guarda che vi ho visti, sai”.

“Mi stupirei del contrario, visto che eravamo a un metro di distanza”.

“Allora allora allora?”

Baglioni si lagnava della partenza della sua bella e chiedeva un ultimo ballo. Io fissavo la credenza e non sapevo cosa dire. Non era una posa, non avevo ancora ripensato all’accaduto perché non sapevo cosa pensare. O forse perché volevo differire la dolcezza del pensiero, come se fosse l’unica cosa che mi restava e non volessi sprecarla troppo in fretta.

 

 

 

Mi sentivo in colpa per avere Emilia a Roma e passare le giornate in quel modo, in giro tutta la notte e a casa tutto il giorno invece di portarla a far qualcosa di serio, che so, visitare un museo o fare un giro in centro come giorni prima ai Fori. Ma era estate, era troppo caldo e a lei pareva andar bene così, col pensiero che il Rigido sarebbe andato a trovarla le era passata anche l’ansia della notte al lavoro.

Uscimmo comunque un po’ prima per farci un aperitivo e prendere il primo filo d’aria del crepuscolo.

La trovata dell’aperitivo la entusiasmava e le sembrava strano che noi non la sfruttassimo appieno.

“Sarebbe come andare a cena fuori tutte le sere” disse addentando un rustico.

“Io sono vecchio stampo, mi piace uscire per la notte”.

“Stasera che farai?”

“Ti accompagno e resto lì, mi piazzo a un tavolino e scrivo tutta la sera. Ovidium sarà contento delle dieci birre che prenderò e ti darà un aumento”.

Parlavamo come se il futuro e il passato non esistessero, come se lei potesse innamorarsi del Rigido, lavorare al bar Silver e restare da me a tempo indeterminato.

Scosse i ricci con disappunto. “Devi andare al Galileo” disse.

“Probabilmente a un certo punto ci andrò”.

“Devi andarci e vedere Lorenzo” insistette.

Il nome mi diede una fitta d’ansia e fastidio, mista a qualcosa di bello che non sapevo riconoscere.

“Vedi perché non parlo volentieri? Perché poi c’è sempre qualcuno che vuole convincermi a fare qualcosa che non mi va”.

Qualcosa di caldo e mobile che ora era accanto a me, attaccato persino alle zampe del tavolo, e non mi faceva più sentire sola.

“Te l’avrei detto anche se non ne avessimo parlato”.

“Lo so” dissi prendendo una bruschetta in controluce “Ma tu sei una romantica. Lo ero anch’io nel 1987, ma avevo sei anni. Qui stiamo assistendo a una decadenza dei valori, a un diffuso timore dei sentimenti e a un generale avanzare del cinismo”.

“Ma come parli?”

“Lo dice sempre mia madre, e ha ragione” dissi.

 

 

 

Quando arrivai al Galileo ero abbastanza alticcia da non temere eventuali incontri.

A dire il vero era stata Emilia, dopo ore di tentativi, a cacciarmi dal bar Silver, alternando rudezza a sentimentalismi.

“Non te l’ha mai detto nessuno che è meglio farsi aspettare e desiderare?” era stato il mio ultimo tentativo.

“No, però mi hanno detto che ogni lasciata è persa. Mi sembra che tu di cose ne abbia perse già abbastanza per permetterti il lusso di perderne altre” disse togliendomi il tavolino da sotto il naso “Sciò, sciò. Via. Vammi a cercare Alessandro, che aveva detto che sarebbe passato e col cavolo che s’è visto”.

“Io con il Rigido non ci parlo. E nemmeno con Lor… col Vitreo” dissi, facendo i capricci come una bimba.

“Fa niente. Se Alessandro ti vede, è capace che gli torno in mente e te lo chiede lui. Mandami un messaggio”.

“E tu cerca di leggerlo” borbottai bevendo l’ultimo sorso di Ceres.

Si vedeva che agosto volgeva al termine, il Galileo andava riacquistando fauna e colore. Ancora pochi giorni e sarebbe tornato il solito strazio, pensai.

Il Vitreo era dritto per dritto alla porta, a un tavolino con lo Zingaro. Era seduto composto con una sigaretta in mano, fece un sorriso largo e dolce e con la mano libera mi mandò un bacio. Incredibile, pensai colpita. Non c’erano presenze sgradite con loro e non avevo pretesti per ignorarli.

“Ciao” dissi con nonchalance, e andai a prendermi la quarta birra.

“Da dove stai venendo, Stella?” chiese lo Zingaro mentre sedevo.

Sentivo lo sguardo di Lorenzo raccogliermi e comprendermi tutta, una distesa d’acqua dolce che sembrava non volermi lasciar scampo. Non c’era più nulla di gelido e un senso di calore entrò ancora a dilatarmi le vene.

“Emilia lavora e sono stata un po’ a farle compagnia”.

“Al bar Silver, giusto?”

“Sì”.

“Non è un bel posto, ma il proprietario è in gamba, è uno che appena sente una parola fuori posto ci pensa lui. È ancora lì?” chiese vuotando lo shot.

“Fino alle quattro, l’hanno subito messa sotto”.

“Non preoccuparti, non sembra una sprovveduta”.

“Infatti non lo è, ma non è di qui e magari tante situazioni non le conosce”.

“Macché, non pensare che a Palermo sia meglio”.

“A Palermo faceva il turno di giorno”.

“Sai perché mi piaci, Stella?” disse lo Zingaro dandomi un buffetto sulla guancia”.

“Forse per lo stesso motivo per cui ti piacciono tutte?”

Con la coda dell’occhio vidi il Vitreo abbozzare un sorrisetto divertito.

“Scema” disse lo Zingaro, e ritirò la mano. “Perché ti preoccupi per le tue amiche”.

“Io non ho amiche”.

“Emilia è tua amica, no?”

“Per adesso...”

Solo in quel momento mi accorsi che al bancone c’era il Rigido, di spalle, che parlava con un tale mai visto prima. Ah, ecco come pensava a Emilia, mi dissi. Il fastidio aumentò quando vidi la Comare che entrava guardandosi intorno, palesemente in cerca di rogne.

“Ragazzi scusate” disse lo Zingaro alzandosi.

Io e il Vitreo restammo soli al tavolo, a guardarci incerti e sospesi. O meglio io ero incerta, perché lui continuava a guardarmi fisso, mi sembrava che non avesse staccato gli occhi da quando ero entrata.

“Che hai fatto oggi?” disse.

“Niente di che, non sto passando giornate molto produttive. E poi ieri abbiamo fatto tardissimo” dissi, mordendomi la lingua. “Tu?”

Continuava a fissarmi.

“Tu che musica ascoltavi negli anni ’90?” chiese, andando come sempre per conto suo.

“All’inizio gli 883” dissi guardando di lato per ricordare “Poi i R.E.M., i Pearl Jam”.

Sorrideva.

“Tu?”

“Ti ricordi quella cantante commerciale, Corona?”

“Ci sarà mai una volta in cui interloquirai con me senza sembrare autistico?” chiesi senz’astio. “Anche con Alessandro fai così?”

“Interloquirai…” disse divertito.

“Ecco, vedi?”

“Perché dici sempre che sono autistico?”

“Perché non ascolti quello che ti si dice, rispondi alle domande con altre domande, che il più delle volte non c’entrano nulla. O guardi altrove”.

“Mi sembra che adesso ti sto guardando”.

Anche troppo, pensai scossa.

Stavo cercando qualcosa da dire ma in quel momento entrò il Moro di gran corsa, come al solito ci misi qualche istante per distinguerlo da Ossy.

“Ciao Stella” disse trafelato “Lorenzo, devo parlarti un attimo”.

Lo guardai stupita, Lorenzo non rispose e non tradì emozioni.

“Puoi venire con me?” insistette il Moro, con una certa strana occhiata.

Non ero mai stata vittima del suo fascino e non mi era mai stato molto simpatico, ma in quel momento provai il serio impulso di rovesciargli un drink sulla bella maglietta griffata. Lorenzo si alzò senza guardarmi e io rimasi sola con qualche dubbio.

La Comare e lo Zingaro discutevano, o meglio lei discuteva e lui mi guardava. Sapevo bene qual era l’oggetto della disputa: lei non voleva che lui stesse al tavolo con me, ma con lo Zingaro era come sbattere contro un muro di gomma.

Cominciavo a infastidirmi, mi alzai e andai al bancone a gironzolare intorno al Rigido e all’amico con fare provocatorio. Forse lui davvero non mi aveva vista, perché mi guardò stupito e interdetto. C’era una strana atmosfera, ognuno confabulava con qualcuno e ognuno sembrava avere segreti, non capivo se fosse realtà o manie di persecuzione, ansia per la situazione col Vitreo o le Ceres che m’ero ingollata. Giacomo era appoggiato al bancone a braccia conserte, perenne spettatore delle nostre messe in scena.

Stavo per mandare tutto a fanculo e tornare al bar Silver, quando il Moro e il Vitreo vennero verso di noi. Il Vitreo non mi degnò di uno sguardo e andò a parlare col Rigido, il Moro si fermò con me.

“Che succede?” chiesi.

“Prego?”

“No, sono io che ti prego. Sembrate tutti strani, e non prendermi per il culo, preferisco che mi dici che non puoi dirmelo”.

“Ma no Stella, sei sempre la solita. È una cosa che riguarda Lorenzo e il Rigido, un favore che mi hanno chiesto”.

“Ah, okay” dissi fingendo di credergli “Non sapevo che il Rigido ti chiedesse favori”.

Il Rigido l’aveva sempre considerato frivolo e chiassoso, privo della compostezza che lui amava tanto.

“È vero, ma quest’estate c’eravamo solo noi, qui, così ho passato qualche serata con lui e Lorenzo” disse, sfidando il mio sguardo scettico. “A proposito, ho visto che parlavate, tu lo conoscevi?”

“Chi?”

“Lorenzo, il nuovo amico del Rigido”.

A dispetto dell’apparenza provai l’impulso di sparire, ma recuperai in tempo il sangue freddo.

“Io sono tornata da una settimana. A quanto pare sei tu che lo conosci” dissi fissandolo.

“Sì, ma da poco” rispose guardando altrove. “Però, se ci sediamo un attimo, c’è una cosa di cui vorrei parlarti”.

Da quando in qua il Moro mi parlava dei suoi affari? Con me ci aveva sempre provato e basta.

“Te lo dico perché lei non è un modello di discrezione e verrete comunque a saperlo” iniziò con un bel preambolo, “L’altra sera c’è stato un ritorno di fiamma con Antonella”.

Antonella era la Sciantosa.

“Ma se stavi baciando una minorenne davanti a lei...” dissi.

“Non era una minorenne, ha ventun anni. Comunque sì, Antonella ha avuto uno dei suoi attacchi da primadonna, perché ora non ha nessuno per le mani e mio fratello non se la fila, così la sera dopo m’è tornata sotto”.

Il Moro era troppo elementare per darmela a bere, mi resi conto della vacuità del discorso e del suo scopo.

 “Va bene, ma non capisco perché mi dici questo…”

“Così, perché mi hai chiesto cosa succedeva”.

“Sono solo stupita che tu e il Rigido siate in confidenza” insistetti.

“Sì, te l’ho detto, è che…” disse, ma un trambusto improvviso smorzò la frase e ci fece voltare.

D’un tratto c’era una voce stridula che non conoscevo, era quella del Vitreo. Nessuno di noi l’aveva mai sentito fare un fiato oltre lo stretto indispensabile, ovviamente. Ora invece si scomponeva e urlava contro il Rigido che, dal canto suo, era altero e impermeabile come al solito.

“Io non vorrei essere qui, sei tu che non capisci. Mi avevi detto… Ma che ci parlo a fare con te” strillò e diede un calcio al cestino della carta, una sinfonia di bottiglie rotolò per terra.

Scattai senza accorgermene, una stretta al bicchiere e l’altra al Moro che mi stava offrendo una sigaretta. Il Rigido disse qualcosa a bassa voce e il Vitreo fece peggio, gli andò a due centimetri e insisteva a gesticolare, come un robottino nevrotico.

Conoscevo il contegno del Rigido e non c’era cosa che m’infastidisse di più, salvo forse il pensiero che Emilia era ancora al lavoro e ignorava cosa stesse accadendo e quanto Alessandro fosse distante da lei e da tutto, sempre e comunque.

Persino lo Zingaro non trovò filosofiche chiose e osservava la scena, ma a un certo punto si avvicinò e disse qualcosa, lo sentii perché Giacomo aveva spento la musica.

“Fratello, qualunque cosa sia, vieni con noi e fatti uno shot”.

Una delle perle di saggezza dello Zingaro, il gran pacificatore, non c’era da dire.

Che stavolta non funzionò. Il Vitreo gli diede una mano in faccia e fuggì, inseguito da nemici invisibili.

“Scusatelo, è ubriaco” disse il Rigido nel suo solito modo e fece per seguirlo, ma il Vitreo diede un altro calcio e uscì sbattendogli la porta in faccia.

Alessandro mantenne la calma e cercò il Moro, lo prese sottobraccio e lo portò a confabulare. Passeggiavano nella sala come due dame ma conoscevo il Rigido, c’era qualcosa di ansioso anche in lui.

Ero in piedi e voltavo le orbite da una parte all’altra come una matta, pensai: il Rigido è uno spocchioso del cazzo, il Moro è un coglione, il Vitreo un chiaro psicopatico ed io, be’, dicono che sia una brutta persona. Presi la birra e corsi fuori.

Il Vitreo era appoggiato a un muro, gesticolava e parlava tra sé e sembrava disperato.

“Ohi” dissi “Che succede?...”

Si girò di tre quarti in uno sguardo feroce.

“Cosa vuoi?” scandì.

“Nulla, volevo solo sapere come stai...”

Fece un attimo come se non ci fossi, poi si scollò dal muro e mi venne incontro minaccioso.

“Tu non vuoi sapere come sto. A te non importa nulla di me, solo del tuo fallimento sentimentale”.

Fino a un giorno prima avrei sofferto per una frase del genere, ora non più.

“Una cosa non esclude l’altra” replicai con calma. “È evidente che anche a te importa di tutt’altre cose. Che è successo?”

“Ti interessa davvero?”

Mi fissava, beffardo e cattivo. Ora sì che lo riconoscevo, mi chiedevo come avessi potuto vedere altro.

“Tu devi lasciarmi stare, io sto male e non posso darti nulla. Non ora” disse prendendomi un polso.

“Non ti ho chiesto niente” dissi senza muovere un muscolo, né dentro né fuori.

“Ma sì che te lo aspetti, tutti se lo aspettano. Io non posso…” disse, e mi lasciò.

Salendo in macchina guardai lo Zingaro che fumava sulla porta, guardai la notte, guardai il Vitreo. Ancora mi fissava ma lo sguardo era vuoto, un’acqua fredda e malata.

 

 

 

Paradossalmente mi veniva da ridere, come se mi fossi liberata di un brutto incantesimo. Come avevo potuto fidarmi di un tipo del genere, come avevo potuto pensare di ricredermi sul Rigido, solo perché una ragazza mi aveva colta in una fase emotiva dicendo di venire dagli anni ’80?... Facevo bene prima, la mia vita non era quella, quelle erano illusioni per film e fiction.

Andai a dormire da mia madre. Emilia aveva le chiavi e poteva fare come le pareva, si era adattata a questo strano mondo meglio di noi che ci vivevamo ogni giorno – poteva tornare e impallarmi il pc, poteva non tornare e restare col Rigido, non m’importava più del gas e della porta di casa.

Non m’importava più di niente, volevo star da sola e sentirmi protetta come quand’ero bambina, invece di essere io a proteggere Emilia, il Vitreo e me stessa. I dubbi svanirono, l’ultima settimana anche e, dopo notti d’insonnia e delirio, sprofondai in un sonno senza tracce.

Una foto e un pupazzo di Homer Simpson, nella stanza di mia sorella che era morta da vent’anni e che mia madre non aveva cambiato di una virgola. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mi svegliai alle undici, e stavo bene.

Non riuscivo a credere di sentirmi riposata e contenta di dove mi trovavo, guardai Homer e sorrisi con sollievo. Mia madre aveva fatto il caffè e organizzato una colazione senza più conoscere le mie abitudini.

Chiacchierai con lei, le parlai di Palermo e dei miei progetti, lei mi raccontò di mio zio e dei cugini che non conoscevo.

Decisi di andare al mare.

Era ancora estate, l’ennesimo giorno d’afa e asfalto rovente, dov’era scritto che dovessi passare le mattine a dormire, i pomeriggi a boccheggiare e le notti in giro come una scema, con persone che si andavano confermando per quello che erano?...

Certo avevo scelto il giorno peggiore, ultimo sabato di agosto sul becero litorale romano. E avrei dovuto passare a casa a prendere qualcosa, ma in un armadio trovai un costume, una borsa e un telo sbiadito dal sole. Tutte cose che erano state mie, consumate dalle estati adolescenziali, una appresso all’altra quando il futuro era lontano e tutto da scrivere. Le riconobbi a stento, mano a mano ricordavo e chiusi gli occhi nell’odore del nylon stantìo.

Mia madre mi chiese se sarei tornata a cena e non seppi rispondere, pensavo solo al momento in cui, come ogni volta, avrei visto la distesa d’acqua aprirsi in fondo a via Cristoforo Colombo.

 

 

 

Conoscevo una spiaggia più tranquilla e andai avanti qualche chilometro, accostai e vidi azzurro, ancora una volta, il sole entro il tempo massimo di fine agosto.

Mi sembrava una vita che non sentivo la sabbia sotto i piedi, erano passati sì e no dieci giorni. Col calore sotto e il calore sulle tempie ci misi un po’ a decidermi, sentivo qualcosa che si scioglieva, sentivo che sarebbe andata bene in ogni caso. Poi mi stesi e basta, il costume sbrindellato e una stanghetta sola negli occhiali. Finalmente respiravo, i polmoni si dilatavano insieme a ogni fibra, di nuovo non avevo più bisogno di nulla. 

 

 

 

Nel mezzo pomeriggio il sole era già basso, un incanto a portata di sguardo. Immersi i piedi nella riva, in mezzo a conchiglie e fossili di fine estate, ascoltavo malinconie in cuffiette e guardavo intorno.

I colori erano incredibili, ripensai al contrasto di photoshop e finalmente guardai il telefono, che era stato silenziato fino allora. C’erano molte chiamate non risposte, quasi tutte da numeri di offerte commerciali, prefissi di Crotone e Tirana. C’erano anche chiamate da un numero che non conoscevo, non era quello che avevo dato a Emilia e nemmeno quello del Rigido, non capivo cosa fosse e tornai a guardar l’acqua, una stesa di bagliori metallici.

Mi rituffai nella bassa marea, sotto il cielo anticipato di settembre, sapendo che anche per quell’anno sarebbe stata l’ultima.

 

 

 

Al bar della spiaggia, un po’ dimesso un po’ autunnale, mangiai un panino che delle melanzane aveva l’odore, del pomodoro la consistenza e della mozzarella nessuna delle due. Ma mi piaceva, pensai, gettando il tovagliolo e prendendo le chiavi della macchina. Ero trafitta da tutto, una sorta di gioia dolorosa: una coppia di cinquantenni si stringeva all’incipit del calare, un pescatore portava, grigio e sghimbescio, una cassetta di qualcosa al proprietario dello stabilimento. Tutto era ammantato di una poesia fine e senza fine, talmente infinita che mi vennero le lacrime agli occhi.

Sentii un pezzo di frase della donna in due pezzi accanto all’amore della sua vita: e se stasera andassimo…

Sentii un pezzo di frase di un bell’uomo calcato dal sole: questi vengono dalla campagna mia, mia moglie non voleva che te li portassi…

Non vedevo bene e il sorriso nacque ad occhi strizzati, guardai controluce e infine mi scossi. Come se qualcosa mi si fosse rotta o risvegliata dentro.

Fu la decisione a prendere chi non aveva deciso di prenderla: d’un tratto sentii che quello era il momento di tornare a scrivere, e che questo era il romanzo che avrei scritto.

Il pescatore beveva un bicchiere con il tipo dello stabilimento, mi gettò un’occhiata mentre passavo – mi voltai d’impulso e vidi tutto, due occhi grigi e belli.

 

 

 

Tornando in urbe c’era un traffico della madonna, alle sei tirava vento e il sudore s’incollava alla pelle.

Ero ferma a un semaforo lungo quanto la morte, quando il telefono squillò di nuovo. Cominciava a innervosirmi. Era sempre un numero sconosciuto, ma non sembrava quello delle altre chiamate o delle offerte commerciali. Rimasi a sentire la suoneria che si sovrapponeva allo stereo e all’afa dell’auto, misi la marcia e ripartii, per fermarmi cento ovvi metri dopo.

Calma, mi dissi, sei stata tu a decidere di muoverti di sabato.

Stavo approfittando dello stop per confrontare i numeri, ma mentre lo facevo arrivò un sms.

Ciao Stella, sono Lorenzo  lessi, prima che il tipo dietro suonasse il clacson. Bestemmiai, partii di scatto e lo smart volò nell’abitacolo.

Cazzo cazzo cazzo, il semaforo seguente era verde, anche quello dopo e anche quello dopo ancora. Alla fine scorsi un angolo, accostai inchiodando e trovai il telefono accanto a un’infradito di due anni prima.

Ciao Stella, sono Lorenzo. Alessandro mi ha dato il tuo numero. Scusa se ti disturbo ma vorrei parlarti. Se ti va, ovviamente. Mi richiami?

Misi una mano alla bocca, lo stupore era attenuato dal tono del messaggio – mi sembrava di sentirlo dalla sua voce.

Scossi la testa e ripartii, ma sentivo le labbra piegate in un sorrisetto e canticchiavo appresso ai tormentoni estivi sputati dalla radio.

 

 

 

Sotto casa c’era la Punto del Rigido regolarmente parcheggiata, e la cosa non mi stupì. Bentornata nella tua vita, mi dissi. Quella attuale, sentii il dovere di precisare al mio astratto alter ego.

Quello che mi sembrò strano fu invece accorgermi che dentro c’erano entrambi, il Rigido ed Emilia. Finsi di non vederli e cercai le chiavi, che ovviamente sembravano essersi dissolte.

“Stella!” strillò Emilia aprendo lo sportello.

Mi voltai senza simulare stupore.

“Mi sono preoccupata, che fine hai fatto?...” disse, e subito s’interruppe. Ero cotta dal sole e dal sale, la frangia sbiadita e l’asciugamano di lato. “Sei stata al mare?”

“Che succede?” chiesi, senza alcuna voglia di saperlo.

“Alessandro mi ha detto che ieri sera c’è stato un casino” disse concitata, come temendo che me ne andassi di nuovo “Poi sei scomparsa… mi sono preoccupata. Per fortuna Alessandro mi ha accompagnata e ha aspettato un po’, quindi…”

“Che fate qui sotto?”

“Alessandro ha pensato che ti avrebbe dato fastidio che entrasse a casa, quindi è tornato qui oggi e stavamo aspettando…”

Da una parte ero contenta che Emilia avesse qualcuno che si prendesse cura di lei e mi alleggerisse dalla responsabilità. Peccato solo che si trattasse del Rigido.

“Senti scusa, io vorrei salire, sono stata un’ora nel traffico” dissi.

“Sì, certo… Posso venire anch’io?”

“Che domanda è?”

Esitò. “Ho avuto l’impressione che volessi stare da sola” disse, dando sintomi di cedimento. Era chiaro che non aveva dormito e che aveva passato molte ore fuori casa.

Non le dissi quanto aveva ragione. Era stanca e provata, non l’avevo mai vista così. D’un tratto realizzai che avrebbe lavorato anche quella sera, guardai l’ora e mi sentii un’infame, il solito sadismo di bimba ferita.

“Sono le sette” dissi “Devi sbrigarti, cazzo”.

“La doccia l’ho fatta prima… Devo solo cambiarmi un attimo. Tu non preoccuparti, mi accompagna Alessandro”.

Guardai a lato, ormai volente o nolente c’era una sola cosa da fare.

“Non può rimanere qui in eterno, fallo salire” dissi.

Il sorriso che fece le cancellò stanchezza, tensione e le donava molto di più del perenne ombretto.

Non so che faccia fece o cosa disse il Rigido, non vedevo l’ora di buttarmi sotto la doccia. Di certo non mi ringraziò e sapevo che non si trattava di maleducazione ma di una sua forma di silenzioso rispetto.

“Mi farebbe tanto piacere se passassi a trovarmi stasera” disse Emilia mentre mi spogliavo e restavo nel mio costumino anni ’90.

Il Rigido s’era accomodato, buono e dimesso anche lui, evitava persino di guardarsi intorno. Erano passati anni dall’ultima volta che era stato a casa mia.

“Stasera non credo, comunque ti faccio sapere”.

Fece una smorfia colpevole e distolse lo sguardo.

“Devo dirti una cosa” disse.

“Cosa?”

“Mi hanno rubato il telefono. Al bar Silver. Ti prego non ti incazzare, domenica Ovidium mi paga e lunedì te lo ricompro”.

Sospirai.

“Era il mio vecchio telefono e c’ero affezionata, ma non valeva nulla. Più che altro, ora tu…” tacqui di colpo ricordando la muta presenza del Rigido. Anche Emilia fece cenno che ne avremmo parlato in seguito.

In bagno vidi il segno del costume e aprii il rubinetto, ma un pensiero mi fece indugiare.

Emilia e il Rigido non mi avevano chiamata, il numero del Vitreo l’avevo visto, pensai toccando l’acqua. Di chi erano le altre chiamate che avevo ricevuto?

 

 

 

Andai comunque al Galileo e i motivi erano chiari, tant’è che per una volta feci il tragitto senza sezionarmi la psiche. Guidavo e ascoltavo gli Alphaville e non pensavo a cosa, come o perché. Andavo avanti e basta, incontro alla notte, incontro al cielo basso di settembre.

Il locale era pieno e c’era una bella atmosfera, musica e voci e nessuna tensione. A un tavolo scorsi i soliti noti ma non avevo voglia di perderci tempo, passai dritta senza guardarli.

Lorenzo non c’era, comunque. Ma già, pensai, figuriamoci se faceva lo sforzo di venirmi a cercare. Già doveva essere stato un supplizio per lui farmi una chiamata e mandarmi un sms. Il Rigido era al bar Silver ed io non ero un motivo sufficiente per venire al Galileo. L’sms me l’aveva mandato per pulirsi la coscienza, ammesso che ne avesse una. Chissà, forse il Rigido l’aveva spinto a farlo, Alessandro era pur sempre un censore delle cattive maniere.

Ma che m’importa, mi dissi, sforzandomi di ricordare il senso caldo e intenso del giorno al mare. Qualcosa m’era rimasto addosso, stretto a pelle e nervi, e non volevo perderlo.

Un ragazzino metteva musica grunge degli anni ’90, vantandosi con gli amici della propria competenza. Sorrisi alla sua giovane età, chissà dov’era Rocko? Rocko era un’anima candida e amava talmente la musica, qualunque tipo di musica, che avrebbe certo coinvolto i ragazzi in una festa di shot e goliardia.

Non avevo più voglia di cinismo, mi accorsi che fin dal mattino ero stata bendisposta. Forse anche per questo non volevo stare con la congrega, ma in effetti altri posti liberi non c’erano.

Stavo cercando un angolo quando Ossy mi apparve davanti, camicetta e bel ciuffo.

“Ciao…” risposi, nonostante il suo saluto fosse stato solo un sorriso.

Un sorriso dei suoi, però.

Sbatté il suo bicchiere al mio. “Sei stata al mare?”

“Si vede?”

“Eh…” disse guardandomi col bicchiere in bocca.

Era strano e aveva gli occhi scintillanti, non l’avevo mai visto così, o forse una volta molti anni prima.

“Sei seduto con loro?” chiesi, con l’ansia improvvisa di dire qualcosa. Ansia che non apparteneva né a me né al nostro rapporto.

“Sì. No. È arrivato mio fratello”.

“E be’?”

“Eh…” disse, guardando di lato.

“Che succede con tuo fratello?”

“Non lo so, questi giorni è strano. Non come al solito” disse, smorzando l’incipit che già avevo in bocca.

Mi tornò in mente la sera prima.

Pensavo, cercavo una domanda e guardavo attorno ma di colpo sbattei contro un muro, un muro d’acqua dura e immobile. Il Vitreo era lì, a nord est da chissà quanto, in piedi a occhi sbarrati. Due paludi che mi fissavano e mi condannavano e non si distoglievano nemmeno di fronte al mio stupore.

Sentii una mano sulla spalla, era Ossy.

Mai fui più orgogliosa della nostra intesa senza parole, eppure lo guardavo fissa, come se il Vitreo fosse contagioso e avessi fatto mio quel suo modo. Strinsi la mano di Ossy con tutto il calore che mi restava.

Ultimi appigli, pensai.

“Che succede?” mi sembrò di sentire, o forse lo immaginavo, doppiavo le sue e le mie intenzioni.

“Mati, faresti una cosa per me?”

“Eh…”

“Stai dicendo di no?”

Mi guardò senza favoritismi.

“Stella, che ti prende?”

Tornai a nord est e il Vitreo era ancora lì, mani in tasca e sguardo in giro, vacante e vagante. Se non altro non mi fissava più, ma non accennava a spostarsi.

“Senti” dissi tenendo la mano di Ossy “Tu non vuoi stare con tuo fratello. Io in questo momento ho qualche difficoltà, perché non ce ne andiamo da qualche parte, io e te, così facciamo due chiacchiere con calma?”

Fece un attimo mente locale.

“C’è Emme?” chiese spostando gli occhi.

“No, Emme non c’entra” dissi, riflettendo su come la mia idiosincrasia fosse di dominio pubblico e come tutti mi considerassero una bambolina di carta.

Mi volse un bello sguardo dall’alto, caldo e alcolico.

“Se non si tratta di Emme, non c’è motivo di andarsene” disse, e si chinò a darmi un bacio sulla guancia.

“Dove vai?”

“Torno al tavolo con loro, perché non vieni anche tu?”

“Sì” risposi d’impulso, e lo seguii a occhi bassi.

Ma ovviamente ero attesa al varco.

“Posso offrirti una birra?” chiese una voce d’oltretomba mentre passavo.

“Ce l’ho in mano” risposi senza guardarlo.

“Allora potrei offrirti le mie scuse” disse senza cambiar tono.

Ossy era andato avanti, forse l’aveva fatto apposta, forse non s’era accorto di nulla. In certe cose continuava ad essere per me indecifrabile, lo sarebbe sempre stato. Erano così diversi, lui e il Moro.

“Scuse per cosa, esattamente?” dissi fermandomi di fronte al Vitreo e fissandolo.

D’un tratto perse tensione, tornò l’ombra di un sorriso e dolcezza nello sguardo.

“Questo mi piace di te” disse.

Scossi la testa. “Non riuscirai mai a rispondere a una domanda”.

“Ti va di sederti?”

Mi misi una mano alla fronte. Il Vitreo non insisteva e non ripeteva la domanda, lui era così. One shot in tutto, baci, chiamate, sms, frasi. Era in attesa con lo sguardo fisso come sempre, quieto come mai. Il Galileo aveva smesso di esistere insieme a tutto ciò che conteneva.

 

 

 

Prendemmo due sedie e ci accampammo accanto a un tavolo occupato.

Senza scusarsi disse che la sera prima non ce l’aveva con me, che era un periodo difficile e se l’era presa anche col Rigido che era una persona a lui cara, nonostante lo conoscesse da poco. Mi chiese se ero stata al mare e voleva sapere i dettagli, beveva a rotta di collo e faceva una domanda dietro l’altra senza rispondere alle mie.

Ogni tanto mi giravo e vedevo che gli altri ci guardavano, soprattutto il Moro si voltava spesso e non faceva nulla per nasconderlo. Ossy non c’era, forse se n’era andato.

Chiesi a Lorenzo dei suoi rapporti col Moro, fu abbastanza evasivo da consolidare i dubbi, anche perché distolse lo sguardo e sembrò estraniarsi di nuovo.

“Abbiamo passato qualche sera insieme io, lui e Alessandro” disse, e questa storia l’avevo già sentita. “È molto diverso da me e a volte mi fa innervosire, ma non c’è problema”.

Le versioni coincidevano troppo bene per convincermi, un fake copiato e incollato. Del resto era autistico ma non era stupido, sapeva come distogliermi dalla faccenda.

“Alessandro è al bar Silver con Emilia” disse.

Neanch’io ero una stupida, ma lo assecondai volentieri.

“Lo so. Li ho trovati sotto casa tornando dal mare”.

“Sì, poi ieri notte siamo stati tutti un po’ male. Lui ha accompagnato Emilia… Tu non tornavi, io ero rimasto in giro…”

D’un tratto parlare con lui era facile, mi scossi ricordando le difficoltà di sempre, per non parlare della sera prima. Persi il filo del discorso. Odiavo la mia incapacità di abbassare la guardia, sopravvivenza o paura?

Entrambe, decisi guardando il suo sguardo che era in attesa di qualcosa, una risposta o un commento.

Non mi ero neanche accorta che qualcuno aveva salutato e indugiava in attesa di risposta. Seguii la direzione verde del Vitreo e il Moro era lì, in piedi aspettando per andarsene. Ciao, aveva detto.

“Ciao…” risposi.

“Ciao, Lorenzo” aggiunse rimarcando.

“Ciao” disse il Vitreo gentile e gelido, o era una mia impressione?

Con la sigaretta e lo sguardo seguii il Moro fin fuori la porta, traiettoria indiscussa.

“Quindi cosa fai?” chiese Lorenzo.

“Eh?...” dissi scuotendomi.

“Non mi guardi neanche più” disse, guardandomi con dolcezza e un po’ di malizia.

Feci un mezzo sorriso.

“Sei ancora arrabbiata?”

“No”.

“Stavo dicendo che pensavo di andare al bar Silver” disse.

Lo guardai, perplessa dagli sbalzi d’umore e di acqua. Inaspettatamente pensai che forse non mi interessava poi tanto, che era stato un capriccio del mio orgoglio o un diversivo in un momento complicato, una suggestione alimentata da Emilia e dal nostro paradosso temporale.

Ma poi ripensai al malessere del giorno prima, alla difficoltà di comunicare con lui, ricordai la separazione da Emme e il gelo degli ultimi anni, la mancanza e la paura dei sentimenti.

“Ma sì, andiamo” dissi.

Mi guardò incerto.

“Hai già cambiato idea?” chiesi senza guardarlo.

“Certo che no” rispose tranquillo.

“Stai a piedi, vero?”

“Sì, in questo periodo non ho la macchina”.

Pensai che probabilmente gli avevano tolto la patente durante uno dei suoi eccessi.

“Allora vieni con me?”

“Sì, se credi… sennò posso andare a piedi”.

Ormai ero prevenuta o lo ero sempre stata, ma il suo atteggiamento dimesso mi infastidiva. Mi sembrava una forma di vittimismo, solo l’altra faccia della sua aggressività.

“Be’, se non vuoi venire in macchina…”

Fece per sfiorarmi una mano.

“Sarebbe un onore”, disse.

Finii la birra incerta sui sentimenti, mi alzai e feci il gesto.

“Devi salutare qualcuno?” chiesi.

“No…” rispose dopo un pensiero “Non credo d’essere molto benvoluto da queste parti”.

Idem, pensai, e di colpo mi venne il dubbio d’essere vittima dello stesso vittimismo che non sopportavo in lui.

Ma uscendo ci imbattemmo nella Comare che arrivava in quel momento, il suo sguardo maligno e gonfio di sottintesi annullò ogni remora.

 

 

 

In macchina il Vitreo trovò il primo cd dei Cranberries.

“Questo disco!” esclamò, e davvero non sembrava più lui.

“Lo conosci?” chiesi stupita.

“Lo adoro” disse, girandolo fra le mani e guardandomi.

Volevo metterlo e feci per prenderlo, ma lui lo stringeva e mi stringeva le mani e aveva uno sguardo che non gli avevo mai visto. Lo guardai strana, mani nelle mani sui titoli, mi prese il viso e mi baciò.

Sempre più intenso, sempre più verde e concentrato, finché non ne potei più.

 

 

 

Emilia fu contenta di vederci e di vederci insieme.

Il bar Silver era affollato ma lei si districava bene, gentile quanto bastava e dura altrettanto coi pischelli ubriachi. A quell’ora della notte la distanza tra anni ’80 e anni ’10 si accorciava, salvo per gli extracomunitari e gli smartphone – ma a questo si era già abituata. Continuava solo ad aver problemi con gli euro e faceva casini e faceva la svampita per dissimulare, e Ovidium la perdonava convinto che non fosse molto brava in quella disciplina che in italiano si chiamava ari-tmèteca.

“Stella, lo so che me l’hai detto dieci volte, ma cinquanta centesimi cosa sono?” chiese lagnandosi “Mille lire, giusto?”

“Sì, esatto” bisbigliai, e se non fossi stata ubriaca mi sarei indignata al pensiero che avessero equiparato cinquanta centesimi alle vecchie mille lire. “Ma non devi ragionare così, non devi per forza pensarci. Loro ti pagano e tu devi solo dare il resto di quanto ti danno”.

“Sì, ma tutti quei centesimi… come cavolo faccio coi centesimi?”

Sospirai, non sapevo cosa dire. I centesimi erano in effetti un po’ troppo per chi era abituato alle lire, ricordai senza sforzo i primi mesi.

Il Rigido era al bancone, beveva una roba color campari e ogni tanto guardava Emilia con discrezione. Lorenzo andò a salutarlo e parlarono amichevolmente ma in misura stringata.

“Bevi qualcosa?” chiese tornando da me.

“Certo, ci pensa Emilia”.

“Posso offrirtelo? Prima hai rifiutato”.

“Grazie”.

Portarono un tavolo fuori, Ovidium era fiero di Emilia e aveva un occhio di riguardo. Dopo un po’ venne a sedersi anche il Rigido, portò due shot, brindò e parlava al Vitreo di me davanti a me, parlava del mio difficile carattere e del mio talento letterario e della bella casetta che avevo.

Lo guardavo come se gli avesse dato di volta il cervello, ma lui evitava il mio sguardo e non c’era verso di fermarlo. Lorenzo lo ascoltava sorridente e interessato, la sua mano si muoveva in astratto senza trovarmi.

Era l’ennesima bella notte di fine estate, l’ennesima come se fosse l’ultima. Una notte intensa, brulicante di voci e densa di sentimenti compressi e palesi. Miei, di Emilia, del Rigido, forse persino di Lorenzo. Sentivo la mancanza di Emilia e andai a intercettarla, mi venne incontro con lo stesso pensiero.

“Va meglio?” disse.

Curioso, stavo per farle la stessa domanda.

“Ma se ti proponessi…” disse fuori campo mentre sparecchiava un tavolino.

“Cosa?” chiesi, guardando intorno e guardando fuori, Vitrei e Rigidi al tavolo come imberbi usciti con le compagne di scuola, al punto di stallo o di svolta.

“Mi sento una strunza a dirti questo dopo quello che è successo ieri, ma…”

“Parla e sbrigati, tra un po’ si volteranno”.

“Vero. Non sono belli?” disse guardandoli.

“Emilia!” tuonò Ovidium.

“Aspettami” disse, correndo al bancone.

Avevo già capito e avrei avuto un vantaggio per pensarci, come in genere mi piaceva. Ma stavolta non m’importava nulla, non volevo essere io a decidere. Sullo schermo del bar c’era in streaming una radio mediorientale, nonostante Ovidium fosse rumeno. In quel momento trasmetteva un’orecchiabile canzone pop, l’arrangiamento era notevole e mi chiesi come fosse il testo, mentre i titoli delle breaking news scorrevano in basso da destra a sinistra.

Emilia tornò tra una comanda e l’altra.

“Senti, allora te lo dico così, se facessimo… per una notte… un cambio casa? Nel senso…”

“Nel senso che vai a dormire da Alessandro? Benissimo, che problema c’è?”

“Scusami” disse, correndo a un tavolo di minorenni, insabbiati e ubriachi. Reduci da un falò e bagno al mare, vidi come se si trattasse di me dieci anni prima. Prese l’ordine e mi passò avanti.

“Emilia, basta con gli enigmi” dissi seguendola “In base al tuo progetto Lorenzo dovrebbe venire da me, giusto?...”

A quel punto si bloccò col vassoio in mano, seria e incurante di Ovidium, dei clienti e dei centesimi.

“Fra te e Lorenzo c’è qualcosa, è palese. Tu sei cambiata. Alessandro pensa lo stesso, e lui ti conosce da più tempo. Ora, tu dimmi che non è vero e…”

“Alessandro porta solo l’acqua al suo mulino”.

“Può darsi” disse senza scomporsi e senza schermarsi col vassoio. “Ma anch’io la penso così, e io non sono lui. Dimmi che sbaglio e finisco di lavorare, vado a dormire da Ale e ti lascio comunque casa libera, che tu voglia scrivere, dormire o altro. Ma secondo me fai una stronzata se rinunci. Arrivo!” strillò a Ovidium e ai minorenni insabbiati.

Mi aveva lasciato negli occhi il riflesso del vassoio e dell’ombretto.

Ale, pensai. Dunque era una cosa seria, fu il primo pensiero.

Casa libera a bere, scrivere e sognare, fu il secondo.

Poi, tra un sorso e un anelito, venne il terzo.

 

 

 

Era come rinascere e morire. Lorenzo era insicuro e compresso e io lo amavo, ogni sua insicurezza, ogni stilla di sudore e singolo sguardo. Sguardo acquoso, gelato ma non gelante, poi caldo e pieno. Diede l’ultima spinta e iniziò a scusarsi – l’ultima era stata anche la mia, mi colpiva la sua mancanza d’empatia.

Mi abbracciò da dietro, cominciò a piagnucolare e mi chiese cosa c’era tra me e Ossy. Non risposi, il suo odore avrebbe potuto tenermi sveglia per mille anni.

Ma poi si addormentò e anch’io, col disco dei Cranberries che sfumava lentamente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ormai io e Emilia non parlavamo più del 1987, del passato e del futuro, e mi stupivo di come tutto stesse andando in cavalleria. Facevo il caffè e non c’era differenza fra noi e due normali coinquiline, pensai.

Salvo che l’estate era ormai finita e prima o poi avremmo dovuto affrontare l’argomento. Ma anche quella era un’ora di mezzo, una terra di nessuno tra estate e autunno, sera e mattina, 1987 e 2016.

“Sono scesa prima e ho preso i cornetti” disse Emilia, allegra e pratica come al solito.

“Grazie” dissi, andando a guardare il caffè.

Non era l’unica cosa che aveva preso, del resto. Il giorno prima eravamo andate a ricomprare il telefonino, un Nokia basico che era ancora in commercio, e sulla via del ritorno aveva scoperto il fantastico mondo dei cinesi. Mi aveva accompagnata a comprare un deodorante ed era rimasta folgorata, una bimba nel paese dei balocchi. Si era guardata attorno a bocca aperta, aveva toccato tutto senza sapere dove voltarsi, s’era persa nel caos chiassoso dell’abbondanza. Con ciò che restava della paga aveva comprato calamite, candele, tre paia di slip, un taccuino muccato, ombretti e matite per sé e per me.

“Che colore preferisci?” aveva chiesto, con le mani piene di confezioni sgargianti.

“Grazie cara, ma io non uso l’ombretto”.

“Fa niente, ti prendo una matita. Nera o blu? Le prendo tutte e due. Due euro per ognuna sono pochi, no? Minchia, guarda quanti smalti! Questo è del colore dei tuoi capelli, ti piace? Te lo prendo” aveva detto imbizzarrita.

“Grazie, ma…”

“Guarda quante mollette. Qual è secondo te che va di moda adesso? Scassi tantu la minchia che la mia è antiquata…”

Ero rabbrividita al ricordo del mollettone fiorato, mi sembrava già lontano secoli. Del resto, lo era.

Eravamo andate alla cassa con le mani colme d’ogni sorta di cianfrusaglie. Emilia aveva pagato trenta euro ed era uscita rovistando nella busta, tirava fuori ogni oggetto e lo rimirava.

“Be’, io non so se ho capito com’è l’euro, ma mi sembra che trenta euro per tutte queste cose non siano tanti, no?” aveva detto ridendo.

Avevo provato a spiegarle la politica di produzione che c’era dietro ai negozi cinesi, ma non sembrava molto interessata e anch’io avevo perso slancio mentre parlavo.

“Be’, per noi è meglio così. Se fossi in voi starei tutto il giorno lì dentro. Avrei comprato tutto!... A te non capita?”

“I primi tempi, magari…” dissi, a onor del vero.

Per il resto passava ore su wikipedia e youtube a cercare qualunque cosa le venisse in mente, smarrendosi nella catena dei link e mettendo decine di brani senza lasciarne finire nessuno. Puntualmente impallava il sistema, apriva finestre a caso, inciampava nei banner pubblicitari e mi chiamava afflitta.

“Stella” piagnucolava “Mi sa che ho fatto un casino”.

“Come te lo devo dire? Se qualche comando non risponde, devi avere pazienza. Conta fino a sessanta. Se non succede nulla, mi chiami”.

Wikipedia, youtube, la fotocamera, l’aperitivo e i cinesi: queste erano le cose che più l’avevano folgorata e le piacevano di questo strano mondo.

“Mi stai ascoltando?...” disse Emilia nel sole di mezzogiorno, scuotendomi dalle mie riflessioni.

“Eh?”

“Chiedevo se il caffè lo facciamo normale o shakerato”.

“Come ti pare…”

“Vabbuò, ne faccio un po’ normale e un po’ shakerato. E questa è la prima cosa” disse armeggiando sul fornello.

“Perché, la seconda qual è?” chiesi, temendo di scoprirlo.

“Non mi racconti mai niente di Lorenzo” disse facendo il broncio e portando la colazione sul tavolo. “Ancora non ti fidi di me?...”

Cara Emilia, pensai, se sapessi prendere le persone come fai tu, avrei anch’io qualcosa da raccontarti.

“Ma sì, certo che mi fido”.

“Non capisco come state messi” disse con la nuova molletta in testa, i brillantini rifrangevano la luce e le illuminavano il viso. “A volte vi vedo parlare, tranquilli e sereni, lui sorride persino. Poi ieri sera non vi siete manco guardati, e tu non sembravi dispiaciuta”.

“Non lo ero” dissi, ed era vero.

“Quando Michele stava con gli amici e mi ignorava, io m’incazzavo come una iena”.

“Anch’io, quando lo faceva Emme. Solo che lui non stava con gli amici, quelli li conoscevo e li amavo tutti”.

“E con chi stava?”

“Con le amiche” dissi, ricordando un dolore che non era mai svanito del tutto.

“Hai capito sto fetuso gattomorto” disse sbattendo le tazze sul tavolo. “E per colpa sua tu fai la vedova e non stai con Lorenzo”.

“Tra me e Lorenzo non c’è nulla, e smettila di fare questo casino, mi fai venire il mal di testa”.

“Scusa”.

Mescolò qualcosa, mi porse la tazza e sedette a guardarmi.

Il motivo per cui Emilia non capiva come io e Lorenzo stavamo messi è che non lo capivo neanch’io, e probabilmente nemmeno lui.

Il giorno dopo, come da copione, era praticamente fuggito da casa mia. Aveva passato ciò che restava della notte a lamentarsi nel sonno, un suono strano che non sembrava umano. Mi ero svegliata ed ero rimasta a guardarlo nella penombra, ancora troppo stordita per incazzarmi. Alle dieci era in piedi e passeggiava per casa a passi ampi, come gli suggeriva il nervo e come faceva al Galileo. Guardava e non guardava tutto con aria assente.

“Faccio un caffè?” avevo chiesto cercando di dissimulare l’imbarazzo.

In risposta mi aveva fissata senza proferir parola, lo sguardo più vacuo e gelido che mai.

Avevamo bevuto il caffè in un silenzio tagliato solo dalle cicale. La situazione era peggiore di quanto avessi immaginato, se mai l’avessi immaginata. L’avevo guardato, era spettrale nel senso letterale – un cadavere emaciato, un paradosso stagliato sul mattino estivo e su ciò che era successo.

L’avevo guardato andar via con un senso di sollievo e una gran voglia di dormire qualche altra ora.

La sera stessa era ancora diverso, al Galileo mi aveva accolta con un sorriso simile alla sera dopo il bacio.

“Che hai fatto oggi?” aveva chiesto.

Stavolta ero io che l’avevo fissato senza rispondere.

“Ce l’hai con me?”

Autismo, schizofrenia e vittimismo, mi ero già abituata – le capacità di adattamento erano direttamente proporzionali al dolore, tutto mi sembrava familiare e ciò che avevo passato negli ultimi anni inibiva ogni forma di stupore o sofferenza.

Sentivo che qualcosa m’era cambiato dentro e avevo quasi voglia di andare a sedere con gli altri, con la Sciantosa che teneva banco parlando del nulla, con la Succube che la invidiava e con lo Zingaro che li ignorava pensando al suo shot. Avevo quasi voglia di andarmi a sedere con loro e lasciare il Vitreo lì da solo, ma non mi muovevo. Il passato era troppo puerile, il presente rischioso e minato dai presupposti.

La realtà è che in fondo mi andava bene così. Mi andava bene la versione 2.0 di ogni mio sentimento: l’indifferenza verso la congrega del Galileo, l’affetto per Emilia, l’amore e il sesso con un uomo che non fosse Emme. Tutto mi andava e lasciava un sollievo, come raggiungere gli scogli col sole a picco, guardare il riverbero e tornare accecata con l’acqua di sotto.

Uguale alla notte con Lorenzo, agli occhi di Emilia – tutto non mi dispiaceva e tutto mi dava coraggio.

Coraggio sublime e precario come ogni punto di sublime, pensai.

 

 

 

Alle otto lasciai Emilia al bar Silver, mi stampò sulla guancia un’impronta di rossetto cinese. Fuori dal finestrino la sera era già quasi piena, un tono di blu chiaro e sospeso. Dieci giorni prima, quando eravamo andate al bar Silver la prima volta, il tardo pomeriggio picchiava ancora impietoso. In questo senso l’accelerarsi della stagione andava di pari passo con la mia vicenda personale, e non ero sicura che fosse un bene.

Sentii un rumore sordo, come un colpo secco e pensai a Emilia, ma non c’era nessuno.

“Stella” disse qualcuno.

Guardai intorno e poco più in là, alto e austero, c’era il Rigido accanto a un lampione.

Una settimana prima l’avrei ignorato, ma gli eventi andavano svelti e avevo l’ansia di rimanere indietro. C’era qualcosa di strano nel suo viso, inoltre.

“Che c’è?” dissi dal finestrino.

“Dove stai andando?” chiese senza convenevoli.

Aveva un che di spia braccata, io ero in bilico tra fastidio e sarcasmo, indecisa se mandarlo a quel paese.

“Pensavo di prendere un kebab” dissi, pentendomi immediatamente.

“Ah, adesso mangi” disse, pentendosi anche lui.

Misi in moto e ingranai la prima.

“Aspetta” disse venendo allo sportello.

“Cosa vuoi?”

“Devo parlarti. Per piacere”.

“Se si tratta di Emilia non mi interessa. Puoi parlare direttamente con lei”.

Guardò il lampione con cui faceva il paio, bei capelli e bello sguardo di cui mi ero fidata. Capelli, sguardo e fiducia ceduti alla Comare per poco credito, per qualche maldicenza che non gli apparteneva.

“Sì… Lo so” disse voltandosi verso di me. “Non è di lei che voglio parlarti”.

Guardai lui e lo sfondo, il blu chiaro s’era addensato.

“E allora di cosa?”

“Non qui. Se non ti dà troppo fastidio, ti accompagno dal kebabbaro”.

“Dopo vado al Galileo, puoi parlarmi direttamente lì”.

Esitò un attimo.

“Preferirei da un’altra parte” disse.

“Ah giusto, gli altri non devono vedere che ci parliamo. Soprattutto la Comare, immagino”.

“A dire il vero voglio parlarti senza che ci sia Lorenzo” disse, ignorando la provocazione e convincendomi definitivamente.

“Okay. Andiamo” dissi, con un vago campanello d’allarme e qualche tenue speranza.

 

 

 

“Come sei cambiata. Ti trovo davvero bene” disse il Rigido davanti a due birre senza kebab, e sembrava sincero.

“Cosa pensavi, che dopo il divorzio sarei morta?” dissi, simulando un’indifferenza che non mi era più così estranea.

Distolse uno sguardo seccato, stava per dire qualcosa ma si controllò anche stavolta.

“Dimmi, dimmi” lo incalzai “La conosco quell’aria di superiorità”.

“Sei tu che attribuisci agli altri certe intenzioni”.

“Qualcuno che l’ha pensato, e che ci ha speculato sopra, c’è stato eccome. Lo sai meglio di me”.

“Be’, io non sono tra quelli” tagliò corto.

Il tipo al bancone ci informò che i kebab erano pronti, il Rigido mi fece cenno di restar seduta ma mi alzai lo stesso. Tornammo al tavolo con tre kebab: uno per me, uno per lui e uno per Emilia, che a quanto sapevo ancora ne ignorava l’esistenza e ne sarebbe andata matta. Ci avevo fatto mettere tanti pomodori, anche se non erano certo quelli a cui era abituata lei.

“Insomma cosa volevi dirmi?” chiesi, a rischio e pericolo della mia cena.

“Si tratta di Lorenzo, per questo non volevo parlare con lui nei dintorni”.

Feci un morso di kebab prima che la fame mi passasse del tutto.

“Ovvio. Vuoi mettermi in guardia da lui dicendomi che non fa per me?”

Lo stavo mettendo a dura prova, me ne rendevo conto. Mesi e anni di rancori uscivano da ogni poro, tanto più volentieri con uno dei diretti interessati.

“No, anzi” disse “In realtà volevo dirti che Lorenzo è una brava persona e mi fa piacere che vi siate conosciuti”.

“E mi hai convocata per questo?...” dissi stupita. “No, aspetta… C’è qualcos’altro, vero?”

Piegò un po’ la testa.

“C’è solo che lui di recente ha avuto dei problemi, come avrai notato non sta molto bene”.

Era troppo spedito per non esserselo preparato a tavolino, ma è pur vero che il Rigido era così – odiavo il suo aplomb, per me sinonimo di freddezza e distacco.

“Vuoi dire che normalmente non è autistico, bipolare e disumano? È una fase transitoria, dunque, e io ho avuto il culo di conoscerlo proprio adesso. Il mio solito tempismo”.

Il Rigido posò il kebab nel piatto e mi guardò senza dir nulla. Non mi aspettavo un silenzio, sembrava interdetto e di colpo sentii l’ostilità calare, scemarmi dentro come un’onda in risacca.

“Non lo so, anch’io lo conosco da poco. Ma da qualcosa che mi ha accennato credo che questo sia un periodo particolarmente nero per lui” disse, spostando lo sguardo.

“Perché ti sei sentito in dovere di parlarmi?”

“Forse perché ho paura che lo lasci perdere, visto come si comporta” disse incrociando le mani “Invece sono contento che abbia conosciuto proprio te”.

Proprio te.

Le situazioni iniziavano a sfuggirmi di mano e sentivo di non aver più l’illusorio controllo di tutto, come negli ultimi anni mi era stato indispensabile per sopportare e gestire il dolore. Il Rigido voleva dirmi qualcosa ma era evasivo, Lorenzo aveva dei problemi ma nessuno lo conosceva davvero, in quanto a Emilia, be’, s’era svegliata nel 2016 e pareva non fare una piega, ogni giorno di meno.

“Quindi cos’è che vuoi dirmi esattamente? Di avere pazienza con lui? Di non far caso se sbrocca senza motivo o mi tratta come un’estranea?”

Alessandro aveva il kebab a metà sul piatto, io stranamente avevo finito il mio. Mi sentivo gonfia, pesante, colma di cose e di impressioni.

“Volevo solo dirti che lui è una bella persona, nonostante come sembri a volte”.

“E perché senti il bisogno di dirmelo? Mi conosci. Perché non mi chiedi se mi piace, se ci tengo?”

“L’hai appena detto: perché ti conosco” disse senza presunzione, come puro dato di fatto.

Autogol, pensai. Non riuscivo più a vedere i rapporti in altro modo che come una partita, ormai non ci sarei più riuscita.

“E cosa ne deduci, conoscendomi tanto bene?”

“Che ci tieni. Sbaglio?”

“Forse no” dissi finendo la birra. “E tu? Tu ci tieni a lui?”

“Sì, molto” mormorò, a occhi bassi e sfumati.

Il tipo dei kebab ci guardava sornione, sicuro che fossimo una coppia in via di chiarimenti, e aspettava il momento buono per proporci qualcos’altro.

“Quindi cosa dovrei fare secondo te?”

Domanda diretta, accusò il colpo. Solo per pochi istanti.

“Quello che ti senti” disse “Se ti piace, ti consiglio di vedere come va. Non è quello che hai sempre fatto?”

“Sì, con le conseguenze che sai”.

“Non è detto… non è detto che debba andare come la volta precedente”.

Mi alzai di scatto.

“Grazie per gli ottimi consigli, io vado al Galileo” dissi.

“Non volevo essere indelicato…”

“Lascia stare”.

“Va bene… Più tardi vengo anch’io, ora passo un attimo al bar Silver a vedere come va”.

Mai una volta che si scusasse, o che riconoscesse che anni prima aveva sbagliato, pensai.

“Le parlerai di questa conversazione?” chiesi in piedi.

Erano le nove di sera, sembrava mezzanotte.

“Tanto lo farai tu” rispose senza polemica.

“Certo, perché è una cosa che riguarda me” dissi, e andai alla cassa incontrando lo sguardo deluso del kebabbaro.

“Lascia, ho già fatto” disse il Rigido.

“Grazie” borbottai, uscii e pestai i sanpietrini fino alla macchina.

“Ciao, Stella” disse da lontano, come se non ci saremmo rivisti di lì a breve e come se non ci fossimo mai parlati e scontrati.

Probabilmente era così, pensai aprendo lo sportello.

 

 

 

Inutile negare che le parole del Rigido mi avevano rinfrancata, e anche la sua attenzione verso di me, anche se cercavo di non ammetterlo con me stessa. Entrai dunque al Galileo in un discreto stato d’animo, ma mi imbattei subito nella Sciantosa che mi venne incontro come se fossi la sua migliore amica.

“Ciao Stella, speravo proprio di vederti” disse, per nulla inibita dal mio sguardo schivo.

“Ciao, Antonella. È successo qualcosa?”

Si guardò intorno guardinga, esasperando più che poteva la bell’aria circospetta, manco stesse sul set di un film di spionaggio. Ma già, per lei la vita era un set, pensai.

“No, è solo che volevo fare due chiacchiere con te, ci vediamo così poco”.

Guardai intorno, Lorenzo non c’era. Due minuti potevo anche perderli con la Sciantosa, tempo massimo entro cui mi avrebbe fatto qualche domanda indiscreta e io l’avrei piantata in asso.

“Ti faccio una birra, Stella?” chiese Giacomo al di là del bancone.

“Stasera la tua amica lavora?” chiese la Sciantosa al di qua del bancone.

Risposi sì a entrambi.

Tutti parevano avere un gran voglia di dirmi qualcosa, ripensai ai mesi di solitudine e continuavo a provare una lieve nostalgia.

“Per me un rum, Giacomo” chiese la Sciantosa, non essendo stata presa in considerazione.

“Ti trovo bene, Stella” disse poi pilotandomi verso un tavolo “Da quando sei tornata sembri un’altra”.

E due, pensai. Il mio orgoglio gongolava a braccetto del dolore passato, ma la prudenza aveva sempre la meglio su ogni altro sentimento.

“Grazie. Anche tu stai bene”.

“Trovi? Ma lo pensi sul serio o lo dici per ricambiare il complimento? No perché sai, sto seguendo una dieta particolare… Non che ne abbia bisogno, eh, me lo dicono tutti… È più una dieta depurativa, sai, per me che faccio le foto la pelle è importante, anche se la sera ho fatto gli stravizi la mattina alle otto devo essere fresca e riposata, ad esempio, ora con questa luce non si vede, ma quando hai il flash da questa parte, vedi, che ti colpisce proprio qui…”

Ancora un minuto e mezzo, pensai.

“Anche il Moro me l’ha detto… A proposito, non dovrei dirtelo, ma forse l’avete già capito… Io e Michele ci stiamo rifrequentando, da un po’, sembra cambiato, e anch’io mi sento molto cambiata, a te non sembro diversa?”

Tralasciai che l’informazione mi era stata data dal Moro in persona e che, per non lasciar adito a dubbi, la sera prima s’erano baciati al tavolino ad uso e consumo del chiacchiericcio nazional-popolare.

Un minuto.

“Sai chi me l’ha detto, che mi trova cambiata, l’altra sera?... Carla. A proposito, carino il Francese, pensi che durerà? Io ho fatto finta di niente, eh, poi c’era anche Michi e io in queste cose sono corretta, ma lui mi guardava in un modo… Non è per tirarmela, sai che non sono il tipo, ma so anche interpretare lo sguardo degli uomini… L’altro giorno anche col fotografo, perché questo non è il mio fotografo, è un amico che lo sostituisce e me l’ha presentato, io non so cosa fare perché non voglio mettere in difficoltà nessuno e non voglio neanche apparire come quella che se la tira, tu lo sai che non sono così…”

Trenta secondi.

“Ma a proposito di uomini… Ho visto che sei piuttosto amica dell’amico del Rigido, com’è che si chiama?... Lorenzo…” tentò un becero e mal riuscito ammiccamento, “Che tipo è? Perché sai, a Michi non sta molto simpatico, a dire il vero qui non sta simpatico a nessuno. Io ho cercato di capire perché, ma in questo Michi non mi dà proprio retta, strano perché alla fine lui mi dice sempre tutto… ma su questo fa il vago. A te come sembra? È mezzo matto o alla fine è un tipo tranquillo? No, sai, perché ho visto che parlate spesso… Se non fosse che so che non è vero, e lo so eh, a vedervi in quel modo penserei quasi che siete due coppie, Emilia e il Rigido e tu e lui”.

Countdown azzerato in perfetto rientro, pensai smussando un sorrisetto. Magari me la tiravo o come diceva Emme tendevo a mettermi su un piedistallo, ma loro mi davano gioco facile, pensai, alzandomi e allontanandomi con una scusa.

Sennonché, nell’atto di uscir fuori per telefonare a Emilia, mi imbattei proprio nella persona più discussa della serata, ovvero il Vitreo in carne, pallore e camicetta.

“Non te ne starai mica andando?” chiese, col gesto di prendermi un braccio.

Okay, stasera Dr. Jekyll, pensai.

“No, anzi volevo invitarti a cena una sera di queste” risposi, senza averlo deciso né programmato. Colpa del Rigido o della Sciantosa?

“Volentieri. Dove vai?” chiese, aveva un che di musicale.

“Volevo provare a chiamare Emilia, ora torno” dissi, come se avessi ricevuto un invito.

E da tutta la sera era così, in effetti.

 

 

 

Emilia rispose a uno squillo, non era da lei.

“Meno male che hai chiamato, stavo per farlo io” bisbigliò concitata.

“Che succede?”

“Tutto! Stasera è andato tutto a schifìo. Dopo ti dico, ma ora la cosa più urgente è che Ovidium mi ha chiesto la data di nascita”.

“E be’? I conti li abbiamo fatti, digli 1987”. Guardacaso, pensai.

“Non me l’ha chiesta tanto per chiedere… Prima mi ha detto che gli serve un documento. Io ho detto che stasera non ce l’avevo e allora mi ha detto di portarglielo la prossima volta e di dirgli intanto nome, cognome, residenza e data di nascita”.

“Perché ti ha chiesto il documento?” chiesi stupita.

“Dice che ha già tanti problemi, essendo dell’est e con clienti strani, e vuole mettermi in regola o almeno farmi un contratto di collaborazione occasionale, qualcosa del genere”.

Cazzo, pensai. Avevo lavorato varie volte nei locali, durante e dopo gli studi, e nessuno mi aveva mai chiesto neanche il cognome. Solo due estati prima, nei mesi successivi alla separazione, avevo lavorato per trenta euro al giorno con persone che non conoscevano nemmeno il mio nome di battesimo, tant’è che in piena notte avevo ricevuto chiamate oscene da colleghi che non sapendo come chiamarmi mi appellavano A bbella, a pizzettara.

Repressi il disgusto, non era il momento.

“Che data gli hai detto?” chiesi ansiosa.

“Nessuna. Per fortuna è arrivata gente e l’ho evitato tutto il tempo. Devo andare. Dopo ti dico il resto” disse in fretta.

“Devo venire a prenderti?”

“No, fra un po’ passa Ale. Mi faccio portare subito al Galileo. Se puoi intanto pensaci”.

C’è Lorenzo e l’ho appena invitato a cena, risposi mentalmente.

“Ok. Tu intanto cerca di star tranquilla, ormai manca poco” risposi a parole.

“Secondo te è meglio che do tutti i dati cambiando solo l’anno, o che me li invento di sana pianta?”

Sbarrai gli occhi sul buio di fine agosto, per la prima volta non sapevo che pesci prendere e non ero in grado di darle un consiglio.

“Non lo so. So solo che quando stacchi devi venir via dicendo che Alessandro ti aspetta, o che ti aspetto io o che siamo moribondi, e che sistemerete tutto giovedì” dissi.

“Arrivo!” sentii che strillava rivolta a qualcuno, e la comunicazione fu chiusa.

Tornai dentro distratta, Lorenzo era al bancone e senza pensarci gli andai accanto. Mi rivolse un sorriso pigro e dolce. Evitai di guardarlo, era l’unica persona con cui il silenzio pesava, anche quand’era privo di tensioni come in quel momento.

Forse perché non c’era complicità fra noi, pensai.

“Mi stavi invitando a cena, se non sbaglio?” disse senza cambiare espressione.

“Sì. Per te quando andrebbe bene?”

“E dove mi inviteresti?”

Niente da fare, non sopportavo quel modo e non avrei mai smesso di farci caso. La Sciantosa parlava con lo Zingaro e ogni trenta secondi ci lanciava un’occhiata furtiva e artefatta.

“A casa mia, se per te va bene”.

“Ottimo” disse, come se la cosa non lo stupisse affatto.

Strano, non stupiva neanche me il fatto che avesse accettato così facilmente.

Come mi era venuto in mente di invitarlo? Mi chiesi cosa volevo, e la risposta era così intensa da scaldarmi le vene: volevo conoscerlo e passare del tempo con lui. Tutto il tempo possibile, tutto il tempo che avevo passato con Emme e di più, tutto il tempo che non avevo passato con Emme e oltre. Tutto il tempo che nel 1987 non avevo passato con Emilia e quello che non ci avrei passato in seguito.

“Cosa ti piace mangiare, hai preferenze?” chiesi.

“Se cucini tu, qualunque cosa sarà squisita”.

Lo guardai come se fosse un alieno.

“Perché fai quella faccia?”

“Mi sembra strano sentirti parlare così”.

“Perché mai? Mi stai invitando a casa tua, non dovrei essere gentile?”

Mi schiarii la voce ed evitai di ricordargli il modo in cui era scappato da casa mia poche mattine prima.

“Va bene domani?”

“Certo”.

Avevo quasi voglia di andarmene, mantenere il calore di quei modi prima che cambiasse di nuovo registro. Avevo voglia di sedermi a un tavolo, decidere il menù e scrivere la lista della spesa. Avevo voglia di trovare un supermarket notturno, comprare ogni cosa con cura e tornare a casa a predisporre gli ingredienti.

Restammo un po’ lì in piedi a parlare e non parlare, a mezzanotte e qualcosa arrivò Emilia col Rigido. Cercava di non far trapelare nulla ma era tesa, spenta, di colpo aveva perso smalto e vivacità.

Anche il Rigido non dava segni della conversazione che avevamo avuto poche ore prima, salutò brevemente e propose al Vitreo una partita a stecca. “Chi perde paga” diceva. Lorenzo sorrideva e diceva qualcosa di divertente, sperai di essere l’artefice di quel buonumore.

“Ho detto ad Alessandro che dovevo parlare con te” disse Emilia concitata “Dove ci mettiamo?”

Mi guardai intorno.

“Non mi piace stasera qui, la Sciantosa mi ha fatto il terzo grado”.

“Oddio! Su cosa?” chiese allarmata.

“Non preoccuparti, su Lorenzo. Di te non ha fatto parola”.

Vidi che la Sciantosa s’era messa alle costole dei due amichetti e li seguiva verso il biliardo, non so se era più forte la fascinazione che provava per il Rigido o la curiosità che le suscitava il nuovo arrivato. Una cosa non escludeva l’altra anzi si sommavano e amplificavano a vicenda, ma ogni ragione era buona purché si levasse dalle scatole.

“Dai, sediamoci qui. Cerchiamo di parlare piano però, facciamo finta che mi stai raccontando una normale serata lavorativa”.

Quella sera ad Emilia era andato tutto storto. All’inizio Ovidium le aveva chiesto di fare qualcosa con le canzoni che erano sul pc, lei non era stata capace e lui l’aveva prima presa per scimunita, poi aveva pensato a cattiva volontà e s’era adombrato. Poi lei aveva venduto a un vegano un panino che conteneva del formaggio, questo era tornato a lamentarsi, aveva fatto una scenata tirando in ballo i diritti degli animali e minacciando di rivolgersi alle associazioni eccetera.

“C’era una sottiletta dentro, e pure piccola, chi ci pensava che la sottiletta è un derivato animale? Madonna santa, ma questi cosa mangiano allora?...” sibilò con foga, evitando di alzare la voce.

“Te l’aveva chiesto se c’era?”

“Mi aveva detto che era vegano e aveva chiesto se c’era un panino senza… quelle, le proteine animali”.

“Cavolo, te l’avevo spiegata la loro filosofia alimentare… Ma mi rendo conto che è difficile da capire”.

“Io non l’ho fatto apposta. Chiddu è statu propriu 'na iena, come se gli avessi ammazzato il padre” disse, tirando su col naso e agitandosi.

“Calmati, capita anche ai baristi di quest’epoca, saprai meglio di me che esistono i clienti stronzi” dissi prendendole una mano. “Cos’era invece quella storia dei brani musicali?”

“Dovevo muovere alcune canzoni che erano in una cartellina. Mi sono sforzata di ricordarlo per dirtelo”. Fece mente locale. “Emme pi tre, giusto? Dovevo spostare quei cosi, le canzoni, e farci qualcosa”.

Sospirai, immaginai una playlist o un semplice copia e incolla.

“Sì, ho capito. È colpa mia, davo per scontato di averti spiegato tutto, ma la realtà è che i cambiamenti sono stati troppi, e in così pochi anni che anche noi stentiamo a rendercene conto. Io per prima” dissi, ricordando il senso d’impotenza che avevo provato i primi giorni, la conversazione sul treno da Palermo e la prima volta che le avevo mostrato il pc.

La situazione ci era sfuggita di mano e i nodi stavano venendo al pettine, pensai.

Dulcis in fundo Ovidium, insospettito dalle defaillance di Emilia o semplicemente preoccupato per la propria posizione, le aveva posto la questione dei documenti e di un’eventuale messa in regola.

“Cosa devo fare? Io voglio solo lavorare e stare qui, e sto imparando tutto, vero?” chiese in cerca di una conferma che la spronasse a reagire.

“Vero. Sei bravissima” dissi sinceramente.

“Allora perché mi fanno storie?”

Era talmente afflitta che non pensava neanche più al Rigido, pareva che il mondo le stesse crollando addosso.

Un mondo non suo, in effetti, pensai in un barlume di lucidità.

“Emi, a questo punto c’è solo una soluzione” dissi accendendo una sigaretta e cercando di concentrarmi. “Gli dici che, per vari motivi, preferiresti lasciare le cose come stanno. Che sei a Roma per un breve periodo, che non hai ancora deciso se rimarrai, che non vale la pena mettere in mezzo la burocrazia per poche settimane. Qui dovresti giocare sul tuo buon carattere, sulla capacità di ispirare fiducia, insomma fargli capire che lì stai bene e non costituisci un pericolo. Che magari sei solo un po’ svampita, come avevamo deciso all’inizio, ma volenterosa…”

“E… se non dovesse accettare?”

“Be’, a quel punto te ne puoi solo andare. Non puoi certo dare un’identità falsa, è un reato penale, e un’altra cosa che non sai è che ora, grazie agli splendidi mezzi che hai visto, siamo tutti controllatissimi”.

Bevve un sorso di birra ripiegata sul tavolo, temevo che sarebbe scoppiata a piangere da un momento all’altro.

Mai abbassare la guardia, pensai inquieta. Dopo una settimana di turni Emilia non aveva avuto più remore e considerava la faccenda ormai liscia come l’olio, ma a quanto pare non lo era.

La verità è che viveva una situazione anomala, e io con lei. L’accaduto ci pose la realtà davanti agli occhi, fece scoppiare la bolla in cui vivevamo, mise sotto a una nuova luce l’illusione in cui ci stavamo trascinando.

E avevo invitato il Vitreo a cena per la sera dopo, ora era il primo e l’ultimo dei miei pensieri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mi svegliai di soprassalto, come dopo un brutto incubo.

Erano le dieci, il sole minacciava le imposte ancora chiuse, mi venne un dubbio e mi affacciai in salotto. Emilia dormiva fonda, emmepitré nel lettore e cuffiette nelle orecchie. Sicuramente gli U2, sorrisi. Feci pipì e tornai nel mio covo di sudore e zanzare, ma vidi un’icona sul display.

Ciao carissima. Eravamo rimasti che sarei venuto a cena da te, ma avevo dimenticato che stasera c’è il compleanno di un mio amico e non posso mancare. Ti prego, non me volere. Ci vediamo più tardi al Galileo. L.

Non fui stupita né delusa, me l’aspettavo e in fondo non mi importava. L’importante era saperlo, mi voltai sul lenzuolo e risparmiai una zanzara.

Lui era sempre formale, anche negli sms. Ma non c’era bisogno d’essere formali su uno scoglio col sole a picco, pensai, e mi riaddormentai senza traumi.

 

 

 

A mezzogiorno aprii gli occhi, squagliata dall’afa, e andai a svegliare Emilia.

Non sapevo cosa, ma sentivo che qualcosa per me era cambiato. Avevo voglia di provare tutti gli ombretti che aveva comprato dai cinesi, farmi insegnare come si faceva quel trucco, farmelo fare da lei e scattarmi un selfie con lo smart. D’un tratto non pensavo più a me, a Emme a Lorenzo e al mio passato, pensavo a Emilia e al 1987 come ai primi giorni in cui l’avevo incontrata.

Lei sembrava meno triste ma era comunque taciturna, mi pesava non essere capace di prendermi di cura di lei come lei faceva con me, con l’ottimismo e l’allegria che non mi erano mai appartenuti.

“Hai mai letto Il fu Mattia Pascal?” le chiesi mentre prendevamo il caffè con i piedi sul davanzale.

“Ce l’hanno fatto leggere alle medie, mi pare” borbottò, scartando il kebab che le avevo portato la notte prima.

“Ti ricordi di cosa parlava?”

Strinse gli occhi nella calura e nello sforzo del ricordo.

“Era quello del tizio che si fingeva morto, no? E provava a farsi un’altra vita da un’altra parte con una nuova identità” disse ungendosi con la carta stagnola.

“Bravissima” dissi, e tacqui.

“Perché mi dici questo?” chiese dopo un minuto. “Io non ho cercato di farmi un’altra vita, io qui ci sono capitata e non ho assunto nessuna altra identità, mi chiamo sempre Emilia P. e sono sempre la stessa”.

“Certo, lo so” dissi con tristezza “Non intendevo questo. Ma ti ricordi se Mattia Pascal ci riesce, poi, a farsi un’altra vita?”

“Mi pare di no, ma non ricordo perché”.

“Non ci riesce perché è privo di documenti, quindi di diritti, burocraticamente non esiste. Si innamora ma non può sposarsi, subisce un furto e non può sporgere denuncia. E la storia è ambientata un secolo fa, in tutta un’altra società. Figurati adesso, che persino se non sei su facebook è come se non esistessi”.

“Ma io i documenti ce li ho” protestò debolmente “Ho pure la patente”.

“Sì, ma sono scaduti anni fa, e non so se volendo potresti rinnovarli. Con tutta la chirurgia e i miracoli del mondo, non credo che potresti convincere qualcuno che hai cinquantotto anni. Non sarebbe neanche giusto e non so se è quello che vuoi, perché prima o poi dovrai tornare a casa” dissi, spostando lo sguardo.

Ecco, l’avevo detto.

Non le avevo più chiesto cosa volesse e non riuscivo a farlo adesso, qualcosa mi bloccava e mi chiesi cosa. Certamente paura della risposta, ma di quale risposta?

Emilia posò il kebab da un lato e si asciugò le mani con un gesto stizzito, davvero quella mattina non sembrava più lei.

“Non lo so cosa voglio, è chiaro che non posso rimanere qui per sempre, ma almeno per un po’, sono appena arrivata, ci sei tu, c’è Alessandro… Insomma, non l’avevi detto tu di considerarla una specie di vacanza?” disse indispettita.

“Anche per andare in vacanza servono i documenti” dissi, con una saggezza improvvisa e fuori luogo.

Infatti mi guardò male, ma capivo che non ce l’aveva con me, forse più con se stessa per non avere le idee chiare e col bizzarro destino che l’aveva scaraventata in questo strano mondo ma le impediva di viverci a pieno titolo.

Come non capirla, pensai.

“Senti che profumo, arriva fin qui” disse d’un tratto, cambiando discorso e riprendendo il kebab. “Di che è fatto? Minchia, è buonissimo”.

“A dire il vero non lo so, forse carne di montone. Senti, anch’io vorrei che rimanessi qui per un po’” dissi “Te lo giuro, anche se non sono brava a dimostrarlo e ci sono stati dei problemi, ma cerca di capire, anche per me è una situazione assurda”.

“Quindi i vegani non mangiano neanche questo” disse, ignorando la mia contrizione e i miei buoni propositi. 

“No”.

Inaspettatamente sorrise, le luccicarono gli occhi e il salotto riacquistò colore.

“Sì, è veramente uno strano mondo il vostro” disse, scoppiò a ridere e il panino le andò di traverso, iniziò a tossire e rideva fra le lacrime.

“Scema” la rimproverai sollevata “Vedi di strozzarti adesso, così invece del fu Mattia Pascal diventerai la fu Emilia P.” dissi, andando a prenderle un bicchiere d’acqua.

Bevve, tossì, bevve e si asciugò gli occhi verdissimi.

“Questo lo mangio dopo” disse accantonandolo a fatica “Ma stasera ne prendiamo un altro insieme. Non ne hai preso uno anche per te?”

“L’ho mangiato lì per lì, mentre aspettavo che facesse questo” dissi, glissando sull’incontro col Rigido e sentendomi immediatamente in colpa.

“Tutto insieme? Non è da te” osservò squadrandomi.

Già mi conosceva, già aveva registrato le mie abitudini e le mie piccole difficoltà.

“No, me ne ero lasciata un pezzo e l’ho finito più tardi. Prima che arrivasse il Vitreo, ovviamente” dissi, insistendo a costruire una serie di eventi alternativa a quella che in realtà era stata.

Perché lo facessi non era chiaro neanche a me, visto che il Rigido stesso aveva dato per scontato che gliene avrei parlato – chissà, probabilmente mi piaceva ingrassare lo spettro delle cose che non reputavo necessario condividere, o probabilmente ero una brutta persona come dicevano. Il fatto che sentissi il bisogno di tenere per me anche dettagli innocui avrebbe fatto la gioia dei miei detrattori e sarebbe stato un buon oggetto di studio, pensai.

Ci accendemmo due sigarette in un silenzio spettrale. Nonostante la gente avesse cominciato a rientrare dalle ferie, a quell’ora c’era solo l’assoluta solennità del sole e la solenne incertezza delle ore a venire. Emilia fumava guardandosi le unghie dei piedi accanto a un vaso di ex gerani bruciati dall’afa, c’era un’atmosfera rarefatta e qualcosa di impalpabile che non giovava alle mie suggestioni.

“Comunque lo so che ti farebbe piacere se rimanessi qui” disse spulciandosi un alluce “Sennò non mi avresti portata qui e non mi avresti insegnato tutte queste cose sugli euro e sui vegani”.

“Esatto” esclamai “Dai, ora è inutile drammatizzare prima di vedere come andrà. Domani parli a Ovidium e gli proponi quello che abbiamo deciso, se accetta non ci saranno altri motivi di preoccuparsi”.

“Per adesso” disse, col disfattismo che in genere apparteneva a me. Davvero, i ruoli sembravano essersi invertiti. “E se non accetta?”

“Se non accetta… ci penseremo lì per lì. Quando stacchi e vieni al Galileo, o il giorno dopo attaccate a questo sporchissimo davanzale”.

Fece una smorfia storta di assenso.

“Senti, andiamo a prendere un po’ di sole? Abbiamo tutto il giorno libero, non possiamo star qui fino a stasera” dissi cercando di scuotermi.

“Ma non deve venire Lorenzo a cena?”

“No. Appunto, andiamo da qualche parte che ti racconto il suo ultimo colpo di genio. A meno che tu non debba vedere il Rigido”.

“No, oggi deve lavorare, ha una scadenza”.

Andai in camera e cercai la canotta più succinta che avessi.

Chi diceva che non esistevano più le stagioni l’aveva certo detto prima dell’estate del 2016, pensai.

E, ovviamente, la cosa non mi dispiaceva neanche un po’.

 

 

 

Perché agosto era al termine. Ma, a differenza degli anni addietro, non accennava a rinfrescare o a piovere.

Ne ero felice, salvo la frangia che andava scolorendo un lavaggio dopo l’altro. Ormai non era più un’estate azzurra o malinconica, pensai ricordando le parole di Lorenzo, era un’ora di mezzo verso un tempo incerto, un’incognita sbiadita e verdina.

A Villa Ada io ed Emilia stavamo viso a viso sotto al sole, lei bella senza ombretto e con la fascia che le buttava indietro la permanente sfatta, io pensavo a settembre e a quello che avrei scritto poi.

“Ce l’hai ancora, quel libro?” chiese un occhio verde, aperto a metà sull’erba.

“Quale?” chiesi dietro i Persol, gli stessi che indossavo il 18 agosto nel chiosco a Palermo.

“Il fu Mattia Pascal”.

“Sì, è nella libreria”.

Ci guardavamo allo stesso modo.

“Vorrei rileggerlo” disse, serrando l’ultimo verde spiraglio.

Non le chiesi se era sicura di avere tempo.

“Magari, è un bel libro… Ma, come hai detto prima, non è molto attinente alla tua situazione” dissi invece.

“Vorrei leggerlo lo stesso”.

“Quando torniamo te lo do, me lo rileggo anch’io e ne parliamo insieme”.

“Magari” disse, voltandosi e sprofondando nella maglietta O’Neill.

Magari, pensai voltandomi e sprofondando in un rimpianto anticipato.

“Non ho mai parlato con qualcuno di un libro. Qualcuno l’ho letto, ma con Michele non potevo parlarne, e le mie amiche erano tutte zite” aggiunse.

“Anche tu eri zita”.

“Sì… Ma qualche volta mi veniva un pensiero, su tante cose, anche sulla tecnologia… Sai cosa pensavo spesso? Alle macchine fotografiche. Posso capire il telefono che anche da picciriddi facevamo il gioco con lo spago, ma non ho mai capito come sia possibile la macchina fotografica. Quella normale, di prima intendo, eh. A quelle di adesso non voglio neanche pensare” disse, abbozzando un sorriso.

Ecco cos’era, pensai – ecco qual era la fascinazione e insieme l’imbarazzo per la fotocamera dello smart. Era con me da dieci giorni e, mentre era entusiasta di youtube e di wikipedia, non aveva ancora provato a farsi un selfie.

“Io adoro le foto, me le farei fare di continuo, sono una vanitosa. Però mi chiedo anche com’è possibile”. Sbuffò sull’erba. “Ma Michele non capiva niente di questi pensieri, così dopo un po’ ho smesso di dirglieli”.

“Secondo te Michele ti amava?” chiesi, sinceramente colpita dalle sue esternazioni.

Ci rifletté un attimo, sempre con la sua bella smorfia.

“Penso di sì”.

Ci rifletté ancora, con la smorfia rivolta altrove.

“Ma sì, prima sì. Ma io sono stata… come si dice? Quando uno ti dà retta qualunque cosa fai’”.

“Accondiscendente?”

“Sì, brava. Accondiscendente, ecco la parola” disse, e si rivoltò supina a guardare il cielo “I primi anni mi amava, e voleva davvero sposarmi. Me lo ripeteva sempre, che appena avesse avuto la sua officina ci saremmo sposati. Poi continuava a dirlo ma non ci pensava più, e in effetti non ci pensavo più neanch’io. Poteva lasciarmi prima, ma anch’io potevo”. Si rigirò. “Non l’ho fatto. Non so perché”. Si girò ancora. “E alla fine l’ha fatto lui, e ora ho ventinove anni o forse ne ho cinquantotto”.

Ero esterrefatta, mi sentivo commossa e colpevole.

Per la prima volta sentii che dietro la sua indole ottimista c’era un dolore tangibile, un dolore fatto di anni andati, di un tempo senza risposta, di un’adolescenza passata e di una giovinezza spezzata da questo Michele, dal suo abbandono e da sentimenti e domande mai legittimati in nome di una consuetudine cieca e fiduciosa come doveva essere quella di Emilia a diciott’anni e com’era ancora a ventinove.

Per la prima volta dopo tanti anni uscii dal mio orticello, dalle mie abitudini e piccole difficoltà, dal ricordo del divorzio e dal pensiero degli altri, dagli sms di Carla e dalle parole dell’avvocato di Emme.

Vedevo intorno il verde di Villa Ada, bel paio con gli occhi di Emilia che non osavo guardare, e non potevo credere d’essere stata tanto egocentrica con l’unica persona che mi aveva dimostrato affetto e umanità, quale che fosse il motivo.

“Con me farai tutto, parleremo del libro e dei film e di qualsiasi cosa ti verrà in mente” dissi con un’incontenibile voglia di rimediare “E lo farai anche col Rigido, soprattutto col Rigido. Lui adora parlare e scambiarsi opinioni. Sei capitata nel posto giusto”.

“Se ci rimarrò”.

“Ma certo che ci rimarrai, non dar retta a quello che dico io, lo sai che sono una pessimista senza speranza” dissi toccandole una spalla coperta dalla t-shirt color lilla. “Me le ricordo queste, andavano di moda. Me ne ero fatta comprare una da mia madre, ma ero ancora piccola e mi stava enorme. Me la fai provare?”

“Sì, ma forse ti sta grande anche adesso…” osservò tirandola.

“Non può starmi peggio di quando alle medie ero bassissima e magrissima, o di quando tu ti chiedevi come funzionasse la macchina fotografica” dissi ridendo, mi tolsi il top e facemmo cambio.

Io con l’agognata O’Neill ero un fagotto, Emilia con la canotta era una vera pin-up.

Ridevo e le facevo battute e anche lei non era più triste, “Dici che a Ale gli piaccio così?” diceva.

“Cazzo! Ad Ale se ti vede così gli schizzano fuori quegli occhi da maestrino saccente. Ma tanto a lui gli piaci anche se ti metti uno scafandro” dissi ridendo e fingendo di picchiarla, ricci e fascia sull’erba.

“E secondo me tu a Lorenzo piaci anche con quella maglietta, ma di più senza” disse abbracciandomi.

Mi bloccai di colpo, guardai il sole o qualcos’altro – rividi l’immagine sorridente di mia sorella Sarah con la t-shirt addosso, alla fine se l’era presa lei e le stava benissimo.

“Che c’è?” chiese, allarmata dal mio ennesimo cambio d’umore.

Non volevo farle perdere la gioia appena ritrovata, non potevo più vivere senza il suo sorriso, senza la sua spontaneità, senza l’ottimismo che a me mancava per nascita.

“Nulla, mi sono punta con qualcosa” risposi, i Persol chiudevano le lacrime e quello che in fondo sentivo, ovvero che il nostro bel romanzo stava per giungere al termine.

Ed io me intendevo di romanzi, purtroppo, pensai stringendola sull’erba e sperando di sbagliarmi.

 

 

 

Andammo a cena in un ristorante cinese, Emilia non poteva credere che ce ne fosse uno a ogni angolo, io li conoscevo e adoravo tutti. A quanto pare il Rigido doveva ancora lavorare e le aveva dato una punta sul tardi al Galileo.

“Gli avrei detto di no comunque” disse Emilia mentre ci sedevamo. “Per una sera che ho libera, preferisco stare a cena con te”.

Non potei fare a meno di notare l’abissale differenza con Carla.

“Grazie, una bella idea, e anche buona visto che muoio di fame. A te cosa piace? A me tutto” dissi, ed era vero.

“Madonna santa quanta roba… Sai?” disse alzando gli occhi “A Palermo c’erano solo due ristoranti cinesi, nel 1987. E facevano sempre le stesse cose”.

Scorreva gli occhi sul menù, attenta e contenta.

“Tipo, cosa c’era?”

Non rispose, era stata distratta dalla disputa sullo schermo al plasma.

“Che stanno facendo?” chiese, vedendo gente che si accapigliava sui sedici noni.

Pollo alle mandorle in campagna elettorale, pensai.

“Devono eleggere il futuro presidente idiotamericano”.

“Italoamericano?”

“No, ho detto idiota-americano” dissi, rifiutandomi di alzare gli occhi.

“E chi sarebbe?”

“Chi c’era nell’87? Già Bush padre?”

“Chi?”

“No scusa, confondo gli anni”.

“È Reagan, no? A mio padre non piace tanto, dice che tira braci solo alla sua pagnotta. Chi è Bush?”

“Ce ne sono stati addirittura due, ma ne parliamo un’altra volta”.

“Due di chi?”

“I Bush, domani te lo dico, non è stata una bella pagina degli Stati Uniti. L’ennesima, del resto” dissi, mordendomi la lingua.

“Perché l’ennesima? Io ho la mia migliore amica delle elementari che si è trasferita lì con la famiglia… Forse dovrei dire avevo la mia migliore amica, chissà se ce l’ho ancora” disse, sfogliando il menu con aria cupa.

“Ma sì che ce l’hai ancora, e se non è tornata andrai tu a trovarla. Ti ho fatto leggere il giornale del 2001, no? A causa delle norme anti terrorismo sono cambiate molte cose, ma i viaggi in sé sono più semplici ed economici” dissi, pensando l’esatto contrario.

Troppe questioni tutte insieme, pensai – la frustrazione tornava ogni qual volta emergevano nuovi dettagli di questo strano mondo, magari tra un antipasto e un drink, che poi implicavano spiegazioni altre e altre ancora, in progressione geometrica, proprio in un momento di relax in cui pensavo d’essermela cavata e non ero più preparata a spiegare.

“Ma quello chi è? Sembra un manichino. È un vecchio” disse a metà tra il menù e lo schermo.

Del resto le avevo promesso che avremmo parlato di qualunque cosa, ed era quello che volevo anch’io. Era come avere una figlia, pensai – ma una figlia già adulta, sveglia e ricettiva, che non volevo indottrinare o condizionare con le mie opinioni.

“Si chiama Donald Trumph”.

“Trumph! Sarà mica quel riccone?... No, quello sarà morto ormai”.

“Che ne sai di Trumph?” chiesi dubbiosa.

“Mio padre ne parla sempre” disse, senza più scollare gli occhi dallo schermo.

Cominciai a provare qualche curiosità e una lieve ammirazione per il padre di Emilia, che la sera a tavola parlava di Giovanni Falcone, della guerra in Vietnam e del magnate Donald Trumph. Il padre di Emilia che le aveva dato il nome della terra da cui veniva e che amava, ma che aveva lasciato senza remore per una ragazza conosciuta in vacanza, in un’epoca in cui il gap tra bassa padana e meridione doveva essere ben più aspro di adesso.

“A chi somigli, Emilia?” le chiesi.

“Boh. Dicono tutti a mia madre, ma sono alta come mio padre, e ho gli occhi verdi come lui. Mia mamma è bassa”.

“Come si chiama?

“Maria”.

“No, dico tuo padre”.

“Giovanni. E il tuo?”

Sbarrai gli occhi e non risposi.

Mi piaceva, il signor Giovanni, che aveva dato a Emilia nome, statura, colore degli occhi e quel tanto di coscienza che non era bastata a impedire a un Michele qualunque di sottrarle dieci anni di intelligenza; quel signor Giovanni che si era trasferito a Palermo per amore e lì aveva trasferito anche la sua ditta, quel signor Giovanni che immaginavo come un segaligno operaio e magari era invece un corpulento emiliano nutrito a tortellini, quel signor Giovanni che davanti al telegiornale parlava di Ronald Reagan e della Guerra Fredda senza che probabilmente nessuno lo stesse a sentire.

Non nessuno, però, visto che persino in questo strano mondo sua figlia non perdeva occasione per ripetere le sue opinioni con piena fiducia. Chissà se è ancora vivo, non potei fare a meno di chiedermi, e mi sorpresi a fare un breve calcolo mentale.

Per fortuna Emilia era già passata oltre, ci avevano portato un gran piatto di gamberi e ravioli e lei stava studiando le salse con attenzione.

“Ti rendi conto che da quando lavoro non abbiamo più cenato insieme?” disse, facendo le porzioni e privilegiando il mio piatto.

“Già. Sono contenta” dissi sorridendo “Emi, per me è troppo”.

“Mangia, mangia. Vorrai pur riempirla questa maglietta”.

Me l’ero tenuta, infatti, e sfoggiavo orgogliosa il mio anacronismo.

“Emi, ma se…”

“Shhh. L’hai detto tu, siamo in vacanza” disse, e avvicinò il suo bicchiere al mio.

Paradossi temporali e sequenze fantascientifiche mi venivano in mente, assieme alle suggestioni su suo padre, il suo ex fidanzato e la sua vita a Palermo. Continuavo a pensare che non potesse essere solo opera di fantasia il nutrito filone di cinema e letteratura in merito. Lo Zingaro non l’aveva escluso, pensai ricordando la nostra conversazione, e io ne ero testimone diretta.

 

 

 

Più tardi eravamo al Galileo a ignorare il Vitreo e ad attendere il Rigido.

Lorenzo ci passeggiava davanti, ubriaco e molesto, e io cominciavo seriamente a innervosirmi.

“Non sta facendo niente di male” disse Emilia “Perché non vai a parlarci?”

“Mi ha dato buca e dovrei anche parlarci?” chiesi scettica.

“Non ti ha dato buca, ti ha mandato un messaggio per avvertirti”.

“Se almeno ci fosse Rocko a mettere un po’ di musica… Questa lagna non si può sentire, ma non ho la forza di prendere in mano la situazione”.

“Ciao bellezze” disse lo Zingaro appoggiandosi al tavolo.

“Ciao Roby. Perché non metti una canzoncina un po’ più allegra?”

“Sono appena arrivato, ma a due belle signore non posso dire di no. Cosa volete sentire?”

“Metti i Cranberries” s’intromise il Vitreo biascicando e toccandogli un braccio.

“I Cranberries?” disse lo Zingaro perplesso.

Portai una mano alla testa e incollai gli occhi al tavolino.

“Sì Zingaro, metti i Cranberries. Ci piacciono”.

“Hai bevuto, fratello?”

“Sì, un po’. Sono stato a un compleanno e non finiva più” disse sbandando “Ma adesso mi riprendo. Vado a lavarmi la faccia”.

“Dove vai, Stella?” chiese lo Zingaro.

“Scusate, esco un attimo. Qui dentro si soffoca. Torno subito” dissi.

Emilia mi conosceva ormai abbastanza, non fece domande e non cercò di seguirmi.

 

 

 

Fuori respirai un po’ e mi accesi una sigaretta pensando al da farsi.

Parlare o tacere? Andare o restare? Natura o cultura?

Ero pigra e svagata e la rabbia scemava, scemava ogni cosa.

Una figura avanzava sul marciapiedi, lì per lì non ci feci caso. Ma qualcosa mi colpì, forse la camminata e, invece di distogliere gli occhi, fissai in un modo morboso.

Cosa avevo pensato ventiquattr’ore prima? Mai abbassare la guardia. Una settimana prima non mi sarei sognata di stare fuori dal Galileo da sola, a guardarmi i pensieri senza un telefono, un compare, una qualche rete di protezione. La realtà è che non avevo mai avuto talento per essere vigliacca come loro, e ora non avevo forza e voglia di scappare in extremis.

“Ciao” borbottò Emme deformando un sorriso.

Conoscevo bene quel tipo di smorfia. Per la prima volta fui io a non rispondere, rimasi fissa mentre scorreva accanto a me, una figura bidimensionale sul muro della notte.

“Bei capelli” disse scivolandomi avanti, “molto stilosi. Be’… ciao”.

Conoscevo il suo sorriso ipocritamente corretto quando disprezzava qualcuno. Conoscevo anche la pigrizia affettiva, la dolcezza conquistata a fatica, il caffè che beveva alle otto del mattino sfogliando il tablet con i piedi sul divano. Mi sembrava di non aver mai conosciuto qualcosa così bene, nemmeno le mie stesse smorfie.

Nei mesi in cui la separazione era ormai inevitabile, un passo ineluttabile da affrontare con coraggio e buon senso, avevamo parlato molto, come avevamo sempre fatto e come avremmo fatto ancora a lungo, prima che lui diventasse una persona ignota e ostile che dell’uomo che avevo amato non aveva nulla, solo difetti, indifferenza e nessuno dei colori di cui mi ero innamorata. Ricordavo gli ultimi discorsi già spenti, passeggiando per via D. dove portavamo Adina, in un crepuscolo autunnale che ratificava senza speme la nostra fine, tra poche recriminazioni e sagge considerazioni sul fatto che la vita va così. Avevo paura di sentirgli dire che aveva fatto uno sbaglio, ma non lo aveva detto, aveva avuto quest’unica accortezza anche se era chiaro, con evidenza spietata, che entrambi lo avevamo fatto. Aveva invece cercato di rassicurarmi sul fatto che la mia malinconia in frantumi era quella di tutti, che non ero originale né sbagliata, perché era normale per chiunque provare quelle emozioni di fronte a una separazione.

Per chiunque ma non per lui che la separazione la stava vivendo e dividendo con me, questo l’avevo notato anche mentre Adina pisciava e c’era stato l’ultimo mezzo abbraccio tra ricordi e timori di carattere pratico, come dirlo agli altri, famiglie, amici, l’ultimo odore fino a scivolare senza logica nei dettagli più banali della vita quotidiana, i file sul computer e persino una tasca che non gli avevo più cucito.

Infatti poi era diventato la sconosciuto che aveva rifiutato di parlarmi prima, durante e dopo l’udienza, nonostante non mi fossi presentata e nonostante sapesse che ero malata. Forse non lo era diventato, forse era tornato se stesso, com’era stato i primi mesi che ci eravamo frequentati e come l’avevo visto fin dal giorno seguente quell’ultima passeggiata in via D.  La sua indole temeva i confronti, la sua supponenza li reputava indegni, ero appena stata dimessa quando l’avvocato mi disse che aveva firmato facendo uno stupido commento sui diritti umani.

Lo guardai allontanarsi, come avevo fatto mille volte quando eravamo fidanzati e poi sposati. Non c’era alcuna differenza e non c’era mai stata: mani in tasca e curvo come sempre sembrava, orgoglioso e sprezzante come sapevo che era.

Tutto quello che feci fu accendere una sigaretta con quella che stavo per gettare.

 

 

 

Il vuoto nei pensieri non era un dolore, ma temevo che lo sarebbe diventato, per questo non riuscivo a muovermi. Non volevo rientrare, parlare con Emilia, mettere al corrente qualcuno. Ogni volta che parlavo finivo per perdere più di quanto ancora sperassi di avere, equilibrio e dignità per camminare in controluce, coraggio labile e saldo di fronte ai traumi emotivi che mi colpivano nel profondo e mi sembravano troppo intimi e complessi per poter essere condivisi.

Mi tornò in mente la chiusa del Giovane Holden, mi chiedevo se fosse la stessa cosa, e nel dubbio mi incamminai nella direzione opposta a quella in cui era sparito Emme, lasciando la macchina e senza dir nulla a nessuno.

Ero già all’angolo quando d’impulso mi voltai. Lorenzo era in piedi fuori dal Galileo, lo sguardo acquoso staccava il buio. Mi sembrava tanto che non lo vedevo in quel modo, la luce fissa e vitrea. Mi fermai come se dovesse raggiungermi, ma ovviamente non lo fece. Al diavolo, pensai senza rabbia, e svoltai l’angolo.

Ero quasi al piazzale quando mi girai di nuovo – mi sentivo seguita e feci un salto nel trovarmelo dietro, così vicino che avrebbe potuto toccarmi.

“Mi hai fatto prendere un colpo” dissi alterata “Che ti passa per la testa?”

Non mi ero sbagliata, lo sguardo era di nuovo quello di un pazzo, e se non lo avessi conosciuto ci sarebbe stato da pensare a trovarselo dietro a quell’ora di notte. Mi guardava come sempre, fisso e malato. Non sembrava più tanto sbronzo, però.

“Perché mi respingi?...” disse.

Spalancai occhi e bocca e mi scansai, ne avevo abbastanza.

“Io?! Tu sei matto. Fai sempre come ti pare, mi hai dato buca per la cena, una volta sei gentile e affabile e la volta dopo ti comporti come un serial killer…”

“Ti ho mandato un sms per avvertirti del compleanno del mio amico, l’hai ricevuto?”

“Sì…”

“Perché non mi hai risposto?”

“Perché non mi sembrava un sms che necessitasse una risposta”.

“Che significa? Ci sono sms che necessitano una risposta ed altri che si possono ignorare?” Era sorprendente come mantenesse un tono di voce sempre basso e misurato, da serial killer appunto. “No, spiegamelo, perché io non lo so. Non lo capisco”.

“Tu sei pazzo…” dissi, e non aggiunsi altro perché annullò la distanza e mi venne addosso, chiuse gli occhi e mi baciò. 

La sorpresa durò una frazione di secondo o non durò affatto, ci baciammo come nei film o nella realtà, ed era come sempre, come se il mio distacco non fosse esistito e nemmeno l’incontro con Emme. Era sempre come immergersi e perdersi, affondare in qualcosa di assoluto e ingestibile, come scendere al largo e restare in apnea senza preoccuparsi delle conseguenze.

Chissà se anche in lui l’azione aveva preceduto il pensiero o l’aveva deciso già sulla porta, mi chiesi prendendogli il viso. Di certo era la prima volta che prendeva un’iniziativa, una qualunque e una in più, e stavamo lì a baciarci come disperati, come se fosse il primo e l’ultimo bacio delle nostre vite.

 

 

 

Un quarto d’ora dopo rientrammo al Galileo, sentivo la sua mano su di me e non avevo più voglia di pensare. Il Rigido era arrivato, sedeva con Emilia ed erano contenti di vederci insieme, come nei telefilm degli anni ’80.

“Fratello, te li ho messi i Cranberries, ma tu non c’eri” disse lo Zingaro toccandogli una spalla.

“Grazie, Zingaro” rispose Lorenzo con uno sguardo sereno.

Ci sedemmo e tutto era ricomposto, come se nulla fosse mai stato incrinato. Emilia andò a mettere i suoi amati U2, aprì la seconda finestra e regolò il volume come se non avesse fatto altro nella vita. Tornando al tavolo mi lanciò uno sguardo trionfante, non sapevo se per youtube, il Rigido o Lorenzo o tutto.

Per la prima volta sentivo Lorenzo vicino anche nel brusio di fondo, sguardi e commenti brevi ma pieni. Non capivo cosa c’era nel contatto con lui, mi sembrava che tutto fosse amplificato, come se una lente invisibile concentrasse ogni senso e lo restituisse più vivo, colmo di vibrazioni che dissolvevano ogni paura.

“Bella maglietta” disse, sorridendo al mio anacronismo “È tua?”

“No, è di Emilia, ma anch’io ne avevo una simile. Tu ce l’avevi?”

“No, ero più il tipo da polo”.

“E da camicette, immagino”.

“Sì, qualche anno dopo sì” disse, mi prese un dito e lo baciò, osservando il cobalto dell’unghia. “Verresti a casa mia?” chiese di colpo.

Lo guardai stupita, il tono era il suo ma più fondo e dolce, apriva squarci di ottimismo e nuove possibilità. Lo Zingaro aveva messo una splendida canzone di Patti Smith.

“Ma tu stai da Alessandro” obiettai.

“Vero” disse ridendo, ed era la prima volta che lo vedevo ridere, aveva denti imprecisi e occhi verdi simili a quelli di Emilia.

“Alessandro andrà a casa vostra, con Emilia. Così tu se vuoi puoi venire da me, cioè a casa sua”.

“In pratica il contrario dell’altra volta. Non è un po’ contorto? Sembriamo ragazzini in gita scolastica”.

“Può darsi… ma lo facciamo?” chiese felice.

Mi portai una mano alla fronte e lo guardai da sotto in su.

“Assolutamente sì” risposi, con tutto l’amore e i colori del mondo.

Emilia smanettava al pc sperando che il domani non arrivasse mai, il Rigido mi guardava strano e chiaro, lo Zingaro beveva uno shot pensando agli amori passati.

Chiusi gli occhi e sorrisi, tutto sembrava ancora possibile nel sogno di una notte di fine estate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

 

Dopo la seconda notte con Lorenzo, il cervello finì per squagliarmisi definitivamente.

Ero a casa del Rigido e la cosa mi metteva un po’ a disagio, da una parte avevo voglia di andarmene e star sola a ripensare alla nottata, fare una passeggiata o sedermi in un bar a guardare il pomeriggio e scandagliare i ricordi nella mente, flashback come sequenze di un film appena visto.

Dall’altra, però, il pensiero di lasciare Lorenzo senza sapere il domani era inconcepibile, pensai mentre si girava nel letto svegliandosi definitivamente.

Mi guardò senza dir nulla, senza espressioni né stupore. Ci risiamo, pensai, immaginando la malaparata.

“Ci facciamo un caffè?” dissi, e avevo l’impressione di aver già vissuto quella scena, cambiava solo la location.

Non rispose e guardò il soffitto, respirando a fatica e togliendosi il sudore dai capelli. Vedevo un climatizzatore in cima alla parete, ma era spento. Raccolsi i calzoncini da terra, lui andò in bagno a tossire.

Dopo due minuti già mi mancava.

Calma, pensai, forse sei troppo affrettata, magari si è solo appena svegliato.

Non ero mai stata a casa del Rigido, nemmeno anni addietro. Non avevo voglia di guardarmi attorno ma ogni dettaglio tradiva la personalità del padrone di casa, sobria ed emotiva a un tempo. Solo la cucina mi stupì, alla luce estiva aveva qualcosa di allegro, mobile, quasi estroso. La caffettiera era lavata e riposta a scolare, abitudine che raramente riscontravo in casa d’altri – questo era proprio del Rigido, pensai sorridendo mio malgrado.

Cinque minuti dopo il caffè era pronto ma non avevo più visto Lorenzo, non sentivo neanche più la tosse. Tornai in camera ed era lì, seduto sul letto che fumava guardando un angolo.

Non aveva ancora detto una parola da quando s’era svegliato, cominciavo ad averne abbastanza.

“Il caffè è pronto” dissi con l’ultimo residuo di dolcezza “Lo vuoi?”

“Sì, grazie” disse guardandomi.

“Vieni in cucina o te lo porto?”

In tutta risposta si alzò.

Sedevamo nella cucina del Rigido, immaginai Alessandro con Emilia a guardarsi e scambiarsi gesti e parole, com’era normale che fosse. Rabbia e speranza mi si sciolsero dentro, volevo dire qualcosa, sapevo di doverlo fare e in fondo mi andava anche. Non avevo paura, non avevo più nulla da perdere, uno strano sentore di fine era tornato a stridere dagli angoli della notte. Avevo le parole in punta di lingua, le emozioni in punta di dita e persino qualche autocontrollo, diplomazia statica. Sapevo cosa dire però non riuscivo, era come se una gelatina isolasse il Vitreo e invischiasse ogni tentativo di contatto con lui.

Alla parete c’era un calendario: Settembre. Il Rigido non era rientrato dalla sera prima eppure l’aveva aggiornato, anche questo era da lui.

“È il primo settembre” fu tutto ciò che dissi.

“Già” disse alzando gli occhi e puntandomeli contro, una fitta. Lo sguardo era ancora quello malato, vacuo e cattivo.

Mi alzai, andai a prendere le scarpe e corsi alla porta.

Avevo un piede sul pianerottolo quando mi sentii afferrare per un braccio, stretta odiosa e amata che non sapevo. Mi voltai e c’erano quegli occhi vuoti e dolenti, qualcosa che non capivo.

Sentore di fine, confermai.

Cercai di trasmettergli il mio piccolo amore in uno sguardo e andai, ma la sua mano era ancora sul mio braccio e non avevo il coraggio di staccarla. Mi voltai e spinsi l’ultimo bacio nel suo. Durò un po’ o durò nulla, come la canzone che si ama. Muto e musicale come lui, muto e trattenuto come me, muto e irrealizzabile come il nostro incontro.

Stavolta non era suggestione, ne ero certa.

 

 

 

La sera eravamo in ansia perché Emilia avrebbe dovuto parlare con Ovidium e cercare di scamparsela a nero e senza dare documenti.

Era angosciata anche perché non poteva parlarne col Rigido, lui la vedeva nervosa e in assenza di spiegazioni rischiava di prenderla per una ragazzina capricciosa. Il dubbio era fondato sulla sua indole svagata, non so cosa avrei dato per smentirlo e urlare a gran voce cos’era lei in realtà.

Io avevo dormito tutto il pomeriggio, Emilia mi aveva impallato il pc tutto il pomeriggio, m’ero svegliata a fatica e ciondolavo stonata in cucina nel già quasi-buio.

“Dobbiamo sbrigarci” dissi in mutande, sulle dita avevo il verdino della frangia e il contatto con il viso di Lorenzo. Avevo paura di perderlo del tutto e per questo non mi ero ancora fatta una doccia, ma sentivo tatto e ricordo scemare a ogni istante.

“Sono le sette meno un quarto” disse Emilia.

“Ah, pareva più tardi”.

Guardai il mio, di calendario, fermo a un agosto zeppo di richiami e stelline. Voltare o indugiare, restare o rischiare?...

Restare e rischiare era tutt’uno, a quel punto.

“Mi fai il trucco come il tuo?” dissi.

Mi guardava senza più coca cola.

“Cioè come?...”

“Che ne so? Con gli ombretti. Che me li hai comprati a fare? Cosa sta bene con i miei occhi?”

Senza volerlo ci avevo azzeccato. Era evidente che doveva averci già pensato perché sorrise, mi guardò lo sguardo ed era ancora l’Emilia che avevo conosciuto.

“Tu hai gli occhi marroni, ma chiari, per cui un colore caldo ci sta bene…”

“Sì, ma tieni conto anche dei capelli. Dovresti studiare un colore che si amalgami con tutto, mi sa che non è facile”.

“Ci penso io. A proposito, che canzone mettiamo?”

Il pc era ancora in fase di defrag e pulitura disco, dopo due settimane a stretto contatto col 1987.

“Mettiamo una cassetta, ti va?” dissi.

“Quale?” chiese separandomi la frangia e iniziando a trafficare.

“Baglioni”.

“Ma non dicevi che…?”

“Ho cambiato idea”.

Socchiusi gli occhi e sentii il pennellino passarmi sulla palpebra, lo struggimento del Claudione nazionale invadeva il crepuscolo. Resistetti all’impulso di piangere, la realtà è che da tempo ormai avevo gli occhi secchi, asciugati da anni di immobilità.

Dopo due canzoni Emilia indietreggiò, chiuse l’astuccio e mi guardò soddisfatta.

“Il mascara mettitelo tu però. Con l’ombretto ce ne vuole parecchio. Anzi, dovresti darne almeno due passate” disse.

Presi lo specchio curiosa e quasi feci un salto: aveva fatto davvero un bel lavoro, un tono luminoso partiva dalle palpebre, caldo e intenso, per virare all’esterno in un coda fra il verde e il celeste. In cima agli zigomi, che non avevo mai saputo di avere, un punto di bronzo esplodeva e sfumava più giù fino a fondersi col mio insolito colorito abbronzato, tanto che non capivo dove finisse il trucco e dove ricominciasse la mia pelle di trentacinquenne sofferente.

Era un trucco un po’ carico e non era certo il mio genere, ma sembravo proprio uscita dagli anni ’80 ed era fatto ad arte, non mi ero mai vista così.

“Sei bravissima” dissi, iniziando a mettermi maldestramente il rimmel “E l’hai fatto in cinque minuti, con i trucchi dei cinesi. Hai mai pensato di fare l’estetista o la truccatrice?”

Alzò le spalle e venne in mio aiuto, prese il pennello e lo ripulì dai grumi.

“No, mi piace, mi diverte… Lo faccio anche per le mie amiche, qualche carnevale l’ho fatto anche per i maschi. Davvero ti piace?”

“Sei bravissima. Dovresti fare un corso” ribadii, e lei sorrise con modestia.

“Facciamoci una foto. Tutti questi giorni e non abbiamo ancora una foto insieme” dissi. “Con la macchinetta, però, non col telefonino”.

Mi guardò scettica.

“Ci avevo già pensato, ma…” disse giocherellando con l’astuccio degli ombretti.

“Non mi dire che hai paura che accada qualcosa di strano… Tipo che l’obiettivo ti faccia svanire o che si crei un paradosso temporale o cose del genere…” dissi, dando voce a ciò che io stessa avevo pensato fin dal primo giorno.

Fece una smorfia.

“Be’…” 

“Dai, non fare quella faccia. L’ho pensato anch’io, ma non è come parlare con te stessa o incontrarti per strada. Siamo nel 2016 e la foto la facciamo nel 2016, tutt’al più verrà un alone o una macchia luminosa al posto del tuo viso, come nei film. O chissà, magari il tuo viso come sarai nel 2016”.

L’idea la fece inorridire, mi sarei presa a schiaffi da sola.

“Scherzavo, ti pare? Questo non è mica un film. Dai, falla a me allora, non mi capiterà più di avere un make up così da gran figa” dissi, andando a prendere la fotocamera. “O forse è quel timore su come funziona?”

“No, io sono una vanitosa, te l’ho detto” disse rischiarandosi “A Palermo mi facevo fare foto di continuo e dicevano tutti che ero come l’amica vostra, come la chiamate?”

“Chi?”

“La sciantosa”.

“Ah, sì. Ma non è per le foto che la chiamiamo così, è per l’atteggiamento. La bellezza non è nulla senza umiltà. Tu sei umile e bellissima, dai, vieni prima che cambio idea e mi deprimo sul Vitreo” dissi, sfruttando un becero ricatto emotivo in un momento in cui né il Vitreo né Emme avevano alcuna importanza per me.

Le diedi la Nikon e le indicai dove doveva premere.

“Te ne faccio prima una a te” disse.

“Ok, prova”.

Mi fece una foto e non sapevo dove guardare, oltre alle lacrime avevo perso anche l’attitudine a mettermi in posa. Avevo perso un sacco di debolezze umane e vitali, avevo perso umanità e capacità di esserci oltre che di esistere. Ora stavo recuperando tutto e tutto insieme, insieme agli arretrati e all’inadeguatezza, pensai guardando la foto venuta mossa.

“Scusa, scatta come niente” disse Emilia.

“Fa niente, tanto avevo una faccia da scema. Non sono più capace di farmi le foto, da sola poi non mi è mai riuscito”.

“Facciamocene una insieme” disse di slancio, saltando dalla sedia e venendomi accanto.

Fra me e lei era così, pensai stupita, ognuna recuperava le forze quando c’era da trasmetterle all’altra.

“Sei sicura?”

“Ma sì, hai ragione, che deve succedere… Succederà che mi si vedranno le gengive come al solito. Tanto non la guardo, la guardi tu e se c’è qualcosa di strano non me la fai vedere. Come facciamo?” chiese girando la fotocamera.

“Non preoccuparti, se c’è qualcosa di strano saranno solo i miei denti storti. Dammela, la tengo io e la faccio da qui”.

Col braccio teso feci qualche scatto, nessuna finzione e facce da sceme. Le guardammo come due bimbe, ridendo come se nient’altro esistesse.

“Niente, sono irrecuperabile” dissi guardandomi gli occhi chiusi “E se sono così col tuo super trucco, figuriamoci normalmente…”

“Perché, vogliamo parlare di me?... Pare che ho visto la madonna, dove stavo guardando?”

“Però non ti si vedono le gengive”.

“Ti credo, ho le labbra talmente serrate che pare che non le tengo. Oddio, che ho fatto? È scomparso tutto”.

“Aspetta. Eccole… Ce n’è un’altra”.

“Questa è carina, Stella! Tu stai bene”.

“Vedere”.

Guardavo da un lato e la sfumatura lunga del trucco rendeva giustizia a entrambe, a me che la sfoggiavo e a lei che l’aveva fatta. Emilia era venuta bene ma era tagliata a tre quarti.

“Non ne azzeccheremo mai una in cui stiamo bene entrambe. Però, hai visto? Non sei scomparsa e la macchinetta non è esplosa. Cazzo, sono le sette e mezza” dissi guardando l’orologio “Niente doccia, mi vesto al volo e ti accompagno, finisco di prepararmi dopo”.

Mentre mi alzavo gettai un altro sguardo al calendario e un rumore dentro insisteva che sì, qualcosa stava giungendo al termine.

Mi sforzai di ricordare come Lorenzo mi aveva baciata quella notte, ma era già troppo tardi, tutto sfumava come un romanzo ormai scritto.

 

 

 

Odiavo la mia empatia.

Tutto stava andando come avevo sentito, a dispetto del mio ex marito che aveva sempre attribuito le cattive circostanze al mio disfattismo.

Emilia arrivò al Galileo e stavolta mi chiamò fuori.

Ovidium le aveva detto che almeno il documento era necessario, lei aveva perso la testa e se n’era andata a metà serata. Poi ci aveva ripensato ed era tornata, ma lui l’aveva presa a male parole dicendo che anche lei era una di mala costuma, cercata dala lege eccetera.

Piangeva e non sapevo cosa fare, il Rigido era dentro e sentivo un occhio addosso a noi, al di là della porta a vetri, tra gli adesivi e le locandine sbiadite. Un occhio che purtroppo riconoscevo, indurito dalla stessa severità che anni prima mi aveva condannata senza possibilità d’appello.

“Troverai qualcos’altro” dissi stringendole una mano “Questo l’hai trovato in ventiquattr’ore, roba da fantascienza… Scusa il gioco di parole ma è vero, tu non sai come vanno le cose adesso. Mo ti riposi qualche giorno, passi un po’ di tempo con Alessandro e poi ci rifacciamo un giro… A proposito, Emi, ci sta guardando”.

Tirò su col naso.

“Tanto ormai…” disse.

“Macché ormai” protestai.

“Tanto sarà così anche da un’altra parte, sarà così sempre… Avevi ragione tu, è come Il fu Mattia Pascal”.

“Ma che c’entra. Tu non hai cambiato identità, l’hai detto tu stessa”.

“Però sono la fu Emilia P.”

Non potei fare a meno di sorridere, larga e calda come di solito era lei.

“No, tu sei ancora Emilia P., è questa la differenza. E fammi un piacere, non rischiare di rovinare tutto anche col Rigido. Un altro lavoro lo trovi, un altro come lui no” dissi mio malgrado.

Annuì e gettò il fazzoletto. A terra, ovviamente, ma non era la situazione adatta per discuterne.

“Sì… hai ragione. Che gli dico? Mi invento una cosa, tipo che un mio parente sta male”.

“No, per carità. Il Rigido è bravissimo a capire quando uno mente”.

Anche per questo non avevo mai accettato che non avesse colto la mia sincerità, pensai.

“Va bene” disse asciugandosi uno sbavo di rimmel, sospirai di sollievo ed entrammo.

Dove c’era il Rigido ormai teso, dove il Vitreo non c’era e pareva non esserci mai stato, dove c’erano tutti i cavilli emotivi da cui ero fuggita mesi prima.

 

 

 

Lorenzo era scomparso.

Non da me, era scomparso in toto. Il Rigido non ne sentiva la mancanza e nessuno chiedeva di lui, per cui era come se non fosse mai esistito.

La seconda sera ero entrata al Galileo come una matta, non avevo più paura di incontrare qualcuno o che qualcuno pensasse qualcosa – avevo un solo pensiero in testa e non c’entrava col passato, era una necessità attuale e assoluta che faceva sbiadire tutto il resto, era ansia e amore in punta di blu.

Anche Emilia non stava bene: evitava il Rigido per evitare spiegazioni, ormai era nel panico e aveva iniziato a leggere Il fu Mattia Pascal temendo di trovarvi scritta la propria condanna. Tutto era entrato in un circolo vizioso confuso e irreversibile, pensai.

Mi guardai intorno e non c’era nessuno dei noti, tranne la Sciantosa che intortava un minorenne a smorfie e shot di rum.

“Andiamocene” dissi a Emilia.

“Dove?”

“Siamo a Roma, no? Possiamo andare ovunque”.

Ma nessuna delle due aveva voglia di allontanarsi. Dandoci alibi biechi e poco credibili restammo lì, nel locale semivuoto ad assistere al teatrino della Sciantosa.

“Però te lo dico, se viene qui andiamo via sul serio” dissi.

“Non lo farà, è troppo impegnata”.

“Alessandro che faceva?”

“Non lo so, non gli ho risposto”.

Stavo per dire qualcosa ma in quella entrò Ossy, con una t-shirt che lo rendeva molto simile al Moro e un atteggiamento che se ne discostava ampiamente.

“Ciao ragazze, come state? Come va, Stella?” chiese, vedendo la mia faccia.

“Una favola” risposi.

“Sto con il Rigido. È andato non so dove, ha detto che arriva fra cinque minuti”.

Io e Emilia ci bloccammo all’unisono. Il fatto che fosse andato chissà dove mi sembrò immediatamente riconducibile al Vitreo. Emilia guardò altrove.

“Ah sì? E non ti ha detto dove andava?” chiesi senza convenevoli.

“No. Mi ha lasciato qua davanti e ha detto che andava a parcheggiare”.

“Certo, perché non poteva lasciarla qui fuori come sempre…”

Emilia taceva, Ossy mi guardò strano.

Il Rigido arrivò dopo neanche un minuto. La tensione era palpabile: io lo fissai con aria di sfida, Emilia distolse lo sguardo, lui era livido e sembrava tornato a tutti gli effetti la persona che avevo conosciuto.

“Ciao” disse in piedi.

“Ciao, Alessandro” scandii.

“Ciao, Emilia” disse a lei più o meno allo stesso modo.

“Non c’è il tuo amico, Alessandro? Sembra scomparso nel nulla” dissi con uno sguardo al vetriolo.

“È andato fuori per qualche giorno” rispose sedendosi malgrado tutto.

Nessun tentennamento, nessun indugio, poteva essere una risposta preparata a tavolino.

“Dove?”

“A casa dei suoi, non so di preciso”.

Inghiottii la birra riflettendo su quanto poco sapevo di lui, in fondo. Ma anche il Rigido, se non stava mentendo. D’un tratto, non so come, ebbi un flash e mi passò nella testa un’idea assurda: che il Moro fosse quello che ne sapeva più di tutti. Stavo tornando anch’io quella di prima, paranoica e complottista, pensai scuotendomi.

Il gioco delle parti era scomodo e palese, avrei voluto lamentarmi ribadendo i cento motivi per cui avevo preso le distanze dal Galileo, ma la realtà è che era semplicemente in corso un piccolo dramma sentimentale, dramma che avrebbe potuto svilupparsi in qualunque altro posto. Non era neanche l’unico, pensai, osservando l’imbarazzo di Emilia e la freddezza che saliva sempre più negli occhi del Rigido.

Ossy taceva e questo mi pesava ancora di più, sembrava una muta connivenza alle mie spalle – la paranoia lavorava, impetuosa e impietosa. Forse anche per questo era fallito il matrimonio con Emme, pensai, e decisi che non era il caso di insistere col Rigido.

“Mati, mi accompagni a prendere un’altra birra” dissi, ignorando lo sguardo ansioso di Emilia.

Non sapevo se volevo farle un favore o no, probabilmente pensavo solo a me stessa.

“Che succede?” chiese Ossy al bancone, precedendomi di un soffio.

Questo mi rincuorò.

“Stavo per farti la stessa domanda”.

“Eh. Tu sei furiosa, la tua amica sembra un fantasma, e il Rigido tutto il tragitto non ha detto una parola. Monosillabi. E stavi per farmi la stessa domanda?…” disse in tono di vago rimprovero.

“Giacomo, due birre” dissi sospirando.

“Uff. Non si fa una lira stasera. Che fine hanno fatto tutti i vostri amici?” borbottò Giacomo prendendo due bicchieri sporchi.

“Chissà, forse certe cose è meglio non saperle” dissi.

Mi guardò come se fossi matta e sbuffò di lato.

“Non sputarci nella birra, Giacomo” disse Ossy, ricevendo un grugnito e un’occhiataccia.

Con due frasi aggiornai Ossy sulla mia situazione.

“…Da quella mattina è sparito dalla circolazione, nessuno l’ha più visto. Hai sentito la risposta del Rigido?”

Ossy guardò nel vuoto.

“Eh… Ti dico la verità, glielo ho chiesto anch’io, in macchina, senza sapere tutto questo. Mi ha detto la stessa cosa e s’è girato dall’altra parte, aveva una faccia stranissima”.

“Quindi tu non sai nulla? No, non dirmelo, non so se lo voglio sapere”.

Mi toccò la guancia con un dito. “No, non so nulla, non ero nemmeno sicuro che ci fosse qualcosa fra voi, anche se un dubbio ce l’avevo”.

“Le birre stanno qua, Giulietta e Romeo” disse Giacomo sudando dalla canotta “I soldi dove sono?”

Una di quelle sere in cui aspettavo rissa, pensai. Calma, mi dissi, non perdere il controllo prima del tempo – o fuori tempo massimo.

“E di… loro che mi dici?” chiese Ossy accennando al Rigido “Lui è nero, eh”.

“C’è qualche problema tra lui ed Emilia, non ho capito bene neanch’io. Ma è normale, si sono conosciuti così all’improvviso” dissi, e fu un autogol. Se io mentivo ad Ossy con tanta disinvoltura, chi mi diceva che lui non stesse facendo lo stesso con me?

“Inoltre non parlo quasi più con mio fratello” riprese. “Anche lui è strano, è la prima volta che non riesco a capire cosa gli passa per la testa”.

Mi misi in allerta e lo guardai con attenzione.

“Sì, anch’io l’ho visto strano, ma….”

“No, non è per Antonella, anzi sta tenendo a distanza anche lei. A proposito, mi sembra di averla vista andar via con uno che potrebbe essere nostro figlio, sbaglio?”

“Ah, è andata via?” dissi guardando intorno “Comunque no, non sbagli. Meno male che non l’abbiamo fatto… il figlio, intendo”.

“Eh. Avrebbe cinque anni e dovremmo tirarlo via da Antonella” disse, sforzandosi di sorridere e costringendomi a fare altrettanto.

Facemmo per tornare al tavolo, ma già a un metro non sapevo se era il caso: il Rigido parlava a bassa voce, Emilia voltava la testa con fare evasivo ma, a me che la conoscevo, sembrava sull’orlo delle lacrime.

Io e Ossy ci guardammo, il mio problema passò in secondo piano.

“Eh, lasciamo stare, no?...” disse.

“Non sono sicura… Ma…”

Mi bloccai vedendo entrare la Comare, curva e infagottata nei venti gradi notturni. Mi ero quasi dimenticata della sua esistenza, voltai il viso come se avessi ricevuto uno schiaffo. La vidi avvicinarsi al Rigido e a Emilia, il Rigido assente, Emilia ormai al limite.

Qualcosa mi si sciolse dentro, rompendo infine gli indugi, scattai in avanti. Per la prima volta la guardai in faccia, guardai ciò che avevo temuto, lo specchio in cui era riflesso Emme quando mi aveva tolto il saluto e il Rigido quando le aveva creduto. Guardavo quella faccia pensando di trovarvi la mia condanna ma vidi solo beffa e fango, beffa a cui veniva dato troppo credito, fango che gettava sugli altri ma che non era sufficiente a coprire la sua assoluta infelicità. Beffa e fango che sfruttavano le debolezze altrui ma sotto cui non c’era nulla, se non l’eccessiva importanza che anch’io gli avevo dato.

Come avevo potuto essere così vulnerabile? mi chiesi, guardando la sua smorfia gonfiata dai chirurghi e contratta dal rancore.

“Il botox te l’hanno fatto male, comunque. Se hai fatto uno dei tuoi soliti scambi, mi sa che non le leggi poi tanto bene le tue… figurine” dissi, e mi venne da ridere nonostante mi fossi imposta freddezza.

Fu un attimo. La Comare si guardò indietro alla ricerca dei suoi accoliti, che però in quel momento non c’erano. Io non avevo bisogno di nulla perché avevo un solo pensiero e un’unica ansia in testa, ma sentivo una mano sulla spalla ed era quella di Ossy – Ossy che non faceva nulla, assolutamente nulla se non tenere quella mano ferma, lieve al punto che l’avevo scordata. Il Rigido invece, per il suo fittizio amore di giustizia e di pace, si era distolto da Emilia ed era proteso verso di noi.

“Stella, vieni con me” disse Ossy, e lo seguii guardando beffardamente il Rigido che mi fissava.

La Comare doveva aver ritrovato i suoi accoliti o altri più giovani, sentivo che si fingeva sconvolta per l’increscioso episodio, prediceva sciagure all’indirizzo mio e di tutti coloro che avessero avuto a che fare con i miei discendenti per le prossime dieci generazioni.

Sti cazzi, pensai, tanto io figli non ne avevo, era più probabile che i problemi li avrebbe avuti lei se avesse continuato a farsi iniezioni in faccia e a portare golfoni in piena estate per nascondere i naturali segni dell’età che a quanto pare i suoi tarocchi non erano stati in grado di prevedere.

Tutto quel teatrino mi sembrava ancor più puerile di fronte al timore di non ritrovare Lorenzo, pensai tornando al mio unico pensiero. Mi mancavano persino i nostri scambi di battute e la sua lieve forma di autismo, che mi aveva tanto fatta incazzare e il cui ricordo mi ispirava ora un senso di dolcezza irrimediabilmente perduta. Non so cosa avrei dato per rivedere il suo sguardo folle e acquoso per un’ultima volta, sapendo però che era l’ultima, pensai avvertendo un dolore soffuso e costante che non pensavo di essere più in grado di provare.

“Stella” disse una voce, era quella di Emilia che aveva raggiunto me e Ossy al bancone.

Fu come risvegliarmi, la sua aria dimessa mi restituì la dimensione di ogni cosa.

“Sì” dissi scuotendomi.

“Io vorrei andare via”.

“Sì, andiamo”.

Ci defilammo senza dir nulla a nessuno, sulla porta sentii Ossy.

“Eh!... Stella, volete che venga con voi?”

“No Mati, è tutto a posto” dissi, guardandolo con gratitudine.

Il Rigido era in piedi, teso e furioso. Certo pensava che eravamo tutte matte e che certo la colpa era mia. Vidi la Comare toccarlo, lui scrollarsi e fissarci a lungo mentre uscivamo dal Galileo.

Sentore di fine, pensai prendendo il braccio di Emilia.

Guardai indietro e gettai l’ultimo rancore, anche quello era finito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il tempo cambiò.

Dopo l’afa dell’estate eterna, il cielo si incrinò e la temperatura scese. In ritardo, pensai, erano almeno dieci giorni che aspettavo quell’odioso appuntamento.

Mi svegliai ed era fresco, non ricordavo più la sensazione. Qualcuno era contento e anche a me non sarebbe spiaciuto del tutto, se non fosse stato per la contingenza degli eventi.

“Allora anche a Roma non c’è sempre il sole” disse Emilia appoggiata al davanzale.

“Certo che no”.

Con gran disappunto andai a prendere una maglietta. Per la prima volta non c’era bisogno di accendere il ventilatore, che lì nell’angolo mostrava uno strato di polvere e zanzare e sembrava già desueto, come appartenente a un’altra epoca, come se fino al giorno prima non avesse lavorato incessantemente. Dava un’idea di abbandono, un cadavere stantio come le cabine del telefono e i vecchi rullini fotografici.

“Vuoi qualcosa da mettere?” chiesi dalla stanza.

“No, grazie, qui dentro fa caldo”.

Dovevamo trovare un modo per riprenderci, era chiaro. Io avrei potuto morire per molto meno, anche se ormai dubitavo che ci fosse qualcosa o qualcuno che potesse uccidermi. Comunque non era possibile stagnare in quel modo fra la scomparsa del Vitreo, l’apatia di Emilia e l’imminente stagione di mezzo.

Avrei voluto dirlo, ma avevo gli occhi asciutti e nessun’altra parola. Andai a fare il caffè per scrollarmi, per la prima volta non c’era niente da mangiare e non ce ne importava.

“Vuoi che scenda a prendere qualcosa?” disse Emilia.

“Se ti va sì, a me non va nulla”.

“Neanche a me…” disse con una smorfia “Mi sa che ti è arrivato un messaggio”.

Corsi allo smart con i nervi tesi, qualche dubbio e nessuna illusione.

Ovviamente non era Lorenzo, era una mia vecchia amica che non sentivo da mesi se non da anni. Curioso, mi dissi, pensavo di averli uccisi tutti. A quanto pare qualcuno era scampato alla strage, pensai aprendo il messaggio.

Elisabetta mi chiedeva come stavo e se ero a Roma, diceva che mi aveva pensata e proponeva un incontro. Il pensiero che qualcuno volesse vedermi e trovare tempo per me, soprattutto una moglie e neomamma che a quanto sapevo aveva già ripreso a lavorare, mi riempì di stupore.

“Chi è?” chiese Emilia.

Glielo dissi.

“Be’, perché fai quella faccia? È normale che una tua amica voglia vederti. Anche se ha avuto un figlio… Che ti prende?”

Glielo dissi.

“A quanto pare non li hai uccisi tutti. Lo vedi, eh. Sennò che ci starei a fare con te?... Io non voglio mica morire”.

“Dici eh come Ossy”.

“Ossy ti vuole bene”.

“All’epoca me ne fece di tutti i colori…”

“Sì, ma non l’hai ucciso. E mi pare che non hai intenzione di farlo” disse sforzandosi di sorridere.

Portai la caffettiera sul davanzale e versai il contenuto in due tazze spaiate.

“Scaldo anche un po’ di latte” dissi “È autunno, ci sta”.

“Va bene” fece con una smorfia “Lo prendo anch’io”.

Aprii il frigo, guardai fuori e feci un pensiero. Degno della merda che ero diventata, pieno delle schifezze che avevo ingoiato.

Betta lavorava in un call center, mi dissi, rimpiangendo la persona che ero stata.

 

 

 

“Stella, ora non si può più fare, non è più come prima” disse Betta al telefono. “Siamo controllatissimi, ogni cosa è tracciabile, i team leader non ci danno tregua… E con quello che sta succedendo, poi”.

“Hai ragione, lo so. Non avrei neanche dovuto chiedertelo”.

“Riguarda tuo marito, come si chiama… Emme? Non siete più tornati insieme?”

Era la prima volta che sentivo qualcuno chiamarlo ancora marito, senza il prefisso d’obbligo ormai da anni, sentii una fitta indistinta che mi sembrò fuori luogo.

Sentivo info in viva voce e brusio sommesso, tran tran di ufficio e scartoffie. Iperattività, nevrosi e fantasmi.

“No, anzi, poi ti dico”.

“E allora?”

“È un’altra questione, ma non preoccuparti…”

“Non avrai mica ricevuto minacce o simili…?”

“Assolutamente no! Non è proprio il mio caso” dissi saltando sulla sedia “Lascia stare. Tu come stai?”

“Abbastanza bene, ma non ho un attimo di pace. Forse Stefano verrà cassaintegrato…”

“Non sono neanche venuta al battesimo della bambina, scusami”.

“Non preoccuparti. Un florilegio di ipocrisie e buone intenzioni, a parte Marta e Stefano che sono sempre stupendi, sono il motivo per cui faccio ancora questo lavoro di merda”.

Da tempo avevo iniziato a immaginare quello che mi stavo perdendo, mi si stringevano cuore e nervi a provare a guardar fuori. Mi mancava la persona che ero stata e d’un tratto pensai che avrei potuto ricominciare a far vita di relazione come tutti – battesimi, compleanni, apericene ed altri eventi accidentali.

Le info sommesse e le nevrosi in viva voce si fecero più insistenti, sembrava una catena di montaggio.

“Scusa, ora ti devo lasciare…” disse Betta.

“Certo, scusa… Quanto ha Marta adesso?”

“Un anno e otto mesi. Ti ricordi, ti avevo chiamata quando…” disse, e si morse la lingua.

Apprezzai l’accortezza, la stessa che non avevano avuto le persone a me più vicine, e mi commossi nel profondo.

“Che tesoro. Verrò presto, te lo prometto”.

“Senti, per curiosità… mia curiosità personale. Mi mandi su whatsapp il numero che dicevi?”

“Io non ce l’ho whatsapp”.

“Ah, sei sempre la solita” mormorò “E fai bene, te lo dice un’addetta ai lavori. Mandamelo per sms”.

“Va bene Betty, ma non…” dissi con un nodo alla gola, che fino a quel momento era stato per me un puro vezzo letterario. Ora sapevo che esisteva e lo sentivo annodarmi le viscere, qualcosa di simile alla gastrite ma con bizzarri risvolti emotivi.

“Mandamelo. Ciao. Poi ci vediamo” disse, e attaccò.

Rimasi col telefono in mano e d’un tratto scoppiai a piangere a dirotto, coi singhiozzi, appoggiata alle nubi dell’esterno. Cercavo di scrivere il messaggio ma le lacrime cadevano sul telefono e annacquavano il display. Dopo anni, pensai, senza riuscire a fermarmi. Gli occhi non erano più secchi e immobili, non capivo se fosse un sollievo o l’ennesimo dolore, e nel dubbio piangevo più forte.

 “Stella” disse la voce roca di Emilia correndomi accanto “Che minchia succede?... “

“Nulla… nulla. Forse ho solo rincontrato una persona che conoscevo tanto tempo fa… e che mi manca” dissi, e non mi riferivo a Betta.

Mi soffiai il naso, era inutile. Andai avanti per un po’, poi spensi l’ultimo singhiozzo nel fazzoletto come avevo fatto con l’ultimo bacio nel bacio del Vitreo.

 

 

 

Alle sei del pomeriggio mangiavo una pizzetta, sfogliando libri a caso e cercando sul web informazioni che non trovavo. Fuori un cielo d’amianto rapiva l’ultima luce rimasta, m’ero messa i calzini e li tenevo buttati sul tavolo in mezzo a una marea di scartoffie. Avevo i capelli sporchi e sudati dal giorno prima, da quando era ancora estate. Le cicale tacevano e un silenzio irreale riempiva l’appartamento.

Mi presi la fronte e chiusi il pc, briciole e cenere. Non c’era verso di trovare il Vitreo su nessun motore di ricerca, non potevo star oltre.

“Emi” dissi calzinando in cucina “Dove sei?”

“Qui” disse senza colore.

Andai di spalle al fornello, stava affettando una cipolla, accanto c’era una pentola che non sapevo di avere.

“Che fai?”

“Pensavo di cucinare qualcosa”.

“Grazie, ma io esco. Mi sto alienando. Vuoi venire?” dissi, sperando che rispondesse di no.

“Stai meglio?” chiese.

“Un po’ sì... Può darsi che passi anche al Galileo”.

“A quest’ora?”

“Non lo so. Non sono sicura. Tu che fai?”

“Se non ti dispiace, resto qui…”

“Ma non so se torno a cena”.

Alzò le spalle. “Ti spiace se cucino lo stesso?”

“Certo che no, e a te dispiace se vado?”

“Certo che no”.

Guardai intorno, guardai lei.

“Fammi capire, se non torno mi raggiungi o hai deciso di non mettere più piede al Galileo?” dissi.

Si voltò. Aveva ombretto e mascara e nessuna lacrima nonostante le cipolle, quindi tutto andava bene.

“Ma no, se non torni ti raggiungo più tardi”.

“E come?”

“Non lo so, ti chiamo, oppure prendo un tassì”.

Andai a mettermi le scarpe. C’era qualcosa che non mi piaceva, ma non avevo tempo di capire cosa. Presi una felpa, stampai un bacio e scesi.

Sul cruscotto c’era una contravvenzione, decisamente tutto era tornato alla disgustosa routine. Non avevo idea di come l’avrei pagata visto che non lavoravo da mesi e l’ultimo bonifico della rivista l’avevo speso per Palermo e oltre. La gettai sul sedile e misi in moto, andai dritta sotto casa del Rigido.

 

 

 

La macchina del Rigido non c’era, le finestre non potevo guardarle perché davano all’interno. Rimasi qualche istante indecisa, il telefono taceva. Di fronte c’era un bar, l’avevo visto qualche mattina prima quando ero scesa, piena del calore recente e di speranze ancora estive.

 Ordinai un caffè, mi misi sotto la veranda e il telefono squillò, feci un salto. Era Elisabetta.

“Ciao Betty” dissi stupita “È successo qualcosa?”

“Nulla Stè, devo solo dirti una cosa”.

“Dimmi…”

“Alessandro Adriani. Ti dice qualcosa?”

Inghiottii a vuoto, in fondo era come se l’avessi sempre saputo.

“Sì… Ho un suo numero, ma non è quello che ti ho dato”.

“È lui l’intestario. La sim è stata attivata di recente, il 15 luglio”.

Una ragazza che poteva essere mia figlia mi portò il caffè.

“Se vuoi ti dico anche i dati personali…” aggiunse Elisabetta.

“Non serve. È nato nel ’78, no?”

“Sì”.

“Betta, non so come ringraziarti. Mi sdebiterò”.

“Figurati, mi basta che facciamo una chiacchierata e mi spieghi cos’è successo dopo tuo marito. Ora devo andare, Marta oggi non mi dà tregua. Sentiamoci”.

Presi il caffè e fumai in stato di trance, poi attraversai la strada e mi attaccai al citofono del Rigido. Invano, ovviamente.

 

 

 

Arrivai al Galileo come una furia, occhi aperti e nessuna paura. Il locale nel tardo pomeriggio era chiaro, deserto e scevro dai fantasmi. Il Rigido non c’era, in compenso mi venne incontro il Moro.

“Ciao Stella”. Bacetti e rumore di fondo. “Strano vederti a quest’ora. Sei sola?”

“Sì”.

“Non c’è il vostro amico?”

“Chi?”

“L’amico tuo e del Rigido, no? Quello tanto simpatico”.

“Strano che tu non mi chieda di Emilia, piuttosto” dissi “Giacomo, fammi una birra”.

“Emilia starà col Rigido, no?” disse con un sorrisetto.

Non mi piaceva, non mi piaceva, tutto mi piaceva sempre meno.

“No. Anzi, sto cercando proprio lui”.

“Lui chi?”

“Il Rigido”.

“Be’, l’hai trovato” disse il Moro accennando alla porta, mi voltai e lo vidi.

“Che succede?” chiese Alessandro avvicinandosi a fatica, come se dei pesi invisibili lo ancorassero. Lo guardai gonfia di emozioni e veleni compressi, non sapevo da che parte iniziare.

“Devo parlarti” dissi.

“Va bene”.

“Già, forse dovreste parlare…” s’intromise il Moro.

Il Rigido si voltò e lo incenerì.

“Cosa vuoi, Michele?”

“Nulla. Solo che parliate” disse, alzò le spalle e le voltò.

Non potevo reggere oltre, pensai prendendo la birra che Giacomo aveva messo sul bancone.

“Basta!” strillai “Che cazzo succede, volete dirmelo una volta per tutte?”

Il Moro si confermò per quello che era sempre stato, un provocatore pavido e beffardo, tanto diverso dal fratello che amavo e stimavo.

“Giusto. Rigido, diglielo tu che succede” disse, e fece per tagliare la corda.

Ma stavolta fu il Rigido a perdere la pazienza, in due passi lo raggiunse e lo fece girare come una trottola.

“Adesso basta” sibilò “Mi hai davvero rotto il cazzo, stronzetto che non sei altro. Non mi hai mai visto incazzato, vattene prima che venga meno ai miei princìpi. Sul serio, Michele... Sparisci una volta per tutte, se non ti meno è solo per rispetto a tuo fratello, anche se credo che neanche a lui dispiacerebbe se ti prendessi a calci in culo”.

Il Moro lo guardò, si fronteggiarono, ma il Rigido era troppo serio e furioso. Fece davvero per dargli un calcio con le gambe lunghe e atletiche, il Moro se la squagliò.

“Cazzo” disse a bassa voce, ricomponendosi e tenendosi le mani.

Io ero gelata, non riuscivo a fermare il pensiero su nulla e su nessuno, nemmeno su Emilia o Lorenzo. Bevvi un lungo sorso di birra ma l’agitazione mi spezzava il fiato, passò un tempo interminabile.

“Cosa volevi dirmi?” chiese infine il Rigido.

Lo fissai con ferocia.

“A questo punto credo che sia tu che devi dirmi qualcosa, Alessandro Adriani, visto che hai carichi pendenti con quel testa di cazzo del Moro e sei l’intestatario della sim del tuo amico Lorenzo” sbottai senza riserve.

“Bene…” disse guardando intorno “Dammi un attimo”.

“Quale attimo? Quello in cui hai tradito la mia fiducia, quello in cui hai dato ascolto alla Comare, quello in cui hai dimenticato d’essere amico mio e di Emme?”

“Non vi siete separati a causa mia…”

Il sangue mi si rivoltò.

“Certo che no. Però sicuramente non hai aiutato. Non mi hai aiutata e, soprattutto, hai creduto a persone che non c’entravano niente, alle quali un giorno prima non avresti dato un briciolo, dico un briciolo, della tua fiducia! Come se io adesso dessi retta al Moro invece di star qui ad attendere una spiegazione su quello che sta succedendo, qualcosa che a quanto pare sanno tutti tranne me”.

“Non è vero, nessuno sa nulla. Tu invece devi saperlo, sei l’unica che deve saperlo”. Era pallido, sembrava danneggiato. “Nonostante quello che pensi, io ti reputo una persona con cui si può parlare. E molto più seriamente di tanti buffoni qui intorno”.

“Bene, allora parlami!”

“È una cosa talmente incredibile che… che non mi crederesti mai…”

D’un tratto uno squarcio nell’acqua, ma dal basso. Una luce e un sospetto e qualcosa che avevo sempre saputo, morbida e impietosa.

“Provaci. Qualunque cosa sia, preferisco saperla” dissi, col sentore di pericolo che mi accompagnava ormai da giorni.

Distolse lo sguardo e inghiottì a vuoto.

“Andiamo di là” disse, e la sua alta statura mi sembrò vagare nel nulla.

Restammo in piedi dietro la tenda della sala da stecca.

“Lorenzo è arrivato da un altro tempo. Ti prego, non ridere e non urlare”.

“Quale tempo?”

“Il 1995. Lorenzo viveva nel 1995. Non sto dicendo che è nato nel ’95, ma che viveva in quell’anno… Nel ’95 aveva l’età che ha adesso, che aveva adesso”.

Dissi nulla.

“Mi starai prendendo per matto… Forse lo sono diventato. Mi ascolti? Hai sentito quello che ho detto?”

“Sì” dissi, con lo sguardo che andava svuotandosi.

“Mi stai prendendo per matto, non ti fidi di quello che dico a causa dei trascorsi. In effetti neanch’io mi crederei”.

“No…”

“No cosa?”

Chissà perché la cosa non mi stupiva, forse in fondo avevo sempre immaginato qualcosa del genere, o forse non mi stupivo più di nulla. Tanti dettagli mi tornavano in mente, granelli di sabbia che lì per lì erano scivolati ma messi uno sull’altro edificavano castelli, certezze a ritroso, fortezze col senno di poi.

Come in un film di terz’ordine ebbi flash di Lorenzo in sequenza sparsa e rivelatrice: il suo disagio incomprensibile, la distanza malata, l’assenza di presenza. E, soprattutto, la lite di quella notte col Rigido. “Io non vorrei essere qui” – d’un tratto ricordai una voce stridula che se la prendeva con tutti e con tutto.

“In che anno è nato Lorenzo?” chiesi ansiosa.

“Nel 1959” mormorò il Rigido.

L’essenziale è invisibile agli occhi, diceva qualcuno – soprattutto a chi sta vivendo la stessa situazione, pensai. Erano poi tanto diverse le condizioni del Vitreo da quelle di Emilia?... Certo che no, entrambi senza macchina, mezzi, telefono, ospiti di qualcuno che li aveva accolti, ospiti del 2016. Due specchi riflessi e osservati da altri due, deformati e impotenti di fronte al riflesso di venti, trent’anni dopo. Emilia a quanto pare aveva retto meglio, Lorenzo no.

“Come l’hai conosciuto?”

“Stella…”

“Come-l’hai-conosciuto?” sibilai.

“In un cineforum, a luglio. Vagava fuori dal Cinepaz, parlava da solo e ha cercato di aggredirmi”.

Su quello non aveva mentito, dunque. Ma già, ogni menzogna era avvalorata da una veste di verità, ogni omissione da una coerenza. Anch’io dicevo che avevo conosciuto Emilia a Palermo, ed era vero.

“Come hai fatto a credergli?”

“Mi ha… Mi ha dato prove inconfutabili”. Si schiarì la voce. “All’inizio non gli credevo, infatti. Ma ti giuro che è così”.

Il disagio, la distanza malata, la lite di quella notte con il Rigido… Il Moro, pensai aggiungendo la sabbia mancante.

“E magari il Moro ha trovato qualcuna di quelle prove inconfutabili, eh?” dissi, colta da intuizione.

Alessandro mi guardò stupito e un po’ triste.

“Sì… Io glielo avevo detto a quello scemo di lasciare il portafogli a casa, tanto a cosa gli serviva qui? Era pieno di lire e di documenti. Non hai un’idea”.

“No, no, invece posso averla. Dimmi”.

“Una sera gli è caduto il portafogli, a quanto pare. Forse era proprio una di quelle sere in cui era con te. L’ha trovato il Moro sotto a quel tavolo, e pur non essendo una cima ha capito… Il giorno dopo ha intercettato Lorenzo mentre io non c’ero”.

“Sì che c’eri, eri al bancone” dissi completando il puzzle. “E io ero al tavolo con lui quando è arrivato il Moro, ricordi?”

Il Rigido guardò da un lato e cercò di ricordare.

“Sì, è vero… La sera che se l’è presa anche con te. Be’, era impossibile convincere Michele che Lorenzo fosse del ’59 e che nella foto del ’95 fosse identico ad ora. Le banconote e le monete hanno fatto il resto, gli ha fatto due domande e Lorenzo c’è cascato”. Fece una pausa e si prese una mano. “Io a quello stronzetto prima o poi lo uccido, mi è sempre stato sul cazzo”.

“Ho bisogno di bere qualcosa” dissi.

“Ci penso io. Per piacere, se entra qualcuno cambiamo immediatamente discorso”.

Certo non poteva immaginare che io ed Emilia non avevamo fatto altro negli ultimi venti giorni.

Tornò poco dopo con due drink, ci sedemmo a un tavolo nella sala da stecca deserta.

“Per caso questo è il numero del Moro?” chiesi, ripescando una delle chiamate perse sulla spiaggia.

“Aspetta che controllo”. Trafficò brevemente. “Sì, è questo, perché?”

“Il giorno dopo ha chiamato anche me”.

Sbuffò e si trattenne.

“Cosa voleva il Moro da Lorenzo?” chiesi.

“Nulla, solo fare lo sbruffone e intimidirlo. E la soddisfazione di potermi ricattare, suppongo”.

Non aveva torto, il Moro aveva sempre accusato l’indifferenza e il distacco del Rigido, e dopo i primi tentativi di entrare nelle sue grazie l’aveva iscritto nel suo puerile libro nero.

“E perché ha chiamato me? Secondo te me l’avrebbe detto?”

“No, probabilmente voleva solo cercare di saperne di più perché aveva visto che tu e Lorenzo stavate sempre a parlottare. O fare stupide allusioni. Ma anche se gli avessi risposto, non credo che ti avrebbe detto nulla” disse, bevendo un sorso ed evitando di guardarmi. “Michele è un vigliacco, lancia il sasso e nasconde la mano. Tipico delle persone che si vergognano di se stesse” aggiunse, ed ebbi il timore che si riferisse anche a Emilia.

Le sue considerazioni mi sembravano superflue e ridondanti, soprattutto in quel frangente. Sentivo scottarmi in mano l’ultimo pugno di sabbia, il fango acquoso che scivola dalle dita, fa i ghirigori e completa la torre – la perfetta ciliegina sulla torta e sul castello dei dettagli, il tocco finale che avrei preferito non dare, lasciare in sospeso e rimandare a un tempo differito che tenesse in vita l’esile estrema speranza.

Ma il tempo era finito, il wormhole si era riassorbito o azzerato, inversamente proporzionale alla linea retta, diretta e intensa dei sentimenti che invece avevano appena acquisito forma e velocità.

“Quindi il Moro ti ha tenuto sotto scacco con un puerile ricatto emotivo, e tu hai dovuto abbozzare” riepilogai, prendendo una sigaretta. “E adesso finalmente hai reagito perché…” dissi, e mi vennero le lacrime agli occhi “Perché non siete più ricattabili, giusto?”

Il Rigido non rispose, mi guardò e mi sembrò che anche il suo sguardo fosse gonfio e lucido. Distolsi il mio e sentii qualcosa alla bocca dello stomaco, come se dovessi vomitare da un momento all’altro.

“Come ci è tornato? L’ha deciso, l’avete deciso insieme, come ha fatto?” chiesi, sapendo che dalla sua risposta dipendeva più di un’esistenza.

“Davvero mi credi?”

“Come avete fatto?”

“L’altro giorno, quella notte che hai dormito a casa mia e io a casa tua… Sono passato a casa dopo pranzo, tu eri appena andata via. Mi sono cambiato e sono uscito subito, sono…”

“Lorenzo c’era?”

“Sì, è lui che mi ha detto che eri appena andata via. Andavo di fretta e…”

“Come ti è sembrato?”

Bevve un sorso e giocherellò con la cannuccia, fissava il liquido chiaro.

“Come al solito, poi in certi momenti era proprio impossibile averci a che fare. Te l’ho detto, non era così solo con te”.

“Secondo te è perché non reggeva la situazione? O era così anche normalmente, nel suo anno?”

“Mah. Non lo so. Di certo ci sarà una componente caratteriale, ma lui era disperato. Non accettava d’essersi…”

“E poi che è successo?”

“Io andavo di fretta, ero in ritardo al lavoro e non avevo tempo né voglia di chiedergli nulla. Del resto, non potevo immaginare…”

“Cosa?”

Di nuovo non rispose, di nuovo guardò altrove con occhi gonfi e rappresi, di nuovo passò un tempo interminabile.

“Cosa, Alessandro?” chiesi, prendendogli un braccio e toccandogli per la prima volta pelle e identità.

“Che sono tornato alle sette di sera e lui non c’era più” concluse tristemente, senza muovere un muscolo nella mia stretta.

Che allentai di colpo, come sgonfiata.

“Come, non c’era più? Così senza preavviso, senza aver fatto nulla? Ma allora non è detto, potrebbe semplicemente essersene andato, e magari adesso sta da qualche parte a vagare e a prendersela col primo che passa” dissi, senza più temere o sperare che fosse così.

Non capivo se fosse più accettabile l’idea che se ne fosse andato da me ma che fosse ancora lì, nel 2016 e che avessi qualche speranza di ritrovarlo, o quella che fosse tornato nel suo tempo senza lasciare me volutamente. La realtà è che erano insopportabili entrambe, due facce di una situazione folle e irragionevole.

“No, non credo” disse il Rigido.

“Ti manca? Ti eri affezionato?”

“Sì! Io…”

“Come fai ad essere certo che sia tornato nel ’95?”

“Gli avevo comprato delle cose, un deodorante, una maglietta, cose così. È rimasto tutto a casa mia, tranne le cose con cui era arrivato. Non so come spiegartelo… Sono rimaste le cose del 2016, che usava e indossava, e nulla del… resto”.

“Spiegati meglio” dissi senza fiato.

“La sua vecchia felpa era nel cesto dei panni sporchi da una vita, e non c’era più. E, soprattutto, dopo l’accaduto gli avevo requisito la carta d’identità e la tenevo in un cassetto che lui non conosce, insieme ad altre mie cose. Scomparsa, come non fosse mai esistita. Credimi, ho scandagliato casa per giorni”.

Scattai in piedi, ancora una volta senza che il pensiero precedesse l’azione. Anzi un pensiero lo avevo, unico nitido in una nube informe: dovevo raccontare tutto a Emilia, dirle che non era l’unica e parlarne con lei.

“Dove vai?...” chiese il Rigido.

“Devo andare”.

“Aspetta, che vuoi fare?”

“Nulla. Devo andare da Emilia, poi torno”.

Si alzò anche lui, incerto se scattare o restare, trattenermi o lasciare. Poi si decise, arrivò e mi afferrò.

“Stella!... Quello che ti ho detto…”

“Lasciami” dissi sciogliendo la mano.

“Ma quello che ti ho detto…” insistette.

“Ci credo, va bene? Ti chiamo dopo” dissi correndo alla sala esterna, poi alla porta e infine alla macchina.

Non correvo così da quando avevo undici anni, o da quando ero corsa in braccio a Emme dopo l’ultima lite.

 

 

 

“Emi” strillai con la chiave ancora nella toppa. “Emilia… Dove sei? Devo dirti una cosa”.

Nessuna risposta.

“Emi…”

Sarà uscita, pensai, stanca di aspettarmi. Guardai intorno in cerca di un biglietto di quelli fluorescenti, i post-it che aveva comprato apposta, con stelle e pallini sotto ai punti esclamativi.

“Emilia!... Dove cazzo sei? Emi, vieni qui, devo parlarti, è una cosa importante”.

Emilia non c’era, ovviamente. C’era una pentola spenta di soffritto, pomodori e origano. Mi attaccai al telefono, ma chi volevo chiamare? Il suo telefono, con la mia sim, squillava a vuoto in mezzo ai cuscini del divano.

La verità è che la cosa più temuta accade sempre, come diceva qualcuno, e io già lo sapevo. Non ne potevo più di sapere già le cose, non mi era mai piaciuto, pensai setacciando il divanoletto, il comodino e tutto il salotto che Emilia aveva invaso con le sue cose belle e nuove, con l’entusiasmo con cui aveva rivestito anche le mie cose vecchie.

Non c’erano più mollette anni ’80, giubbotti jeans e sacche al posto dei trolley. Solo cose presenti e non riconducibili, ombretti cinesi, smalti e due slip. Guardavo attorno come una furia, corsi all’armadio. La maglietta O’Neill, che avevo lavato e riposto dopo quel giorno alla villa, non c’era. Come non ci fosse mai stata, perché in effetti non c’era mai stata. 

Mi misi una mano alla bocca e feci un gesto stizzito, un singhiozzo come quelli dei film. Poi rimasi in piedi, in mezzo al salotto, gelata per il resto della vita.

 

 

 

Iniziò come le altre volte, sentii un torpore alla mano sinistra e persi sensibilità, non avevo più percezione del reale. Presi l’oggetto più vicino e mi cadde di mano, la testa si indolenziva a ogni secondo. Calma, mi dissi, questo è il meno, è ovvio. Dopo quello che ti è successo nell’ultimo mese, per non parlare degli ultimi anni, sarebbe strano il contrario.

Ripetevo queste cose come un mantra, andai a sciacquarmi la faccia, mi girava la testa. Presi la saponetta e non sentivo il contatto col liscio della soda, l’occhio sinistro guardava la finestra mentre il destro non riusciva a mettermi a fuoco nello specchio. Calma, lo sai, non è nulla.

Dovevo evitare di stendermi e crogiolarmi, dovevo schivare ogni retrospettiva. La tv disorientava e alimentava le nevrosi, la musica scopriva i nervi e l’emotività, i social network erano la cocaina d’inizio millennio. Presi la scopa e iniziai a spazzare, concentrandomi sul pavimento e impedendo ai pensieri di rapprendersi. Ma il manico iniziò a tremarmi fra le mani, che ormai non sentivo quasi più.

Nemmeno questo funzionava, possibile? Cosa dovevo fare? pensai spaventata. Nulla, mi dissi, non morirai, devi imparare a reagire. Ma un torpore, un senso di fuoco spento saliva dal collo alle tempie e sentivo con orrore che anche i piedi perdevano contatto. Chi potevo chiamare a quel punto? Potevo chiamare il Rigido, in fin dei conti ero stata con lui fino a mezz’ora prima. No, mi dissi, ricorda quello che ti ha fatto, e non vorrai mica che domani sia tutto di dominio pubblico.

Misi un piede avanti all’altro e andai alla finestra, la notte era fresca e cercai di respirare l’aria di fine estate, sentivo qualcosa. Sul davanzale c’erano le belle impronte dei piedi miei e di Emilia, mi aggrappai al ricordo e sorrisi. Stavo meglio, potevo anche sentire un po’ di musica, forse il peggio stava passando. Allungai la mano verso lo stereo e la vidi immobile, un ramo secco che non apparteneva a me né a nessun altro, un moncherino che non riuscivo più a muovere. No, stavolta non è come le altre volte, pensai, stavolta pago il conto di tutto, notti insonni, giorni irrisolti, traumi e fantasmi.

Finisce dunque così, pensai?... Non voglio fare la fine di Sarah, non ho ancora trentacinque anni, e che ne sarà di mia madre? Ma mia sorella ne aveva venti ed era andata sotto a una macchina, pensai cercandomi il polso, sincopato e furioso.

A quel punto c’era una sola cosa da fare. Presi il telefono ma non riuscivo a digitare la sequenza di sblocco, i polpastrelli non facevano pressione e dopo qualche tentativo dovetti attendere trenta secondi per riprovare. Ecco l’era digitale che doveva garantire efficienza e sicurezza, pensai, complimenti a tutti. Aspettai mentre mi trascinavo alla porta, ormai carponi, per essere certa che fosse agibile dall’esterno. Sequenza sblocco: M. Numero: uno uno otto. Il dito scivolava, i numeri si sdoppiavano e ci misi un tempo interminabile a comporre quelle tre tristi cifre.

“Centodiciotto dica” recitò qualcuno.

“Mi sento male” rantolai “Mandate qualcuno, vi prego”.

“Come si chiama?”

Diedi i dati, insistendo sull’indirizzo con la poca voce rimastami. Ero in un brutto incubo, come quando sogni che vorresti comporre un numero ma i tasti cambiano, vorresti parlare ma la voce non esce, vorresti muoverti ma il corpo non risponde.

“Che sintomi ha?”

“Non lo so. Sto male. Vi prego, sbrigatevi” dissi, afferrando la maniglia dal basso.

“Cosa si sente? Soffre di qualche patologia?”

Com’era quando avevo ascoltato il call center di Betta?... Tran-tran di scartoffie, nevrosi e fantasmi.

Tacqui del tutto.

L’operatore diceva qualcosa che non capivo, il telefono era ormai scivolato e le speranze erano perdute. Eravamo tutti lì, sul pavimento e in croce: il mio sguardo verso il soffitto, lo smartphone distante, Emilia e Lorenzo lontani, Emme, il passato fallimentare e il futuro che non avrei più avuto. Sentivo la voce in lontananza nel telefono, assieme a commenti poco edificanti, scartoffie e fantasmi. Le lacrime mi colarono sulle guance, quelle le sentivo, bruciavano la pelle e l’impotenza. Non volevo che finisse così, non ho ancora trentacinque anni, chi lo dirà a mia madre dopo Sarah?

Forse avevo perso i sensi.

“Stella, porco dio” disse una voce di colpo, due braccia forti e impietose mi staccarono da terra. “C’è l’ambulanza qui sotto, la porta è aperta. Che è successo?...”

Cercai di mettere a fuoco i lineamenti e non riuscii, sentii la sirena attutita da anni di dolore, vidi gli occhi del Rigido mescolati al pavimento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La distesa d’acqua si apriva al di là dell’oblò, i colori si facevano più nitidi. C’eravamo quasi, pensai.

Dlin dlon.

Signore e signori buon pomeriggio, è il comandante che vi parla. Abbiamo appena avviato le manovre di atterraggio. Vi preghiamo di allacciare le cinture, di verificare che il tavolino davanti a voi sia chiuso e che il vostro sedile si trovi in posizione corretta.

Eseguii e mi misi le scarpe, la virata si fece più decisa, in un minuto il sole era dalla parte opposta.

Fra poco atterreremo all’aeroporto Falcone e Borsellino di Palermo. L’arrivo avverrà all’orario stabilito, la temperatura prevista è di 31 gradi. Vi invitiamo a rimanere seduti con le cinture allacciate fino al completo arresto dell’aeromobile. Nel ringraziarvi per aver scelto di volare con noi, vi auguriamo di ritrovare ciò che avete lasciato qui un anno fa.

No, forse l’ultima parte me l’ero sognata, pensai togliendomi le cuffiette. Più bello dell’atterraggio c’era solo il decollo, più bello dell’arrivo c’era solo la partenza, come quand’ero adolescente, come quando sarei stata anziana. Ero lì a guardare l’azzurro dappertutto, l’azzurro sottosopra, e non sapevo neanche cos’era che avevo perduto e cos’era che speravo di trovare.

O forse sì, pensai mentre l’aereo si assestava a terra con un ultimo scossone.

 

 

 

Mezz’ora dopo attraversavo l’androne con le scarpette e il trolley e non mi faceva alcun effetto, mi stupivo dei miei passi. Uscii dall’aeroporto e attraversai la statale, mi affacciai sul mare e accesi la prima sigaretta insulare.

Colori netti e profondi come ricordavo, un +10 di contrasto su photoshop, tutto era familiare come se ci fossi stata spesso e a lungo, invece di una sola volta un anno prima. Vidi il bus partire ma non era un problema, ce ne sarebbe stato un altro a breve. Avevo aspettato un anno e ora avrei voluto quasi aspettarne un altro, sentire qualcosa alla gola e far durare il momento più a lungo possibile.

Guardai lo smart, avevo spento il traffico dati e ancora non l’avrei riacceso. Qualunque notizia avrebbe rischiato di fermarmi, una frase male interpretata, una foto travisata. Mi piaceva star lì, invece, tra gli aeroplani sopra e il mare sotto, due piani paralleli divisi da quel lembo di statale larga come il mio appartamento di Roma, senza dar conto a nessuno e senza che nessuno sapesse dove mi trovavo. In questo non ero cambiata, pensai sorridendo.

Avevo aspettato tanto, invece. Ogni singolo giorno, i primi tempi anche due o tre volte al giorno avevo controllato maniacalmente, scandagliato i motori di ricerca e i profili di terze e quarte persone. Appena dimessa dall’ospedale mi ero creata un profilo facebook, pubblico e visibile, nella speranza che qualcuno mi contattasse. Non era successo nulla, Emilia continuava a non esistere e la speranza andava affievolendosi, il sentore del peggio si faceva strada come qualcosa di plausibile.

Poi un giorno, un pomeriggio appiccicoso di metà luglio, quando avevo già prenotato il volo per il 17 agosto e sfogliavo facebook per pura forza d’inerzia, avevo visto l’immagine di profilo di una bella donna, fiera e inconfondibile. D’impulso avevo preso il telefono per chiamare Alessandro, ma la prudenza e un senso di possesso avevano prevalso, ero rimasta incollata a quella foto stringendo il monitor fra le mani. Una ruga in mezzo agli occhi svelti, capelli mossi sulle spalle, la familiarità era talmente forte che avevo avuto una vertigine. Nell’immagine di copertina c’era invece l’Emilia degli anni ’80, quella che avevo conosciuto e amato, occhi verdi e permanente in una cabina del telefono. Mi ero messa una mano alla bocca senza riuscire a stabilire se quella foto fosse antecedente o posteriore all’agosto del 2016, anzi del 1987.

Il profilo era in parte pubblico, potevo leggere poco ma avevo accesso alle info di base: di Palermo, vive a Palermo, data di nascita 15 maggio, luogo di lavoro Barista presso me stessa. C’erano altre due foto, un selfie sgranato e uno scatto in mezzo al tempo, Emilia con un bimbo in braccio. Dall’abbigliamento e il tipo di immagine pensai agli anni ’90, mi arrovellai sul bambino cercando una somiglianza con Emilia, ma non vedevo nulla di lei. Avevo scaricato le foto e le avevo guardate fino allo sfinimento, le avevo ingrandite, in ogni pixel c’era la cura, l’entusiasmo, qualcosa che era passato e non cambiato.

Un suono sordo mi scosse, un altro bus rallentava al capolinea e la cicca mi scottava le dita. La gettai e andai alla fermata, un dito in bocca e le emozioni nel trolley.

Un quarto d’ora era già passato, un anno, trent’anni.

 

 

 

Quando il bus uscì dal traforo e il contorno metropolitano iniziò gradualmente ad acquisire consistenza, prima a viale Strasburgo e poi via via sempre più verso il centro della città, cominciai a rendermi conto di quello che ero venuta a fare a Palermo e di ciò che avrei potuto ritrovare. Non era una persona ma uno stato di vita, di rinascita, di desideri che avevo provato in un certo momento, in un certo strano sogno della mia vita. Un sogno vissuto e perduto che mi aveva permesso di tornare a vivere e mi aveva permesso di superare anche l’ultima notte. La più lunga, pensai osservando il cielo che evaporava al contatto coi terrazzi, contrasto e filamenti che sfumavano come un incubo.

Il ricordo di quella notte mi gelava e calmava ad un tempo, infatti. Le analisi avevano detto ipotensione, carenza di ferro e forte stato di stress. Le parole dei paramedici mi passavano accanto senza toccarmi, immerse nel rimbombo ovattato.

“È lucida e cosciente” avevo sentito già in ambulanza, dopo aver risposto alle domande di routine che dovevano stabilire le capacità cognitive. Mi avevano subito attaccato una flebo e un tipo dava direttive agli altri. “Altre due fiale, dodici ore almeno. È molto giù”.

Poi.

“Ha preso qualcosa?”

Ascoltavo dal letto senza muovere un muscolo, frangia sbiadita ed arti di gelatina.

“Dice di no, e non risulta nulla. Ha bevuto un po’, ma poca roba”.

Vedevo da lontano una cartella obliqua, il neon colpiva un foglio e mi costrinse a girarmi dall’altra parte.

Poi.

“Ha chiesto di non chiamare la madre”.

“Chi ha chiamato i soccorsi?”

“Lei, poi è arrivato un ragazzo” aveva detto una voce femminile, il frastuono di una sirena aveva invaso la stanza e mi aveva impedito di sentire il resto.

Poi buio, silenzio e neanche più un sogno.

Il giorno dopo mi avevano svegliata per le analisi e la richiesta di un consulto psichiatrico. Avevo tubi dappertutto e una gran voglia di morire, per cui l’eventualità di un consulto non mi sembrò inappropriata.

Si stupivano che fossi sola e non volessi chiamare nessuno.

Poi.

“Te la cambio” aveva detto l’infermiera, sorridendo e staccando un cappuccio. Volevo ringraziarla e non riuscivo, ma lei capiva lo stesso.

Poi…

“È l’orario di visita, c’è una persona per te”.

Sentivo, non sentivo.

“È quello che era con te quando ti sei sentita male?” mi aveva chiesto con dolcezza.

Il Rigido era entrato con qualche incertezza. Il suo sguardo serio e teso mi risvegliò malamente e mi fece domandare come potessero far ricevere visite a una paziente ancora semi incosciente che passava da una risonanza magnetica a un colloquio psichiatrico.

“Ciao. Scusa se mi presento così” aveva detto, guardandomi ed evitando l’ipocrisia del chiedermi come stavo.

Ma per loro era quello che mi aveva trovata, assistita e salvata, ricordai d’un tratto.

“Non ho saputo più nulla, non dicono nulla se non sei un parente”.

Lo guardai, intontita dai farmaci e dalla mancanza di appigli.

“L’infermiera mi ha assicurato che non è niente di grave, che devi solo riposare un po’” aveva detto, senza sapere dove mettersi e annaspando tra letto e seggioline.

La sua statura non collocata mi metteva ansia, mi ero girata dall’altra parte notando come nemmeno i farmaci, la paura e la gratitudine scalfissero il mio orgoglio e le mie prese di posizione.

“Sono venuto per sapere come stai e se hai bisogno di qualcosa” aggiunse.

Non mossi un muscolo.

“Stella, non posso credere… che Emilia fosse come Lorenzo” disse infine.

“Te l’ho detto io?” chiesi senza voltarmi.

“Sì. L’altra notte”.

Avevo premuto un pulsante, per una volta potevo permettermi di fare i capricci e allontanare la gente a comando.

“Stella, stai calma. Ne parleremo poi, ora devi solo stare tranquilla”.

“Certo. E tu devi capire che se gli altri non rispondono sempre ai tuoi comandi da robot, non è perché siano da meno di te” dissi confusamente. “Emilia ti amava in tutti i modi, e lei non era come Lorenzo o quell’altro amico nostro, lei avrebbe rinunciato a tutto”.

Il Rigido s’era illuminato a fondo, aveva trattenuto il fiato e stava per dire qualcosa, ma era arrivata l’infermiera a sistemare la flebo e a chiedermi se volevo un sonnifero.

“Sì grazie, magari”.

“Torno domani” disse il Rigido.

“No, non tornare. Non c’è motivo, Emilia ormai è andata” mormorai senza più astio, solo una gran debolezza.

Aveva fatto un bel sorriso, chiaro e spontaneo, lontano anni luce dal rigore che normalmente lo impostava.

“Anche Lorenzo è andato, e anche lui ci teneva a te, ne sono sicuro” disse contro ogni logica, per ricambiare il favore. “Quanto ai miei errori e alle mie aspettative, hai ragione, quindi cerca di non fare lo stesso”.

“È vero. Ma fatti un esame di coscienza”.

“L’ho fatto, per questo sono qui. Fallo anche tu e siamo pari” disse, sollevò una mano e se ne andò. 

 

 

 

Tre giorni dopo mi avevano dimessa.

Lo psichiatra con cui avevo avuto il colloquio doveva essere un fan di Pedro Almodóvar, perché dopo aver scoperto che conoscevo tutti i film e che molti anni prima avevo scritto una recensione per un giornalino universitario, s’era entusiasmato a tal punto che mi aveva permesso di parlargli, con una brutta voce confusa dai farmaci e da anni di veglia, della letteratura ceca e della similitudine che secondo me c’era fra esilio politico ed esilio morale. Scrisse che ero una paziente lucida e collaborativa, con un’ottima percezione di sé e del contesto sociale, affetta da disturbi d’ansia ma con buone capacità di risolvere in modo cosciente i conflitti dovuti a una spiccata sensibilità e a un’istruzione di grado superiore – firmò dunque il nulla osta, dopo avermi consigliato di darmi ai social network per colmare il mio ostinato senso di estraneità.

No, forse non era un fan di Almodóvar, pensai mentre mi congedava augurandomi ogni bene.

S’erano poi attardati perché non sapevano se qualcuno si sarebbe preso cura di me e perché non manifestavo volontà in merito, tranne per la voglia di fumare per la quale già il secondo giorno scappavo da una parte e dal’altra, venendo redarguita come una bimba disobbediente o minacciata per vie legali come un’adulta inadempiente, per non parlare dei blandi inviti a sottopormi a qualche seduta per soggetti affetti da dipendenze.

In effetti, perché avrei dovuto andarmene? mi chiedevo tra una sigaretta di straforo e una vaschetta di pastina che avrebbe portato all’anoressia anche il più famelico dei pazienti. Pensavo al mio bel bilocale, gonfio del dolore degli ultimi anni e dell’assurdità degli ultimi giorni. Certo mi mancava la libertà di andare e venire senza metterne a parte nessuno, ma a quanto pare la libertà mi si era ritorta contro, e quanto allo scrivere non mi mancava affatto, anzi, realizzai di colpo, non mi mancava più da quando era diventato un lavoro e quindi una fonte d’ansia e di scadenze.

Fuori non c’era dunque più nulla per me, nessun interesse, nessun anelito alla vita. Non c’era la necessità epidermica della scrittura e della ricerca, non c’era la speranza di un ultimo sentimento, poiché l’ultimo l’avevo provato fuori tempo massimo per Lorenzo, e soprattutto non c’era più Emilia. A mia madre avevo detto che ero al mare da un’amica, al Rigido avevo chiesto una discrezione che a quanto pare aveva mantenuto.

Non c’era motivo di muoversi né fretta di andare da nessuna parte, quindi, per la prima volta potevo star ferma a pensare a mia sorella e a studiare il modo per fumare la prossima sigaretta.

 

 

 

Dopo essermi fatta una doccia e aver posato il trolley, andai a fare un giro. Presi una scacciata e una Ceres e attraversai via Maqueda, guardavo intorno con la rilassata curiosità di chi è appena arrivato. I vicoli della Vucciria erano affollati come ricordavo, bancarellari che strillavano e ragazzi che ballavano per strada. Dietro la Garraffella vidi due pescatori che avevo incontrato l’estate prima, seduti a un tavolo che scrutavano attorno con gli occhi stretti dal sole. A uno dei due avevo insegnato a scrivere l’anno di nascita in numeri latini. S’era rigirato il foglietto come si trattasse di un arcano affascinante, mi aveva chiesto di scrivergli anche quello della moglie. Voleva regalarglielo, aveva detto.

C’era puzza di munnizza e l’odore umido del porto, c’era sempre qualcosa di suggestivo, ma ormai tutto quello che avevo fatto a Palermo prima dell’incontro con Emilia mi sembrava sbiadito e poco importante.

Be’, eccomi infine qui, pensai. Ora ero nella sua stessa città, avrebbe potuto passarmi accanto in qualunque momento, magari il suo bar era lì dietro e io non lo sapevo. Non c’era stato verso di risalire al nome – facebook, pagine bianche, esercizi commerciali a Palermo – nulla, nemmeno il minimo indizio.

“Biedda, voi qualcosa da viviri?” strillò un ragazzino che avrà avuto sì e no tredici anni.

Sorrisi nel risentire il dialetto, il tipo prese il sorriso per assenso e mi portò a un tavolino.

Ma la carta d’identità di Emilia era stampata nella mia mente per le volte che l’avevo letta e riletta, prima senza capacitarmi e poi senza smettere di farlo. Carta d’identità munita, ovviamente, dell’indirizzo di residenza. Come nei più biechi romanzi gialli sarei tornata sul luogo di un delitto compiuto trent’anni prima, sperando di trovare tracce e indizi. Dovevo attaccarmi a questa speranza, avevo dovuto farlo per alzare il culo e prenotare il biglietto. Mi sono svegliata a casa mia e non era più la mia, anzi lo era ma era completamente diversa – aveva detto Emilia un anno prima. Non era del tutto un azzardo, pensai, mentre il picciottu mi portava birra, patatine e scherzi in dialetto.

Sorrisi e pensai al pescatore a cui avevo scritto i numeri latini, forse dopo sarei tornata a parlargli.

 

 

 

Una volta dimessa mi ero ritrovata nel mio appartamento, nel mio bilocale gonfio del dolore degli ultimi anni e dell’assurdità degli ultimi giorni. Avevo guardato in giro le cose che avevo amato, poi amato con Emme e poi odiato, fino all’arrivo di Emilia.

A quel punto c’era solo una cosa da fare, e non era spostare i mobili, gettare oggetti o tagliarmi i capelli. Prima che il pensiero precedesse l’azione avevo preso un foglio e iniziato a scrivere, ma avevo voglia di una birra. Scesi a comprarla ma il bar era chiuso, fuori era buio.

Guardai lo smart e guardai intorno, erano passate quasi due ore da quando avevo preso la penna.

 

 

 

Ridendo e scherzando me l’ero fatta a piedi fino al Politeama. Una sosta per un caffè e una per chiamare mia madre, ora mancava l’ultima, per consultare la mappa cartacea che avevo in borsa. Mi guardavano come fossi un’aliena o una strana turista, e più mi guardavano più spiegavo orgogliosamente la cartina, sgualcita e strappata dall’anno prima. Ero accanto a Spinnato, storica caffetteria di Palermo e tanto valeva entrare, per una volta potevo anche fare qualcosa di nazional popolare. Negli anni ’80 l’avrei fatto, del resto.

Distavo davvero poco da via N.G., lessi mentre mangiavo un cannolo mignon. Fumai una sigaretta, scrollai la coda e le scarpette, ripassai a memoria quello che avrei detto. In realtà non serviva, era un vezzo come un altro, un gioco con me stessa e un modo per prendere tempo. Ma di tempo ne avevo preso e perso già troppo, pensai, scossi le briciole e mi alzai.

 

 

 

Lessi la targhetta almeno tre volte: Pasini.

Non avevo sperato che fosse così facile. Lì avrei trovato la famiglia di Emilia. Avrei trovato un’anziana coppia di coniugi o almeno uno dei due, o il fratello, o lei stessa. Trattenni il fiato e citofonai, iniziai a contare tenendomi le dita.

Nessuna risposta. Aspettai un po’ e riprovai.

Come non detto, pensai, non poteva essere così semplice. Del resto Emilia l’aveva detto, ricordai le chiamate in differita: in estate i genitori andavano al paese, o almeno trent’anni prima lo facevano. Indugiai in cerca di un piano B, ma ora che ero alla resa dei conti non me ne veniva in mente nessuno. E non era come avevo pensato, non c’erano vicini omertosi a cui chiedere informazioni che non mi avrebbero dato. Non ero in un bieco film giallo, ma sotto un palazzo stile liberty nelle zone d’ombra e luce di un mezzogiorno qualsiasi, in quella che era diventata una splendida e sonnacchiosa metropoli all’ora della siesta.

Decisi di restare nei paraggi e riprovare più tardi, magari non erano partiti, magari erano semplicemente usciti. O forse non aspettavano nessuno e non si fidavano a rispondere, pensai. Un brutto dubbio mi colse e ci avevo già pensato: i genitori di Emilia dovevano avere più di ottant’anni, e se…? La casa poteva essere anche disabitata, vuota da tempo e mai stata venduta. Feci qualche passo indietro e guardai le finestre alla ricerca di un indizio. Se almeno avessi saputo qual era il piano, pensai. Ma i citofoni non erano numerati e non c’era soluzione.

Mi allontanai a malincuore, dovevo aspettare un’oretta e nel frattempo schiarirmi le idee. Gettai l’ultima occhiata in su – quella era la casa di Emilia, il posto a cui apparteneva quando era stata ospite da me, quando aveva dato la sua breve occhiata al 2016.

Il pensiero mi diede un brivido e mi fece tornare un lieve strano sorriso.

 

 

 

Una cosa che non mi piaceva di Palermo era che non c’era il mare, ovvero non c’erano spiagge a breve raggio.

In quello ritrovavo un antico dispiacere e mi sembrava di capire perché mi sentissi così a casa: Mondello distava quanto Ostia da Roma, al porto non potevo certo stendermi o fare il bagno. C’erano però i tavolini dei caffè all’aperto, trovai il più vicino e mi sedetti.

Nonostante l’avessi fatto centinaia di volte nell’ultimo anno, mi venne in mente proprio quella volta che mi ero seduta davanti casa del Rigido, alla disperata ricerca di una spiegazione quando ormai disperavo di trovare Lorenzo.

Era stato quello l’ultimo giorno, a una manciata di sguardi dalla verità. Ogni dettaglio si era malamente impresso nella memoria: la chiamata di Betty, la barista bambina, il cielo fresco e cupo che sembrava voler cadere. Scacciai il ricordo, non era difficile – ora era di nuovo estate, ero vicino casa di Emilia, e al di là della veranda il sole squagliava l’asfalto e i momenti peggiori.

Il finale non si poteva riscrivere ma si potevano aggiungere altri capitoli, pensai ascoltando Battiato e guardando il barista che mi serviva la spremuta.

Baffuto, come uno stereotipo confortante.

 

 

 

A dispetto dell’ottimismo e dei tentativi di tenermi su, il citofono era muto e la situazione non offriva molte possibilità. A mali estremi estremi rimedi, accesi una sigaretta. Sarei rimasta lì fino a quando non fosse uscito o entrato qualcuno, fino a quando qualcuno non si fosse insospettito e mi avesse fatto storie.

Cosa che, piantata addosso al muro con le mani dietro la schiena, feci accadere in fretta.

“Stati circannu qualcuno, signurina?” chiese un tizio aprendo un’imposta.

Controluce non riuscivo a distinguerlo, così come non riuscivo a capire se il tono fosse gentile o minaccioso.

“Sì” guardai in su con una mano davanti agli occhi “Sono un’amica della signora Pasini… cioè della signora Emilia. È tanto che non la vedo, ma so che i suoi genitori abitano qui” dissi, inventando di sana pianta e non riuscendo a credere d’aver detto signora Emilia.

Ora lo vedevo: un uomo scuro e segaligno. Non rispose e lo sguardo non era né gentile né minaccioso, mi scrutava con occhio immobile.

“Non so dove ha il bar, mi aveva scritto l’indirizzo ma l’ho perso, non conosco Palermo” continuai, ormai diretta.

“I gennitori sunnu partiti” disse.

Dunque esistevano ed erano vivi, pensai felice, e abbassai le riserve.

“Lo immaginavo” dissi, ed era vero. “Non mi offrirebbe un bicchiere d’acqua? Fa caldissimo”.

Senza un gesto sparì, sperai che mi aprisse il portone. Dopo un attimo riapparve e calò un cestino con dentro un bicchiere. Vedevo lo spago a piombo nella calura, non usciva una goccia e non potei fare a meno di ammirare la precisione.

“Grazie” dissi, evitando di mostrarmi sorpresa. In realtà lo ero, pensavo che certe consuetudini risalissero ormai agli anni in cui Emilia mi aveva conosciuta.

Vuotai il bicchiere, lo riposi nel cestino che con la stessa precisione fu riportato su.

“Grazie molte” dissi “È stato gentilissimo. Saprebbe dirmi dov’è il bar della signora Emilia?... Mi fermerò a Palermo per pochi giorni, mi dispiacerebbe non riuscire a vederla”.

“R’unni siete?”

“Come?”

“Di unni venite?” scandì più forte, come se il problema fosse il volume.

“Da Roma”.

“Ah, Roma, la capitali” osservò tra il compiaciuto e il beffardo.

Sguardo scuro e saldo, probabilmente rifletteva sul fatto che la signora Emilia avesse un’amica tanto più giovane di lei.

“Sennò le posso lasciare un messaggio… Posso lasciarlo a lei così mi fa contattare?” bluffai. Stavo esaurendo le risorse e facevo appello a tutto il mio savoir faire.

Lo stesso che un anno prima non aveva funzionato col pappone del locale in cui ci aveva portati il Rigido, la notte del terremoto, pensai sorridendo e stupendomi del ricordo.

“Dovete iri al bar Galileo, a Notarbartolo” disse d’un tratto.

L’ombra si sgretolò, la luce esplose, mi coprii la faccia.

“È il Galileo il bar di Emilia?”

Avevo scarpe basse e coda rossa, non potevo credere a ciò che avevo sentito.

“Certu. Voi dovreste saperlo si siti amica sua. Nun aviti dittu chi aviti l’indirizzo?” chiese con un vago sorriso.

“Sì, sì… Grazie” dissi, saltando sui miei passi. “Posso fare qualcosa per lei? Che è stato così gentile?...”

“Putiti diri a Emilia chi c’è una raccomandata pi la signura Maria, e la rata do condominio”.

Mi misi a correre come una matta, correvo a Palermo ridendo senza motivo, contrasto e filamenti morivano nel mezzogiorno.

 

 

 

Inghiottii e buttai indietro la coda, guardai la clientela e i vasi di agrifoglio.

L’aveva chiamato davvero così, non potevo crederci. Una volta saputo il nome, era stato un attimo trovarlo.

Guardavo e riguardavo e vedevo vetri, legno, e sopra ogni cosa l’insegna opaca che diceva Bar Galileo. Era ancora presto e l’ombra della veranda sapeva di azzurro e pomeriggio, le piante erano alte nei vasi e tutto aveva un bel senso.

Poi la vidi.

La guardavo fissa senza più frangia, mi spostavo di qua e di là e non ne avevo abbastanza.

Mi colpiva quanto fosse rimasta uguale, quanto fosse persino più bella rispetto a quando era giovane. Magra e scattosa senza ombretto e molletto, cinquantanovenne con pochi artifici e molto entusiasmo. E quegli occhi verdi e aperti, sopra ogni cosa.

Mi tornò un flash dell’Emilia giovane e spaesata, Emilia che preparava i panini col tonno, Emilia estasiata di fronte a youtube. Ora la vedevo servire i clienti, scherzare con tutti e guardare lo smartphone. Lo smartphone!...

Avevo messo in conto tutto, avevo avuto un anno per farlo. Se tornata nel 1987 non avesse ricordato, se avesse ricordato e finto di non, se non mi avesse riconosciuta, se…

Sistemai le lacrime al di qua dei Persol, voltai i passi e me ne andai.

“Ah, adesso te li sei fatti rossi” disse una voce indimenticata.

Gelai e guardai, sorriso e brivido.

Piante, Palermo, tinte nette e stagliate…

“Sono trent’anni che ti aspetto” disse Emilia.

    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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